Conversazione con Rossana Rossanda
PARLA EPIFANI
Rossana Rossanda, Guglielmo Epifani
Non è semplice intervistare il segretario generale della Cgil mentre la situazione precipita ogni due ore, fra le provocazioni del governo sulle pensioni, quella delle aziende dei trasporti ai tranvieri e il furore dei lavoratori: ogni previsione a breve sarà sorpassata quando i tempi di un mensile gli consentono di uscire. Siamo al 9 gennaio, la sera prima il ministro Maroni ha proposto di punto in bianco ai sindacati un `tavolo' sul Welfare mentre tiene bloccata la delega sulle pensioni. E le città sono sottosopra per i trasporti. Impossibile non interrogare Epifani su quel che sta avvenendo.
Hai rifiutato di sederti al tavolo di Maroni. Andate allo sciopero se non si ritira la delega? «Sì, penso di sì.» E Cisl e Uil, che vanno al tavolo sul Welfare? «Stiamo lavorando perché il fronte resti unitario. Se il governo conferma che va avanti con la leggedelega, è ovvio che si va a uno scontro. O almeno a una contrapposizione. Ma perché il governo insiste a rompere? «Primo: per rassicurare il mercato internazionale, specie dopo la vicenda Parmalat: il sistema paese è sotto esame per via del debito pubblico. Dopo quel crac finanziario Tremonti si sente più forte, anche scontando la freddezza di alcuni partiti del governo. Non è un mistero che Udc e An preferirebbero evitare uno scontro. Secondo: vogliono trasferire un po' di risparmi su altri spazi: riduzione delle tasse o dei contributi sull'impresa. Terzo: le cose si sono messe in modo che se arretrano perdono credibilità.»
Ma sulle pensioni possono prendere una musata. «Non in Parlamento. Nel paese sì, possono incontrare un'ostilità perché, nella insicurezza generale, ritoccare il sistema di protezione previdenziale genera altra insicurezza. Tra l'altro il Welfare italiano era sull'età pensionabile leggermente più generoso di altri paesi, compensando un reddito da lavoro un poco più basso. Oggi abbassano il reddito, quindi le pensioni, e tendono a un regime sull'età uguale a quello degli altri.» Insomma la Cgil vuol tener assieme l'intera partita ed è chiaro che l'uscita della Margherita, un paio di giorni dopo, la contrarierà.
Ma andiamo avanti. Nella grande stanza che dà sui giardini grigi di Villa Borghese arriva, per dire così, il fragore degli scioperi dei tramvieri di Milano, Brescia, Bergamo, il giorno prima a Roma, domani magari altrove. Non avete qualche dubbio sul contratto che avete firmato? Epifani non demorde. «No, per come ho vissuta la vicenda, non ho nessun dubbio. Si sta avverando esattamente quello che immaginavo. Non ho ripensamenti. Allo stato, per il contratto nazionale non c'era alternativa possibile che firmare a quelle condizioni perché il trasporto locale è stato così abbandonato a se stesso che è in una situazione ai limiti dell'assurdo. Il passaggio delle competenze dal centro alle Regioni ha determinato l'abbandono delle politiche di finanziamento nazionale dei trasporti. Le Regioni hanno le competenze ma molte proprietà, anzi, quasi tutte, sono comunali. Ora, quando il Tesoro riduce i trasferimenti alle Regioni e ai Comuni, li mette nell'impossibilità di provvedere al finanziamento dei trasporti. Il risultato è che su 1200 imprese del trasporto locale pubblico ce ne sono 1150 in deficit profondo. È sempre stato un settore in difficoltà, ma negli ultimi quindici anni il deficit è cresciuto in maniera impressionante.» Ma, osservo, non a Milano, l'Atm non è in deficit. «Quando si trasportano un milione di passeggeri al giorno i conti tornano. Ma nei comuni minori non è così. Quindi abbiamo un problema istituzionale, con uno scaricabarile di responsabilità e situazioni aziendali disastrate. Anche a Genova l'azienda è piena di debiti. Il nostro limite è di non aver posto noi il problema con la forza necessaria. Il contratto non ne è che la spia. Tanto più che la mediazione tra Comuni, Regioni e governo centrale era di andare a un'accisa sulla benzina, che per Regioni e Comuni doveva anche servire per gli investimenti urgenti. Ma il governo ha formulato l'aumento solo in relazione al costo del contratto. Con il risultato che, se io chiedevo un centesimo in più sul contratto, determinavo l'aumento di tot centesimi a carico di tutti i cittadini: una corporativizzazione del prelievo fiscale sulla base di un costo contrattuale... Un assurdo assoluto.» E insiste: «In questa vicenda si gioca un modello istituzionale non compiuto, un conflitto interistituzionale esplicito. Il nodo irrisolto è se il servizio di trasporto locale deve restare pubblico o meno, e come si finanzia. Se queste aziende sono pubbliche, e io penso che il trasporto deve restare tale, bisogna trovare una modalità di finanziamento.»
Intanto si capisce che i lavoratori, cui non pagano il salario contrattuale da due anni, ce l'abbiano anche con voi, o no? «La cosa paradossale è che hanno assolutamente ragione. Non c'è un giudizio diverso fra noi che abbiamo firmato e chi protesta. Non è questo il punto. È che siamo davanti alla tendenza di alcune città di dire ai lavoratori: vi diamo più soldi se lasciate il contratto nazionale. Ma noi abbiamo preferito tener un punto fermo sul contratto nazionale, pur sapendo che avremmo scontato le proteste. Perché sciopera Milano, sciopera Genova, sciopera a metà Roma, non sciopera Napoli, non sciopera Potenza, non sciopera Bari, non sciopera Cagliari ... dove la situazione delle aziende è più difficile. Noi vogliamo il contratto nazionale.»
Ma ora vi trovate nella tenaglia fra un contratto brutto e i lavoratori delle grandi città in agitazione. «Ma se non avessimo firmato un contratto nazionale avremmo abbandonato le città minori. Se Cisl e Uil avessero firmato e la Cgil no, come pure era possibile, ci saremmo trovati in una tenaglia ancora più stretta, perché non avremmo un contratto nazionale e magari avremmo avallato tanti piccoli accordi, in contraddizione con la nostra linea. Per cui, si doveva decidere tra due mali. Insomma il vero problema è che le aziende, tranne alcune, non hanno soldi per pagare il contratto, i Comuni non hanno soldi da mettere, le Regioni neanche e il Tesoro si disimpegna. Da qui a venti giorni, a un mese, a sei mesi, ci risaremo. La battaglia per il contratto deve rimettere al centro una diversa strutturazione del settore; se no, non ne usciamo.»
Ancora su un punto di attualità: Fiom. Andrà al congresso? «Tocca a loro decidere. Io avrei spinto per una discussione di tipo congressuale.» Cioè senza toccare i gruppi dirigenti? «Senza gli appesantimenti della formazione dei gruppi dirigenti. Talvolta tenere insieme questioni di linea e gruppi dirigenti non è semplice. Ora il bisogno vero è quello dell'orientamento, della discussione di massa.»
A inizio di stagione, c'è stato dal vostro interno un attacco alla Cgil accusata di non fare più il sindacato, simbolo e pretesto la Fiom. Ricordo i documenti milanesi. Epifani non mi segue. «La confederazione ha sostenuto la Fiom. Quando in Cgil c'è stata la discussione sui precontratti, noi l'abbiamo difesa. Abbiamo sostenuto dovunque una battaglia difficile per evitare l'isolamento della Fiom nel territorio e nei luoghi di lavoro.» Ma non tutti eravate d'accordo in partenza. «Per quello che riguarda me, abbiamo difeso quella scelta. E i fatti le hanno dato ragione. Oggi si riconosce che c'è un problema salariale, il che implicitamente le dà ragione.» È stata la pratica dei precontratti a sbloccare lo stallo. «Il precontratto è stata una risposta della sola Fiom, se si fosse in condizione di generalizzare una contrattazione di secondo livello anche unitariamente, sarebbe il giusto sbocco dell'azione dei metalmeccanici. E anche un punto di incontro con le altre organizzazioni. I precontratti sono andati meglio del previsto, però riguardano una parte minoritaria e geograficamente delimitata, e resta da riconquistare il contratto nazionale. Però è stato un modo di segnalare ai lavoratori, all'impresa, a Cisl e Uil che si poteva forzare la situazione.»
È la prima volta che ho una lunga conversazione con Guglielmo Epifani. È una persona attenta e cortese. Cofferati stava in guardia nelle parole, secco, Epifani si diffonde sugli argomenti. Abbiamo uno scambio di idee sul prossimo mutamento di presidenza della Confindustria. La Cgil vorrebbe «una Confindustria autonoma dal gioco del governo, disposta a trovare con il sindacato punti di dialogo, un presidente forte, autonomo, autorevole in grado di riaprire questo dialogo. Tanto più che in Confindustria sono entrate aziende ancora in mano pubblica, Ferrovie, Eni, Enel, ecc. che hanno un peso condizionante». E qui entriamo nel vivo. Una autonomia della Confindustria - osservo - presupporrebbe una classe dirigente che punta su una reindustrializzazione, una fisionomia produttiva del paese. Questo non si vede. Negli anni '60 nel Pci si discusse se il capitalismo fosse o o no in grado di far ripartire una crescita e magari integrare la classe operaia che entrava in una nuova stagione di lotte. La direzione lo negava... Epifani sorride: «Fu Amendola, credo, a usare il termine di `capitalismo straccione'». Sì. Invece ci fu la crescita e non ci fu l'integrazione, avemmo torto in tutte e due le parti. Se oggi Amendola fosse qua, direbbe: avevamo ragione noi, questi non sono un capitale forte e per questo l'industria declina e gli industriali mirano a soluzioni politiche basse. A che cosa va attribuito questo declino? Siamo destinati ad avere una classe industriale di cialtroni?
Epifani la mette diversamente: «Il caso Parmalat è quello di un'azienda che cresce bene, diventa leader in Italia e in Europa, e a un certo punto opera un'internazionalizzazione senza criterio, si mette in prodotti non suoi, tutti fabbricati fuori, e si getta a occupare mercati dove acquista a costi alti, ha poca redditività nell'investimento e si espone a buchi finanziari crescente. A quel punto si avvita. Se Tanzi fosse rimasto a consolidare le posizioni europee, dove aveva un terzo del mercato, e sulla base di questo rafforzamento avesse fatto gradatamente anche qualche scelta di allargamento internazionale, non si sarebbe trovato nella situazione di oggi. Al dunque, secondo me, al di là dei comportamenti penalmente rilevanti come la truffa, non è tanto diverso dalla scelta degli ultimi dieci anni della Fiat: anch'essa decise che il prodotto fondamentale, l'auto, era maturo e tentò di diversificare. Ma diversificò male, comprando i trattori, le macchine agricole, società americane a prezzi così alti e con una redditività così bassa che bruciò molte risorse. Poi, con la crisi, fece l'operazione inversa: via Fresco, dentro i nuovi; hanno venduto i gioielli di famiglia e tentano di reinvestire nell'auto per salvarsi. Se Parmalat fosse stata attenta a fermarsi e a ritornare indietro non avremmo avuto questo disastro».
Luciano Gallino giudica che le nostre proprietà sono inclini all'ingrandimento in sé, alle fusioni e all'investimento finanziario senza avere una effettiva capacita industriale. «Qui forse conta la natura familiare del nostro capitalismo. Una natura proprietaria più plurale, sarebbe un po' più attenta; qualsiasi scelta strategica passerebbe al vaglio di più interessi.» Quali sono i settori che tirano? «Tirano bene - e su questo bisognerebbe riflettere - quelli legati al territorio. Quando portiamo sui settori globalizzati anche i nostri punti di eccellenza, perdiamo continuamente spazi di mercato, mentre nelle attività legate al territorio abbiamo più margini di difesa. Le costruzioni sono il vero volano che ha consentito in questi dieci anni di tenere quel, sia pure basso, ritmo di crescita. E, malgrado Parmalat e Cirio, l'agroalimentare. Tutte le produzioni di qualità della terra, dal vino agli agrumi, gli ortaggi; la produzione di piccole dimensioni; i distretti industriali ancora adesso sul mobile o sul tessile, a Prato o a Biella, e, sia pure con qualche problema, alcune filiere del Mezzogiorno. Questi reggono abbastanza bene. Regge, sia pure contraendo molto gli ordini, il tessile-abbigliamento e regge una parte della meccanica, quella che sta nel triangolo da Brescia, Vicenza, Verona all'Emilia Romagna. Là è concentrata la meccanica che funziona. Va bene la Merloni tra i gruppi. Invece abbiamo un grandissimo problema sulle aziende medie, medio-grandi - la Fiat sta come abbiamo detto, Parlamat... la Telecom ha difficoltà finanziarie. Le due più floride, Eni ed Enel, sono quelle che operano sostanzialmente in condizioni di monopolio. Ma debbono render conto al Tesoro dei profitti che si generano e questo può diventare un problema perché, se il Tesoro dice: tutti i profitti li date a me per ridurre il debito, un'azienda che deve espandersi, e quindi investire, può avere difficoltà serie. In conclusione le nostre imprese medio-grandi, tolta quella di Berlusconi, hanno tutte un problema.»
Insomma siamo destinati a non essere che un paese di piccola e media impresa, magari anche capace di innovazione di prodotto... «Ma anche attente alle ragioni del sindacato. Dove c'è qualità e innovazione il rapporto è più positivo».
Ma si può restare a queste condizioni la quinta potenza industriale del mondo? O è bene cessare di esserlo? Chi decide? C'è una politica economica? Si può avere una politica economica di un paese in un mercato globalmente liberalizzato? L'Unione europea nega un intervento pubblico che privilegi anche alcune scelte strategiche. Non pone né obiettivi di crescita, né di occupazione. Si affida al mercato, e i paesi europei oscillano fra protezionismo e crisi. Non dai troppa fiducia alla Carta europea? No, Epifani tiene fermo, non fosse che per un certo pessimismo se mancasse anche quella. «Stiamo ragionando molto sulla questione europea perché il punto delicato è che oggi non si va né avanti né indietro. Per questo diciamo: avere una Carta è meglio. Se si rimane allo stallo di oggi abbiamo due grandissimi problemi. Il primo è una moneta straordinariamente forte cui non corrisponde nessun livello di responsabilità politica. Nella storia moderna non era mai accaduto: la sterlina aveva dietro di sé l'impero inglese, valeva anche in India, valeva in Australia, valeva nel Canada. C'era dietro una grande realtà statuale. Noi invece abbiamo una moneta fortissima, una Banca centrale autoreferenziale e nessun potere politico di indirizzo di controllo.» Sì, anzi gli Stati Uniti ci strangolerebbero volentieri con la nostra stessa moneta, anche se l'interscambio si fa ancora soprattutto fra Europa e Europa. «Se fossi stato io a decidere in questi giorni, avrei ridotto il tasso di sconto sull'euro almeno di un mezzo punto. Non c'è pericolo di inflazione, sarebbe stato un ragionamento di interesse europeo. L'economia è un po' ferma, mezzo punto avrebbe aiutato. Non c'è un orientamento economico e istituzionale. Ed è gravissimo perché non esiste un ruolo tecnico della moneta a prescindere dal contesto economico.»
È quel che va dicendo Fitoussi da tre anni. «Esatto. E questo è il primo problema. Il secondo è che manca una cittadinanza europea. Oggi, o decidono i singoli Stati sulle proprie materie oppure demandano soluzioni alla Commissione o a un Consiglio tra i ministri dell'economia, industria e finanze. Ne vengono scelte che sono frutto di un compromesso tra i governi di quindici, domani venticinque, paesi e alle quali non corrisponde un potere legittimato, perché non ha un mandato se non derivato. Ma il mandato derivato è non controllabile, non verificabile, non giudicabile da nessuno. E siccome c'è un rapporto strettissimo tra potere, sovranità e caratteristiche della cittadinanza, significa che una vera cittadinanza europea non c'è. Non c'è governo pienamente democratico, non ci sono istituzioni democratiche, non c'è cittadinanza europea. Le tre cose si generano assieme. Il deficit di politica economica, o dell'immigrazione, della politica estera, della difesa ne consegue. Stare fermi in questa situazione è un disastro. La moneta resta l'unico collante d'Europa. E fin quando? In Europa già convivono monete diverse, ma come è accettabile che siamo insieme nella stessa istituzione, con doveri uguali, alcuni governi con la loro moneta e le loro istituzioni, e quindi una politica economica di cui rispondono al loro paese, e altri che non rispondono a nessuno? L'Inghilterra può decidere la sua moneta, la Svezia può decidere della sua e i cittadini possono mandar via quei governi, entrano nuovi paesi con le loro monete, e ci sono dodici paesi che hanno una moneta unica e non hanno istituzioni comuni. Si sta andando in modo avventuroso. Non si capisce verso dove. In questo guazzabuglio temo che si perda un'idea progressiva di Europa, temo che risorgano le identità chiuse. Sarebbe un fallimento del progetto.»
Romano Prodi sostiene che l'Europa era così rissosa e piena di difetti che l'unico modo di unificarla era partire dalla moneta. «Dirò di più. Finché c'è Prodi, il sindacato ha una possibilità. Domani arriva un presidente del centro-destra - e ce l'avremo - e noi con chi parliamo? Il sistema delle imprese non riesce a darsi una configurazione europea, una Commissione in mano alla destra non ha interesse a interloquire con i sindacati europei. E noi sindacati siamo una faccia della stessa crisi. Il sindacato tedesco è ripiegato sulla vicenda interna, la sua proiezione esterna è molto ridotta, l'unica battaglia che ha fatto è per superare il patto di stabilità. Il sindacato inglese, che oggi esprime il segretario generale della Ces, è diviso tra un'anima di sinistra e un'anima blairiana, che prevale (s'è visto sulla guerra, e si vede sull'Europa: va bene l'Europa ma non troppa). Il blocco scandinavo si mantiene forte ma come sempre fa gli interessi della propria area. In Francia il sindacato ha le note difficoltà, e anche in Spagna. Quindi il nostro livello d'azione in Europa è deficiente e corre il rischio di diventare ancora più basso. Dobbiamo fare i conti con un sindacato europeo che sarà probabilmente ancora più debole, mentre avremmo bisogno dell'opposto.»
La verità è che al sindacato occorrerebbe un'Europa che abbia una linea economica e che questa tenga conto dell'occupazione e neppur se ne parla. «Non si parla neanche d'un vero ruolo dell'Europa nei processi di regolazione dei mercati. Non si parla più neanche di politica dei redditi. Né delle grandi infrastrutture, dei collegamenti, di una rete. Non c'è niente.» Perché non sono i sindacati a prendere l'iniziativa d'un ritocco al Patto di stabilità, che lo stesso Prodi definiva `stupido', cogliendo l'occasione di farvi inserire dei parametri sociali? «La cosa più sconvolgente, dicevamo in segreteria, è che dopo la vicenda franco-tedesca, del Patto di stabilità, nessuno più parla. La Commissione rinvia Francia e Germania all'Alta Corte di giustizia, e basta. Cosa fare? Io penso che bisogna proporre di modificare quel patto introducendovi dei parametri non puramente contabili, investimenti, ricerca, spesa sociale …» E livelli di occupazione… «Questa può essere una proposta. Al congresso di Praga della Ces tirammo fuori il problema. Non credo che abbiamo la forza politica di ottenerlo, ma di rimetterlo un po' al centro dell'attenzione, questo sì.»
Non sarebbe il mestiere del sindacato, a dire il vero; non dovrebbero farlo le sinistre europee? All'inizio del suo mandato ne aveva parlato Jospin a Malmö, all'Internazionale socialista, ma i Partiti socialisti gli avevano risposto picche. E da allora manca un sostegno delle politiche di sinistra al lavoro. A quattro mesi dalle elezioni europee, non c'è un programma. Ce ne potrebbe essere uno e anche ambizioso, perché Prodi ha ragione di dire che l'Unione europea ha due volte i cittadini degli Stati uniti e un assai più grande bilancio complessivo e un patrimonio di lotte sociali senza confronti, tali che gli Stati Uniti ne hanno temuto la formazione. Avrebbe un fascino anche sui paesi terzi. E invece non se ne parla. Non è un'occasione storica? «Importante, e si corre il rischio di perderla.»
Nella preparazione del programma per le europee vi consultano? «Guarda, siamo in una situazione un po' strana. Ogni tanto ci chiamano. Ho scritto una lettera a tutti i partiti per chiedere un incontro, possibilmente unitario, sul programma. Vediamo se rispondono. A marzo faremo una conferenza dei quadri, a tre anni dall'altra di Roma, per fare il punto e rilanciare delle proposte.»
Anche sul piano nazionale, insisto, manca una politica economica. Prendiamo la vicenda dei trasporti: perché tocca alla Cgil insistere che occorre una politica istituzionale e finanziaria diversamente regolata? «Non c'è dubbio che tocca ai Comuni, tocca a chi amministra, tocca alle forze politiche in Parlamento.» Ma la sinistra ha accettato la linea delle privatizzazioni senza preoccuparsi di come sarebbero andate, in mano a chi, e come sarebbero stati difesi i lavoratori e gli utenti. La Francia è il paese che ha tenuto di più, privatizzando del servizio pubblico il meno possibile; l'Inghilterra c'è andata alla grande e il risultato è il disastro anche nell'efficienza.
Epifani non ha dubbi: «Il settore dei trasporti, tra tutti quelli privatizzati, è quello che ha avuto più problemi, è quello che andrebbe meno privatizzato. Per tante ragioni. Perché anche dove puoi liberalizzare - penso al trasporto aereo -, se non lo fai con regole forti sulla qualità e la sicurezza…».
Ma i più intelligenti e espliciti dei Ds sembrano determinati a chiudere con ogni protagonismo del lavoro, e quindi del sindacato; D'Alema punta davvero sul meccanismo di mercato e considera conservatore - già da due congressi - chi parte dal movimento operaio. È un processo che si scorge anche nella sinistra estrema. Anche Rifondazione nel suo congresso ha messo in secondo piano il lavoro anteponendovi i movimenti. «Salvo riscoprirlo quando vede che il lavoro...»
Il pericolo maggiore è che la parte di società che si sente lasciata dalla sinistra... «Butti a destra». Effettivamente da noi è già successo in parte del Nord con la Lega, ma meno che in Francia, quando un massiccio voto di protesta è confluito su Le Pen. Ed era proprio un voto di protesta: le attese deluse hanno dato ascolto al populismo, tipo Germania del '29. Che succederà se nel centro-sinistra prevale l'idea che il lavoro ha cessato di essere decisivo perché è un processo fatale della modernità? Epifani non smentisce e non commenta. È persuaso che lavoratori e sindacati siano una presenza forte e potrebbero esserlo di più, anche in relazione alla crisi industriale. «Ragionavo con Pezzotta su Parmalat, e si diceva che in qualsiasi azienda di altri tempi, un consiglio di fabbrica o di delegati avrebbe visto, capito quel che stava succedendo. Dobbiamo ricostruire anche nell'impresa un modello di relazioni in cui, dal sindacato ai lavoratori, ci sono poteri di controllo, di verifica. Se il controllo è solo esterno funziona poco.» Ma non c'è un pericolo di cogestione, se il sindacato entra in strutture di controllo? Gli organi di garanzia non dovrebbero essere esterni? È che non hanno funzionato, e non si capisce perché la Cgil difenda le banche: Tremonti attacca Fazio per pessime ragioni, ma perché voi difendete Bankitalia? «Trovo singolare che i problemi siano le banche. Il problema è l'impresa. D'Amato ha lanciato l'attacco alle banche, perché vuole occultare la responsabilità dell'impresa. Una responsabilità grande delle banche c'è, ma viene un secondo dopo. Delle responsabilità di Tanzi, del capitalismo familiare, si parla sempre meno; tutto il problema è Fazio. L'obiettivo va riportato dove è partito il disastro. Quanto al problema d'un pericolo di cogestione, abbiamo anche discusso e criticato una politica di contrattazione salariale nell'azienda legata ai risultati. Però se si potessero avere degli strumenti e delle sedi con cui mettere mano su quello che succede sui conti e sui bilanci ... Va riportata dentro l'azienda un po' della funzione di controllo. Dentro si corre un rischio di una integrazione. Ma estranei fino a questo punto vuol dire essere totalmente passivi.» Ricordo che verso la fine degli anni cinquanta un operaio mi ha detto parole che non ho più risentito: - È stata dura ma oggi sto un po' meglio. E domani starò meglio di oggi. «La vera differenza - dice Epifani -- sta nella percezione tra oggi ad allora. Si era partiti da una base di partenza materiale molto bassa e avevi per la prima volta una crescita di reddito fortissima. Ed è continuata fino al '65-'66. In sette, otto anni sono cambiate le condizioni materiali, la prospettiva di un futuro che avrebbe portato sempre di più. Più reddito, più occupazione. Oggi si parte da un reddito che il sistema non è in grado di assicurare. La vera radice, la vera spiegazione, il simbolo vero del declino del paese sta in questo.»
Già. Rispetto a due anni fa, al Congresso di Rimini, obietto, la vostra forza è diminuita. Siete andati indietro. Epifani protesta. «No, la Cgil cresce. Negli iscritti andiamo avanti, e da anni, ma adesso cresciamo tra i giovani, gli immigrati e le donne. La composizione degli iscritti assomiglia sempre di più al mondo del lavoro. Prima aumentavano i pensionati, adesso i pensionati sono fermi o addirittura arretrano ...» Si vede dalle tabelle che crescono anche un poco i cosiddetti `atipici', che mancavano quasi del tutto tre anni fa, ma non mi pare che la Cgil abbia per loro grandi proposte. «Qualche proposta di tutela ce l'abbiamo, ma è difficile lavorare fra loro a costruire una rappresentanza. Però la crescita c'è. Anche nel commercio, nei nuovi servizi. E cresciamo nella scuola in maniera impressionante: 10-15.000 iscritti l'anno non sono pochi; abbiamo fatto le elezioni delle Rappresentanze sindacali unitarie - ai giornali non interessa dar conto dei nostri successi - e con un quarto degli iscritti abbiamo preso oltre un terzo dei voti. Abbiamo probabilmente 12.000 delegati eletti. Sulla scuola facciamo battaglie importanti, lo sciopero, con i professori in piazza, che non so da quanto non avveniva. Quanti erano?... centomila, mai vista una piazza così, un entusiasmo…» La Moratti però non si ferma. «No, ma la stiamo contrastando a livello degli istituti. C'è tutto un lavoro dietro, non visibile, ma quotidiano.» (Si è visto pochi giorni dopo sul tempo pieno), ma incalzo con cattiveria: del resto la riforma l'aveva fatta il governo amico, con Berlinguer. Poi la Moratti peggiora e taglia i fondi. Epifani non si scompone: «Ha sbagliato, Berlinguer, sulla scuola e sull'università» .
Torniamo sui lavori precari e le loro forme selvagge: la demolizione dello status e dei diritti del lavoro dipendente è impressionante. Nei servizi e anche in alcune industrie, perfino fra i metalmeccanici, perfino a Brescia, il lavoro a chiamata si fa. Forse la mia è un'esperienza di un'altra stagione, ma l'erosione del lavoro, della figura del lavoro che sta avvenendo, mi fa paura. Fa più scandalo in Francia che da noi, penso al casino che sono riusciti a fare gli intermittenti, anche se è vero che essendo del mondo dello spettacolo potevano contare sull'eco dei media. Mi sembra che in Italia si fatichi di più a metterli assieme. E allo stesso interinale, che pure è contrattualmente più protetto giovani e non giovani si rassegnano a lavorarvi, e solo in esso, chiamati, se va bene, dieci giorni al mese. Neanche in cinquant'anni metterebbero assieme una pensione decente. Epifani ammette: «Fra tutte le forme di lavoro a tempo determinato l'interinale è odiosa perché non hai nessuna prospettiva. Ma, bada bene, curiosamente, abbiamo insieme i due fenomeni: la precarizzazione, con questa erosione dell'identità del lavoro, non solo sul piano dei diritti ma della percezione della vita, del proprio ruolo, della socialità, del futuro, ecc., e tuttavia nei nuovi lavori la parte più consistente è ancora a tempo indeterminato. I dati lo dicono indiscutibilmente». In tutti i settori? «Sostanzialmente sì. Ovviamente nel campo dei servizi un po' meno. Quella erosione di identità di cui parli non comporta un abbandono del contratto di lavoro a tempo indeterminato. In molte attività, passata una fase di selezione di cui queste forme di precarietà sono lo strumento proprio, i lavoratori vengono poi assunti a tempo indeterminato. Questo risulta dai dati aggregati. È così. La battaglia per un lavoro sicuro non è persa. Se si sviluppa un'iniziativa sindacale di qualità anche nel campo dei servizi, si può arginare l'erosione dell'idea di lavoro.»
Ma non ci sono, ad aggravare le cose, i processi di esternalizzazione? «Se in azienda facciamo politiche di qualità, anche l'esternalizzazione sarà di qualità. Ma sui lavori `nuovi' che cosa ci potrebbe aiutare, oltre all'affossamento della Legge 30? Una politica fiscale e contributiva che alleggerisca gli oneri fiscali e contributivi sui lavori più poveri, una vecchia idea di Delors che la Cgil ha riproposto in tutte le salse al vecchio governo, al nuovo governo, al centro-sinistra. Dove non hai produttività aggiunta per via dei processi tecnici e organizzativi - cioè in tutta l'area dei servizi alla persona, servizi di cura, turismo - dove non hai macchine né investimenti, ma tutte queste forme di lavoro che sono tante, crescenti e diversificate, non puoi imporre un carico contributivo alto. Devi andare a una fiscalizzazione di oneri che li faccia emergere dal nero e li regolarizzi. Ed è una battaglia sacrosanta.» In difesa delle fasce deboli? «Anche di sostegno all'aumento della domanda sociale. Si può rispondere alla necessità dei singoli o delle comunità e contemporaneamente aiutare questi lavori a emergere, a diventare decenti. Sto parlando di un milione e mezzo o due milioni di persone, questa è l'area interessata.»
C'è fra loro un inizio di sindacalizzazione? «Beh, fra le donne... sul lavoro delle pulizie e sul turismo ce l'abbiamo, certo. Quello delle donne che si occupano di servizi alla persona è un lavoro particolare, dovrebbe essere rivalutato; hai a che fare con l'altro, ne hai cura. Mi preme dire che delle politiche pubbliche, non particolarmente rivoluzionarie, aiuterebbero a fare un po' d'ordine e dare dignità a questi lavori. Mi chiedi: come fate? Possiamo farcela a condizione che il contesto esterno ci sostenga su un terreno, nel quale non ci sono forti margini di contrattazione. Devi avere politiche pubbliche che ti aiutano. La spesa sociale non aumenterebbe granche, sono cifre basse; una volta le abbiamo calcolate. È comunque una scelta che in un programma del centro-sinistra dovrebbe esserci.»
Torno al punto di prima. Due anni fa, a Rimini, avete lanciato, Sergio e tu, quattro sfide: contro la `riforma Biagi', contro la delega fiscale, contro quella della scuola e quella della previdenza. Non è che vi sia andata tanto bene. «Dal punto di vista dei processi legislativi, sulla scuola e con la Legge 30, il governo è andato avanti. Ha delle maggioranze che possono votare qualsiasi cosa. Chi ci critica non riflette sul fatto che questo governo ha una tale maggioranza che, se vuole, vince sempre. È la logica di maggioranze del genere. Tu obietti: il governo va avanti e vince. Non capisco la critica. È colpa del modello contrattuale? Il modello contrattuale ha una sua parte nell'orientare, ma mica ti impediva di prenderti tutta la produttività nei posti di lavoro. Lo consentiva. Perché è stata lasciata alle imprese? Perché non siamo riusciti a prenderla? Perché le condizioni di mercato, i rapporti di forza, la rappresentanza, la divisione ci hanno indebolito. Bisogna stare attenti quando facciamo le analisi; non possiamo prescindere dalle dinamiche reali che poi svuotano o riempiono i modelli. Anche nelle discussioni interne, a volte scambiamo lo strumento con l'obiettivo. Il fatto è che abbiano una industria di poca qualità, una proprietà che non regge alle tentazioni più facili. Possiamo tra noi dire il contrario, ma la sostanza è questa. Abbiamo retribuzioni un po' più basse perché abbiamo un sistema produttivo un po' più scassato. Allora, o ricostruisci politiche pubbliche di sistema, o la lotta non andrà oltre alla ribellione. Guarda quel che succede sul trasporto locale... o rimetti in campo politiche pubbliche che aiutano la crescita del settore, dell'occupazione, del lavoro e del reddito, oppure dovremo difenderci in condizioni sempre più difficili. In Italia avevamo i salari più alti nell'impresa grande. L'impresa grande non c'è più. Continuiamo ad avere salari buoni nell'impresa media di qualità. Ma il grosso dell'impresa non è di qualità e abbiamo salari bassi. C'è da stupirsi?»
Mi sembrate alquanto in difficoltà. «Io ti dico le cose come stanno, come le vedo, onestamente. Però quello che stiamo facendo nella contrattazione per riconquistare titolarità ai diritti, dei risultati dignitosi li sta avendo. Sulla Legge 30, ci siamo impegnati in una battaglia dura, contratto per contratto, stiamo opponendo una resistenza fortissima. I metalmeccanici passeranno, se pure con qualche mediazione. Ma è un fatto che oggi le imprese hanno un punto di forza in più, la Legge 30; quindi, oltre alla difficoltà del rapporto negoziale, hai in più che quelli hanno una legge che ti strangola. Se non arrivi al contratto ci sarà la legge. Questo è il punto. E non sono convinto - qui sta il mio dubbio - che la sacrosanta protesta dei lavoratori sia sempre e coscientemente e in massa, spendibile per una battaglia di riforma.» Pensi alla protesta dei lavoratori dei trasporti? «Sentono l'ingiustizia della loro condizione, non so se avvertono con la stessa forza che se non cambiamo il modello non c'è risposta alle domande che pongono. Rifletti su un punto. A un certo punto, durante la trattativa, il sindaco dice: ci pensiamo noi, vi diamo i soldi. Gli danno due lire in cambio di un cambiamento del diritto di sciopero e di modalità di lavoro inaccettabili. Ti dividono. Prende spazio il doppio livello, fra vecchi e i nuovi assunti: la Cgil l'ha sempre combattuto, sempre. Ci hanno chiamato conservatori. Oggi, gli stessi che ti spiegavano che era moderno fare il doppio livello ti dicono: che cosa avete fatto voi quando noi ci siamo battuti? E potrei continuare con centinaia di esempi. Ti attaccano da destra e da sinistra, contemporaneamente chiedendo di più e lasciando che si determinino condizioni più difficili per ottenerle. Da parte del governo c'è in questo una lucida idea politica.»
L'idea del governo è intanto ammazzare il sindacato e ricreare le gabbie salariali. «Esattamente. Noi siamo gli unici che teniamo su questi punti. Siamo qualche volta in difesa, in difficoltà, ma siamo gli unici che tengono su regole nazionali, contratti nazionali, progetti che rispondano a una logica di bene pubblico.»