Le proprie e le altrui trappole
AL LUPO AL LUPO!
Redazione
Succede talora a un ammalato tormentato da crisi ricorrenti di scrutare con apprensione il volto di parenti e amici convenuti intorno al letto di dolore per timore di sorprendervi l'affiorare dei segni dell'assuefazione, di una crescente rassegnazione e, perciò, di malcelato fastidio. Alla vigilia della chiusura in tipografia di questo fascicolo un analogo ritegno ci frena nel lanciare più alti i consueti allarmi di fronte agli eventi nuovi e gravi che nelle ultime settimane si sono cumulati ad aggrovigliare e accelerare la crisi italiana, senza poter indicare elementi certi per una prognosi più fausta e una terapia più efficace. Tuttavia, poiché - secondo gli impegni precedenti - dedichiamo gran parte di questo fascicolo alla pubblicazione integrale della discussione che «la rivista» ha aperto su se stessa, almeno per stornare il sospetto di un eccesso di autoreferenzialità, vulgo narcisismo, di ciò che accade in quest'ultima fase nel belpaese vogliamo dare non di più che un inventario ragionato, come promemoria per nessun altro che per noi e il lavoro nostro dei prossimi mesi.
1. Non era difficile prevedere che la decisione di Ciampi di rinviare alle Camere, per sospetta incostituzionalità, la `legge Gasparri' avrebbe accelerato uno scontro istituzionale più acuto. È infatti rapidamente intervenuto qualcosa di più pesante. Una sentenza della Corte costituzionale, impegnativa e ancor meno aggirabile da espedienti parlamentari, che dichiara illegittimo il cosiddetto `lodo Maccanico-Schifano'. Vi si è opposto da parte della maggioranza di centro-destra non una semplice critica - sempre legittima, quando, come in passato, rispettosa se non del merito certamente della fonte della pronuncia - ma un'esplicita delegittimazione del ruolo imparziale della Corte, fondata sulla denuncia della sua emanazione da un assetto politico, e da una maggioranza, diversi dall'attuale. Del resto, già dalla baita di Lorenzago era uscito un progetto di riforma della Corte che la gran parte dei costituzionalisti non aveva esitato a giudicare demolitore della natura super partes della sua giurisdizione.
Quello che era, e resta, un istituto di alta garanzia democratica nell'ordinamento italiano - cioè procedure e prassi nella elezione della Corte, più garantiste rispetto ad analoghe istituzioni di altri ordinamenti (ad esempio quello degli Stati Uniti) - viene ora indecentemente indicato come motivo di sospetto, proprio in ragione del fatto che essa la sottrae alla dittatura della maggioranza'. Se a questo si aggiunge la volontà subito rinnovata di ripresentare la stessa legge moltiplicandone i beneficiari, e poi la proposta di formare un secondo ramo del parlamento (il senato delle Regioni) liberato dall'onere di dover dare o negare la fiducia al governo ma con il potere di modificare il 90% delle leggi approvate dall'altro ramo, e ancora la facoltà in capo al presidente del Consiglio di sciogliere la Camera, infine la tuttora minacciata riforma dell'ordine giudiziario per limitarne l'autonomia, il circolo potrebbe considerarsi chiuso: dalla Costituzione liberal-democratica all'autoritarismo plebiscitario. Se un regime non c'è, il cantiere è aperto.
Tanto più difficilmente interpretabile è la tiepidezza sul punto e la confusione che regnano a sinistra, nella quale tuttavia - sotto il velo del `non basta dire no' - affiorano visibilmente afflati di conciliazione o, quando viene in campo lo scontro sociale, clamorose aperture.
2. Lo scontro sociale, appunto. Lungi dall'attenuarsi, si inasprisce e dilaga, continuamente alimentato dal secco peggioramento delle condizioni di reddito e di vita di settori sempre più vasti della società (il «Corriere della Sera» è alla terza puntata di una serie sull'impoverimento della middle class) e dalla minaccia brandita dal governo di chiudere di brutto la partita delle pensioni, cioè di fissare all'ingiù anche per i decenni futuri la curva del reddito delle classi lavoratrici.
Ma per quanto aspro e tutt'altro che congiunturale, il conflitto non riesce a trovare canali di espressione, sbocchi efficaci e risultati di qualche consistenza malgrado la persistente mobilitazione di massa e qualche faticoso recupero dell'unità sindacale. Sicché non sorprende l'improvvisa esplosione di una conflittualità spontanea - confortata peraltro da un largo consenso dei lavoratori - che risponde all'anomia delle controparti padronali con un suo proprio rifiuto del limite, che, pur scontando il rischio dell'isolamento, tuttavia incontra, se non la solidarietà, una inattesa tollerante neutralità in aree più vaste della società pur coinvolte dai disagi del conflitto. Segno che il senso dell'ingiustizia retributiva, e più generalmente la percezione di una crescente diseguaglianza è ormai penetrata nell'insieme del lavoro salariato e anche oltre. Incertezza, divisione e isolamento politico dei sindacati hanno finora impedito che questo senso diffuso di disagio sociale si traduca in una unitaria, poderosa spinta di lotta capace di fronteggiare l'aggressività sociale del governo. Se volessimo cedere a un sussulto di catastrofismo, potremmo ricordare la miscela di rivolta sociale e di crisi istituzionale che scavò la fossa ad altre repubbliche democratiche. O, più moderatamente, quel «Winter of Discontent» che nel 1979 segnò in Inghilterra il massimo del conflitto sociale e, a un tempo, il trionfo della Thatcher.
Sarebbe un'enfasi eccessiva, ma soprattutto tempo perso. Sull'inserimento di Di Pietro-Occhetto nella listone si leva una tempesta che rischia di scompaginare precocemente i progetti di Romano Prodi, ma quasi nulla, al massimo qualche brontolio, si ascolta quando uno dei maggiori leader di quella `sicuramente vincente' macchina elettorale divide i sindacati, sgambetta i Ds e apre al governo nientemeno che sulle pensioni e sulla natura egualitaria e solidaristica della contrattazione sindacale. E il voto parlamentare sulla `missione di pace' in Iraq è appena dietro l'angolo.
3. Il terremoto Parmalat ha da molte settimane riempito i giornali e dominato i palazzi della politica e dell'economia. Ma ormai è salito nei gradi della scala Mercalli. Applicarsi efficacemente alla identificazione delle varie responsabilità è affare della magistratura. Per gli altri, analisti e decisori politici, dedicarsi alla sempre più futile invocazione delle virtù riparatrici della `vera concorrenza' restaurata da una nuova ingegneria di `autorità di controllo' (che intanto consenta la resa dei conti fra `poteri forti'), puntare il dito sulla singolarità del `caso italiano' di un potente industriale di provincia, appare ormai non solo insufficiente ma fuorviante. Qui si tratta di un buco di decine di migliaia di miliardi, scavato nel corso di oltre un decennio, di un'avventura prima finanziaria che industriale, in collusione con le più grandi istituzioni nazionali e internazionali, pubbliche e private. C'è qualcuno che possa affermare che esse non ne fossero se non solidali, consapevoli, o che si possa trascurare il terreno su cui il gigantesco imbroglio ha potuto crescere e che ne ha nutrito le gigantesche patologie?
Basta rileggere gli scritti impietosi e geniali di storia economica di Schumpeter (in particolare il suo finale e problematico Capitalismo, socialismo, democrazia) per capire come e perché asimmetria dell'informazione, uso temporaneo del monopolio, selezione severa nella tosatura del parco buoi dei risparmiatori, illusioni deluse tra le quali si fanno strada successi geniali, truffe colossali ed elusioni sistematiche della legalità, segnino tutta la storia del capitalismo e abbiano alimentato uno straordinario motore dello sviluppo: la `distruzione creatrice'. E non è difficile neppure vedere come tutto ciò abbia assunto e continuerà ad assumere dimensione e caratteri del tutto nuovi in un contesto storico caratterizzato dalla finanziarizzazione, dalla globalizzazione economica, dalla crisi e dalla mercatizzazione della politica, dal controllo oligarchico di giganteschi apparati informativi, dal coinvolgimento massiccio degli istituti di autoregolazione (le società di certificazione) nel meccanismo della speculazione. Marcello di Cecco ha lucidamente spiegato anche il meccanismo congiunturale che vi si è aggiunto: lo scoppio della bolla speculativa, la riduzione drastica dei tassi di interesse, la crisi delle reti istituzionali che finora coprivano i buchi degli investimenti sbagliati in giro per il mondo, la pressione delle banche ansiose di trasferire i rischi sui risparmiatori, e il risparmio ormai non più interessato ai titoli pubblici e insieme timoroso di investire in azioni senza rassicurazioni bancarie e `autorevoli' persuasioni. In sostanza: Parmalat parla dell'Italia, e l'Italia parla del mondo. Anche Scalfari e, più prudente, Padoa-Schioppa sono arrivati a riconoscerlo: il 2003, anno funesto (senza trarne, a dire il vero adeguate conclusioni: en attendant Prodí).
Tutti e ciascuno, i fatti di un solo mese che abbiamo qui solo elencato pongono interrogativi nuovi e complicati, meritano una riflessione profonda e complessiva. Ma è già evidente quale, e di quale dimensione, siano i problemi che si addensano: crisi economica, sociale, istituzionale, di assetto del potere in un intreccio inquietante. È ridicolo aspettare, nel surplace penoso della manovra politica, le varie scadenze elettorali per capire e decidere che fare e attrezzarsi a farlo, né si può evitare il problema incombente fidando solo nei tempi lunghi del `nuovo mondo possibile'. Ci torneremo, per quanto ne siamo capaci, fino all'estenuazione. Come concludere per ora? Evitiamo di ripetere l'omelia mensile: l'appello a darsi una mossa, a non censurare e rinviare i problemi più aspri e urgenti. Di sederci cioè ancora una volta intorno a un tavolino a tre zampe per evocare lo spirito amato di una sinistra alternativa di cui riconosciamo le orme sulla sabbia ma di cui spiamo senza successo la materializzazione sulla scena della politica.
Vogliamo solo rifarci ad un appello, quasi un ammonimento, lanciato dal segretario della Cgil a un'assemblea recente della sinistra Ds e poi caduto in un rispettoso silenzio. Un appello diretto alla sinistra politica, perché a lei il problema compete: dovete subito ricominciare da capo nel lavoro di costruzione, a partire dal programma, di una proposta alternativa, realistica ma coerente, unitaria ma vincolante. Al livello, aggiungiamo noi, dei problemi reali e della loro dimensione: altro che il `manifesto di Prodi'.
Purtroppo, quel segretario, con le sue proprie incertezze, è a capo di una grande campo di forze, intorno a cui i nemici stringono assedio e gli alleati (?) tendono trappole.