I settant'anni di Augusto Graziani
UN KEYNESIANO ETERODOSSO
Riccardo Bellofiore
1.Nell'anno che si è appena chiuso si sono svolti due convegni in onore di Augusto Graziani, per il suo settantesimo compleanno. Il primo si è svolto a Napoli in maggio, organizzato da Richard Arena e Neri Salvadori; il secondo a Benevento a dicembre, organizzato da Riccardo Realfonzo e Giuseppe Fontana. In quel che segue, ci limiteremo a ricordare il profilo della riflessione di Graziani, e faremo qualche accenno al modo con cui nel suo pensiero si presenta l'intervento dello Stato.
2. Graziani è uno degli economisti più impegnati nella formulazione di un pensiero alternativo, tanto in economia teorica quanto in politica economica. Forse da principio in forma non pienamente cosciente, i suoi scritti, su entrambi i terreni, hanno visto un allontanamento dai canoni dell'ortodossia. La formazione è a Napoli, dove si laurea nel 1951 con Giuseppe Di Nardi. Seguono soggiorni di studio all'estero: a Londra, dove conosce Lionel Robbins, e negli Stati Uniti, dove subisce l'influenza di Wassili Leontief e di Paul Rosenstein-Rodan. Poi, il legame con Manlio Rossi-Doria e la collaborazione dal 1959 al Centro di specializzazione di Portici; e la collaborazione a «Nord e Sud» diretta da Francesco Compagna.
Gli studi tanto `teorici' quanto `applicati' di Graziani hanno da subito una coloritura personale. Il primo volume è Equilibrio generale ed equilibrio macroeconomico (Esi, Napoli 1965). Sono anni in cui la teoria neoclassica viene attaccata con successo, imputata di errori logici nella teoria del capitale e della distribuzione. Quella critica viene ad erodere la base della riconduzione delle quote distributive ai vari `fattori della produzione' secondo un loro contributo marginale alla produzione, una `compatibilità' da rispettare pena la rottura dell'equilibrio naturale del sistema. Graziani ha sempre preferito, sin da quel suo primo libro, percorrere una strada diversa. Infatti, in quel testo l'equilibrio economico generale (istantaneo) walrasiano viene difeso, ritenuto più aderente all'andamento del mercato dei modelli macroeconomici di sviluppo proporzionale allora in voga. Graziani opta semmai per la messa in discussione degli assunti di base della teoria ortodossa, di cui rifiuta la definizione iniziale del mondo economico e sociale come popolato di individui tutti eguali, dove i consumatori sono i sovrani ultimi, la tecnologia esogena, la moneta neutrale. Sono i grandi gruppi sociali a contare, e il potere delle imprese a imporsi in un mondo di permanenti squilibri e conflitti.
Questa idea regge anche i lavori più legati allo studio dello sviluppo economico italiano. Esce nel 1969 Lo sviluppo di una economia aperta (Esi, Napoli 1969). La competitività di una economia non dipende dalla dotazione dei fattori e dai vantaggi comparati. È la scelta di entrare nel mercato mondiale a imporre l'adozione delle tecnologie necessarie, che determinano la dinamica adeguata della produttività, e la forza-lavoro da occupare, che può godere di salari relativamente elevati. La forza-lavoro residua dovrà trovare occupazione nel settore che produce beni e servizi non commerciati all'estero, in un circolo di bassa produttività e bassi salari. Sviluppo e squilibrio dell'economia italiana si configurano come aspetti inseparabili di un meccanismo unitario. Il `dualismo' è aggravato dallo sviluppo `trainato' dalle esportazioni in quanto processo spontaneo, portatore di conseguenze tanto positive quanto negative.
3. Gli anni settanta vedono una radicalizzazione del pensiero di Graziani. Il nostro autore scompiglia il quadro statico del confronto teorico spostando il discrimine tra ortodossia ed eterodossia dal terreno consueto della teoria del valore - `soggettivismo', alla Walras o Marshall, versus `oggettivismo', alla Ricardo - ad un terreno meno esplorato, quello del ruolo della moneta nell'economia capitalistica. Di questo approccio, il frutto più maturo è il manuale in due volumi, Teoria economica. Prezzi e distribuzione (Vol. I) e Macroeconomia (Vol. II) (Esi, Napoli 2000, V^ ed.), che ripercorre la coesistenza conflittuale della visione `compatibilista' e di quella `conflittualista', con una attenzione particolare nella seconda per il filone monetario.
Lo sforzo di Graziani è stato quello di ricostruire su basi solide la linea di indagine che vede nel capitalismo - come recita il suo libro appena pubblicato dalla Cambridge University Press, «una economia monetaria di produzione» (The Monetary Theory of Production, Cambridge University Press, 2003). Il lontano antecedente è Marx, ma i riferimenti più appropriati sono autori come Schumpeter e Keynes, e prima di loro Wicksell. Una discendenza teorica che si separa dalla linea dominante innanzi tutto per il muovere dai grandi soggetti macro-sociali (sistema bancario, insieme delle imprese, lavoratori salariati), e per il porre l'accento sul potere e sul conflitto. L'elemento chiave è la disponibilità di mezzi monetari di pagamento cui le classi hanno accesso differenziato. La produzione entra nell'economia perché le banche finanziano la classe imprenditoriale, consentendo alle imprese di mettere in moto la produzione o di promuovere innovazioni.
Partendo di qui, Graziani raggiunge una serie di conclusioni originali. L'accesso privilegiato alla moneta(-credito) diviene fondamentale per la distribuzione del reddito tra le classi: gli imprenditori determinano i beni resi disponibili ai lavoratori. Aumenti dei redditi monetari possono rivelarsi incapaci di modificare il benessere reale, se non cambiano le scelte di banche e imprese. Alla proprietà azionaria delle famiglie o all'indebitamento delle imprese verso di loro non corrisponde un autentico controllo sulle decisioni reali. A essere cruciali sono la disponibilità di credito bancario, che può limitare la produzione e l'investimento, e il relativo tasso di interesse, che costituisce una sottrazione al profitto lordo.
È naturale che sia questo `fuoco' a regolare il punto di vista di Graziani nell'analisi dell'economia italiana (si veda la sua antologia per il Mulino, in tre edizioni, e poi Lo sviluppo dell'economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta unica - Bollati Boringhieri, 1998). I giudizi `fuori dal coro' non mancano. Negli anni '70 dietro l'apparente `stallo' tra le classi si attua una ristrutturazione dentro e fuori la grande fabbrica, che erode i punti di forza del conflitto operaio; poi, la redistribuzione del plusvalore a favore delle banche; infine, il circolo che conduce dall'inflazione alla svalutazione differenziata, dalla scala mobile al drenaggio fiscale, sino a una spesa pubblica funzionale alla trasformazione delle imprese. Negli anni '80 l'adesione allo Sme, la fine della programmazione, l'attacco alla scala mobile sono visti come tappe di un disegno della classe dominante che produce la modernizzazione `dipendente' del paese al prezzo della rinuncia all'autonomia tecnologica. In questo quadro, l'esplosione dei disavanzi nel bilancio pubblico favorisce il risanamento finanziario delle imprese, gli alti tassi di interesse tengono alto il cambio e promuovono la ristrutturazione.
Il fallimento della programmazione non è dovuto a limiti categoriali o tecnici. Semmai, gli obiettivi di politica economica reali erano diversi da quelli dichiarati, il sostegno politico carente, la base sociale presto frantumata.
4. Può essere interessante chiederci cosa suggerisca questo modo di ragionare ora che, a suo modo, il `ritorno' del keynesismo si impone con la forza delle cose, sia pure da destra - con Bush, Berlusconi e la crisi del Patto di stabilità. La fiducia di Graziani nell'efficacia della politica monetaria è alquanto limitata. La spesa pubblica in disavanzo, finanziata monetariamente, è invece utile per sostenere i profitti. Tutto ciò, però, influisce favorevolmente sull'occupazione senza alcun meccanicismo, a seconda delle scelte autonome di imprese e banche. Né vi è una ricaduta positiva automatica sulla distribuzione del reddito per i lavoratori. Le scelte reali delle imprese sono indipendenti dai redditi monetari distribuiti alle famiglie, tramite il salario o per via della politica della tassazione e dei trasferimenti.
Se si vuole intervenire sulla distribuzione reale a favore dei redditi da lavoro, e se si vuole incidere non soltanto sul livello dell'occupazione ma anche sulla sua allocazione e qualità, occorre fare ben altro. Non è un caso, ci pare, che Graziani sia stato sempre favorevole a una politica industriale attiva da parte dello Stato. Ed è sicuro che la sua prescrizione di politica economica non si limita a invocare un incremento della spesa pubblica puro e semplice. L'economista napoletano ritiene giustificato il consiglio paradossale di Keynes nel mezzo della Grande crisi: meglio scavare buche per farle riempire di nuovo, piuttosto che lasciare lavoratori disoccupati. Non di meno, quando le carenze dell'apparato produttivo sono profonde e i bisogni collettivi gravemente insoddisfatti sarebbe grave non vagliare accuratamente ogni spesa, sarebbe uno spreco non dar vita a una composizione della produzione socialmente utile e produttiva. Se si vuole assicurare ai cittadini la disponibilità reale di specifici beni e servizi, il governo non può operare né per il tramite di sussidi e detassazioni, né semplicemente aumentare la domanda che rivolge alle imprese. Deve piuttosto provvedere in termini reali quei beni e servizi, e deve farlo direttamente in natura.
L'intervento diretto dello Stato è per Graziani essenziale anche sul terreno degli investimenti strutturali. Quando si devono modificare radicalmente le condizioni di produzione, introdurre tecnologie dapprima ignote, aprire agli investitori nuovi orizzonti di lungo periodo, la concorrenza e l'iniziativa privata non bastano. È necessaria la decisione pubblica. L'efficienza del sistema produttivo privato e del mercato finisce con il dipendere dall'azione pubblica. Un keynesismo forse eterodosso, ma di cui certo abbiamo bisogno oggi più che mai - quando la politica di disavanzo è diventata la bandiera di Bush e Berlusconi; e l'attacco all'autonomia della Banca centrale e la ripoliticizzazione del sistema bancario, l'evidente obiettivo di Tremonti.