numero  46  gennaio 2004 Sommario

L'ultimo libro di Marco Revelli

LA PERDITA DELLA POLITICA
Rossana Rossanda  

L'ultimo libro di Marco Revelli 1 segna il punto finale del corpo a corpo, lungo più di un decennio, con la politica: essa è perduta. È stato un rapporto appassionato e assillante, dalla milizia alla V Lega di Mirafiori negli anni '70 e '80 all'impegno istituzionale al Comune di Torino, che lo ha bruscamente interpellato sui paradigmi cui anche la molto amata ascendenza paterna - Nuto Revelli non è un padre come gli altri - lo aveva formato. Non si tratta d'una delusione esistenziale, dalla quale molti si ritirano nel privato, né di una rancorosa attribuzione degli esiti disastrosi delle sinistre a una imperfetta, quando non corrotta, direzione dei leader: è ormai un dubbio radicale sulla possibilità d'una politica non degenerativa. Quale ne è il vizio originario?
A Marco Revelli non basta fare il processo al Pci che è proprio di gran parte delle sinistre radicali - disamato perché incerto e compromissorio, ma negli anni '70 e '80 ancora portatore d'una qualche consistenza morale cui gli epigoni sono venuti meno. È ben altro. Prima di tutto lo sbiadirsi delle differenze di principio nella idea di società che distingueva destra e sinistra: nel 1996 Revelli scrive Le due destre 2 irritando non poco i diesse. Decisiva è poi l'esperienza al Consiglio comunale di Torino, quando non riesce a impedire che la giunta tutta di sinistra di Venaria Reale mandi le ruspe a demolire un campo di zingari, senza offrire loro alcuna alternativa, per cedere agli istinti peggiori del vecchio paese. E poi viene la stretta fra due orrori: la pulizia etnica e la guerra del Kosovo, disastri della sinistra anche quelli.
Ci deve essere un errore di fondo che si dispiega nelle crudeltà del secolo scorso, tanto più insostenibili in quanto veicolate dalle ideologie più o meno progressiste che romperanno le ossa a milioni di uomini. In Oltre il Novecento 3 il passo è fatto: all'origine delle degenerazioni sta la torsione utilitaria, produttivistica che privilegia nella specie umana il `fare' prima dell'`essere', l'homo faber che piega la natura, se stesso e i suoi simili a strumento del produrre, fino a costruire quel superoggetto spersonalizzato che è la tecnica, finendo con il perderne il controllo. Il modo capitalistico di produzione ne è un frutto, non è vero l'inverso, anche se poi esso si rivela il massimo acceleratore delle tecniche - molte delle quali omicide, nessuna innocente. Le tecniche per produrre e potere di più sono la faccia vera del progressismo; sono esse a indurre anche la sinistra, sorta per rendere più giusti i rapporti fra gli uomini, a posporre il suo fine originario alla produzione di beni, in nome di una utilità collettiva cui sacrificare le singole creature umane. L'etica del lavoro è insita nel movimento operaio. Appartiene al totalitarismo di destra e a quello di sinistra, per diverse e opposte che ne siano le intenzioni. Questo rende terribile il Novecento - si parte dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e si arriva ai gulag, il cui risultato in distruzione di corpi non è diverso dai lager tedeschi. Revelli stigmatizza il secolo scorso come il più feroce che il mondo abbia conosciuto.
Dove trovare dunque un `fare sociale' che persegua un più di umanità, che - come ebbe a dire in un lungo colloquio di gruppo dove cercammo di intenderci - `cristianizzasse' l'agire collettivo? Lo individuava nel solidarismo molecolare, nell'impegno volontario, nell'aiutarsi diretto da persona a persona, sfuggendo a organizzazioni verticali e discipline pericolose. Era la spinta a lavorare `per', non `contro', che stava dilagando nella società avanzata, fuori dalla politica, e avrebbe dato vita anche al movimento che da Seattle avrebbe segnato tutto l'Occidente. E del quale Marco apprezza l'immediatezza e la natura diretta delle relazioni, temendo ogni fretta di darsi organizzazione o coordinamento che esso viene qua e là esprimendo.
Se questo era e resta l'approdo pratico, l'interrogativo teorico di Revelli va oltre e approda all'ultimo lavoro. Perché ogni politica degenera? Perché fallisce la politica della modernità, che è poi in senso proprio la politica? La sua risposta è radicale: perché si illude di metter fine al male. Crede, come gli antichi e come il fondatore della politica moderna, Thomas Hobbes, che il male sia un frutto della sregolatezza dell'umana natura, quella che alcuni chiamano il suo residuo ferino, e che ad esso una organizzazione razionale e convenuta dei poteri può essere opposta, in modo da reprimere i suoi guasti e reindirizzare gli uomini al bene collettivo anche con la coazione, il terrore a buon fine dello Stato, che toglie la violenza dalle mani dei sudditi e se ne attribuisce il monopolio.
Errore drammatico, scrive Revelli. Il Male non è un attributo, è un soggetto che va con la creazione e prima di essa, è fuori dell'umanità e vi incombe, l'opposto di Dio e che Dio permette. Non lo si può disarmare, si possono opporgli soltanto gli aiuti che l'uomo può dare all'uomo, la creatura alla creatura. Il Male è nel mondo, il mondo è del Male. Non a caso La politica perduta parte dal Libro di Giobbe e dalla sua lotta con Dio affinché gli dica perché proprio lui, uomo giusto e fedele, sia colpito da sciagure e dolori atroci nell'esistenza, nei beni, negli affetti e nel corpo, fino a essere ridotto a una miserabile larva pustolosa e priva di tutto. Gli amici e i saggi cercano di persuaderlo che qualcosa di peccaminoso deve pur aver fatto, secondo il principio retributivo che sta in tutto il Vecchio Testamento, e cui, se mai, fa eccezione qualche volta il perdono di Jahvé. Ma Giobbe sa che no, che non ha meritato queste sofferenze, delle quali il non capire la ragione non è la meno acuta; per questo interpella fin aspramente il suo signore, vuole conoscerne la ragione. E Jahvé appare, credo per l'ultima volta nel Libro, fra luci e tuoni come gli si conviene, rinviandolo alla sua pochezza: come osa lui, un uomo, un nulla, incapace di qualsiasi creazione, interrogare il creatore? Scrutare i fini dell'onnipotente? La rivolta di Giobbe cade, azzittita e annichilita: non chiederò più nulla. Allora sarà ricompensato, o almeno così suonano le parole finali forse aggiunte a un testo di complessa sedimentazione. Non c'è risposta alla sua domanda: il Male è un mistero. Il lettore sa, ma Giobbe no, che Jahvé ha scommesso sul suo servo con Satana.
Ma così inevitabile è la presenza del male che quando i moderni cessano di pretendere il sigillo di Dio sui poteri, e, a partire da Thomas Hobbes, l'uomo si dà un governo tutto terreno, che dovrebbe per sua propria potenza impedire il male che starebbe nell'umano, con lo Stato costruirà un mostro: il Leviatano. Hobbes ne ha e non ha contezza, se gli dà, appunto, il nome d'uno dei due colossali mostri evocati nella reprimenda di Jhavé a Giobbe. Soprattutto ne evoca la forza, superiore a quella di singoli uomini, fatto da loro ma è più d'una loro somma. La restituzione del potere al popolo avverrà con la Rivoluzione francese. Ma anche con essa, lo Stato manterrà qualcosa del Leviatano, il monopolio della forza e della violenza, e con ciò, scrive Revelli, diventa un mostro e un mostro inutile: perché si propone di reprimere il disordine delle passioni terrene, che hanno ben altra e misteriosa origine. La politica moderna, `secolarizzando' un potere che è solo (e ancora) divino nasce tarata da questo fondamentale errore. Non solo non sconfiggerà il male ma finirà con l'esserne una forma nefasta. La politica perduta comincia con le immagini del Teatro Dubrovka di Mosca, dove alcune figure femminili nerovestite giacciono abbandonate nella morte che volevano dare (e non hanno dato), uccise dallo Stato russo assieme con i loro ostaggi - lo Stato è più crudele di loro. E si chiude con le parole di padre Balducci e le pratiche di `ascolto' dell'altro, di `internalizzazione dell'altro' che già iniziano a por fine a una collettività umana consegnata ai Leviatani. I movimenti per la pace e i no-global ne sono i primi bocci. Revelli non ignora le difficoltà di fare di queste relazioni un tessuto in grado di modificare i rapporti fra i poteri, ma spera, indica una strada.
Difficile opporre al suo ragionamento una obiezione che gli sia interna: se il Male esiste come mistero, non resta che ritirarsi, come Giobbe. In nessun caso è terreno percorribile dalle politiche. Vi si fa fronte con le virtù teologali che le politiche non frequentano - fede, speranza, carità. E non ha gran senso avanzare delle obiezioni storico-filologiche alla sua ricostruzione della politica degli antichi e dei moderni, la sua è una interpretazione sorretta da un senso. Così si può discutere del Libro di Giobbe, come hanno fatto sia l'ortodossia sia il pensiero laico: quel Dio, così simile a un qualsiasi Zeus, può essere salvato soltanto dalla non risposta, dal mistero. Oppure, come è avvenuto in questi anni con la tesi dell'impotenza di Dio («Quale dio dopo Auschwitz»). Troppi sono gli autori che con esso si dibattono, tanto la sua immagine appare, più che misteriosa, opaca di fronte all'altezza sofferente dell'interrogativo di Giobbe. Ma è un'obiezione appunto filologica: né con Dio né con il Male con la emme maiuscola la politica, tutta umana e terrestre e intrisa della finitezza delle creature, può contendere. E infatti alla secolarizzazione propria del Leviatano, per dirla con Schmitt, si opporrà soltanto la Rivoluzione francese, della quale quel che resta non è il breve tentativo di divinizzare la Ragione ma lo scendere, per dir così, sul terreno delle regole e degli dei minori, che sono la repubblica, la nazione e i principi del diritto - un dover essere che sa bene di volare qualche metro al di sopra della realtà, ma di non avere nulla di sacro.
Le politiche moderne guardano ai mali piccoli e finiti come chi li compie, anche quando devastano, perché è della impaurita umana natura distruggere per difendersi o anche solo per prevalere. Nulla per cui chiamare in causa il mistero, tutto per impedirci una fuga dalla responsabilità. Gli orrori del Novecento non sono opera diabolica, ma nostra. La potenza della tecnica non è sovrumana, come vorrebbe anche Heidegger. Quel che abbiamo fatto è nelle nostre mani, non possiamo cavarcela. Chi pensa come la sottoscritta non deve vedersela con Satana. Se mai contrastare i molti autori cui terrore e tremore davanti a sacralità inaccessibili dello stesso dato umano permettono di sfuggire alla possibilità/necessità di farvi fronte.
A questa visione molto terrena, gli errori e i delitti della politica appaiono umani, fin troppo umani - non meritano la chiamata in ballo né di Jahvé né di Satana.
È un'altra visione della vicenda storica. La perdita della politica non è fatale. Quella attuale ci costringe a fare i conti con qualcosa di molto introiettato che riguarda il nostro rapporto con i meccanismi del potere cui abbiamo permesso di installarsi. In questo non seguo né Revelli, né chi si richiama a fondamenti così lontani da essere inafferrabili, né a quella parte del pensiero femminile che, essendo stato tenuto fuori dalla scrittura dei codici, non li riattraversa. Certo battersi con i poteri sedimentati nella modernità è una dura operazione. Ma non perché sia misteriosa. Sono semplici le cose che dovremmo interdire - penso alla guerra. Ma non sappiamo farlo. Non sappiamo che marciare o testimoniare contro, o aggrapparci a diritti che credevamo sicuri. Ma raramente ci chiediamo che cosa li ha resi inerti, e non dalla parte della barbarie ma proprio in quell'Occidente che li aveva scritti. Se gli Stati Uniti sono oggi il Leviatano che piomba con la sua forza in Medioriente, alimentandone invece che distruggerne i mostri, non è anche perché glielo consente il modo di vita privilegiato che il loro sistema rappresenta e cui neppure noi rinunciamo? Non rinunciamo ai consumi (petrolio incluso), alle sicurezze, alle posizioni di rendita, ad andare a Parigi in aereo invece che a piedi, insomma alle potenzialità di vita oltre che di morte che le tecniche ci aprono. Potenzialità anche di essere solidali: il net è tipico. Ambiguo, ambivalente.
Qui però si potrebbero congiungere alcuni fili. Quelli che vedono i no-global e che praticano le solidarietà dirette con quelli che vedono lo strutturarsi dei grandi poteri politici, militari ed economici che dai no-global sanno difendersi e della solidarietà sanno persino servirsi. Questi poteri sono naturalmente il mio Leviatano; non vedo come una cristianizzazione molecolare potrebbe disgregarlo. Ma è vero che non si vede neppure un'azione politica capace di far tesoro dei suoi errori e delle esperienze altrui. Semplicemente, come m'è già successo di scrivere sul Novecento, il secolo che Revelli aborrisce, mostra a me un'altra faccia, nella fine delle masse rassegnate e corvéables à merci, la cui devastazione e disperazione neppure era visibile sulla scena storica.
In un dibattito non so quanto utile che, in occasione del primo decennio dello zapatismo, si chiedeva quanto esso fosse la nuova politica, e quindi esportabile in Europa, Mario Tronti osservava con buon senso che si tratterebbe, più che di contrapporre, di ascoltare i processi accidentati della politica moderna e le nuove pratiche dal basso piuttosto che contrapporle: uno sguardo un poco più distante, come quello che consiglia Carlo Ginzburg, coglie il filo comune d'un rifiuto della potenza degli uni sugli altri. Potremmo impedire alcuni mali - il Male restando fuori portata, come la sua parente più prossima, forse la sua stessa figura, la morte.


note:
1  M. Revelli, La politica perduta, Einaudi 2003.
2  M. Revelli, Le due destre. Le derive politiche del postfordismo, Bollati Boringhieri 1996.
3  M. Revelli, Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi 2001.


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