numero  46  gennaio 2004 Sommario

Le elezioni americane

I VERI COLORI DI CLARK
Matt Taibbi  

Nello sguardo di quasi tutti i candidati democratici si intravede una luce: la combattività in Howard Dean, l'idealismo in Dennis Kucinich, e persino (sorprendentemente) il sottile senso dell'humour che è sotto la superficie di Joe Lieberman.
Ma non in Wesley Clark. Il suo sguardo è vuoto. Come una testuggine immobile su una pietra in mezzo a uno stagno, sembra non muoversi mai, per quanto si resti lì a fissarla. Ma improvvisamente, proprio mentre stai per raccogliere i resti del picnic e tornare a casa, lo vedi: la testa sbuca fuori, e lui scivola giù nell'acqua… Whitefield, New Hampshire, 25 ottobre. Quattro candidati, Kerry, Dean, Kucinich e Clark 1, parlano nello Stato del New Hampshire e ai dirigenti dei sindacati nazionali alla conferenza annuale del sindacato Afl-Cio di quello Stato. Lo scenario è incantevole, un hotel di lusso alla Shining 2 chiamato Mountain View Grand Resort & Spa, sospeso su una collina all'estremità nord della catena delle White Mountains. Con il maltempo, la polizia ci metterebbe delle ore a raggiungere la scena del delitto. «Manca soltanto il labirinto di siepi», ha esclamato Gail Kinney, rappresentante dell'Unione nazionale degli scrittori.
Ogni candidato aveva mezz'ora per intervenire e rispondere alle domande della platea sul tema del lavoro. Kerry è stato il primo ed è andata così così; poi ha parlato Dean, ed è andata un po' meglio. Kucinich è stato la vera stella, suscitando applausi strepitosi; sembrava il secondo avvento di Sam Gompers 3. In fondo alla lista, lo sconosciuto: Wesley Clark. E che intervento curioso.
In una stanza piena di persone in giacchette di satin ricamate con gli acronimi dei sindacati, Clark è entrato accompagnato da un paio di fans con giacche rosso lucido del Vfw4. Con un'aria apparentemente infastidita, ha iniziato un breve discorso pieno di metafore militari: «Starò sul sentiero di guerra per mettervi fine», «dobbiamo attaccare sul fronte dell'occupazione» e così via. Poi, mentre proseguiva l'intervento, è diventato spaventosamente chiaro che la nozione che aveva Clark di lavoratore si confondeva con quella di soldato. «Trovandomi qui oggi, posso dirvi che nell'esercito sappiamo che ogni unità non è mai migliore di ogni sua squadra», ha detto. «I generali non erano migliori dei soldati. Quando indossi l'uniforme, fai parte di una squadra…».
Le teste si sono girate di qua e di là, con aria sconvolta, durante tutto il discorso. Di cosa diavolo stava parlando? Ma Clark proseguiva imperterrito. Ha cominciato a citare la sua biografia, sottolineando che l'esercito gli aveva permesso di «essere tutto ciò che voleva essere». Cinque minuti dopo, lo ha detto di nuovo: «Ogni elemento di questa società deve ricevere il sostegno necessario per essere tutto ciò che vorrebbe essere».
Terminata la conferenza, gli sono corso dietro nel parcheggio: - Generale! - gli ho chiesto - non starà pensando seriamente che sii tutto ciò che vorresti essere possa essere lo slogan della sua campagna? Lui mi ha sorriso, poi mi ha dato un colpetto col gomito, forse pensando che stessi dalla sua parte in questa storia. - Figliolo, mi ha detto, questo è lo slogan della mia campagna. In seguito, un dirigente sindacale, ridendo, mi ha detto: - Adesso lo sai, sarà la Campagna del numero Uno!
Ho fatto di tutto per realizzare un servizio su Clark, addirittura rinunciando a una discreta quantità del tempo prezioso che mi è concesso su questa terra per offrirmi volontario, sotto falso nome, nella sua campagna. Erano necessarie misure estreme, poiché risolvere l'enigma di Clark non è cosa da poco. Non è facile spiegare come può un uomo che ha votato per Reagan e Nixon, che scriveva i discorsi per Al Haig 5, che ha lavorato alla Casa Bianca di Ford al fianco di Dick Cheney e Donald Rumsfeld, e accanito sostenitore della guerra in Vietnam, sia diventato un beneamato della folla liberal contraria alla guerra. Trentacinque anni fa, centinaia di migliaia di persone si riversarono furiose nelle piazze, occuparono le università e cacciarono un presidente dalla Casa Bianca, tutto a causa di individui come Wesley Clark.
Oggi, davanti a quelle stesse persone, Clark si presenta come il Cavaliere Bianco, in versione moderna, e viene accolto a braccia aperte. Attrae più o meno lo stesso tipo di gente di Howard Dean, con una leggera differenza. La folla di Dean si definisce consapevolmente una forza politica. Quando Dean esclama ai suoi fan: «Voi avete il potere!», loro strillano come anime in pena, producendo un effetto emotivo che ricorda i raduni di Mike Dukakis 6. Il rituale consueto della campagna di Clark consiste in un gruppo silenzioso e servile di supplici, con gli occhi umidi puntati sul loro Cesare salvatore. Qui si tratta solo di cedere il potere, non certo di acquisirlo.
Nella campagna di Clark, l'immagine del valoroso guerriero che accetta riluttante l'alloro offertogli da un moto di favore popolare viene espressamente incoraggiata, soprattutto dallo stesso Clark, che non nasconde di essere un appassionato di questa storia. Durante una conferenza stampa a Concord all'inizio di novembre, Clark ha scherzato sul fatto che «dal tempo di Cincinnato non c'è più stato un vero moto di favore popolare».
Clark cita spesso Cincinnato, il buon dittatore romano che, ormai vecchio, sconfisse i barbari Equi e salvò l'impero. Ci sono tantissimi ovvi paralleli. Se ci pensate, gli Stati Uniti di Thomas Jefferson sono un paese dove la gente dovrebbe desiderare ardentemente un dittatore benevolo. Detto questo, l'immagine di Cincinnato mi sembra una sorta di esca: il trono cui aspira veramente Clark è quello di Cesare. Dopo averlo visto salire sul podio, con ritrosia, annunciato da un veterano del comitato di sostegno, scuotere la testa e dichiarare: «Mi hanno reso davvero impossibile dire di no»; dopo aver visto questa scena, cinque o sei volte, non hai più nessun dubbio sull'attore che la recita.
Istantanea della campagna elettorale di Clark. Nashua, New Hampshire, 21 ottobre. Quel giorno Clark aveva in programma di definire un «indirizzo economico primario»; ma il discorso programmato è saltato per un disturbo che lo ha lasciato senza voce. Per sfruttare il tempo disponibile, lo staff di Clark ha programmato uno dei classici eventi `che si vedono ma non si sentono', che moltissimi candidati prediligono: la `passeggiata in città'. Il generale sarebbe andato a zonzo per i negozi di Nashua, lasciando che la stampa scattasse foto sensazionali, riprendendolo mentre curiosa fra i banchi per gli acquisti dell'ultima ora nei negozi del centro. All'arrivo di Clark pioveva a dirotto. Dopo qualche frettolosa stretta di mano davanti al municipio di Nashua, il generale si è incamminato sotto la pioggia, in cerca di foto. Una quarantina di giornalisti gli sono corsi dietro. In questo tipo di eventi seguo la vecchia massima: non correre giù per la collina per beccare una sola mucca, scendi piano e beccale tutte. Quando un candidato deve fare un servizio in un negozio o in un ristorante, io vado, pranzo con calma e poi torno più tardi e chiedo al proprietario di ricreare l'intero sfondo, come una scena del delitto. In una cena a Claremont, sono riuscito persino ad ottenere che una cameriera mi disegnasse alcuni schizzi dei piedi di Joe Lieberman. In questo clima rilassato, chi ricrea per me l'evento ricorda sempre l'episodio con più sentimento.
Più tardi, in una pasticceria di Nashua chiamata Patisserie Blue, la proprietaria Jacqui Pressinger ha osservato attentamente Clark, mentre camminava dalla porta al bancone. «È entrato, si è fermato davanti a me e ha chiesto una barretta di cioccolato dietetica - ha raccontato la donna. - Poi però ha mormorato qualcosa, si è chinato in avanti e ha sussurrato a me e alle ragazze che, in realtà, il suo dolce preferito era il Napoléon».
- Sta scherzando! - le ho detto.
- Ma no! - ha assicurato. - Poi ha cominciato a parlare di West Point. Ha detto qualcosa sul fatto di aver mangiato un sacco di Napoléon a West Point.
- Incredibile! - ho esclamato.
- Sì, sì - ha proseguito lei - Adoro le storie sui dolci!
Durante un raduno di Clark a Boston, in un bar vicino Faneuil Hall, noi volontari siamo stati avvicinati da un uomo che ci avevano presentato come il politico più importante del Massachusetts, sostenitore della campagna di Clark, membro del comitato dei Democratici dello Stato, Steve Driscoll. Driscoll ha esordito così: «Il punto è - ha dichiarato - che per essere eletto sono necessarie determinate qualità. E purtroppo, molte di queste sono qualità superficiali». Dopo una pausa, ha proseguito: «Lui piace alla gente che non ha il tempo di pensare alle cose profonde». Gesù!, ho pensato. Lo stanno pensando sul serio, e lo dicono.
Per le due settimane circa che sono stato volontario, ho cercato, senza successo, di punzecchiare i fan di Clark che incontravo. Solo per vedere come avrebbero reagito, mi sono presentato al primo raduno come un regista di film per adulti di nome Rondell Abrams. Dave Rubin, membro dello staff per la campagna elettorale in Massachusetts, un frivolo giovanotto laureato alla Brandeis, ha digrignato i denti quando gli ho detto che avevo appena finito di girare Le capricciose asiatiche perverse 6.
- Ho anche girato la serie Le zoccole di St. Louis Street, - gli ho raccontato.
Con un cenno di approvazione, ha commentato: - Bene! Siamo felici di averti con noi.
Al secondo raduno, ho alzato la posta, e mi sono presentato con un'amica: entrambi giravamo con un collare cervicale e con l'andamento rigido di due che hanno subito un'offesa personale. Ho spiegato a Rubin che ero stato scalciato da un asino, che aveva anche gettato a terra `Anne'. - Wow! che storia - ha detto. - Ma grazie per essere venuti, in queste condizioni.
Dave Yoken, ex compagno di classe di Rubin alla Brandeis e anche lui membro della prima ora del comitato di sostegno per la campagna di Clark, l'ha presa con più disinvoltura: -Beh, almeno non era un elefante - ha strillato. Yoken è veramente un personaggio. Arrogante, chiassoso ed energico, sembra venire dalla stessa base genetica di Matt Damon, solo con qualche integratore nutritivo in meno e qualche seminario motivazionale in più. Quando gli ho chiesto come stava andando la campagna, mi ha risposto alla grande.
- Beh, ti dirò - ha detto - ci siamo accaparrati il voto dei maschi bianchi tra 23 e 28 anni. Cioè, questi li abbiamo sicuramente conquistati. Poi ha indicato tutta la stanza: una marea di omoni massicci. «Ma dobbiamo espanderci».
Gli ho suggerito, ironicamente, di giocare la carta del sex appeal del generale. Yoken si è esaltato allo spunto e mi ha raccontato l'episodio di un incontro di Clark a Knoxville all'inizio della campagna. «Mi ha mostrato una sua foto in maglietta - ha ricordato .- È davvero un tipo muscoloso, gli si vedevano le braccia. La chiama la sua `maglietta da sballo'. Sì, ha qualcosa quel tipo». Ha riso e stava quasi per darmi una pacca sulla schiena, quando si è ricordato del colpo al collo e si è trattenuto in tempo.
Poco dopo, è tornato Rubin. Erano passati trentacinque minuti e aveva pensato qualcosa da dire: - Beh, tutto sommato non era un elefante - ha sparato.
L'incontro è proseguito stancamente. È stata un'esperienza incredibile. C'erano, a quanto pare, due professionisti dell'industria del porno, con indosso due assurdi collari cervicali, intenti a seguire una riunione organizzativa per un impettito generale a quattro stelle, e nessuno se ne preoccupava più di tanto.
Non c'è da sorprendersi, però, poiché l'attenzione non è certo il punto forte della campagna di Clark. Anzi, è piuttosto il contrario: gli sguardi distratti, sfocati su tutto ciò che sta intorno e concentrati solo sul principale traguardo all'orizzonte: battere George Bush. Per tutto il tempo che ho seguito la campagna elettorale, ho avuto la sensazione che questa `sfocatura' sia un punto centrale nel pensiero dei fan di Clark: un desiderio di liberarsi della pignoleria morale dell'era post-anni '60 e di andare dietro a un uomo che li guidi alla `grande vittoria'.
Persone di ogni tipo hanno condiviso questo atteggiamento, dai moderati del Sud come l'ex governatore del South Carolina Jim Hodges, a Michael Moore 7, che hanno definito Clark un essere umano razionale e un cittadino del mondo responsabile, che potrà anche avere qualche difetto, ma che rappresenterebbe un netto miglioramento rispetto a Bush. Il Wesley Clark propagandato in questi circoli è intelligente, educato, rispettoso della vita umana e delle libertà civili, e talvolta aspramente critico nei confronti delle politiche dell'Amministrazione Bush. Quando per «Meet the Press» ha dichiarato a Tim Russert: «Ho capito che avevamo un'Amministrazione decisa a portarci in guerra contro l'Iraq a qualunque costo. Ciò è fuorviante, è sbagliato, non dovrebbe essere permesso, e questo governo deve essere ritenuto responsabile», sembrava uscito da un film di Frank Capra.
La stella di Clark ha brillato un po' tardi, certo: il generale ha mancato il confronto tra candidati nello Iowa, e il fatto che abbia previsto di non partecipare al prossimo dibattito nel New Hampshire suggerisce che potrebbe puntare quasi tutto sul Sud. Ma per qualcuno, la strategia della `grande vittoria' ha ancora senso. Non badate ai dettagli e concentratevi sul quadro generale: un democratico favorevole all'aborto, al controllo sulle armi, contrario al Patriot Act, che si batte contro il lupo mannaro che al momento occupa la Casa Bianca.
La gente di Clark era gentile e abbastanza benintenzionata, suppongo. Ma difficile non notare che il modo più rapido per metterli in crisi era fare domande sulla piattaforma del candidato. A un certo punto, mentre Yoken parlava al `comitato dei media' (stavo in un gruppo che aveva anche il compito di scrivere lettere ai direttori di diversi giornali) del «nuovo patriottismo americano» di Clark, io l'ho interrotto.
- Cosa significa, esattamente, `nuovo patriottismo americano'? - ho chiesto. - Deve intendersi in contrapposizione al vecchio patriottismo straniero?
- No - ha risposto Yoken. - Il nuovo patriottismo americano vede il patriottismo come qualcosa in cui il dissenso e le libertà civili sono incoraggiati.
- Pensavo che questo fosse il vecchio patriottismo - ho suggerito.
Il comitato è rimasto in silenzio per un attimo. - Beh, comunque… - ha concluso Yoken.
Il problema, nella strategia della `grande vittoria', è che Wesley Clark è un candidato con cui è assolutamente necessario stare molto attenti. Nessun candidato nella corsa alla presidenza è più abile di lui nel dire due cose opposte allo stesso tempo, e di nessun altro è più difficile capire le vere intenzioni.
Ho assistito a diversi esempi di questo fenomeno. Alla conferenza sul lavoro di Whitefield, per esempio, è stato chiesto ai candidati di esprimere la loro posizione su una disputa che ha coinvolto lavoratori e quadri dirigenti, sul canale televisivo Wmur, del New Hampshire. L'operatore del Wmur Ryan Murphy ha domandato a Clark se avrebbero aderito al boicottaggio di un dibattito televisivo di quel canale nel caso che i suoi dirigenti si fossero rifiutati di fare il contratto ai dipendenti. Tutti i candidati, tranne Clark, hanno confermato il loro appoggio ai dipendenti. La prima risposta di Clark a Murphy è stata tipica: - Vorrei farti una domanda: vi siete seduti ad un tavolo con i dirigenti? Murphy ha ripetuto ciò che aveva già chiarito nella domanda: erano in trattative da nove mesi. Clark lo ha liquidato, assicurando che avrebbe «esaminato la questione».
Ma adesso viene il bello. Dopo la conferenza, un giornalista del Wmur si è avvicinato a Clark e gli ha chiesto se avrebbe boicottato i dibattiti nel caso in cui gli altri candidati lo avessero fatto.
- Ci può scommettere - ha risposto. - Sono con voi al cento per cento.
Ho quasi fatto cadere il mio blocco d'appunti. - Aspetti un attimo - ho detto al giornalista -. Gli sta chiedendo se parteciperebbe al dibattito nel caso in cui gli altri lo boicottassero?
Il giornalista ha scrollato le spalle.
Mi sono rivolto a Clark: - Generale, che farà se gli altri candidati non boicottano? Cosa farà, in quel caso?
- In quel caso vedremo - ha garantito, ed è sgusciato subito via.
Altri giornalisti che lo hanno seguito, dopo un po' hanno cominciato a notare quest'abitudine. Anche tra questa folla credulona, le sue frasi senza senso hanno cominciato a diventare rivelatrici. In una conferenza stampa a Concord qualche settimana fa, Ron Fournier, dell'Associated Press, si è arreso quando Clark, dopo ripetute domande sul perché avesse definito l'Amministrazione Bush una «grande squadra», ha dato la sua ambigua risposta: - Beh, come gran parte degli americani, volevo che ce la facessero. (Lo volevamo davvero, tra l'altro? Io no).
- Già, ma perché chiamarla una `grande squadra', se non era d'accordo con loro sull'Iraq? - ha chiesto Fournier.
- Perché stavano prendendo una decisione sbagliata, allora - ha risposto incoerentemente Clark.
Tra la folla si è diffuso un mormorio: «Cosa cavolo vorrà dire?». chiedeva qualcuno dietro di me.
Gli hanno strappato un'altra risposta simile durante la stessa conferenza stampa, quando Clark ha pronunciato una delle sue più criptiche - e, ripensandoci, una delle più insensate - dichiarazioni della campagna: - L'eredità del Vietnam - ha assicurato - sarà archiviata dall'eredità dell'Iraq.
Alcuni giornalisti hanno chiesto a Clark di spiegarsi meglio, ma, prima di lasciare il podio, il generale ha sostanzialmente ripetuto la stessa frase. Alla fine, un solo giornalista ha riferito l'episodio. In seguito, mi sono rivolto al portavoce di Clark, Bill Buck, per capire cosa intendesse.
- Vuole dire - ha risposto Buck - che l'eredità del Vietnam è stata quella di una guerra in cui siamo entrati senza una chiara strategia per raggiungere un esito positivo.
- Davvero? - ho osservato. - Pensavo che l'eredità del Vietnam fosse che abbiamo ucciso senza motivo due milioni di persone in un'invasione coloniale illegittima e criminale.
Buck ha strabuzzato gli occhi: - Oh! Ma va!…- mi ha detto. Poi ha elaborato meglio la cosa. In Vietnam, ha proseguito, non avevamo una strategia per andare e vincere. In Iraq, abbiamo l'opportunità di «avere successo».
- E avere successo significa vincere, non ritirarsi? - gli ho chiesto.
- Il successo significa vincere - mi ha confermato. - Questo non l'ha mai nascosto.
Ho chiesto a Buck se questa non era esattamente la stessa posizione che aveva Richard Nixon nei confronti del Vietnam, nel 1968: pace con onore. Una domanda tutt'altro che irragionevole, visto che Clark, proprio in quell'epoca, mentre era studente a Oxford, si era pronunciato a favore della guerra in Vietnam. E tutt'altro che irragionevole, anche perché Clark ha votato per Nixon. Ma Buck ha scosso la testa.
- Dammi tempo - ha detto.
Una smentita non smentita. Ho sorriso. Un neo-Ziegler 8 per un neo-Nixon.
L'eredità del Vietnam sarà archiviata. Forse la storia romana non è il solo tipo di storia a cui pensa il generale Clark. Di certo, nelle sue affermazioni sull'Iraq, rispecchia i sentimenti dei vecchi sostenitori della guerra in Vietnam. «[La guerra in Iraq] è stata un enorme errore strategico per questo paese - ha ammonito. - Ma adesso che ci stiamo dentro, non abbiamo altra scelta che avere successo». A metà fra le sfuriate contro Bush e i discorsi sulla guerra in Iraq come «tragedia nazionale», la posizione del candidato contrario alla guerra si riassume essenzialmente così: finiamo il lavoro come non abbiamo fatto l'altra volta. Tutto sommato, sembra essere un uomo intenzionato a grattare un vecchissimo prurito.
Mi ha sempre lasciato perplesso che la gente contraria alla guerra possa aver visto qualcosa in Wesley Clark. Perché mi sembra che chiunque consideri moralmente ripugnante la guerra in Iraq non potrebbe mai andare in televisione a parlare radiosamente di quanto questa o quell'arma abbia devastato le difese irachene. Ricordo di aver visto una volta Clark alla Cnn, e a un certo punto era lì che giocava con il modellino di un caccia A-10 super corazzato, facendolo sfrecciare avanti e indietro sopra una mappa dell'Iraq, come un bambino con un giocattolo nuovo la mattina di Natale. Una persona sinceramente contraria alla guerra, che la ritiene un crimine illegale, non potrebbe mai nemmeno concepire una cosa così.
Il nuovo libro di Clark, Winning Modern Wars (Vincere le guerre moderne), è lungo 200 pagine, tutte sulla guerra in Iraq. E c'è solo una frase in tutto il volume in cui l'autore descrive fisicamente la morte di un essere umano, parlando di alcuni Marines trovati a Nassiriya con dei buchi di pallottola in testa. In tutte le altre pagine, gli esseri umani vengono descritti come «bersagli», o «obiettivi», o anche «bersagli privilegiati», e la morte viene dipinta con metafore sportive/calcistiche («scendere in campo con le forze aeree», attacchi sulla «zona rossa», la «grande vittoria», ecc.); ed eufemismi incruenti per parole come `uccidere' o `assassinio' («distruggere», «colpi letali»). Più avanti, non parla mai di perdite civili senza aggiungere le sue specificazioni: «I presunti errori del bombardamento», «gli sfortunati bambini e donne che si dice siano state vittime del bombardamento».
Se questo tipo di discorso suona familiare, è perché effettivamente lo è. Clark non lo nasconde. «Sono un prodotto di quel complesso dell'industria militare su cui il generale Eisenhower aveva richiamato la vostra attenzione», ha dichiarato con un sorriso qualche settimana fa, durante un discorso al campus universitario Unh di Manchester. Il generale ha pensato - a ragione - che il termine non ispirava più repulsione nel pubblico giovanile.
Lui dice di no, ma forse è questo che intende Clark per `nuovo patriottismo americano'. Nuovi volti, nessuna memoria. Reclute fresche per sostituire i disfattisti. Una nuova base per il pensiero che si ispira alla `grande vittoria'.
© The Nation. Con il titolo Clark's True Colors, l'articolo di M. Taibbi è apparso su «The Nation» del 15 dicembre 2003.


note:
1  Tutti candidati democratici alla nomination (NdRM).
2  The Shining è il famoso film di Stanley Kubrick in cui il protagonista (Jack Nicholson nel film) in un albergo deserto (l'Overlook) rivive l'ossessione compulsiva di ripetere la strage che lì era stata consumata da un uomo su tutta la sua famiglia (NdRM).
3  Samuel Gompers (1850-1924) pioniere del sindacalismo americano, uno dei principali organizzatori della Federation of Organized Trades and Labor Unions of Us and Canada, poi trasformata nella American Federation of Labor, da cui nacque l'attuale Afl-Cio (NdRM).
4  Veterans of Foreigns Wars, l'associazione che assiste i reduci delle guerre in terra straniera di cui è presidente onorario il presidente della Repubblica (NdRM).
5  Alexander Haig, prima di essere nominato segretario di Stato di Ronald Reagan, è stato collaboratore di Kissinger e di Nixon. Durante la presidenza di Nixon fu coinvolto nel Watergate e costretto alle dimissioni (NdRM).
6  Michael Dukakis, il candidato democratico alle presidenziali del 1988 - battuto da Ronald Reagan - che raccoglieva il consenso entusiastico dei progressisti, dei liberals e della generazione degli anni '60 (NdRM).
7  Michael Moore, pubblicista, saggista autore di fortunati bestsellers (Stupid White Man), regista cinematografico (Bowling for Columbine, Roger & Me, The Big One), premiato ideatore di fortunate serie televisive (TV Nation, The Awful Truth) (NdRM).
8  Ron Ziegler, capo dell'ufficio stampa di Richard Nixon (NdRM). Matt Taibbi è editorialista per la «New York Press». (Traduzione di Francesca Buffo)


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