L'Onu e la guerra americana
ASIMMETRIA IMPERIALE
Isidoro D. Mortellaro
Piano piano, magari spauriti da un mondo che, per quanto indossato a forza come seconda pelle, ci sperde e angoscia; a tratti imbarazzati per l'incapacità manifesta a conquistare un'Europa adeguata a un possibile governo della globalizzazione; quando non vergognosi per come ci rappresenta un premier privo financo di senno e modi atti ad agende e frequentazioni globali, piano piano, in questo assaggio di secolo, abbiamo dovuto vieppiù impratichirci della regola aurea imposta dal trapasso alla civiltà e al tempo nuovi: pensare globalmente e agire localmente. Vissuta volta a volta come scotto o conquista, essa si è imposta, in questo formicaio globale, come il primo, necessario passo per provare a riguadagnare alla politica sedi e gambe, presa e legittimazione adeguate. Intanto è servita da lente per decifrare diseguaglianze e fratture che scassano la terra. In primis, per scoprire - se si aguzza lo sguardo - quella singolare asimmetria imperiale per cui dall'altra parte del globo uno straordinario rovesciamento prospettico governa lettura e pratica del mondo. Di là, oltre Atlantico, infatti, negli Usa si pensa localmente e si agisce globalmente 1. Sono queste le logiche imperiali che guidano il compasso e il sestante di Bush e della sua squadra. Essi si muovono per un intreccio di traiettorie e tempi, che ormai da mesi continuamente trascorre dalla carte del mondo a quelle dei vari States, sempre più parossisticamente avvitato al rincorrersi di raduni e sondaggi, primarie e conventions.
Volenti o nolenti, secondo distanze e gerarchie, siamo partecipi come non mai dei riti che governano selezione e scelta del presidente americano. Così come siamo bersagli precisi, e differenziati, dei suoi dispacci: ormai ben diversi da quel «messaggio dell'imperatore» mirabilmente ritratto da Franz Kafka nel turbine della Grande guerra, destinato a perdersi nei meandri dell'impero «come messaggio di un morto» e ad essere perciò solo sognato 2. Se ne è avuta la prova con la diffusione planetaria e massiva delle immagini di Saddam Hussein prigioniero. Anche quelle hanno `colpito e terrorizzato'. Volevano `Shock and Awe', continuare sui cervelli e con le risorse del soft power i bombardamenti sull'Afghanistan e su Baghdad. Hanno anche scandalizzato. In molti e ovunque hanno denunciato la lacerazione di regole e convenzioni, lo strame di giustizia e umanità. In pochi però hanno notato come anche questa alluvione di immagini fosse mirata, sì da vantare - al pari delle bombe inaugurate dalla Nato su Belgrado - la qualifica di intelligente. Pochi hanno forse letto un articolo del «New York Times», in cui si spiegava come l'esibizione televisiva di Saddam fosse stata accuratamente preparata e da mesi 3. Il piano di pubbliche relazioni, denominato High-Value Target No. 1, prevedeva varie alternative, dettate dalla disponibilità di un cadavere o di un prigioniero. Ma prescriveva di evitare gli errori commessi con le riprese dei corpi dei figli del tiranno e, soprattutto, di non farne «un martire o un eroe». Di qui la scelta, nella apparente asetticità della prescritta ispezione medica, di mostrare la resa totale ai gesti obbligati dello spidocchiamento umanitario e dell'ispezione orale, a lingua compressa e immobilizzata, seguiti dall'esibizione del volto ripulito e sbarbato. Quale sarà l'effetto o meglio quali gli effetti di quell'accanimento terapeutico accuratamente mediatizzato sul pubblico americano o occidentale, viziato dallo sguardo impudico della telecamera o avvezzo a vantare l'universalismo dei diritti umani, così come a coglierne la negazione, più o meno mascherata? E sul pubblico arabo o islamico, doppiamente umiliato dal prepotere degli yankees, così come dalla resa del dittatore, incapace o incurante di un gesto estremo di negazione alla manipolazione del soft power imperiale?
Difficile rispondere. Soprattutto perché inedito è lo scenario e assolutamente straordinario il peso esercitato sulla vita, sulla società e sulle forme della politica da questa guerra, dalla guerra al terrorismo. Un conflitto privo innanzitutto di un nemico più o meno visibile, individuabile, e perciò di confini, nello spazio come nel tempo. In cui soprattutto non si distingue guerra da pace, le regole dell'una da quelle dell'altra. Per certi aspetti si è risucchiati nel clima della guerra fredda, ma senza quella netta distinzione di fronti, interni ed esterni, e di messaggi che con la loro competizione universalistica imponevano allora - sicuramente in Occidente - cura e promozione delle proprie truppe e del paese e di sanare le fenditure sociali più acute. Mai come adesso invece fratture e diseguaglianze spadroneggiano, segnano il volto del mondo, dell'Occidente e degli Usa. Dalle colonne di «The Nation», ma assieme ai notisti di «Business Week», giornale principe del capitalismo a stelle e strisce, Paul Krugman invita gli americani a dire addio a Horatio Alger, il cantore dell'iniziativa individuale, e all'american dream, a una società disegnata da mobilità e promozione sociali 4. Precarizzazione di massa e chiusure oligarchiche stanno stravolgendo una società lanciata back to the future, `indietro nel terzo millennio', ossificata in equilibri e storture sociali anteriori persino alla Grande Crisi del '29. Turbata dalla vorticosa invadenza del denaro in politica, ora anche la Corte suprema - attestata da tempo a difesa della libertà di finanziamento elettorale, equivocamente apparentata alla libertà di pensiero e parola - ha sentenziato favorevolmente sulla liceità di regole e freni al finanziamento di partiti e candidati.
È su questi fondali così inquieti che s'agita, in preda a intestini e autistici furori, la turba di candidati democratici, ancora alla ricerca di una linea di demarcazione da cui provare a muovere all'assalto di George W. Bush. La scelta iniziale di privilegiare le delusioni economiche e sociali non sembra reggere all'urto di una congiuntura mobilitata allascando cinicamente - con imperiale sprezzo del futuro - le briglie della spesa pubblica e del denaro facile. Il solo Howard Dean è riuscito ad emergere, a divenire catalizzatore delle energie più decise ed attive, grazie all'opposizione ferma alla guerra. Il fatto che esplicitamente su questa scelta sia maturato l'appoggio finora più importante, quello di un centrista nato come Al Gore, alieno a ogni subitanea accensione, men che mai pacifista, fa comprendere quanto fuoco covi sotto la cenere che Bush da qualche tempo profonde a piene mani.
In realtà, nell'estate è venuta al dunque la crisi del miraggio neoconservatore: il collasso dell'Iraq non si era tramutato nella conquista del paese o del suo popolo. L'infittirsi delle body bags, delle bare negate dall'embedded journalism al cordoglio nazionale, ha fatto il resto. Di qui la scelta di Bush, ai primi di settembre, di ridare una chance alla diplomazia, di cedere alla pressione di Powell per un ritorno all'Onu, favorito anche dallo scompaginamento delle file neocons per divisioni, disavventure (l'invadente Hallyburton di Cheney) o pentimenti (i `memo' a voce alta di Rumsfeld). Ne è nata, grazie soprattutto alla mancanza di iniziativa dei vari fronti di opposizione alla guerra, la contestata Risoluzione 1511 del Consiglio di sicurezza, attestata in equivoca e attendistica contemplazione dell'iniziativa o, magari, del fallimento americano. Quando a novembre il tiro della guerriglia si è fatto sempre più continuo e alto, sì da stringere in una sola, insostenibile morsa alleati e campagna elettorale americana, l'amministrazione Usa ha preso seriamente a cambiare passo. Di qui la parola d'ordine della irachizzazione e il dispiegamento di una sempre più intensa iniziativa diplomatica. A Baghdad il plenipotenziario Paul Bremer è riuscito a tirarsi via dalle sabbie mobili di un percorso costituente orfano di qualsivoglia paternità e strattonato tra le opposte esigenze di controllo degli occupanti e di autonomia degli occupati, in particolare da parte della maggioranza sciita e dei curdi. L'indicazione di tappe intermedie - quale l'elaborazione entro febbraio 2004 da parte delle Autorità occupanti e del Consiglio consultivo iracheno di una «legge fondamentale» di garanzia sulla natura del futuro Stato e sui suoi principi fondamentali e la designazione, nei 18 governatorati iracheni, di una Assemblea nazionale provvisoria, incaricata di eleggere un esecutivo di governo, dotato degli essenziali poteri di intervento, e di condurre il paese alle elezioni entro il marzo 2005 - ha permesso di aprire spazi di contrattazione e di riconoscere a vari livelli forme elementari di protagonismo.
È su questo quadro in movimento che sono giunti infine la cattura di Saddam e lo scompaginamento della cerchia che gli era rimasta più vicina. Avranno ancor più peso se associati a spazi di autonomia concreti riconosciuti o conquistati dagli iracheni o meglio dalle varie componenti di quel mosaico di etnie. Decisivo sarà il confronto avviato con gli sciiti di Alì al-Sistani, fermi ancora formalmente alla richiesta di elezioni immediate di un organismo costituente, ma probabilmente attestati a spuntare il massimo dalla contrattazione sui caratteri della futura legge fondamentale. Le altre partite - quale futuro per i curdi, quali i rapporti con la parte meno compromessa dei sunniti e del Partito Baath - dipendono strettamente dalla evoluzione di quel confronto. La stessa presenza americana nel Golfo, il suo significato finiscono lì in discussione. Possono gli Usa sopportare un trionfo sciita in Iraq? Possono rassegnarsi al cataclisma che ne deriverebbe nell'intero Medioriente, ma soprattutto alla prospettiva di una propria sconfitta epocale? Non iniziò tutto forse proprio dal tentativo di bloccare lo sciita Khomeini a ogni costo, anche al prezzo di ripetute strette di mano tra Rumsfeld e Saddam, opportunamente incensate allora da venefiche esalazioni oggi additate a male universale?
Al di là della sua reale valenza, la nuova road map imposta dalla campagna elettorale americana all'Iraq occupato è stata fatta propria da Kofi Annan, con il Rapporto presentato il 5 dicembre al Consiglio di sicurezza, in adempimento degli obblighi dettati dalle Risoluzioni 1483 e 1511. Spiccano pesantissimi distinguo dettati da una situazione ben paradossale: l'Onu è chiamata a farsi carico di una realtà nella quale non può operare in mancanza di elementari condizioni di sicurezza che dovrebbero essere garantite dagli occupanti. Sta di fatto che Annan e l'intero Consiglio hanno dovuto prendere atto di un processo che si è affermato per il fatto stesso di essere in campo, in assenza di proposte alternative, ma soprattutto accompagnato da un consenso larghissimo, nella comunità internazionale, sul bisogno di fronteggiare in via preventiva e manu militari terrorismo e Stati fuorilegge.
Non può sorprendere perciò che, sotto l'incalzare di una iniziativa americana che ha dismesso o stemperato l'estremizzazione militarista, una serie di novità si sono venute producendo e accumulando come palla di neve in caduta libera; dall'Iran che formalmente tratta con gli europei la resa alle ispezioni dell'Aiea, alla epocale giravolta di Gheddafi; dal Giappone che si dispone a prender parte alle ricerche sullo scudo spaziale americano in Asia, all'accordo sul debito iracheno conquistato da Baker, nonostante i colpi di coda vibrati da Wolfowitz con annunci estemporanei sull'esclusione dagli appalti dei riottosi; e così via.
Bastone o carota? Potenza di Rumsfeld o abilità di Powell? Interrogativi abbastanza speciosi. Sicuramente non si possono trascurare gli effetti prodotti dal dispiegamento d'ogni risorsa dell'hyperpower planetaria. Non si debbono però nemmeno cancellare gli effetti epocali, sistemici prodotti dalla scelta degli Usa di praticare il nuovo terreno della guerra preventiva. Quanto ha pesato, ad esempio, nei mesi scorsi e ancor oggi in quell'area la certezza di una nuova possibile Osirak - il bombardamento preventivo nel 1981 da parte degli israeliani della omonima centrale atomica irachena, allora condannato dagli Usa all'Onu -, questa volta magari per intervento diretto di aviatori o di missili a stelle e strisce?
In una sintesi lucidissima, consegnata dapprima nel rapporto all'Assemblea generale dell'Onu di settembre e poi in articoli a stampa 5, Kofi Annan ha riassunto il salto epocale che la dottrina della guerra preventiva e il successivo attacco all'Iraq hanno fatto compiere al mondo e all'umanità: non c'è più una regola condivisa sulle questioni della pace e della sicurezza internazionale. Ora c'è chi dall'alto di un potere inattingibile agli altri «non si sente più obbligato ad attendere finché non si raggiunga un accordo in Consiglio di sicurezza, ma si riserva di agire unilateralmente o in coalizioni ad hoc. Questa logica rappresenta una sfida fondamentale ai principi su cui, per quanto in forme imperfette, hanno riposato sicurezza e pace mondiali per gli ultimi 58 anni». Il tutto accompagnato da un interrogativo esplicitamente posto nella forma più drammatica e tranchant: «in un mondo divenuto unipolare che ruolo dovrebbero svolgere le Nazioni Unite?» Di qui anche la scelta di insediare un comitato di 15 esperti - tra cui l'americano Scowcroft, il russo Primakov, il francese Badinter, la norvegese Bruntland, l'egiziano Moussa ecc. - incaricato di perimetrare la terra incognita in cui ci si è avventurati e di indicare possibili rimedi.
In attesa di questa ricognizione, la domanda di Annan ha già ricevuto alcune risposte. La Nato ha ribadito - sia pure con una mutazione surrettizia e clandestina della propria Carta che non fa onore a radici e costituzioni democratiche degli Stati aderenti - che il suo futuro è nella capacità di proiettarsi fuori area e fuori del proprio Statuto fondativo, come braccio armato dell'unione delle democrazie occidentali nella lotta globale al terrorismo, metro di paragone per chi vagheggia analoghe trasformazioni dell'Onu. Su piste analoghe si è avviata l'Unione europea presieduta da Berlusconi. A Bruxelles è riuscita di fatto a trovare l'accordo solo sulla approvazione della Strategia europea di sicurezza, copia esangue e impotente del fondamentale documento americano, e di una dichiarazione transatlantica pericolosamente sbilanciata nella richiesta all'Onu di convertirsi ad un «multilateralismo efficace». Anche qui ci si incammina per la strada già indicata più volte dall'amico americano: l'unica alternativa all'inazione multilaterale è la scelta del paradigma preventivo. Né grandi paesi come Francia, Germania o Giappone sono stati parchi di indicazioni: tutte univocamente rivolte alla messa in opera di strategie militari in cui l'elemento `difesa' si eclissa all'ombra della prevenzione dai rischi di un mondo sempre più cupo e indecifrabile.
Ma che dire della galassia altermondialista o del Forum sociale europeo, quasi nello stesso torno di tempo intenti a preparare o a celebrare l'incontro parigino di Saint Denis? Di fatto, pur muovendosi meritoriamente e con straordinaria capacità di mobilitazione lungo la stessa agenda di problemi squadernata da Annan, hanno evitato accuratamente di farsi carico di una risposta e di un impegno specifici sul terreno istituzionale; atteggiamento pari pari riproposto rispetto alla svolta drammatica che si veniva profilando nel corpaccione male assortito e peggio guidato dell'Unione europea. Di fatto, dichiarandosi estranei, hanno scelto di non pesare in quelle crisi. Con i propri silenzi hanno finito con l'amplificare le risposte altrui, anche quelle più terribili, quali quelle filtrate, ad esempio, agli inizi di dicembre nelle discussioni in sede Onu sul futuro dei trattati di non proliferazione nucleare. Come la pensassero gli Usa di Bush II lo si sapeva da tempo. Ma che a dare una mano a un futuro ancora abitato dall'incubo dell'atomica potessero qua e là contribuire anche alcuni grandi paesi europei, tra cui l'Italia non era proprio scontato.
Finora la risposta più sottile e insinuante alla domanda posta da Annan è stata fornita dai giuristi Anne Marie Slaughter e Lee Feenstein dalle colonne del numero di «Foreign Affairs» che apre il 2004 6. La guerra del Kosovo ha già rivelato come il dogma della sovranità nazionale debba cedere il passo alla «responsabilità della protezione» dei diritti violati, un compito che la comunità internazionale con le sue istituzioni deve saper far proprio in supplenza o a sanzione di una comunità statuale in crisi o degenerata. Sulla necessità di quel passo una riflessione collettiva è già stata svolta e consegnata in un rapporto indirizzato alle Nazioni Unite 7. Adesso bisogna compiere gli atti successivi per adeguarsi davvero alle sfide del mondo nuovo. Adesso bisogna pensare al «dovere di prevenire», all'elaborazione di risposte globali e collettive alle sfide poste dalle armi di distruzione di massa, un orizzonte estraneo agli ordinamenti internazionali edificati nel 1945.
Tutto si tiene. E «Time» archivia il 2003 celebrando come persona dell'anno il soldato americano. Come farà Howard Dean a rompere questo accerchiamento, a impedire che l'America si avvii definitivamente alla distruzione definitiva delle regole ereditate dal secondo Novecento? E ce la può fare senza di noi? Non potremo votare di là, nelle urne permanentemente aperte di questo lunghissimo 2004. Potremmo forse anche noi far arrivare messaggi. Ci conviene pensarci e attrezzarci per tempo. Lì si decide del nostro futuro.
note:
1 Da tempo vi ha attirato l'attenzione P. Hassner, da ultimo in La terreur et l'empire. La violence et la paix II, Seuil, Paris 2003, pp. 202-204.
2 F. Kafka, Racconti, Mondadori, Milano 1970, pp. 250-251.
3 J. Rutenberg, A Careful Us Plan to Dispel All Doubt on Hussein's Fate, «New York Times», 15 dicembre 2003.
4 P. Krugman, The Death of Horatio Alger, «The Nation», 5 gennaio 2004.
5 Relazione del 23 settembre all'Assemblea generale, che oggi si trova su www.un.org., In a Unipolar World. Defining a New Role for the United Nations, «International Herald Tribune», 4 dicembre 2003.
6 A. M. Slaughter e L. Feenstein, A Duty to Prevent, «Foreign Affairs», 1, 2004.
7 International Commission on Intervention and State Soveraignity, The Responsibility to Protect, 2001.