numero  46  gennaio 2004 Sommario

Ecofin: lo strappo sui parametri

USCIRE DA MAASTRICHT, DA SINISTRA
Nicola Acocella, Emiliano Brancaccio, Augusto Graziani, e Galapagos  

La decisione del Consiglio dei ministri economici della Ue (Ecofin) di non sanzionare Germania e Francia per la violazione degli accordi del Patto di stabilità nel 2002 - reiterata nel 2003 per quanto riguarda il parametro deficit/Pil - e, soprattutto, per non aver presentato piani per far rientrare l'indebitamento al di sotto della soglia del 3% nel 2004 e nel 2005, ha provocato una rottura clamorosa all'interno dell'Unione monetaria. Anche perché la Commissione europea, presieduta da Prodi, all'unanimità si è espressa contro lo `strappo'. Nei giorni successivi c'è stata un'altra piccola rottura: la Gran Bretagna e altri cinque paesi hanno chiesto la riduzione delle risorse gestite direttamente da Bruxelles (circa l'1,26% del Pil comunitario) fino alla soglia dell'1%. Ora, c'è da chiedersi: lo stop alla Costituzione europea che riflessi avrà sull'Unione? Infine i problemi dell'euro, ovvero della Banca centrale europea - unica istituzione `comunitaria' dotata di ampi poteri e ampia autonomia, con l'unico vincolo di salvaguardare la stabilità monetaria e non anche favorire lo sviluppo. Di tutti questi temi si è discusso (il 17 dicembre 2003) in un Forum, al quale hanno partecipato Augusto Graziani, ordinario di Scienza delle finanze all'università La Sapienza di Roma, Nicola Acocella, ordinario di Politica economica nella stessa Università ed Emiliano Brancaccio, professore straordinario di Macroeconomia all'Università del Sannio. (Galapagos) Galapagos Partiamo dalla rottura di Bruxelles. Come è stata possibile?
Nicola Acocella La rottura di Bruxelles sul Patto di stabilità solleva questioni che sono metodologiche, tecniche e politiche. Dal punto di vista metodologico ritengo che i patti vanno osservati, e quindi nel caso specifico occorreva rispettare la regola. Ovviamente il fatto che si trovino dei grandi paesi - e non un solo piccolo paese o un paese relativamente piccolo - a dover trasgredire la regola deve far pensare che la regola può avere scarso fondamento dal punto di vista tecnico, economico e politico: e, quindi, chiaramente la regola dovrebbe essere cambiata. Anzi avrebbe dovuto essere cambiata o avrebbe dovuto almeno essere formulata in termini diversi.
E qui entrano in gioco le questioni tecniche. Il problema è: vi sono stati errori nella formulazione della regola? Molti ritengono che la regola poteva essere formulata in modo diverso. Ad esempio, poteva essere formulata in modo da escludere dal calcolo relativo alla verifica dei parametri una parte delle spese, in particolare le spese per investimenti. Oppure in modo da tenere in maggior conto i riflessi del ciclo sul saldo del bilancio e quindi in termini di disavanzo strutturale piuttosto che di disavanzo ciclico. Credo che da questo punto di vista diverse formulazioni potrebbero ridurre errori - forse gravi - e conseguenze pratiche del genere di quelle che ci troviamo ad affrontare, per effetto di un ciclo economico relativamente accentuato come quello presente. Tuttavia, non esistono soluzioni tali da eliminare ogni errore, anche perché la formulazione della regola deve essere abbastanza generale da non poter essere accusata di favorire in particolare qualche paese. E, d'altra parte, deve essere in qualche modo anche semplice, perché sia anche facilmente interpretabile. Se all'arbitrio dei politici dovesse sostituirsi l'arbitrio dei tecnici - per l'esatta definizione della distinzione tra spesa corrente e spesa di investimento, oppure per la definizione della formula per calcolare il disavanzo strutturale - anche questo causerebbe dei problemi. Quindi, ritengo che la formulazione della regola che pone limiti ai deficit pubblici possa essere migliorata in termini tecnici. Tuttavia, credo che i problemi più rilevanti non siano questi.
Penso piuttosto che dovremmo riflettere un po' di più sullo status della politica fiscale e monetaria nell'ambito dell'Unione europea e forse in questo modo poi arriveremo a misurarci con più chiarezza anche sull'altra questione, quella della Costituzione. Lo status dei due strumenti di politica economica è molto diverso. Forse vale la pena di ricordare che mentre c'è una Banca centrale europea (Bce), quindi un'istituzione a livello europeo, non vi è un'eguale istituzione o una dimensione istituzionale simile per la politica fiscale o più in generale per la politica di bilancio.
La politica fiscale è ancora interamente definita a livello nazionale, e il coordinamento a livello europeo è molto lasco, ed è sostanzialmente di carattere negativo: vale a dire che lo si esercita imponendo limitazioni e divieti. Esso, insomma, ha luogo essenzialmente attraverso la verifica del rispetto della regola relativa al rapporto massimo fra deficit pubblico e Pil, della quale si è detto prima. Se il coordinamento attivo fosse più accentuato, e in particolare si capisse che ci sono dei riflessi delle politiche di ogni paese sugli altri - infatti, quando un paese fa la sua politica di bilancio (restrittiva o espansiva) questa produce effetti dello stesso segno in altri paesi, anche se in misura attenuata -, se si capisse questo, e ci fosse la volontà politica di fare una politica più espansiva in circostanze come quella attuale, in cui c'è una situazione di recessione, la stessa regola di coordinamento in negativo sarebbe più scarsamente operativa. In altri termini, si raggiungerebbe meno facilmente il limite superiore del deficit del 3% in rapporto al Pil, perché tutti i paesi si troverebbero nelle condizioni di espandere la loro economia, con riflessi positivi reciproci sui livelli di attività economica. Se, invece, ognuno ha paura del 3% e fa una politica restrittiva, è più facile che il vincolo sia operativo.
Quindi ci sono dei problemi di questo genere, che sono di natura istituzionale: mi pare che sia completamente diverso lo status della politica monetaria e quello della politica fiscale. Per usare un eufemismo, la politica fiscale sta in ombra rispetto alla politica monetaria.
E con non infrequenti casi di dumping fiscale… Acocella Certo, anche se ha cercato di porre qualche rimedio la Commissione europea - e in qualche caso ha messo una zeppa -, il problema esiste.
Forse la questione va impostata in questo modo: c'è una ragione perché questo avvenga? Anzi, vorrei aggiungere, prima di cercare di interpretarne la motivazione: questo fatto - il fatto che lo status sia diverso - significa che sostanzialmente la politica monetaria assume un ruolo preminente rispetto alla politica fiscale. Per altre cause, ancora di carattere tecnico, possiamo anzi ritenere che, anche se vi fosse un coordinamento attivo, positivo, e non passivo, la politica monetaria sarebbe in grado sempre di neutralizzare gli effetti positivi della politica fiscale. Il problema, per essere più precisi, non è di status relativo della politica monetaria e della politica fiscale. Cioè, non si tratta di errori tecnici o di errate impostazioni istituzionali. Non si tratta del fatto che prima si sia dato vita a una regolazione istituzionale della moneta e solo in un secondo momento siano state affrontate le questioni del fisco, che devono trovare ancora un consolidamento istituzionale.
Credo, infatti, che siamo di fronte a scelte di carattere politico. Prima di tutto perché i governi nazionali vogliono tenere sotto controllo la politica di bilancio, e questo è abbastanza naturale, se si fa un minimo di analisi approfondita del ruolo che possono svolgere i governi nella definizione della politica di bilancio. Ma, soprattutto, c'è un'altra ragione. L'idea che ha prevalso nella costruzione europea - così come si è venuta delineando finora - è che la stabilità monetaria debba essere l'obiettivo preminente, o comunque l'obiettivo da assicurare qualunque cosa si faccia da altri punti di vista: e che essa sia indispensabile per raggiungere altri obiettivi.
Brancaccio, il professor Acocella ha messo a fuoco i problemi di una Unione europea che appare `monca', incompleta, anche nella parte giuridica. E oltretutto sbilanciata, in quanto gli unici poteri reali sono quelli della Bce. Ma, anche se a farlo non sono in molti, a sinistra si discute anche di contenuti, di politiche alternative e della necessità di uscire da una logica unicamente keynesiana delle politiche economiche. Tu hai più volte affrontato queste tematiche. Che puoi aggiungere?
Emiliano Brancaccio Vorrei che ci interrogassimo proprio sulle ragioni politiche per cui all'interno del Trattato dell'Unione si sia voluto assegnare preminenza assoluta all'obiettivo della stabilità monetaria. Prendo spunto a questo proposito da una recente dichiarazione del segretario dei Ds, Fassino, il quale ha detto che, per comprendere la disputa di questi giorni sul Patto di stabilità «non ci si può affidare alla classica chiave interpretativa destra-sinistra». Ebbene, io non posso che condividere questa osservazione, dal momento che si tratta di un'ovvietà. Da anni, infatti, la sinistra europea non appare assolutamente in grado di formulare un pensiero autonomo sui grandi temi della politica macroeconomica.
Per chiarire cosa intendo, forse è il caso che proponga una definizione un po' rozza ma magari utile alla discussione: definisco «politica economica di sinistra» quel genere di politica che miri innanzitutto alla tutela degli interessi dei lavoratori subordinati, e che sappia inoltre raccogliere attorno a quegli interessi le istanze culturali e politiche più recenti, dal femminismo al cosiddetto `altromondismo', a un ambientalismo possibilmente più ambizioso di quello che andava di moda qualche tempo fa sotto il semplicistico slogan dell'`abbattimento della crescita del Pil'. Una volta poi che si siano individuati gli interessi da tutelare e le istanze da valorizzare, diventa possibile tradurre il tutto in un preciso obiettivo riguardo al livello, alla composizione, alla distribuzione, e anche e soprattutto alle modalità di realizzazione del prodotto sociale. E diventa con ogni probabilità evidente che l'effettivo conseguimento di un simile obiettivo debba necessariamente passare per una espansione, assoluta e relativa, della spesa pubblica e dei salari.
Ora, qualora si accetti questa definizione di «politica economica di sinistra», si pone il problema di verificare se e in che misura una espansione assoluta e relativa della spesa pubblica e dei salari sia praticabile. A questo proposito abbiamo ottime ragioni per ritenere che una significativa crescita di quelle variabili sia oggi pregiudicata non da limiti fisici, `naturali', ma da vincoli squisitamente politici, che si concretizzano nel fatto che l'attuale palinsesto macroeconomico è stato espressamente strutturato in modo da impedire alla spesa pubblica e ai salari di attirare a sé le risorse monetarie e finanziarie necessarie alla loro espansione.
Naturalmente, mi rendo conto che se si accetta questa definizione ci si rende un po' marziani rispetto al dibattito corrente sulla politica economica, soprattutto al dibattito interno ai partiti della sinistra europea. E la ragione è che da oltre un decennio la sinistra europea (con poche e soprattutto poco convinte eccezioni) aderisce in modo del tutto acritico all'ideologia macroeconomica dominante. Ogni giorno sentiamo esponenti dei partiti del socialismo europeo dichiarare assoluta fedeltà alle regole insulse del pareggio di bilancio e della disinflazione, nonostante il fatto che siano proprio quelle regole a tenere le risorse monetarie e finanziarie il più lontano possibile dalla spesa pubblica e dai salari, e a legittimare di conseguenza la compressione del Welfare e la precarizzazione del rapporto di lavoro.
Può anche darsi che un'adesione così dogmatica al palinsesto dominante derivi dall'ignoranza, ossia dall'errato convincimento dei politici che le regole vigenti si fondino su una qualche misteriosa giustificazione scientifica, che come sappiamo in realtà non esiste (rinvio in proposito a un mio articolo pubblicato sulla «rivista» di luglio-agosto 2002 1). Ma è probabile che le cose siano messe peggio di così, nel senso che la continua evocazione di vincoli per così dire `tecnici' alla spesa pubblica e ai salari nasconda una sorta di `retropensiero', maturato negli anni funesti del liberismo dilagante. A me sembra, infatti, che i partiti socialisti europei abbiano lentamente introiettato una visione del mondo di stampo vagamente `hayekiano' e `buchaniano', una visione secondo cui la questione salariale sarebbe un problema minore e i problemi attuali non sarebbero di quel genere che possano risolversi semplicemente `buttandogli denaro pubblico addosso'. Non deve meravigliare allora che a un simile orientamento si affianchi sempre più spesso un'idea ancora peggiore, quella secondo cui i partiti della sinistra dovrebbero ricercare bacini di consenso politico ulteriori (per non dire alternativi) rispetto al tradizionale riferimento novecentesco del lavoro subordinato.
Graziani, tu sei stato fra i pochi a non mostrare eccessivo dispiacere per la rottura di Bruxelles. Perché? E cosa pensi della frenata che c'è stata rispetto alla Costituzione europea?
Augusto Graziani Tutto sommato, non mi dispiace affatto che ci siano due grandi paesi che hanno violato le regole di Maastricht. Noi conosciamo la situazione: in tutta Europa c'è un alto tasso di disoccupazione e, se ci sono due paesi che indicano la strada per alleviare questo problema e per una ripresa dell'economia, a me non interessa affatto che le regole di Maastricht siano state violate. Queste regole, infatti, come mi pare abbiano già sostenuto Nicola Acocella e anche Emiliano Brancaccio, non considerano il problema sociale della disoccupazione e del livelli di attività (e, quindi, in sostanza del benessere) dei paesi di cui il Trattato di Maastricht si occupa. Io penso che, se le regole del Trattato sono state violate, questo è prova del buon senso che per fortuna guida ancora, almeno in parte, i governi dei singoli paesi.
Un secondo problema che tu ci indicavi, anche se diverso ma non del tutto indipendente, è quello del dollaro. Mi sembra evidente che per molti anni gli Stati Uniti hanno tollerato quello che loro chiamavano il `doppio disavanzo': disavanzo nel bilancio federale e disavanzo nei conti con l'estero. Poi, di fronte a un problema di depressione e di disoccupazione, anche negli Stati Uniti la Federal Reserve ha deciso progressivamente di ridurre i tassi di interesse, nella speranza che la politica monetaria possa agire da fattore propulsivo. E così oggi i tassi di interesse sono ormai ridotti a un livello tanto basso che è difficile immaginare che possano ancora ridursi.
Questo evidentemente ha avuto un costo, visto che ha portato all'arresto della esportazione dei capitali dall'Europa verso gli Stati Uniti (anzi, attualmente vi è un rientro). Finite le importazioni di capitali, il disavanzo dei conti con l'estero diventa preoccupante e gli Stati Uniti cercano di recuperare sul terreno dei movimenti delle merci quello che stanno perdendo nei movimenti di capitale. E, per farlo, lasciano svalutare il dollaro nei confronti dell'euro, nella speranza che questo riduca le loro importazioni e aumenti le loro esportazioni.
Questa situazione coinvolge simultaneamente l'economia statunitense e l'economia europea, perché la caduta dei tassi si ripercuote su tutti i mercati finanziari e il capovolgimento dei movimenti di capitale ha effetti anche nei paesi europei.
Infine, tu citavi un argomento che ha una sua forte specificità, quello della Costituzione europea. Vi è, senza alcun dubbio, una battuta di arresto nell'approvazione della Costituzione europea, ma è difficile stabilire se si tratti di un arresto definitivo o soltanto di un momento di pausa. Personalmente, non vedo con favore l'approvazione di questa Costituzione europea, almeno nel testo del Progetto finora divulgato. E questo, prima di tutto, perché intravvedo un pericolo, anche se non sono in grado di valutarlo nella sua portata effettiva: e cioè che la Costituzione italiana possa essere messa - in parte o in tutto - nell'ombra. Mi riesce difficile capire quale potrà essere il valore della nuova Costituzione europea; ma se davvero la Costituzione europea dovesse in qualche misura prevalere, per i paesi che la accettano, sulle singole Costituzioni nazionali, questo significherebbe per noi rinunciare in tutto o in parte a una Costituzione che a me sembra frutto di una stagione politica particolarmente felice, che poi non si è mai più ripetuta. È per questa ragione che essa è tra le più avanzate sia sul terreno politico che sociale: e noi dovremmo tutelarla nel modo più rigoroso. Si tratta, infatti, di norme costituzionali non immediatamente applicabili ma particolarmente aperte, che lasciano intravedere anche la possibilità di ammettere i lavoratori alla partecipazione nella gestione dell'impresa.
Tutto questo nel progetto di Costituzione europea è rigorosamente soppresso e cancellato, poiché la Costituzione europea in questo ordine di problemi, come si è detto, si occupa soltanto della stabilità monetaria e della Banca centrale europea, che ha questo come obiettivo preminente. E mette incredibilmente in secondo piano - subordinandoli alla stabilità monetaria - tutti gli altri obiettivi (livello di attività, occupazione, stabilità, benessere e distribuzione del reddito). Io capisco che, con l'adozione della moneta unica, la stabilità monetaria possa diventare un obiettivo. Anzi, mi rendo conto che il fatto che l'Italia ha un tasso di inflazione che ufficialmente è fissato al 2,8% (ma tutti sappiamo, anche solo mettendo il naso fuori dalla finestra, che è molto maggiore), oltre a mettere le esportazioni italiane in grande difficoltà, può rappresentare una mina per la stabilità dell'euro: per cui risulta una necessità per tutti quella di attenersi a un tasso di inflazione in linea con quello degli altri paesi europei. Ma resta il fatto che, nonostante i vincoli della moneta comune, l'aver dichiarato che la stabilità monetaria è il primo e dominante obiettivo della politica economica dei paesi aderenti all'euro corrisponde a una visione restrittiva.
Acocella Credo che tutta la sinistra sia affezionata alla Costituzione italiana, particolarmente a quelle parti di essa nelle quali non soltanto si pone il lavoro come elemento fondante della Repubblica, ma si fissano i princìpi per tutelarlo. Se un difetto ha la nostra Carta costituzionale, è quello di rimanere a livello largamente astratto sulla materia del lavoro. Il problema è, dunque, quello di far uscire questi principi dallo status di astratte declamazioni e di innervarli nelle politiche quotidiane.
La sinistra italiana dovrebbe prendere l'iniziativa di un `Manifesto del lavoro' a livello europeo, che, mentre riafferma principi del genere di quelli contenuti nella nostra Costituzione, ne affronti le implicazioni in tema di assetti istituzionali e di politiche macroeconomiche per l'Unione europea. Gli assetti istituzionali rilevanti sono, anzitutto, quello della Banca centrale europea e degli organi di politica fiscale, ma dovrebbero includere anche la concertazione. Delle diverse politiche economiche è importante, anzitutto, precisare gli obiettivi, che dovrebbero ridimensionare il rilievo attribuito alla stabilità monetaria ed essere formulati in modo da assegnare all'occupazione un ruolo non da Cenerentola. Ma il `Manifesto del lavoro' dovrebbe anche essere in grado di prendere una posizione di sinistra (nel senso precisato da Brancaccio) su politiche come quella del cambio dell'euro, da un lato, e dell'immigrazione, dall'altro. Ancora, dovrebbe affrontare questioni come quella della politica sociale interna all'Unione, della cooperazione con i paesi in via di sviluppo e della politica ambientale.
Credo che le energie intellettuali per comporre queste istituzioni e queste politiche in un quadro armonico `di sinistra' ci siano. D'altro canto, questo è un momento opportuno per lanciare l'iniziativa del `Manifesto'. Le discussioni sulla Costituzione europea sono ancora aperte e gli inconvenienti dell'assetto istituzionale esistente appaiono in modo palese. I problemi più seri mi sembrano quelli che sorgono a livello politico. Se la sinistra europea esiste, batta un colpo. Questa rivista e il quotidiano potranno svolgere un'utile funzione di promozione e catalizzazione.
Avete tutti accennato al ruolo della Bce e alla centralità della stabilità dei prezzi. Intanto, però, l'euro seguita a rivalutarsi sul dollaro: che riflessi potrà avere questa rivalutazione sul futuro dell'economia europea?
Brancaccio Il professor Graziani ha accennato ai riflessi negativi che il deprezzamento del dollaro potrà avere sulle esportazioni europee. Riflessi che ci saranno senz'altro, e che si stanno già facendo sentire, soprattutto in Italia. Riguardo all'andamento dei cambi, però, io vorrei far notare anche un'altra cosa. Nel giro di poche decine di mesi i mercati valutari hanno paurosamente oscillato, passando da 0,82 a 1,24 dollari contro un euro. Ora, di fronte a un simile capovolgimento, sembrerebbe naturale attendersi anche un cambiamento nelle priorità di politica economica. E invece possiamo tutti notare come, su quel versante, non sia cambiato assolutamente nulla. Infatti, quando l'euro si deprezzava, l'orientamento (rigorosamente bipartisan) era quello di invocare il rigido controllo della spesa pubblica e dei salari, con la giustificazione che occorreva compensare i rischi dell'inflazione importata. Adesso che l'euro si apprezza, si sollecita l'abbattimento del Welfare e delle tutele dei lavoratori per consentire alle imprese nostrane di contenere i costi e di preservare quindi i mercati di esportazione, nonostante il cambio forte.
Insomma, l'economia può lanciare i segnali più disparati, ma l'interpretazione politica resta sempre la stessa, ed è sempre un'interpretazione contraria agli interessi del lavoro subordinato. Mi pare che anche questo sia uno degli innumerevoli esempi che dimostrano l'assenza ingiustificata di una visione `di sinistra' della politica economica.
Riguardo invece a Prodi, ho detto e scritto (sulla «rivista», nel novembre 2003 2) che per ragioni istituzionali, o più probabilmente politiche, egli ha compiuto molti passi indietro rispetto all'epoca in cui sollecitava l'impiego delle riserve monetarie delle banche centrali a fini di investimento, oppure dichiarava che «il Patto di stabilità è stupido». Passi indietro che non lasciano presagire nulla di buono per il futuro.
Per lungo tempo, molti commentatori hanno sostenuto che l'euro debole comportava rischi di inflazione; ora gli stessi accusano l'euro forte di frenare l'export. Che conclusioni ne traete?
Graziani Il problema della politica dei cambi è sempre imbarazzante. Se la moneta nazionale (nel nostro caso sarebbe ormai l'euro) tende a svalutarsi, si prospetta subito lo spettro dell'inflazione importata; se tende a rivalutarsi, si levano le lamentele degli esportatori che temono di perdere mercati. Forse la linea più ragionevole è quella di puntare su una politica di cambi stabili. Torno, poi, un istante sul problema della disoccupazione.
Sebbene io sia spesso diffidente sull'efficacia delle dichiarazioni collettive e dei manifesti, non posso avere nulla da obiettare alla proposta di Nicola Acocella di promuovere un `Manifesto del lavoro': avrebbe se non altro l'effetto, qualora ce ne fosse il bisogno, di rendere l'opinione pubblica sensibile al problema della disoccupazione perdurante. Quanto alle dichiarazioni di Prodi, non posso nascondere l'impressione che Prodi parli sempre meno come presidente della Commissione europea e sempre più come candidato di testa delle prossime elezioni politiche italiane. È come se avesse già inaugurato la sua campagna elettorale, rivolgendosi a un elettorato moderato, che deve essere rassicurato e non spaventato. Questo spiega il parziale cambiamento delle sue posizioni e qualche passo indietro rispetto al passato.
Acocella Augusto, non portare acqua al mulino del nemico.
Graziani Che intendi?
Acocella Mi riferisco al tentativo di impeachment di Prodi sostenuto dai cristiano-democratici a Strasburgo.
Brancaccio Prodi rischia di non sollecitare nessun cambiamento rispetto al passato.
Graziani Non sarei così radicale come Brancaccio. Siamo partiti dal fatto che Francia e Germania, pur avendo violato i tetti previsti da Maastricht, non hanno subito alcuna sanzione. Nel momento in cui la violazione di una regola non espone ad alcuna sanzione, si può dire che quella regola non esiste più. Dobbiamo chiederci seriamente se le regole di Maastricht e il Patto di stabilità siano davvero ancora in vita Brancaccio Credo sia necessario ribadire che, dal punto di vista della politica macroeconomica, il conformismo e il moderatismo imperano tuttora. A questo proposito, c'è chi ritiene che la disputa di queste settimane sul Patto abbia prodotto qualche cambiamento. Mi pare che Rifondazione comunista azzardi addirittura l'ipotesi che Maastricht sia `caduta'. Io credo si tratti di un errore di valutazione. O meglio, credo che dal punto di vista di una `politica economica di sinistra', orientata all'espansione della spesa pubblica e dei salari, gli eventi delle ultime settimane non abbiano prodotto la benché minima rottura rispetto al passato. Voglio ricordare in proposito che la controversia sul Patto di stabilità è maturata a causa della decisione del governo socialdemocratico tedesco di approvare una riduzione delle tasse superiore ai risparmi di spesa previsti dalla controriforma pensionistica. Evidentemente una simile decisione doveva per forza dar luogo all'effetto collaterale di un innalzamento del deficit rispetto ai valori programmati. Ma questo non può certo significare, di per sé, un cambio di orientamento. Anzi, credo sia difficile immaginare una decisione più lontana da una `politica macroeconomica di sinistra', così come mi sono permesso di definirla prima. Torniamo in sostanza al punto precedente: se a sinistra non si registrano ripensamenti in merito alla definizione degli interessi di riferimento, nessuna svolta in campo macroeconomico potrà mai andare nella direzione sperata.
Acocella Augusto, andrei un po' cauto nel gioire per la caduta del limite al rapporto deficit-Pil. Per evitare che le regole siano applicate a seconda dei soggetti ai quali si rivolgono, ossia in maniera asimmetrica, la regola fino a quando c'è va osservata. Se si pensa che la regola non sia giusta la si cambia, ma la si cambia un attimo prima del momento in cui dovrebbe essere vincolante. Ciò proprio per evitare che in futuro sia applicata all'Italia, o a qualche altro paese meno potente di Francia e Germania. E, in aggiunta a quello che ha detto Brancaccio, vorrei sottolineare che la violazione della regola non è decisiva perché tutto il resto delle istituzioni che sorreggevano quel patto rimane. Ecco, quindi, perché ci andrei un po' cauto nel dire che Maastricht è morta.
Brancaccio Messa in questi termini, però, sembrerebbe che l'aver fatto `giurisprudenza', come dice Tremonti, sia sufficiente per stabilizzare nuovamente il quadro politico. Io credo invece che le norme verranno in un modo o nell'altro modificate, e che non ci si potrà accontentare della giurisprudenza. Il punto è che a mio avviso nell'attuale fase storica non sussiste ancora il retroterra sociale e politico in grado di orientare le norme secondo le direzioni da noi auspicate. Tanto per citare un esempio, voglio ricordare che una delle modifiche normative di cui si sta tornando a parlare (dopo che nel '97 era stata fortunatamente accantonata) consiste nell'introdurre un controllo diretto del rapporto tra spesa pubblica e Pil. Una prospettiva del genere mi sembra decisamente inquietante, così come mi sembra pericolosa l'idea di imporre ulteriori restrizioni al deficit per i paesi maggiormente indebitati. Questo farebbe male all'Italia, che ha già pagato carissimo il percorso di convergenza verso l'unificazione monetaria, e che attualmente sconta più di tutti il costo della politica monetaria restrittiva della Banca centrale, una politica che colloca sistematicamente i tassi al di sopra della crescita del Pil, e che genera un continuo effetto distributivo a danno di lavoratori, contribuenti e beneficiari della spesa pubblica, e a favore dei possessori di rendite finanziarie. Ora so che il professor Graziani mi bacchetta….
Graziani No, intendevo soltanto dire che se le regole vengono cambiate per rendere legittimo un comportamento (nel nostro caso di Francia e Germania) che prima, con le vecchie regole, era illegittimo, non so come si faccia a dire che il Trattato vive ancora. Se abbiamo un Trattato che, come Proteo, cambia forma e contenuto tutte le volte che fa comodo ai paesi forti, non si sa bene in cosa questo Trattato consista.
Brancaccio Credo che il gruppo di interessi sociali e politici che sostiene questo Trattato non stia subendo nessun attacco rilevante. La vorrei mettere non tanto sul piano della sopravvivenza di queste norme, ma sul piano dell'assoluta invarianza del blocco di potere, che attualmente genera le norme. Potremmo dire, insomma, che ci sono tutte le condizioni tecniche per modificare il palinsesto nella direzione dell'espansione della spesa pubblica e dei salari. Quello che manca è solo l'attore politico in grado di farlo.
Graziani Se vogliamo sostenere che il Trattato e il Patto di stabilità siano ancora in vita, pur essendo stati apertamente e impunemente violati, dobbiamo immaginare una modificazione, o quanto meno un'attenuazione, delle regole. Potremmo, ad esempio, immaginare che la regola del tetto massimo del 3% del disavanzo corrente non sia più una regola annuale bensì quinquennale. Il paese che non riesce a rispettare il tetto in un qualsiasi anno sarebbe però impegnato a produrre un avanzo di bilancio nei quattro anni successivi, in modo da rispettare la regola nell'arco del quinquennio.


note:
1  Cfr. Emiliano Brancaccio, La politica economica. Le servitù di Maastricht, «la rivista del manifesto», n. 30, luglio/agosto 2002, pp. 25-29.
2  Cfr. Brancaccio, `Riformisti': il programma economico. C'è già, «la rivista del manifesto», n. 44, novembre 2003, pp. 17-19.


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