La legge sull'informazione
LIBERTÀ E PROPRIETÀ
Luigi Ferrajoli
1. Diritto d'informazione e mercato
La Legge Gasparri, approvata in via d'urgenza per eludere una sentenza della Corte costituzionale, ha completato il Corpus iuris ad personam di Silvio Berlusconi, risolvendo finalmente anche l'annosa questione del conflitto d'interesse con la totale affermazione del primato degli interessi personali del presidente del Consiglio sugli interessi pubblici e generali. È assai probabile, infatti, che il rinvio alle Camere della legge per una nuova deliberazione non varrà a cambiarne la sostanza. Addirittura si profila un decreto-legge la cui «necessità e urgenza», richiesta come condizione di legittimità dei decreti-legge dall'Articolo 77 della Costituzione, risiede evidentemente nella necessità e nell'urgenza per lo stesso Berlusconi di autorizzare se medesimo a non adempiere l'obbligo impostogli dalla Corte costituzionale di trasferire sul satellite, entro il 31 dicembre 2003, una delle sue tre reti televisive. Ciò che è ormai chiaro è che questa maggioranza sta perseguendo qualcosa di assai più grave dell'amministrazione degli interessi privati del suo leader. Sta procedendo alla privatizzazione della sfera pubblica, tramite la riduzione del Parlamento a una sorta di ufficio legale deputato alla difesa dei processi penali e degli interessi patrimoniali del presidente del Consiglio.
Per di più, questa privatizzazione della sfera pubblica si risolve, in materia di stampa e televisione, nell'appropriazione della libertà d'informazione. È questa la novità di cui dobbiamo finalmente prendere atto. Al di là del quasi monopolio televisivo da essa sanzionato ed aggravato, la legge Gasparri ha fatto esplodere, per la sua spudoratezza, una questione che è totalmente ignorata dal dibattito politico e che richiede invece di essere affrontata e discussa come pregiudiziale. È ben vero, infatti, che essa ha provocato la sollevazione unanime dell'opposizione e del mondo della stampa, italiana e internazionale. Tuttavia le proteste e perfino il messaggio del presidente Ciampi, come già del resto la sentenza della Corte, si sono appuntate essenzialmente sulla concentrazione dei mezzi d'informazione nelle mani del presidente del Consiglio: sul fatto, in altre parole, che da tale concentrazione risultano violate la libera concorrenza tra testate e, conseguentemente, il pluralismo dell'informazione. È insomma soltanto la legge del mercato - del mercato dell'informazione e del consenso politico, governato a sua volta da quello della pubblicità -, che viene invocata contro questa vergogna: quasi che di questa legge e del principio della libera concorrenza la libertà di informazione fosse un semplice corollario. Del resto la legge del mercato condiziona ormai, senza sollevare alcuno scandalo, l'intera gestione dei mezzi d'informazione: sono le regole della produzione - i profitti della pubblicità determinati dall'Auditel, la cautela diretta a prevenire richieste di risarcimenti - che dettano apertamente i limiti e le condizioni della libertà di manifestazione del pensiero.
È su questa concezione delle libertà fondamentali e sull'idea di democrazia che è alle sue spalle che dobbiamo interrogarci. La libertà di informazione è una variabile dipendente del mercato, oppure è un principio e un diritto fondamentale della Costituzione repubblicana? A questo diritto, Stato e mercato, poteri politici e poteri economici sono vincolati, come vorrebbe il suo rango costituzionale, o possono al contrario disporne a piacimento, al punto da controllarne e limitarne l'esercizio? La difesa di questa libertà basilare per la democrazia passa (solo) per la rivendicazione del pluralismo dei proprietari dei mezzi d'informazione, oppure va garantita come un valore fine a se stesso? È solo un problema di antitrust o è anche, e prima ancora, un autonomo problema di libertà e di democrazia? In breve: la libertà di stampa e di informazione s'identifica con la proprietà dei giornali e delle televisioni o è da essa distinta e deve essere ad essa sopraordinata, anziché subordinata?
Diciamo subito allora, per chiarire i termini del problema, che la libertà d'informazione include due diritti distinti, nessuno dei quali ha nulla a che fare con la proprietà: da un lato la libertà di manifestazione del pensiero e il diritto di informazione; dall'altro, il diritto all'informazione, cioè a ricevere informazioni quanto più possibile corrette e non manipolate. Il primo diritto è un diritto individuale di libertà, consistente nell'immunità da proibizioni o censure o discriminazioni; il secondo è un diritto sociale, consistente nell'aspettativa di informazioni corrette, quanto più possibile complete e non deformate da condizionamenti interessati. L'uno è un diritto di chi intende esprimere opinioni e diffondere informazioni, essenziale al carattere liberale di un sistema politico; l'altro è un diritto di tutti i cittadini e forma un presupposto altrettanto essenziale della democrazia. La garanzia dell'uno consiste nel divieto di vietare o comunque di limitare l'informazione. La garanzia dell'altro consiste nell'obbligo di fornire un'informazione non omologata, a sua volta garantito dalla pluralità ma, soprattutto, dall'indipendenza, politica ed economica, di quanti esprimono opinioni e producono informazioni. I due diritti - libertà di informazione e diritto all'informazione - possono essere soppressi o limitati in due modi: con la repressione, cioè con il divieto di manifestare opinioni e di fornire informazioni; oppure con l'appropriazione dei mezzi di informazione. Il primo metodo è quello dei regimi apertamente autoritari. Il secondo è quello odierno, che stiamo sperimentando, della concentrazione economica e del controllo politico dei media: un sistema questo, peraltro, che non necessariamente esclude il primo, come ha dimostrato la censura dei Biagi e Santoro, Luttazzi e Guzzanti.
2. Libertà di informazione e proprietà dei mezzi d'informazione
Cominciamo dunque dall'analisi del primo di questi diritti. Storicamente, come sappiamo, si è affermata per prima la libertà di coscienza, poi la libertà di parola, poi la libertà di stampa. Lo stesso sviluppo hanno avuto la repressione e le limitazioni delle libertà. Nelle esperienze autoritarie e totalitarie si è represso la stessa coscienza o quanto meno, con la censura e i reati d'opinione, la libertà di stampa. Oggi, nella società del mercato, la libertà di pensiero e di stampa è scontata. A nessuno è impedito di parlare o anche di stampare volantini o giornali, disponibilità finanziarie e mercato pubblicitario permettendo. E tuttavia la repressione e la discriminazione, la censura e l'autocensura, il controllo delle opinioni e delle informazioni passano ugualmente attraverso la proprietà dei mezzi di informazione. Grazie ad essa, il pensiero, l'opinione, l'informazione diventano `merci', la cui produzione è legata alla proprietà del mezzo di informazione e alle inserzioni pubblicitarie: dunque beni patrimoniali, ben più che diritti fondamentali.
Si manifesta qui, nella maniera più vistosa, l'equivoco teorico che è sotteso alla concezione paleo-liberale e liberista della libertà di manifestazione del pensiero: la confusione concettuale tra libertà d'informazione e proprietà privata dei mezzi d'informazione. È una confusione che ignora l'asimmetria strutturale tra la prima, che è una libertà fondamentale di tutti, e la seconda, che è un diritto patrimoniale e insieme un potere che come tutti i poteri dovrebbe, nella logica dello Stato di diritto, essere soggetto alla legge e in particolare ai diritti di libertà costituzionalmente stabiliti. Né si tratta soltanto di due diritti strutturalmente diversi, l'uno fondamentale e l'altro patrimoniale, l'uno di tutti e l'altro excludendi alios. Si tratta di due diritti tra loro in conflitto, dato che in questo caso la proprietà divora letteralmente la libertà, equivalendo alla sola libertà dei proprietari; anzi, in condizioni di monopolio, alla sola libertà del proprietario.
Con la televisione e con le sue odierne forme di concentrazione e di omologazione è insomma emersa un'aporia che era già presente nella stampa. Quello che è un potere - il potere imprenditoriale - viene a sovrapporsi e a coincidere con un diritto di libertà, la libertà di stampa, di opinione e di informazione, e perciò a inglobarlo e a schiacciarlo. I diritti di libertà, anziché limitare il potere, ne sono, in tal modo, limitati. Il fenomeno era relativamente circoscritto allorquando l'informazione avveniva tramite i soli giornali e non era condizionata dal mercato della pubblicità. Le imprese giornalistiche, almeno tendenzialmente, erano imprese puramente editoriali, la cui concorrenza coincideva grosso modo con la concorrenza delle idee e della qualità dell'informazione. La dipendenza dalla pubblicità, che ovviamente predilige il mezzo televisivo, i processi di concentrazione e, per altro verso, il rapporto sempre più stretto tra informazione e poteri politici stanno di fatto, non solo in Italia, soffocando, insieme al pluralismo, la stessa libertà d'informazione. In Italia, poi, la concentrazione dei media direttamente nelle mani del partito di governo e del suo leader si sta risolvendo in una vanificazione anche del diritto all'informazione e perciò della dialettica democratica.
3. Diritto all'informazione e democrazia
Vengo così al secondo diritto incluso nella nozione di diritto di informazione. Se è vero che la confusione tra libertà e proprietà schiaccia il diritto d'informazione quale libertà, cioè nel primo dei due significati sopra distinti, non meno compromesso ne risulta il diritto dei cittadini all'informazione, che è a sua volta una pre-condizione della democrazia politica.
C'è infatti una seconda confusione che sta oggi realizzandosi, non solo in Italia, con i processi di concentrazione dei media: quella tra informazione e potere politico. In un duplice senso: nel senso che la concentrazione della proprietà dei mezzi d'informazione è non solo un potere privato, in grado di limitare la libertà di espressione dei giornalisti dipendenti, ma è altresì un potere politico, forse il più penetrante e insidioso per le sue capacità di deformazione e di propaganda; e nel senso che essa è sempre più strettamente vincolata da rapporti di scambio - quando non arriva a coincidere, come in Italia - con i poteri politici istituzionali. Ben più dei giornali volta a volta acquistati dai lettori, d'altro canto, la televisione è sempre più chiaramente un luogo pubblico, caratterizzato dalla sua capacità di invadenza e di invasione nella sfera privata. È una parte rilevante, forse la più rilevante, della sfera pubblica nel senso di Habermas, decisiva nella formazione del consenso e del senso comune e nella costruzione dell'immaginario politico e sociale.
Ciò che sta accadendo è perciò che il potere politico e la sfera pubblica, grazie alla loro appropriazione da parte dei poteri economici privati, stanno diventando anch'essi delle merci sul mercato, non meno delle idee e delle informazioni. E questo mercato, per l'intreccio e la sinergia inevitabili tra denaro, informazione e politica - denaro e proprietà per fare informazione, informazione per fare politica, politica per fare informazione, informazione per fare denaro e accrescere le proprietà, e così via - tende inevitabilmente e progressivamente alla concentrazione monopolistica e al monopolio politico-privato.
La televisione si configura così come il principale problema odierno della democrazia. Non soltanto in Italia. Come hanno mostrato Giancarlo Aresta e Giuseppe Giulietti nei numeri 41 e 43 di questa rivista1, il fenomeno è globale, e si manifesta nella costante espansione degli attuali imperi mediatici, nell'informazione omologata e omologante da essi imposta a livello planetario, nella rigida alleanza da essi stretta con i poteri di governo. Nella Russia di Putin il presidente ha messo le mani su gran parte dei mezzi d'informazione, attraverso il controllo della Gasprom, cioè dell'azienda statale del gas, e la neutralizzazione di quasi tutti quelli di opposizione. Negli Stati Uniti, poi, la vecchia libertà di stampa come `quarto potere' e il vecchio pluralismo dell'informazione sono in pochi anni diventati poco più che un ricordo. Buona parte dell'informazione giornalistica e radiotelevisiva è oggi nelle mani di cinque grandi corporations. E si è persino tentato, per compensare il loro schieramento compatto a sostegno della guerra di Bush, di elevare ulteriormente il tetto anti-trust: una proposta di portarlo dal 35% al 45% dell'audience, avanzata dalla Federal Communications Commission presieduta da Michael Powell, figlio del segretario di Stato Colin Powell, è stata fortunatamente bocciata dal Senato lo scorso 3 settembre.
Il conflitto di interessi, che ormai sarebbe bene chiamare confusione di interessi e di poteri, sta dunque diventando una dimensione generale delle odierne democrazie, delle quali rischia di vanificare, al tempo stesso, il carattere liberale e la forma rappresentativa: per il venir meno della libera informazione e, insieme, di quella separazione tra politica e affari, tra sfera pubblica e interessi privati che della rappresentanza politica, quale rappresentanza di tutti i cittadini e degli interessi generali, forma il presupposto elementare. Dove poi la titolarità degli interessi economici e dei poteri di governo viene a coincidere in capo a una stessa persona, è l'intero assetto dello Stato di diritto e della democrazia politica che rischia di regredire a forme neo-assolutistiche e patrimoniali di tipo premoderno.
È precisamente quanto è accaduto in Italia, con la trasformazione in forza politica dell'impero televisivo, editoriale e pubblicitario di Silvio Berlusconi. Una simile concentrazione sarebbe comunque allarmante, chiunque la detenesse, giacché è comunque un potere politico, oltre che economico, che vale a condizionare e a limitare potentemente la libertà di informazione, di critica e di dissenso e insieme il diritto a un'informazione quanto più possibile non manipolata. Ma si risolve in un'appropriazione privata della democrazia allorquando si mobilita dapprima nella costruzione di un partito di massa e poi, conquistato il potere e con esso anche il controllo della televisione pubblica, nel sostegno diretto neppure di uno schieramento politico, neppure di un sistema di interessi economici e sociali, ma direttamente dei privati interessi del suo proprietario, divenuto grazie ad essa presidente del Consiglio.
4. Quali garanzie?
Naturalmente è vano sperare che questi processi degenerativi subiscano, durante questa legislatura, una battuta d'arresto. La nuova Legge Gasparri sarà comunque promulgata. Ed è probabile che una successiva e ulteriore pronuncia della Corte costituzionale, se e quando arriverà, sarà nuovamente aggirata. Il tratto specifico di questa maggioranza e del suo capo è, infatti, l'assoluta mancanza di senso del limite, della misura e della decenza. La sola speranza è che l'indecenza e la voracità illimitata superino anche le altissime capacità di sopportazione dell'elettorato. Ma neppure questo è scontato. Il monopolio privato e politico dei mezzi d'informazione non produce soltanto una limitazione del pluralismo e della libertà di opinione e di informazione. Produce anche un ottundimento delle coscienze e una corruzione della società. Alla discriminazione o comunque alla neutralizzazione di quanti non si piegano, corrisponde, infatti, la corruzione di coloro - giornalisti e direttori, amministratori e programmisti - che invece si piegano, autocensurandosi, integrandosi, venendo comunque a compromessi. E corrisponde, soprattutto, l'abbassamento generale dello spirito pubblico: per ignoranza, per disinformazione, per indifferenza, per rassegnazione, per connivenza.
E tuttavia è sul rapporto tra proprietà dei media, libertà di informazione, diritto all'informazione e poteri di governo che dovrebbe oggi aprirsi un serio dibattito e dovrebbero impegnarsi la riflessione politica e l'iniziativa riformatrice di un prossimo governo di centro-sinistra, che avesse a cuore il futuro della democrazia. Non ci sono, naturalmente, soluzioni facili. Ma nessun problema di garanzie è in via di principio insolubile, se non vogliamo contrabbandare come utopia ciò che semplicemente non si ha l'interesse o la volontà di fare. Ciò che è certo è che una riforma degna di questo nome dovrebbe essere radicalmente alternativa non soltanto alla Legge Gasparri, ma anche alla legislazione attuale, i cui binari sono stati tracciati e ipotecati, fin dai tempi di Craxi, dagli interessi dell'impero berlusconiano.
Se riconosciamo che la proprietà dei mezzi d'informazione è un potere, al tempo stesso economico e politico, ci sono infatti almeno due regole, consegnateci dalla tradizione teorica dello Stato di diritto, cui essa deve essere sottoposta, come ogni altro potere, onde ne sia impedita l'accumulazione in forme assolute. La prima regola è la soggezione alla legge, cioè a limiti e a vincoli idonei a garantire la libertà d'informazione nei due sensi sopra distinti. La seconda è la separazione dei poteri, che è poi la vecchia ricetta di Montesquieu che non può non essere estesa a quel `quarto potere' nel quale si è soliti identificare la stampa, affinché esso sia realmente `quarto', cioè indipendente sia dai poteri politici che da quelli economici.
Le due regole sono entrambe essenziali alla tutela della libertà d'informazione nel primo dei due significati qui distinti. La principale garanzia di tale libertà è, infatti, la sua separazione e la sua indipendenza dalla proprietà, essenziali all'informazione non meno di quanto indipendenza e separazione lo siano al potere giudiziario nei confronti del potere esecutivo. Se è vero che il diritto di informazione è divorato dalla sua confusione con la proprietà, allora il rimedio consiste nel distinguere e nel separare questi due diritti e nel capovolgere il loro attuale rapporto: nel sottoporre il potere imprenditoriale delle aziende giornalistiche e soprattutto televisive, siano esse pubbliche o private, ai limiti e ai vincoli rappresentati dall'indipendenza della libertà di stampa e d'informazione.
Ovviamente non è un'operazione semplice. E tuttavia un futuro statuto dei diritti dell'informazione ben potrebbe ridurre e perfino neutralizzare il potere della proprietà con molteplici garanzie: dall'elezione o quanto meno dal concorso decisivo delle redazioni nella nomina dei direttori delle testate, all'istituzione - accanto all'antitrust - di autorità di garanzia indipendenti, specificamente deputate alla tutela della libertà dei giornalisti e dell'autonomia delle redazioni; dal divieto di licenziamenti arbitrari, di discriminazioni e censure, alla previsione di finanziamenti pubblici espressamente condizionati all'assenza di controlli padronali. Attualmente esiste in Italia un'Autorità per la garanzia delle comunicazioni (il vecchio `Garante dell'editoria') di nomina parlamentare, con funzioni prevalentemente tecniche e oggi, di fatto, a seguito del Decreto legislativo n. 259 del 2003, commissariata dal governo. Si tratterebbe di trasformarla in una vera autorità indipendente, dotata di effettivi poteri di vigilanza e di tutela della libertà di manifestazione del pensiero e dell'indipendenza dell'informazione e formata, perché sia garantita la sua stessa indipendenza, da membri non già nominati dal potere politico ma eletti, almeno nella loro maggioranza, dalle federazioni dei giornalisti e dalle associazioni degli utenti.
Non meno importante è la garanzia del secondo dei diritti sopra distinti: il diritto dei cittadini all'informazione. Una prima garanzia è naturalmente il divieto di concentrazione delle testate. Ma in forme ben più rigide di quelle previste dalla legislazione vigente. Semplicemente, dovrebbe essere preclusa agli investitori, sia nazionali che stranieri, la proprietà privata di più di un quotidiano o di una rete televisiva. È questo il solo modo per assicurare un effettivo pluralismo e un'effettiva differenziazione dei mezzi di informazione. Se la funzione dei mezzi d'informazione è quella appunto di fornire informazioni, critiche e opinioni, e di essere luoghi di pubblico dibattito, non si capisce perché mai non dovrebbe essere sufficiente a tal fine una sola testata. Né si capisce perché mai i maggiori investimenti non dovrebbero essere diretti a rafforzarla, ad accrescerne la qualità e la diffusione, anziché ad acquistare e perciò a controllare e a neutralizzare le testate concorrenti. Già oggi, del resto, mentre nelle comuni attività imprenditoriali è vietato dall'Art. 82 del Trattato della Comunità Europea «l'abuso di posizioni dominanti sul mercato comune», in materia di imprese giornalistiche e televisive è preclusa, dalla sentenza della Corte costituzionale n. 420 del 1994 e poi dall'Art. 2 della Legge n. 249 del 1997 - violato serenamente fino ad oggi e travolto dalla Legge Gasparri - la stessa «formazione di posizioni dominanti». Quanto poi alle economie di scala nelle infrastrutture necessarie all'informazione televisiva (reti, cavi, radio-frequenze, satelliti e simili), con cui di solito vengono giustificate le concentrazioni, esse ben potrebbero essere realizzate affidandone la gestione alla sfera pubblica (come la rete stradale) o anche, come si sta sperimentando in Germania, a consorzi aperti a tutte le imprese.
Andrebbe poi riconosciuto il carattere di luogo e di spazio pubblico ormai chiaramente assunto dalle televisioni, siano esse pubbliche o private, e ne andrebbe perciò garantito, grazie anche alla vigilanza dell'autorità di garanzia, il ruolo di contro-poteri, ossia di strumenti di informazione, di critica e di controllo sul potere, liberi da censure e discriminazioni interne e da costrizioni o imposizioni esterne. Onde impedire la dipendenza dell'informazione e della qualità dei servizi dalla pubblicità, si potrebbe inoltre introdurre una misura tanto semplice quanto efficace: la previsione di un adeguato finanziamento pubblico, inversamente proporzionale agli introiti pubblicitari e/o agli spazi riservati alla pubblicità. Una simile misura varrebbe anche a distinguere chiaramente le televisioni commerciali dalle televisioni di informazione.
Infine andrebbe rafforzato il servizio pubblico, con una politica esattamente opposta a quella delle privatizzazioni. C'è una norma nella nostra Costituzione, l'Articolo 43, che sembra pensata proprio per il nostro problema, pur se fu scritta quando ancora la televisione non esisteva: «Ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale». Quale mai «servizio pubblico» è più «essenziale» e ha maggiormente «carattere di preminente interesse generale» di quella che ormai è diventata l'odierna arena politica, cioè la sede più visibile, più affollata, più invadente e più decisiva del dibattito pubblico e della formazione del consenso? Non dimentichiamo che fu proprio su questa norma che per decenni la Corte costituzionale fondò la legittimità del monopolio statale del servizio radiotelevisivo su scala nazionale. La «riserva allo Stato» di tale servizio, essa affermò nella Sentenza n. 148 del 21 luglio 1981, si giustifica «in vista del fine di utilità generale costituito dalla necessità di evitare l'accentramento dell'emittenza radiotelevisiva in monopolio od oligopolio privato». E aggiunse, con lungimiranza: «L'asserito aumento della disponibilità delle frequenze non appare infatti elemento determinante per escludere il pericolo di oligopoli privati, in quanto una serie di fattori di ordine economico, con la utilizzazione del progresso della tecnologia, fa permanere i rischi di concentrazione oligopolistica attraverso lo strumento della interconnessione e degli altri ben noti mezzi di collegamento di vario tipo oggi esistenti per le trasmissioni televisive».
Ovviamente non si tratta, oggi, di ristabilire il monopolio statale, ma semplicemente di evitare non diciamo gli `oligopoli privati' paventati più di venti anni fa dalla Corte ma l'attuale monopolio politico-privato. Né si tratta di ridurre o anche solo di scoraggiare le televisioni private, ma al contrario di garantirne la concorrenza, grazie a un loro effettivo pluralismo, in aggiunta a una forte televisione pubblica. D'altro canto, proprio perché consiste in un «servizio pubblico» destinato a «fini di utilità generale», la televisione pubblica ben potrebbe essere emancipata dalla sua attuale dipendenza dalla pubblicità, quale televisione prevalentemente non commerciale a sostegno della quale si giustifica il pagamento del canone. È poi evidente che il principio della separazione e del bilanciamento dei poteri richiederebbe un'amministrazione della televisione pubblica affidata non già, come oggi, a un organo di nomina politica e perciò espressione della maggioranza, bensì a un'istituzione di composizione mista (come sono le attuali istituzioni di garanzia previste dalla Costituzione), garante al tempo stesso del pluralismo politico e dell'indipendenza dei giornalisti.
Separare la gestione dell'informazione dalla proprietà - e garantirla -, istituire autorità di garanzia finalizzate alla tutela della libertà di stampa e di informazione, impedire ogni forma di concentrazione della proprietà, precludere controlli padronali o politici, rendere il più possibile i media accessibili a tutti, favorire con adeguati finanziamenti le televisioni non commerciali nonché la creazione di impianti e di infrastrutture comuni, affermare il carattere oggettivamente `pubblico' della televisione in quanto tale e allargare lo spazio del servizio televisivo in mano pubblica: sono soltanto alcune delle possibili riforme volte a fronteggiare il pericolo incombente del Grande fratello. È probabile, purtroppo, che non si farà nulla, neppure se Berlusconi sarà battuto alle elezioni. Ma che almeno si prenda coscienza dei termini drammatici del problema. Sono in gioco, ancora una volta, le libertà fondamentali e la democrazia.
note:
1 Cfr. Giancarlo Aresta, Informazione: Italia e Usa. I grandi fratelli, «la rivista del manifesto», n. 41, luglio/agosto 2003, pp. 9-12; Giuseppe Giulietti, Murdoch comincia dal digitale. Lo squalo in acque italiane, ivi, n. 43, ottobre 2003, pp. 29-31.