numero  45  dicembre 2003 Sommario

Un'abrogazione strisciante

LA COSTITUZIONE SOSPESA
Alberto Burgio  

Il caso - o la tempesta nel classico bicchiere d'acqua - scoppia il 4 novembre, quando i componenti laici del centrodestra del Consiglio superiore della magistratura annunciano che dall'indomani diserteranno i lavori del Consiglio e si dimetteranno dalle rispettive commissioni. Il casus belli è la distribuzione, agli uditori giudiziari presso il Csm, di uno scritto del professor Alessandro Pizzorusso (una relazione presentata lo scorso luglio ad un convegno dei Lincei su Stato della Costituzione italiana e avvio della Costituzione europea) che contiene - tra l'altro - una serrata analisi dell'irresistibile ascesa del Signor B. ai vertici della politica. I consiglieri di piazza dei Marescialli si sono risentiti in particolare per un passaggio nel quale Pizzorusso commenta gli effetti, a suo giudizio perversi, di una modifica introdotta nel 2002 dalla riforma ordinamentale del Csm. In base al nuovo ordinamento, appena quattro consiglieri laici - uno meno dei cinque nominati dalla maggioranza parlamentare - possono decidere in qualsiasi momento di bloccare il funzionamento del Consiglio, disertandone le sedute. Commenta Pizzorusso: «Dato che […] in regime di partito-azienda tra il leader della maggioranza parlamentare e i `suoi' membri del Consiglio sussiste un vincolo assai stretto, la minaccia è molto più reale di quanto fosse in passato, quando i partiti riconoscevano una certa autonomia agli eletti al Consiglio su loro designazione».
Apriti cielo. Due consiglieri della Casa delle Libertà - Giuseppe Di Federico e Nicola Buccico - parlano di «vulnus» e di «grande offesa all'intero plenum», e si dimettono dalla nona commissione del Csm, in attesa che «chi ha l'autorevolezza e la responsabilità istituzionale» ponga riparo al malfatto. E difatti, poche ore dopo, il presidente Ciampi interviene, affidando a una lettera l'espressione della propria «ferma deplorazione per l'accaduto» e della «piena solidarietà» ai membri del Consiglio raggiunti da «grave offesa». L'«onorabilità» compromessa è prontamente ristabilita. Ottenuta soddisfazione, i consiglieri dimissionari riassumono le proprie funzioni. Il caso è chiuso. Messe a repentaglio da un incidente istituzionale dagli esiti imprevedibili, le sorti della Repubblica sono provvidenzialmente ristabilite. È il 5 novembre, una data che gli storici ricorderanno.
Per la verità, qualche malizioso osserva che proprio intorno a questa data si addensano curiose coincidenze. Per il 5 novembre l'Associazione nazionale magistrati ha da tempo convocato una Giornata per la giustizia che si inserisce nel programma di manifestazioni di protesta contro la continua aggressione del governo nei confronti della magistratura. Capita, per di più, che a Montecitorio, proprio quel giorno e proprio in materia di giustizia, il governo conosca una delle sconfitte più brucianti, la bocciatura (purtroppo solo provvisoria) del Ddl delega del ministro Castelli sull'abolizione del Tribunale dei minori, un progetto coerente con la politica di riduzione dei diritti dei soggetti più deboli, che avrebbe comportato la dispersione di cinquant'anni di esperienza giurisdizionale. Nulla di meglio, allora, che creare ad arte un incidente che distragga l'attenzione anche solo per un giorno. E pazienza se non c'è altro a disposizione che il testo di una relazione già abbondantemente nota, distribuita dagli uffici del Csm sin dallo scorso ottobre.
Al di là di tanto scandalo, che cosa contiene di così intollerabile lo scritto di Pizzorusso? Difficile dirlo, se non altro perché il testo ripercorre vicende ben note e pone in evidenza una patologia su cui il dibattito politico italiano - e non solo - infuria da almeno tre anni a questa parte. Vediamo meglio. In primo luogo Pizzorusso esamina i mezzi impiegati da Berlusconi per difendersi da gravissime incriminazioni, riscontrando in essi la «principale anomalia» della storia politica italiana dell'ultimo decennio. E sottolinea l'assoluta «originalità» della strategia difensiva dell'attuale presidente del Consiglio, il fatto che, oltre che di schiere di avvocati, Berlusconi si sia avvalso del proprio impero mediatico per contrattaccare (accusando i suoi accusatori di essere «politicizzati») e del proprio potere politico per colpire i giudici (tramite provvedimenti disciplinari e trasferimenti disposti dal guardasigilli) e per cambiare le leggi (a cominciare dalla normativa sul falso in bilancio e sui reati fiscali) e le norme processuali (sulle rogatorie internazionali, la rimessione, l'accesso al rito abbreviato e l'immunità) che maggiormente minacciavano la sua persona e i suoi interessi imprenditoriali. Risultato di questa «incredibile vicenda»: «la più vistosa violazione che i principi stabiliti dalla Costituzione italiana abbiano subito in questi ultimi anni e una delle più singolari che si siano mai verificate nella storia costituzionale di tutti i popoli».
La seconda parte del ragionamento di Pizzorusso concerne la ricaduta della strategia difensiva di Berlusconi sull'edificio istituzionale del paese. O meglio, il senso politico delle modifiche istituzionali e costituzionali, dei mutamenti normativi e degli stravolgimenti procedurali introdotti in un primo momento al solo scopo di evitare a Berlusconi l'onta di una condanna penale. Due appaiono i passaggi più significativi a questo riguardo: la riforma del Csm (che, come si diceva, ha accresciuto il peso proporzionale dei consiglieri eletti su designazione della maggioranza parlamentare) e la ventilata riforma dell'ordinamento giudiziario (che prevede tra l'altro la ricostruzione di un assetto gerarchico della magistratura e l'istituzione di una Scuola della magistratura sotto il controllo di una Cassazione, a sua volta trasformata nel giudice dei giudici e restituita alla funzione di organo di collegamento con il ministero della Giustizia). A giudizio di Pizzorusso si tratta, nel primo caso, di una modifica tendente «a ripristinare l'assetto esistente prima della Costituzione», nel secondo di misure che, ove approvate, «ripristinerebbero il tipo di gestione del personale giudiziario che esisteva prima che i principi costituzionali cominciassero a ricevere attuazione». In sostanza, entrambi i provvedimenti sembrano rientrare a pieno titolo in un ambizioso disegno restauratore, teso a resuscitare la forma dello Stato e la logica delle relazioni istituzionali in vigore nell'epoca precedente la nascita della Repubblica.
Gravi offese? Insinuazioni infondate? Di sicuro non vi è nulla di nuovo, nulla che non si sia già avuto occasione di leggere in tante altre analisi di storici, politologi, giuristi, osservatori delle vicende politiche nostrane. Come ha chiarito lo stesso Pizzorusso, «sono cose che si leggono su tutti i giornali, cose ormai pacifiche». Certo, nel momento in cui varca determinate soglie una verità assume un altro valore, e così si spiegano - curiose coincidenze a parte - talune reazioni sdegnate. Ma questo fa parte del teatro della politica quotidiana, che qui interessa sino a un certo punto. La vera questione è un'altra. Posto che l'analisi di Pizzorusso coglie nel segno (tali e tante sono le evidenze al riguardo che non mette conto dilungarsi per confutare i critici), occorre piuttosto individuare le implicazioni che la sua ricostruzione aiuta a focalizzare. Si tratta di capire, cioè, in che misura l'ottica costituzionalistica consenta di valutare i contraccolpi che la «miserevole storia» politico-giudiziaria di Berlusconi rischia di scaricare sulla stessa tenuta democratica del paese.
Se si dovesse indicare in sintesi la cifra della crisi di legalità oggi in atto in Italia (e non solo: si pensi, per analogia, agli Stati Uniti di Bush jr., del President Issues Military Order e di Guantanamo Bay), la definizione più pertinente sarebbe quella di una sospensione surrettizia della Costituzione, in forza della quale si è venuta consolidando una situazione giuridicamente ingiustificabile e insostenibile, caratterizzata dalla stabile vigenza di norme incostituzionali o anticostituzionali (ovviamente non dichiarate tali) e dunque dalla sostanziale (benché tacita) revoca di parti del dettato costituzionale. Trattandosi di un processo necessariamente implicito (che vive di strategie di dissimulazione, di mascheramento, di denegazione della sua logica portante e dei suoi snodi nevralgici), sarebbe vano ricercarne sintomi evidenti e, a maggior ragione, enunciazioni ufficiali. Sul piano formale un processo come questo è anzi semplicemente inconcepibile, dal momento che, in assenza di una sentenza di incostituzionalità da parte di un organo abilitato a pronunciarla, qualsiasi norma è per definizione costituzionale. Il punto è che, in periodi di crisi, il terreno delle forme giuridiche si rivela inadeguato a comprendere e riflettere la portata delle contraddizioni in atto. La strada è dunque un'altra. Occorre chiedersi in che misura sia fondata la percezione diffusa che, al di là del piano formale, sia profondamente cambiata la fenomenologia della incostituzionalità: l'idea che - sperimentata l'impossibilità politica di percorrere la via regia delle riforme costituzionali - si sia in qualche modo convenuto di ripiegare su `violazioni legali' della Costituzione vigente: violazioni non rilevate, quindi ammesse, e per ciò stesso non individuabili in base ad atti formali degli organi deputati al sindacato di costituzionalità.
Prima di interrogarci sulle ragioni storiche di una simile deriva (ragioni che ovviamente trascendono la pur abnorme vicenda personale dell'attuale presidente del Consiglio), vediamo rapidamente qualche esempio. Non si tratta di mere violazioni di fatto. Di queste ultime si potrebbe fare un lungo elenco, a cominciare dall'elezione in Parlamento di un titolare di concessioni pubbliche (per di più già iscritto ad una criminale associazione segreta coinvolta in alcuni tra i peggiori misfatti della storia repubblicana) o dalla paradossale applicazione del nuovo Articolo 111 della Costituzione sul «giusto processo», che coinvolge in realtà una esigua minoranza di procedimenti, mentre la gran parte - accedendo ai riti alternativi - ne resta esclusa, continuando a svolgersi in base al vecchio modello inquisitorio. Ma si aprirebbe con ciò tutt'altro discorso, relativo alla flessibilizzazione di fatto della Costituzione, il cui dettato è sovente obliterato da contingenti accordi politici o contraddetto dalla forza stessa delle cose.
Di per sé preoccupanti, tali violazioni di fatto compiono un vero e proprio salto di qualità quando mettono capo a norme di legge, che forniscono loro una paradossale sanzione di legalità. Si accennava poc'anzi ad alcune leggi sulla giustizia varate dall'attuale governo. È opinione largamente condivisa che esse violino fondamentali principi costituzionali, dal principio di uguaglianza alla «ragionevole durata» dei processi, dall'autonomia e indipendenza della magistratura all'obbligatorietà dell'azione penale, dalla non-retroattività delle leggi alla separazione dei poteri (riguardo alla quale vale la pena di ricordare anche la mozione approvata dal Senato il 5 dicembre del 2001, con la quale un ramo del Parlamento intese prescrivere a un tribunale della Repubblica una determinata interpretazione della norma, allo scopo di predefinire l'esito di un dibattimento). Ripetutamente violato è - per comune parere - anche l'Articolo 138 della Costituzione, nella misura in cui rilevanti modifiche costituzionali sono state attuate per via ordinaria. Spicca in proposito il cosiddetto `lodo' Schifani, sul quale a giorni è chiamata a pronunciarsi la Consulta (e chissà quanto peserà su tale giudizio la consapevolezza che l'abrogazione della norma avrebbe l'effetto immediato di ricondurre il presidente del Consiglio dinanzi a una corte, in un processo ormai prossimo a sentenza). Ma il `lodo' non è un caso isolato, visto che anche la riforma del Csm è stata introdotta con legge ordinaria, benché - come si è visto - sortisca l'effetto di ridimensionare gravemente l'autonomia e le attribuzioni di un organo costituzionale.
D'altra parte non c'è solo la giustizia, né tutta questa storia comincia con la nascita del secondo governo Berlusconi. Da dodici anni (dalla prima guerra del Golfo e dalla missione Ibis in Somalia) l'Italia partecipa stabilmente ad operazioni belliche. Oggi diverse migliaia di soldati italiani sono impegnati in Bosnia, Afghanistan e Iraq, in palese e reiterata violazione dell'Articolo 11 della Costituzione (e non vi era certo bisogno della strage di Nassiriya per capire quali terribili rischi queste spedizioni comportino). Bene ha fatto di recente Pietro Ingrao a porre con forza la domanda chiave: qualcuno ha forse abrogato questo articolo? Gli ha risposto l'attuale presidente della Camera, ma la risposta oscillava tra il sofisma e la tautologia. Secondo l'onorevole Casini i padri costituenti intesero «affermare sul piano dei rapporti internazionali i principi di libertà e rispetto dei diritti della persona», e siccome «tali valori devono essere difesi adeguatamente, non si può restare inermi di fronte alla loro violazione». Di qui si fa presto a leggere in Costituzione un presunto comando ad «agire» con «responsabilità e fermezza» contro il «terrorismo» nel modo più conforme «agli interessi permanenti dell'Italia», salvo chiarire che - ovviamente - il ricorso alle armi può accettarsi solo se «non evitabile». Ma questa strada conduce soltanto a soluzioni retoriche, che per di più hanno l'effetto di neutralizzare il ruolo prescrittivo delle norme fondamentali. La premessa metodica fatta valere dall'onorevole Casini, secondo cui nessun articolo dev'«essere estrapolato dall'intero testo costituzionale» 1, rischia di svuotare qualsiasi principio, dal momento che legittima ciascun interprete a ricostruire a proprio talento il senso complessivo del testo.
L'attuale governo e quello presieduto dall'onorevole D'Alema hanno introdotto diverse leggi di `riforma' della scuola dell'obbligo che hanno legittimato il finanziamento pubblico a istituti privati: qualcuno ha forse abrogato l'Articolo 33 della Costituzione? Questo esecutivo e il primo dei tre governi di centrosinistra che l'hanno preceduto hanno varato leggi sull'immigrazione che legittimano la detenzione in assenza di reati, che sanciscono trattamenti discriminatori su base `razziale', e che violano gravemente qualsiasi tutela degli imputati, di norma raggiunti da provvedimenti di espulsione che di fatto vanificano il diritto alla difesa: qualcuno ha abrogato l'Articolo 3 della Costituzione? Qualcuno ha stabilito che esiste una sottospecie di `non-persone', per le quali la sentenza di primo grado è di fatto inappellabile?
Si potrebbe proseguire a lungo. Richiamare recenti provvedimenti in materia fiscale che rinnegano il principio di progressività. Ricordare la sostanziale abolizione del diritto d'asilo consacrato dall'Articolo 10 della Costituzione, e il sistema di leggi che consentono l'alienazione del patrimonio ambientale e storico-artistico che la Costituzione considera intangibile bene collettivo. Evocare la Gasparri che, ove approvata, infrangerebbe due norme costituzionali (sul pluralismo informativo e le prerogative del Parlamento), violerebbe una disposizione della Consulta in materia di nomina del Consiglio di amministrazione della Rai, e cristallizzerebbe una situazione di fatto, già dichiarata dalla Consulta stessa e dall'Autorità anti-trust non conforme al dettato costituzionale e alle norme europee. Si potrebbe osservare, ancora, come la Legge 30/2003 - un paradigma di legislazione capitalistica, nel quale il lavoro è disciplinato nella sua pura astrazione, scisso dalla persona del lavoratore - faccia strame dell'incipit della Carta costituzionale, secondo il quale il lavoro è «fondamento» della Repubblica in quanto strumento di partecipazione dei lavoratori alla vita collettiva e in quanto garanzia della loro libertà concreta.
La sostanza non cambierebbe. E la sostanza sembra essere che viviamo in una situazione di endemica crisi costituzionale, il cui connotato saliente è costituito dalla durevole compresenza, nel nostro ordinamento, di norme incompatibili tra loro e con la Carta fondamentale. Viviamo in uno stato di crisi somigliante alla malattia di un sistema immunitario (per cui un organismo non è più in condizione di espellere corpi estranei o parti di sé incompatibili con il proprio ricambio fisiologico e con la sua stessa identità), al collasso di un quadro discorsivo (conseguente alla sistematica violazione del principio di non-contraddizione) o alla dissoluzione di un codice linguistico (dovuta all'impossibilità di riferirsi a un qualsiasi sistema di corrispondenze tra significanti e significati).
Ci sono almeno due modi di reagire a questa situazione. Il primo, consueto, consiste nel porre in risalto i contraccolpi immediati di questa crisi, gli effetti perversi dei singoli provvedimenti sul loro specifico terreno d'influenza (la scuola, il processo, le politiche sociali, ecc.), e nell'attivare di volta in volta contromisure efficaci nei diversi ambiti. Ma ce n'è un secondo - che forse meriterebbe di essere finalmente praticato - che implica domandarsi quali cause possano avere generato una situazione del genere e quali conseguenze di ordine generale essa rischi di produrre sulla stessa tenuta del sistema democratico del paese.
Si diceva poc'anzi che questa inedita tolleranza nei confronti di gravi, ripetute e durevoli violazioni della Costituzione va probabilmente interpretata come una strategia di ripiego, adottata a fronte del fallimento dei progetti di riforma costituzionale via via concepiti nel corso degli ultimi decenni (la Bicamerale non segnò certo l'esordio di questa vicenda, alla quale ha contribuito anche - con esiti tutto sommato più concreti - il Piano di rinascita democratica del `venerabile' Licio Gelli). Le `violazioni legali' della Costituzione sembrano funzionare come lo strumento mediante il quale realizzare quella Grande riforma che non si è riusciti ad attuare, nel rispetto delle regole, durante la lunga transizione (ancora in atto) dalla `prima' alla `seconda' Repubblica. Una conferma di tale ipotesi deriva dalla reciproca coerenza dei provvedimenti varati e dalla loro armonia rispetto all'ispirazione complessiva di questo progetto `riformatore', al suo fondamentale connotato oligarchico. Si trattava - si tratta - di farla finita, una volta per tutte, con gli anni settanta, con l'ubriacatura della democrazia partecipativa, con l'illusione della contaminazione tra la logica riproduttiva della società borghese e l'istanza di una progressiva estensione della cittadinanza, capace di radicare e rendere pienamente giustiziabili diritti sociali incompatibili, ove generalizzati, con la conservazione delle dinamiche sociali esistenti e degli assetti di potere posti a loro salvaguardia. In una parola, si trattava - si tratta - di restringere lo spettro degli interessi sociali rappresentati, in quanto solo modificando in questa direzione la Costituzione formale e materiale del paese appare possibile garantire la `governabilità' in una fase storica drammaticamente segnata dalle conseguenze della `rivoluzione conservatrice' reaganiano-thatcheriana e dalla `modernizzazione' neo-liberista (precarizzazione del lavoro e sussunzione neo-corporativa dei sindacati; smantellamento dei sistemi di welfare e drastica riduzione dei diritti sociali; compressione dei diritti civili delle fasce più deboli e marginali; espansione delle aree sociali criminalizzate e crescente ricorso alla carcerizzazione).
Com'è ovvio, le riforme istituzionali e costituzionali rappresentano uno snodo nevralgico in un simile frangente. Sono almeno vent'anni che a molti la forma dello Stato plasmata dai padri costituenti appare incompatibile con i dettami della `modernizzazione' capitalistica: troppe articolazioni, troppe autonomie, troppe voci e troppi passaggi nel processo di formazione della decisione politica e amministrativa. L'idea che all'inizio degli anni ottanta prende piede è che occorre `consentire al governo di governare'. La prima parola d'ordine - sin da subito introiettata da una sinistra ansiosa di mettere a valore gli sconvolgimenti prodotti dal terremoto di Mani pulite e di ben figurare nella gestione del mondo post-bipolare - è dunque: semplificare, snellire. Una seconda esigenza - tendenzialmente contrastante con questa - si fa poi valere quando scoppia la `questione settentrionale', edizione aggiornata della sollevazione dei ricchi. Appare necessario concedere nuove autonomie ai poteri locali, nel tentativo di contenere le spinte centrifughe e potenzialmente secessioniste delle aree economiche più forti del paese. Di qui, a cascata, una serie di tumultuose innovazioni che trasformano in profondità, e disordinatamente, l'edificio istituzionale del paese. Si cambiano le leggi elettorali. Si interviene sulle prerogative di sindaci e presidenti di Regione. Si modificano i rapporti tra Stato ed enti locali, rincorrendo le sirene del cosiddetto `federalismo' e aprendo ampi varchi all'idea di uno Stato sociale minimo. Si discute con crescente insistenza di presidenzialismo, evocando nuove procedure elettive e riforme dei poteri del premier e del presidente della Repubblica. Il modello richiamato con maggior frequenza, in un'orgia di provincialismo e approssimazione, è il mondo anglosassone. L'idea è semplice e apparentemente molto ragionevole: si tratta di sfoltire il sistema politico, di liberarlo da un eccesso di vincoli, in modo da consentire un più diretto rapporto tra il corpo elettorale - il «popolo sovrano» - e la sfera delle istituzioni politiche.
Nel furore del mutamento ogni cautela è presto travolta. Pesi e contrappesi vengono scambiati per lacci e laccioli, e prontamente dissolti. Il risultato è una secca riduzione delle prerogative dei corpi elettivi (dai Consigli comunali e regionali sino al Parlamento) e un aumento incontrollato - perché sovente introdotto a mezzo di forzature, deroghe e fatti compiuti - dei poteri degli organi deputati alla decisione. L'introduzione del maggioritario (propagandato come antidoto alla frammentazione della rappresentanza, come garanzia di maggiore partecipazione e come viatico verso una maggiore trasparenza e democraticità del sistema) determina in realtà il proliferare delle forze politiche, l'aumento di potere delle segreterie dei partiti, un'accentuata personalizzazione della politica (con un crescente peso del fattore censitario), l'incremento dell'astensionismo e un patologico divaricarsi tra il paese reale e la composizione delle assemblee elettive. In questo processo la sinistra di governo si distingue, come è tipico dei neofiti, per eccesso di zelo. La Bicamerale è l'occasione per sdoganare un modello di Stato estraneo alla tradizione costituzionale repubblicana, fortemente segnato da connotati plebiscitari e percorso da una dirompente tensione tra `federalismo' e decisionismo. Se anche quell'esperimento - pensato e condotto al di fuori del percorso di riforma predisposto dalla Costituzione - approda a un nulla di fatto, il cammino non è segnato invano. Quando, un lustro più tardi, il secondo governo Berlusconi mette a punto un nuovo pacchetto di modifiche costituzionali (un primo ministro eletto a furor di popolo e reso padrone di Parlamento e governo; un Senato `federale' concepito all'insegna della frantumazione della rappresentanza e dell'egoismo territoriale; una Consulta regionalizzata e politicizzata), l'idea di fondo è la medesima, benché formulata con un sovrappiù di brutalità e di pulsione reazionaria.
A uscire sconvolta da questo defatigante lavorio è la forma parlamentare di governo. Mentre un triplice processo di privatizzazione - scandito dai tre ossimori che racchiudono in sé la cifra dell'attuale crisi democratica - mette a repentaglio la stessa tenuta democratica di un ordinamento che viene smarrendo il proprio connotato rappresentativo. La sottrazione di diritti, la manomissione di strutture normative, la distruzione di sistemi di tutela e garanzia si giovano senza dubbio della crisi di egemonia delle organizzazioni democratiche e operaie e del conseguente appannamento della cultura critica in ogni sua espressione. Ma sono possibili in assenza di dirompenti contraccolpi per effetto della tendenziale privatizzazione dell'opinione pubblica, dell'essere quest'ultima a tal punto manipolata e irretita nelle maglie del sistema mediatico, da non costituire più un significativo fattore di controllo della decisione politica. Quest'ultima, a sua volta, prende ad affrancarsi da ogni complessa dialettica istituzionale in conseguenza della progressiva privatizzazione dello Stato, della graduale riduzione dell'apparato amministrativo e dello stesso sistema politico a cassa di risonanza della volontà del `sovrano', sia esso incarnato nel `capo' del governo o in un presidente della Repubblica, eletto su base plebiscitaria.
L'asservimento della sfera pubblica e la sua sostanziale dissoluzione - mercé lo smantellamento o la esternalizzazione dei servizi - trovano infine riscontro nella privatizzazione del patrimonio collettivo (il vecchio Marx parlerebbe, più prosaicamente, di «furto dei beni demaniali»), inteso sia come insieme delle ricchezze materiali (beni ambientali e storico-artistici, apparato produttivo, risorse idriche ed energetiche, sistema infrastrutturale e delle telecomunicazioni, ecc.), sia come luogo di costituzione e stratificazione dell'identità condivisa di un popolo e di una società civile.
Non vi è un prima e un dopo, ma una intensa sinergia tra i tre processi, in virtù della quale ciascuno di essi trova alimento negli altri e a sua volta li rafforza. L'immagine di società che è dato intravedere al compimento della tendenza - una società senza legge in alto e senza diritti in basso - è limpida, coerente. E ci riporta al punto di partenza del nostro discorso - l'Italia di oggi - dal quale ci siamo da ultimo allontanati solo per cogliere i tratti salienti di un più vasto contesto politico-storico del quale occorre tener conto, se non si vuole commettere l'errore di chi riconduce ogni male presente alla figura del presidente del Consiglio in carica. Nutrendo l'illusione, quanto mai gravida di rischi, che liberarsene sia non soltanto una inderogabile necessità, ma anche una sufficiente misura di igiene politica e sociale.
L'Italia di oggi, dunque. Posto l'obiettivo appena descritto, si può tranquillamente sostenere che siamo a una buona metà del guado. Sul piano sociale, una legislazione che ha di fatto cancellato il contratto nazionale, smantellando lo Statuto dei lavoratori e delegittimando le forze sindacali (cui si cerca di interdire persino l'esercizio del diritto di sciopero), ha riconsegnato milioni di lavoratori - già impoveriti dalla perdita di valore dei salari, dal prosciugamento del welfare e da un sistema fiscale di rara iniquità - alla condizione di paria e di atomi in balìa della controparte. Il nuovo ordinamento della scuola dell'obbligo e dell'università ha reintrodotto rigidi criteri di selezione censitaria ai fini dello sviluppo delle carriere scolastiche e, sfruttando le improvvide aperture operate dal centrosinistra verso la `parità' e l'`autonomia', ha fortemente discriminato la formazione pubblica - osteggiata perché causa di mobilità sociale e luogo di elaborazione di un'opinione autonoma e critica - drenando ingenti risorse verso gli istituti privati e verso il circuito confessionale. Aggravando la pessima legge già esistente, la nuova normativa sull'immigrazione ha sancito il ripristino del razzismo di Stato (con la interminabile scia di morti che gli si accompagna), la produzione di un modello processuale senza garanzie (e potenzialmente generalizzabile a danno di altre fasce deboli di popolazione) e l'istituzione di un sistema concentrazionario impenetrabile da parte dell'autorità giudiziaria. Il disprezzo per quanti vivono ai margini della società ha trasformato un sistema carcerario già indecente in una `discarica', emblema di una logica della riproduzione che procede per discriminazioni gerarchiche e per lacerazioni del tessuto sociale. L'intolleranza per il dissenso sociale e politico ha indotto a un impiego delle forze dell'ordine militarizzate in funzione repressiva nei confronti della piazza che non ha precedenti, per brutalità, nella recente storia repubblicana. La propensione a criminalizzare qualsiasi comportamento ritenuto eterodosso ha riesumato i fantasmi del più feroce probizionismo, per cui si nega il riconoscimento alle coppie omosessuali, si vieta il ricorso alla fecondazione eterologa, si fa del carcere - o, al più, del recupero coatto, ovviamente presso strutture private - la via regia della `guerra alla droga'.
Se a tutto ciò si aggiungono, sul piano politico e istituzionale, la legittimazione di fatto della più massiccia concentrazione di potere economico, politico e mediatico che l'Europa del secondo dopoguerra abbia mai conosciuto; la sistematica invasione di campo da parte dell'esecutivo a danno degli altri poteri costituzionali, in particolare della magistratura (alla quale si progetta di conculcare anche i diritti costituzionali più elementari, dalla libertà di espressione del pensiero a quella di associazione); la forte spinta verso modifiche costituzionali tese a rafforzare enormemente il potere del premier eletto in forme plebiscitarie sino a farne il dominus incontrastato del Parlamento; e da ultimo - ma non certo per importanza - il ritorno della guerra nell'esperienza quotidiana del paese, in totale violazione del dettato costituzionale: se si tengono nel debito conto l'insieme di questi sviluppi e il processo di tacita abrogazione della Costituzione repubblicana che li accompagna, si comprende senza difficoltà come non vi siano ragioni per considerare il nostro paese immune dalla minaccia di una grave regressione autoritaria, del tutto analoga a quella oggi in corso nella maggiore potenza economica e militare dell'Occidente. E si comprende altresì quanto stolto sarebbe leggere i processi in atto in Italia con l'ottica riduttiva e consolatoria dell'`anomalia berlusconiana'.
Su quest'ultimo punto, tuttavia, siamo ben lungi, anche a sinistra, da una adeguata presa di coscienza e del resto non meraviglia che ciò accada. Percepire la pericolosità della fase al di là di quanto in essa vi è di immediatamente riconducibile all'operato di Berlusconi e alla sua peculiare interpretazione dei processi restaurativi implica cogliere la portata regressiva delle modificazioni strutturali e politiche verificatesi nel corso degli ultimi venticinque anni, dunque rivedere a fondo quei giudizi di valore che hanno indotto gran parte della dirigenza politica e sindacale della stessa sinistra post-comunista a sancire come indiscutibile l'orizzonte storico del capitalismo e come imperativi i vincoli imposti dalla sua specifica `razionalità'. Quanto distanti si sia da un simile tornante è tuttavia evidente. Non sono pochi né marginali i terreni (dalle `riforme' sociali alle politiche economiche, dal giudizio sulla guerra alle politiche dell'immigrazione, dall'idea del ruolo del sindacato alle riforme costituzionali) sui quali i presupposti culturali e le prospettive strategiche di questi gruppi dirigenti - per non dire di quelli di ispirazione liberal-democratica - registrano profonde consonanze con gli orientamenti della destra oggi al governo. Lungi dal mostrare i segni di una pur timida presa di coscienza critica nei confronti delle scelte operate in passato, i recenti orientamenti in vista delle elezioni europee e le ultime prese di posizione sulla presenza militare italiana in Iraq parlano di una pervicace tendenza a perseverare lungo il solco tracciato all'inizio dello scorso decennio. È, questa, una circostanza allarmante soprattutto se si guarda al futuro, agli scenari che potrebbero schiudersi all'indomani delle prossime elezioni politiche, ove queste decretassero - come ovviamente c'è da augurarsi avvenga - la vittoria delle forze oggi all'opposizione.
Occorre chiedersi che cosa avverrebbe se, riconquistata la possibilità di invertire una tendenza di lungo periodo che ha consolidato povertà, precarietà, polarizzazione sociale, si perseverasse nel solco delle politiche responsabili di tanta devastazione. Occorre chiedersi per tempo quali reazioni una simile eventualità susciterebbe, verso dove si orienterebbero delusione, frustrazione, risentimento. Fatta salva l'approssimazione di qualsiasi similitudine, lo scenario odierno ricorda in modo preoccupante la svolta degli anni venti-trenta del secolo scorso, che avviò l'Europa liberale verso la più grave regressione politica, sociale e civile della sua storia e verso la carneficina della seconda guerra mondiale. Mentre l'incendio del Medio Oriente tende a dilagare e lascia intravedere scenari apocalittici, le analogie appaiono numerose e inquietanti: l'enfasi sui problemi demografici (connessi alle migrazioni di massa e ai presunti `conflitti generazionali' in tema di lavoro e diritti sociali), la tendenza a etnicizzare i conflitti sociali e politici, il diffondersi di orientamenti xenofobi e razzisti, soprattutto il ritorno in auge della guerra. Su questo sfondo, come allora, la crisi economica e la frattura sociale che essa alimenta portano con sé un sentimento di insicurezza che ormai non coinvolge più soltanto le componenti marginali, tradizionalmente esposte alla precarietà, ma anche le classi lavoratrici e, in misura crescente, gli stessi ceti medi, colpiti nei diritti acquisiti e posti dinanzi a inquietanti prospettive di povertà e di destabilizzazione. Tale sentimento rischia di spingere masse popolari malcontente verso l'invocazione di figure salvifiche: imprenditori politici dell'antipolitica e del populismo, ai quali affidare la tutela di minime sicurezze economiche e identitarie, pur a prezzo delle libertà democratiche. Da qui sorge la concreta possibilità che si verifichi - per riprendere la classica espressione di Karl Polanyi - una seconda «grande trasformazione»: la possibilità, cioè, che un intervento autoritario, in grado di insinuare nell'immaginario collettivo la convinzione che la distruzione dei sistemi costituzionali offra una promettente scorciatoia verso la risoluzione dei più assillanti problemi materiali e morali, incontri un consenso di massa. Ciò che ne sortirebbe non ha bisogno di particolari commenti. Si determinerebbe la saldatura, certo non inedita, tra l'opzione per la guerra e la regressione autoritaria delle società. Dopo poco più di mezzo secolo, sembra di intravedere il ritorno dei peggiori anni della nostra storia recente.
Occorre dunque prendere coscienza che quello in cui ci troviamo non è più - né in Italia, né in Europa - il tempo delle lievi correzioni di rotta. Non si tratta di disputare il potere alla destra per poi confermare, con marginali mutamenti di accento, l'impianto delle sue politiche. Tanto meno ha senso perseverare in quel disastroso rovesciamento della divisione del ruolo politico-storico della destra e della sinistra che negli ultimi vent'anni ha consentito alla prima di praticare politiche di sperpero e di rapina, riversando sulla seconda l'impopolare compito di risanare i bilanci pubblici a suon di tagli alla spesa sociale. O le forze democratiche e la sinistra avranno il coraggio di cambiare in profondità, affrontando con rigore - se non altro - la grande questione della giustizia distributiva e ripensando a fondo il rapporto tra sfera pubblica e interessi privati, o si alimenteranno pericolosi risentimenti. O si riprenderà il filo delle politiche espansive, provvedendo ad ampliare l'area della cittadinanza e a ripristinare i meccanismi della partecipazione (agendo in controtendenza rispetto alle politiche praticate da quando la sinistra ha sposato il dogma secondo cui la società si governa solo dal centro dello schieramento politico), o si accentuerà la già grave disaffezione delle masse popolari dalla politica, col rischio che la sfiducia che oggi ingrossa le file dell'astensionismo si traduca domani nella disponibilità a nuove avventure. O si avrà il coraggio di invertire la tendenza dell'Europa verso la chiusura oligarchica, il primato della banca e del mercato, l'esclusione di marginali e indesiderati, o saranno inevitabili il dilagare di conflitti e la lacerazione di un tessuto sociale sempre più fragile e degradato. Ove questo accadesse, l'eventuale prossimo successo elettorale delle forze oggi all'opposizione potrebbe rivelarsi non solo effimero ma anche fatale, poiché il successivo ritorno al potere della destra avrebbe carattere di lunga durata e conseguenze assai più catastrofiche di quelle sin qui sperimentate.


note:
1  Pier Ferdinando Casini, su «La Repubblica» del 26 ottobre 2003.


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