numero  45  dicembre 2003 Sommario

A colloquio con Primakov

L'ULTIMO PUTIN
K. S. Karol  

Curioso anno elettorale in Russia dove il principale partito del governo, Russia Unita, soprannominato `l'Orso', rifiuta di partecipare ai dibattiti televisivi per non fare pubblicità agli avversari. Nel medesimo tempo la televisione aumenta la dose di anticomunismo per frenare l'avanzata del Partito comunista di Ghennadi Zhiuganov. Le strade sono coperte dai manifesti elettorali con i ritratti dei diversi candidati. La Commissione elettorale nazionale diffonde a reti unite il consiglio agli elettori di non accettare regali dai candidati alla Duma. Ma tutto questo interessa soltanto i politologi, mentre il grande pubblico resta del tutto indifferente. Tradizionalmente forte in Russia, l'astensionismo rischia di battere tutti i record alle elezioni del 7 dicembre.
Ho avuto occasione di incontrare a Parigi l'ex primo ministro russo, Evgheni Maximovic Primakov, 75 anni, piccolo e piuttosto tozzo, spesso sorridente, che è venuto a presentare il suo nuovo libro: Le monde aprés le 11 septembre et la guerre en Iraq, Presses de la Renaissance, Parigi, 2003. Orientalista, specialista del mondo arabo, ha preso la direzione del governo nel 1998, dopo la terribile crisi finanziaria che si è tradotta nella forte svalutazione del rublo e l'azzeramento di tutti i pagamenti all'estero. In quel periodo Primakov è stato l'eroe dei nostri comuni amici - Leonid Abalkin, Tatiana Zaslavskaia -, che ne ammiravano il sangue freddo e la capacità di raddrizzare un po' per volta una situazione che era catastrofica. Gli ho chiesto: «si è sentito prigioniero dei comunisti, che erano molto forti nella Duma?» «In nessun momento. Ho presentato sedici progetti di legge e la Duma ne ha accettato soltanto sei. Ho supplicato Ghennadi Zhiuganov di non presentare la mozione per l'impeachment di Boris Eltsin, ma non ha voluto starmi a sentire» - risponde molto contrariato. Poi, nel marzo 1999, il presidente lo ha liquidato senza alcuna motivazione. Era l'anno delle elezioni e Primakov, assieme al sindaco di Mosca Iuri Lujkov, hanno fondato una coalizione che puntava soprattutto sulla straordinaria popolarità dell'ex primo ministro (aveva il 75 per cento nei sondaggi).
Il calcolo si è dimostrato sbagliato. È vero che la campagna elettorale della televisione di Boris Berezovski è stata oltranzista, degradante e che è stato questo oligarca, allora il più potente, il responsabile del licenziamento di Primakov da capo del governo. Oggi Evgheni Maximovic è soltanto deputato ed è presidente della Camera di commercio di Mosca. Non avendo diritto di cumulare i due salari, non vive che di quello della Duma: 600 dollari al mese. Cosa che non gli basta per vivere e che lo costringe a scrivere dei libri per arrotondare il suo bilancio. Gli osservo che in un mio recente viaggio a Rostov sul Don ho potuto verificare che nel teatro della commedia musicale una ballerina non guadagna che 1.500 rubli e una solista 2.500 rubli al mese: «come fanno a vivere?» «Non si preoccupi, se la sbrogliano, hanno le trasferte per i viaggi all'estero o nelle province della Russia», mi dice calmo, con voce bassa. Primakov non è insensibile alla miseria, al contrario, si occupa dei bezprisornyi (i bambini abbandonati), che sarebbero secondo certe stime quattro milioni, ma ha una sua visione particolare di quel che succede in realtà in Russia.
Alla fine della settimana, l'«Izviestia» ha pubblicato in prima pagina i risultati di un sondaggio sensazionale dell'Accademia delle scienze e della Fondazione socialista tedesca Friederich Ebert, dai quali risulta che il 50 per cento dei russi si ritengono classe media pur guadagnando in media 3.600 rubli al mese, cioè circa 120 dollari, corrispondenti a poco più di 100 euro. È un colpo che mi ha lasciato senza parola. Pur ammettendo che spendano molto poco per l'affitto e i servizi forniti dallo Stato (gas e elettricità), i conti non possono tornare. Non dico soltanto a Mosca, dove con 100 euro non si va lontano, ma neppure nelle province più distanti, dove le cose non sono molto migliori. È evidente che questa classe media non vive soltanto del suo salario ma per le entrate che le vengono dalla `economia grigia', come chiamano qui il sistema di relazioni parallele, semilegali o di corruzione. Il salario base di un poliziotto russo è di 1.500 rubli, mentre il minimo vitale è considerato di 2.160 rubli: non è sorprendente che la polizia sia avida di mance o piccole tangenti. Lo stesso vale per tutti i funzionari pubblici, gli insegnanti, i medici, i doganieri.
Dopo la restaurazione del capitalismo negli anni '90, un grandissimo numero di russi ha cercato di andare all'estero per comperare dei prodotti da poter poi vendere in patria. Li hanno chiamati celnoki (uomini spola), e durante i primi anni, fino al 1997-1998, hanno fatto i loro acquisti dovunque, da Rimini a Istanbul e Cipro senza dimenticare Pechino. Dopodiché lo Stato ha introdotto un diritto di dogana per i pacchi di merci superiori ai cinquanta chili. Ma la dogana la si `compra' facilmente e il fenomeno che si considerava transitorio è diventato permanente.
Racconto a Primakov come mi abbia colpito a Rostov un grandissimo mercato degli abiti al centro della città, mentre ai miei tempi era un mercato piccolo e collocato alla periferia. Primakov ha un tranquillo sorriso, non sa quanti celnoki ci siano ancora in Russia, ma sa che tremano all'idea dell'allargamento dell'Unione europea all'Est per via degli accordi di Schengen. Sarà particolarmente pericoloso per gli abitanti di Kaliningrad, e Putin si dà molto da fare perché possano beneficiare di un regime particolare di visti. Ma, osservo, «non è la mafia che tiene le redini di questo commercio non contabilizzato e praticamente non tassato?» «All'inizio è stato così, ma oggi i grandi mafiosi sono diventati uomini d'affari», risponde Primakov sempre sorridendo.
Quale che sia la fonte dei loro redditi, i russi viaggiano molto in Occidente. Non sono più soltanto i `nuovi russi' che riempiono gli alberghi a cinque stelle o si comprano le ville sulla Costa Azzurra, viaggiano anche i semplici cittadini che ritengono di costituire la classe media; viaggiano dovunque, in Turchia, in Egitto, sempre più spesso in Francia, in Italia e fino alle Canarie. Ufficialmente questi turisti hanno speso l'anno scorso 4,8 miliardi di dollari, che è una bella somma anche se il numero dei turisti non è precisato. Non è il solo dato indicativo. Paese nordico, la Russia ha avuto sempre un problema di violenza dovuta alla vodka; soprattutto le donne sono state spesso vittime di violenze coniugali, ma oggi la situazione della violenza è peggiorata di molto: la guerra permanente fra lo Stato e le mafie, per non parlare di quella fra le mafie stesse, fa sì che la Russia occupi il primo posto nel mondo nel numero di omicidi, di suicidi ma anche di vittime degli incidenti stradali. Anche qui non è facile capire come mai un paese del quale il 60 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, o al suo limite, possa avere una tale quantità di automobili. La risposta, come per la classe che si dice media con un reddito di 100 euro al mese, resta la stessa: «Se la sbrogliano». Ufficialmente il 10 per cento della popolazione accaparra il 36 per cento del reddito nazionale, ma il 10 per cento in un paese di 145 milioni di abitanti fa comunque quasi un milione e mezzo di cittadini.
Volevo parlare con Evgheni Primakov dell'Iraq perché un sondaggio ha mostrato che i russi approvano gli attentati antiamericani. Ma la priorità deve andare a Mikhail Khodarkhonski, l'oligarca più ricco del paese, che dal 25 ottobre si trova nella prigione di Matroskaia Tishina, a Mosca. In Occidente la cosa ha fatto scandalo, specie negli Stati Uniti, ma cosa ne pensa l'ex primo ministro? Evgheni Maximovic mi risponde chiedendomi se trovo normale che un uomo di 41 anni guadagni un miliardo di dollari all'anno. D'accordo, obietto, ma non è il solo; perché non si toccano gli altri oligarchi, come ad esempio quell'Oleg Deripaska che Vladimir Putin ha portato con sé a Roma. Non sarà perché membro della famiglia di Eltsin? «Ma no - protesta vigorosamente Primakov -, la sola ragione è che Deripaska investe nelle industrie produttive e non vive delle rendite del petrolio.» Torniamo a Mikhail Khodarkhonski. La prima volta che se n'è parlato in Occidente è stato quando Boris Berezovski ha spiegato al «Financial Times» nel 1996 che in Russia esisteva la siemibankirshcina (un'alleanza di sette banchieri, calcata sull'unione dei sette boiardi nella lontana Russia degli zar) e che Khodarkhonski ne faceva parte in quanto proprietario della banca Menatep. Il loro scopo era di far rieleggere alla presidenza Boris Eltsin, prestandogli il denaro per la campagna elettorale ed essendone riccamente ricompensati dopo la vittoria, in quanto sarebbero stati autorizzati ad acquistare per un boccone di pane le più grandi industrie del paese. L'operazione è stata chiamata `prestito contro azioni', mentre Christia Freeland, del «Financial Times» l'ha definita «la più grande rapina della storia».
Il banchiere Mikhail Khodarkhonski ha avuto poi dei problemi con la crisi dell'agosto 1998, quando tutti i conti bancari sono stati bloccati, compresi quelli degli investitori esteri, per cinque anni. Menatep, la banca dell'oligarca, non ha rimborsato mai un solo rublo, né ai russi né agli stranieri. Ma tre anni dopo lo stesso Khodarkhonski si presenta come un grande spirito democratico, compera dei giornali, sovvenziona due piccoli partiti - l'Unione delle forze di destra e Yabloko di Grigori Yavlinski - mette le mani sulla Università di Scienze umane di Mosca e regala centomila dollari alla libreria del Congresso degli Stati Uniti. Mentre elenco questi fatti, Primakov sorride sempre di più, mi guarda con aria benevola, ma si contenta di osservare alla fine che per l'affare Khodarkhonski, che si trova ancora davanti ai tribunali, bisogna attendere la sentenza.
Ma da dove poteva provenire il capitale iniziale di questo oligarca, che nel 1987 non era proprietario che di un caffè gestito in cooperativa e, a quanto dicono, importatore di cognac falso? «Non avrà beneficiato di un aiuto dei suoi amici americani?» «No - risponde Primakov - era un gruppo dei komsomol che lo ha aiutato a mettere mano su tutto quello che gli si presentava davanti.» Insisto: «c'è in Francia una bella signora russa, diventata cittadina francese per matrimonio, la signora Kollong-Popova, che afferma di essersi occupata di collocare i soldi di Khodarkhonski nei paradisi fiscali e che si trattava di somme considerevoli. È pronta a testimoniare all'ambasciata di Russia a Parigi, ma rifiuta di andare a Mosca per paura del servizio di protezione della Yukos, che ha non pochi cadaveri sulla coscienza». Primakov alza le spalle, «tutti esportavano capitali, nessuna legge lo impediva, ed è un segreto di Pulcinella che il petrolio russo è tinto di rosso a causa degli omicidi». È la storia del computer segreto confiscato dal procuratore a Jukovka, nei pressi di Mosca, e che, decifrato, ha dato le prove di settantamila operazioni illegali? La televisione russa ha indicato, di passaggio, che la procura non aveva i mezzi di decifrarlo e ha dovuto passare attraverso il Fsb (ex Kgb). L'ex primo ministro, che dal 1991 al 1996 ha diretto il servizio di controspionaggio, mi spiega che la storia dei siloviki, ex funzionari del Kgb, non sta in piedi perché sono finiti per la grande maggioranza nelle strutture private, dove li pagano molto meglio e non agiscono di concerto.
Chiedo allora se non è il problema del finanziamento da parte di Khodarkhonski di due partiti - l'Unione delle forze di destra e Yabloko di Grigori Yavlinski - il punto che avrebbe scatenato la collera di Vladimir Putin. Primakov alza gli occhi al cielo: «Ma l'Unione delle forze di destra non avrà neanche il 5 per cento dei suffragi, che è indispensabile per avere degli eletti!» I conflitti sono altri, e riguardano il petrolio e le tendenze filoamericane di Mikhail Khodarkhonski. La sua idea di vendere il 40 per cento della Yukos alle majors americane, Chevron o ExxonMobil, per diventare intoccabile è probabilmente dispiaciuta a Vladimir Putin. Tuttavia, obietto, che dopo le dimissioni di Khodarkhonski da presidente del consiglio di amministrazione della Yukos, il consiglio dei direttori ha eletto al suo posto Simon Kukes, un emigrato russo diventato americano, assistito da Steven Theedy e Bruce Misamore, che sono proprio americani. Infine, il rettore dell'Università di Scienze umane di Mosca, Leonid Nevzline, e un deputato del partito di governo, Vladimir Dubov, sono scappati in Israele, cosa che ha seminato la costernazione fra i professori dell'università, che avevano visto i loro salari moltiplicati per cinque ma adesso non sanno chi d'ora in poi li pagherà.
Primakov preferisce non discutere di Vladimir Putin. Non l'ha conosciuto quando tutti e due lavoravano nel Servizio di informazioni estere, perché allora Putin era troppo `piccolo', non contava molto. Adesso che è presidente della Russia è troppo `grande'. E, quel che più conta, Primakov non è un candidato alla Duma e considera conclusa la sua carriera politica. Come addio, mi dice che George W. Bush ha commesso un errore colossale invadendo l'Iraq, perché questo lo ha deviato dalla lotta contro il terrorismo, obbligandolo a lasciare l'Afghanistan in secondo piano e a non cercare nemmeno Osama Bin Laden.
Cerchiamo di tirare qualche conclusione dall'interessante intervista. La Russia `sta prosperando' grazie al costo molto elevato del petrolio e del gas e la sua crescita ufficiale è del 6,5% l'anno, dunque molto notevole. Ma la popolazione nel suo complesso non ne trae vantaggio; il livello di vita resta assai basso, venti volte inferiore a quello dell'Italia. Avendo introdotto un'imposta unica del 13 per cento l'anno, sia per i miliardari sia per gli operai, lo Stato non ha più entrate sufficienti per decidere checchessia sul terreno economico. Il bilancio nazionale è di circa 80 miliardi di dollari, cioè due volte inferiore a quello della città di New York. Il campo d'azione del presidente Putin è dunque molto ridotto. Ha puntato durante la sua prima presidenza a riorganizzare il governo ma non ha raggiunto neppure questo obiettivo. Il governatore di Krasnodar, Tkatcev, ha cominciato la sua offensiva nel mare d'Azov senza neanche chiedere il permesso del Cremlino. Altri governatori si trovano imputati di corruzione e Putin non sa che fare.
La miseria genera la corruzione, che in Russia batte tutti i record del mondo detto civile. La criminalità organizzata spadroneggia in questo universo, anche se molti fra i gangster, diventati uomini d'affari, non si occupano più del racket e derivano i loro redditi da un commercio assai poco trasparente. All'inizio della sua presidenza, quattro anni fa, Putin aveva decretato che i baroni del petrolio dovevano versare al Tesoro il 75 per cento dei loro guadagni all'estero. L'anno seguente ha ridotto questo importo al 50 per cento. E questo per aiutarli a diventar miliardari. Oggi se la prende con Mikhail Khodarkhonski con la speranza che la sorte che gli è capitata spingerà gli altri a comportarsi meglio. Non sarebbe più razionale creare un sistema di tasse sul petrolio e sul gas?
I partiti di sinistra, a cominciare dai comunisti, reclamano che siano raddoppiati tutti i salari e le pensioni. Sarebbe il primo passo nella lotta contro la corruzione. Ma nulla prova che Vladimir Putin sia disposto a seguirli. Intanto il tempo passa. Per ogni nuovo nato ci sono tre vecchi che muoiono, la speranza di vita in Russia essendo crollata a 58 anni. Se si va avanti di questo passo, fra venticinque anni la popolazione russa sorpasserà appena i cento milioni.


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