Israele e il documento di Ginevra
QUALCOSA SI MUOVE
Zvi Schuldiner
Salvo imprevisti dell'ultima ora, il 1° dicembre, a Ginevra, palestinesi e israeliani firmeranno un documento destinato a servire da modello per possibili negoziati e accordi di pace tra i due popoli. Il documento è stato reso pubblico soltanto poche settimane fa, ma è il frutto di lunghi colloqui, in gran parte segreti. Alla preparazione del documento hanno partecipato alcune figure di spicco della società palestinese, come ministri o ex ministri dell'Autorità palestinese, parlamentari e accademici, presieduti dall'ex ministro Yasser Abed Rabo. I palestinesi erano presenti ai dibattiti con il velato consenso di Yasser Arafat. Per la parte israeliana, un gruppo eterogeneo, presieduto dall'ex ministro Yossi Beilin, già in passato architetto degli accordi di Oslo del 1993. Il gruppo comprendeva diversi accademici e militari in pensione di alto rango.
Al di là dei punti discutibili del documento, è evidente la sua grande importanza in quanto segna l'uscita da una lunga paralisi che ha ostacolato il dialogo tra i due popoli, mentre la maggior parte degli israeliani veniva convinta dalla propaganda già avviata dal premier Barak, secondo cui non c'era un vero partner per la pace.
Il documento di Ginevra ha suscitato grande emozione in Israele, ha avuto echi importanti all'estero ed è una delle micce che hanno innescato interessanti posizioni americane, che hanno già portato ad alcuni cambiamenti di tono nel governo Sharon. Mentre in un primo momento la destra israeliana ha avuto reazioni isteriche, volte ad insabbiare l'intera iniziativa e a denigrarla, nella misura in cui l'appoggio in Israele e all'estero cresceva, le risposte sono andate progressivamente dirozzandosi.
Già pochi giorni dopo la pubblicazione dei negoziati, circa il 40% degli israeliani appoggiava la cosiddetta iniziativa di Ginevra, mentre il 30% era contrario. Né gli uni né gli altri conoscevano il contenuto del documento, e si basavano essenzialmente sull'alone generale, che avvolgeva l'iniziativa. Ma come si arriva a questo?
La scomparsa del partner
Il primo ministro Barak si è presentato agli accordi falliti di Camp David con l'immagine trionfale di chi è disposto a grandi concessioni territoriali, senza che ciò riesca a provocare la necessaria flessibilità palestinese. Il presidente palestinese Arafat è stato il `villano' della vicenda, e la forza della versione israeliana avrebbe acquistato drammaticamente ancora maggior credito con l'inizio della seconda Intifada, nel settembre 2000. Sebbene all'inizio vi fossero pochissime vittime israeliane, essa si estese velocemente e rafforzò l'idea che i palestinesi non solo rifiutassero le offerte del governo israeliano, presumibilmente generose, ma mettessero mano alle armi. In fondo, volevano distruggere Israele.
Quest'idea si consolidò presto con la comparsa del terrorismo urbano. I primi selvaggi attacchi del fondamentalismo islamico colpirono al cuore le città israeliane, e i morti e feriti erano la migliore `prova' delle intenzioni palestinesi. Il terrore conduce facilmente a destra, alla popolarità della politica di reazioni violente, di vendetta. È cominciato un processo che ha corroso le conquiste di lunghi anni di dialogo e di negoziati. L'israeliano medio, anche quando aveva appoggiato la politica di pace o aveva fatto parte di organizzazioni pacifiste moderate, si vedeva ora minacciato direttamente, vedeva i propri familiari minacciati o era testimone di attentati che sicuramente crearono paura, terrore o ripugnanza per l'intensità della crudeltà, per il numero di morti o per qualche altra caratteristica. Alcuni gruppi più radicali proseguirono il dialogo, si rafforzarono gradualmente, ma non divennero la vera alternativa a movimenti che erano stati molto consistenti in passato, come ad esempio Peace Now.
Nella coscienza della maggioranza degli israeliani, si diffuse la cecità rispetto alla politica vandalica che l'esercito israeliano cominciò a praticare sin dall'inizio degli scontri. Morti e feriti palestinesi e una graduale distruzione dell'infrastruttura economica, dei campi, delle case, delle scuole, tutto questo era all'ordine del giorno, con un esercito sfrenato che - sotto l'apparenza della lotta al terrore - opprime brutalmente più di tre milioni di palestinesi, resi prigionieri nel grande carcere dell'occupazione. I falchi hanno dato il tono allo scontro e il terrore dell'esercito israeliano è stato il migliore brodo di coltura della disperazione e del terrore palestinese.
Arafat è caduto facilmente nell'inganno della competizione interna e non ha capito i problemi reali del rapporto di forze. Nel competere con il fondamentalismo islamico sul terreno dell'uso del terrore, ha perso le carte politiche migliori e ha portato il suo popolo in una strada senza uscita, verso un futuro oscuro e con poche speranze. Solo pochi nell'élite hanno messo in discussione - ma senza grande successo - la tattica di fronteggiamento dell'Autorità palestinese, che ha portato a distruzioni sempre maggiori e a un crescente isolamento internazionale.
Sharon promette pace e sicurezza
Affiancato da un laburismo senza identità, balbuziente e indecente, Sharon ha potuto mantenere la popolarità in Israele anche quando la situazione peggiorava giorno dopo giorno. Il suo ministro della Difesa era il leader laburista Ben Eliezer, e il comandante in capo dell'esercito era il superfalco Mofaz, che pochi mesi dopo si sarebbe ritirato, per diventare poi ministro della Difesa quando il laburismo lasciò il governo, poco prima delle nuove elezioni che assicurarono il trionfo schiacciante di Sharon.
E adesso che Sharon poteva dimostrare che solo lui era in grado di dare sicurezza e pace ad Israele, senza i freni del laburismo, la situazione peggiorava e cominciavano ad avvertirsi chiaramente i costi economici di tre anni di guerra. Non solo il terrorismo non fu intimorito da Sharon, ma le vittime continuavano a cadere, le azioni violente dell'esercito proseguivano ma senza grandi effetti e al tempo stesso aumentava la disoccupazione, mentre i rimedi di taglio thatcheriano introdotti dal nuovo ministro delle Finanze, l'ex premier Netaniahu, colpivano le fasce più popolari, punto d'appoggio tradizionale della destra israeliana.
Da diversi mesi la popolarità del primo ministro ha cominciato a deteriorarsi, e si diffondono sempre di più i dubbi sul cammino intrapreso da Israele negli ultimi tre anni.
Alcuni aviatori non vogliono bombardare…
Da mesi ormai, la dichiarazione degli aviatori era in gestazione. L'aviazione è l'élite dell'esercito, gli aviatori sono la personificazione di questa élite e le loro storie di vittoria ed eroismo sono sempre un capitolo rilevante di qualsiasi inno israeliano al patriottismo. Cosa c'è di più eroico, ad esempio, che bombardare il reattore atomico vicino Baghdad in grado di fornire, all'inizio degli anni '80, un'arma formidabile a Saddam Hussein contro Israele?
Uno dei mitologici piloti di quell'azione e altri 26 dichiarano improvvisamente che la coscienza non permette loro di rispettare gli ordini di bombardamento della popolazione civile nei Territori occupati, e aggiungono che continuare l'occupazione costituisce un serio pericolo per il futuro e la sicurezza di Israele, che possono essere garantiti solo ritirandosi dai Territori.
Il dibattito è stato molto ampio, al di là di quanto ci si potesse immaginare, ed è risultato evidente che i dubbi sulla politica israeliana non erano più solamente patrimonio di piccoli gruppi di sinistra e dei diversi refuseniks, che, etichettati come sinistra radicale, potevano essere facilmente screditati. Adesso la discussione toccava alcuni dei punti nevralgici del sistema.
Quando gli animi cominciarono a placarsi, ci furono alcune azioni militari palestinesi. Questa volta non si trattava di terrore indiscriminato contro la popolazione civile innocente. Giovani soldati pagarono con le loro vite la prepotenza e la negligenza dell'esercito d'occupazione, e cominciarono a sentirsi nuove e potenti voci: quelle dei padri e delle madri, che non vogliono sacrificare i propri figli in difesa degli insediamenti israeliani nei territori occupati.
Negoziare?
Il documento di Ginevra arriva in un momento in cui i due popoli sono allo stremo e i loro leader stanno provocando ancora più dolore e lacrime, in un continuo circolo di sangue. Tutto questo ha finito con il dare ancora più forza al messaggio centrale del documento: i firmatari dichiarano energicamente ai due popoli che si può negoziare, che dall'altra parte c'è un partner, che il muro non potrà risolvere la questione della sicurezza e il terrore non porterà alla costituzione di uno Stato palestinese.
In seno alla società civile la crisi penetra a fondo, la credibilità di Sharon continua a diminuire e la possibilità di trovare un'altra strada attrae sempre di più. Quando le reazioni sollevate dal documento sembravano essersi un po' attenuate, quattro ex capi dei servizi segreti parlano agli israeliani. Si tratta di chi non è dubbioso né un `antipatriottico pacifista' di sinistra. Alcuni hanno alle spalle numerosi crimini, che paradossalmente danno loro più credibilità agli occhi di chi teme tutto ciò che sappia di tradimento di elementi della sinistra venduti al nemico.
E d'un tratto, i quattro si riuniscono, parlano e decidono che continuare così vuol dire mettere in pericolo il futuro di Israele, che la politica della forza porta alla distruzione dello Stato, compromette la sua sicurezza, sta già corrodendo le istituzioni democratiche. E questo, mentre lo stesso superfalco che comanda l'esercito, Moshe Yaalon, chiede addirittura il permesso a Sharon e Mofaz di alleviare in parte le pene dell'occupazione, visto che la situazione sta diventando pericolosa e incandescente e potrebbe finire per ribaltarsi contro gli stessi occupanti. I quattro ex capi dei servizi segreti dicono chiaramente che «bisogna andare a una soluzione tipo Ginevra, a una ritirata, a due Stati per due popoli».
Poche settimane dopo un attacco aereo sul campo di Nuesirat, nella striscia di Gaza, si scoprì che i palestinesi non avevano mentito, cosa che adesso è evidente: avevano mentito le forze aeree israeliane; e anche se la censura non permette di individuare con precisione l'arma usata, tutti sanno che sono stati uccisi dieci palestinesi innocenti, per mezzo di un qualche potente esplosivo e che molti altri si trovano, gravemente feriti, negli ospedali. È ufficiale, l'aviazione ha mentito, la sua credibilità si è sgretolata.
Questi sono gli elementi di una crisi. Due popoli estenuati si ritrovano oggi davanti ad un documento, che suggerisce una possibilità diversa: si può trattare, si può negoziare, ci sono israeliani e ci sono palestinesi disposti a un compromesso storico con alti costi da pagare, ma che significherebbe giungere ad un accordo su linee territoriali simili a quelle del 1967. Per i palestinesi, significherà che il diritto al rientro potrà essere messo in atto essenzialmente solo nello Stato palestinese. Gerusalemme verrà divisa, lo scambio territoriale lascerà alcuni insediamenti sul posto, ma porterà alla ritirata di altri e a una possibile compensazione territoriale nel Sud di Israele.
Sulla scena internazionale, Ginevra era stata inizialmente scartata dagli americani, che poco a poco sono passati dalla parte di chi «appoggia in generale il dialogo». Persino alcuni superfalchi al Pentagono hanno cominciato a dialogare con i firmatari e ad esprimere il proprio appoggio, magari temendo che il pantano iracheno si possa estendere a tutto il Medio Oriente. Un accordo nella regione potrebbe placare in parte le critiche contro la disastrosa politica del presidente americano.
Alcuni dei passi compiuti da americani, russi ed europei stanno già indebolendo la retorica del primo ministro Sharon, che promette cambiamenti «nei prossimi giorni»; cosa che potrebbe far comodo al nuovo premier palestinese e che allo stesso tempo occulterà gli effetti della firma a Ginevra.
I pericoli rappresentati dalla destra fondamentalista in Israele sono sempre più presenti e sicuramente sarà facile servirsi demagogicamente dei rischi della guerra civile per tentare di ostacolare un eventuale processo di pace. Allo stesso tempo, il governo israeliano chiamerà i palestinesi a lottare contro il terrorismo anche a costo della guerra civile.
Ciò significa che in Medio Oriente si respira un'aria di nuovi e importanti cambiamenti. Ma non significa che possiamo dimenticare la persistente brutalità dell'occupazione, che continuerà ad essere l'elemento determinante del processo nell'immediato futuro. Solo la fine dell'occupazione spianerà il cammino a un vero nuovo capitolo nella regione. Per questo è necessario un ruolo europeo più attivo, senza subordinazione agli interessi americani nell'area, senza fratellanze del tipo Sharon-Berlusconi.
(Traduzione di Francesca Buffo)