L'alternativa a Berlusconi
IL SE E IL COME
Mario Santostasi
Il 12 novembre la «nebbia della guerra» 1, come la chiama il vecchio McNamara, che di clima di guerra si intendeva parecchio, è calata sulla politica italiana, sulle caute manovre preliminari che le sinistre italiane stanno compiendo per predisporre gli schieramenti e le alleanze che dovrebbero preparare, prima o poi, la sconfitta di Berlusconi. E, come accade, ha fatto impallidire i soggetti in campo, le loro sagome differenziate, le traiettorie, i traguardi. Il comprensibile senso del limite di fronte allo sbigottimento generale e al dolore per tante vittime e per le loro famiglie ha a mala pena mascherato la confusione e l'attendismo di moltissime voci delle sinistre `riformiste', lasciando il campo libero alle fragorose fanfare che hanno suonato davanti ai marmi del Vittoriano la resurrezione della patria dopo il lungo sonno cominciato con l'8 settembre del '43. L'uso compunto o sguaiato del lutto di tanti morti ha messo a tacere la domanda: `perché sono morti?', ha tentato subito di contrapporre il tricolore all'arcobaleno della pace, di dividere la patria dalla Costituzione. E, immancabilmente, nel tono solenne delle commemorazioni o con la violenza intimidatoria del `cadornismo' 2 ricorrente delle classi dirigenti italiane, a un paese tuttora diviso è stato rivolto l'invito all'`unità nazionale' 3 (di fronte, ora, a una guerra mai dichiarata, domani, alle prossime più controverse scadenze parlamentari: non la Finanziaria per manifesta impossibilità, non la riforma dell'ordine giudiziario per il suo carattere clamorosamente illiberale, e neanche la Gasparri, ma forse, perché no?, la controriforma della previdenza e, più in prospettiva, la manomissione presidenzialista del quadro istituzionale, peraltro già ampiamente in corso negli Statuti delle Regioni). Che questi vaghi desideri abbiano qualche chance di alimentare veri e propri tentativi politici sembra al momento improbabile; quel che conta è però creare un clima di discredito e di delegittimazione del conflitto politico e sociale, e in particolare del sentimento di avversione alle guerre americane che in Italia ha avuto una forza e una diffusione senza paragoni in Europa.
Qualche risultato in questo senso è stato strappato: un atto concreto e preliminare di pace come il ritiro delle truppe da quello che è ormai il teatro di una guerra senza quartiere è stato additato come un gesto di codardia e di tradimento, le sinistre si sono divise, il movimento della pace, già impegnato in una difficile riflessione sulle sue difficoltà, ha reagito debolmente; con il fattivo contributo dell'omelia più epica che funebre del `cappellano d'Italia', una parte consistente del mondo cattolico si è ritratto dalla testimonianza militante di condanna di una guerra che aveva fortemente contrastata.
Verrà il tempo, è stato detto, per «discutere se vi sono le condizioni per mantenere questa missione…» 4. Quale tempo? La tragedia di Nassiriya, frammento di un più grande disordine sanguinoso, dell'incendio incontrollabile prodotto dalla guerra illegittima di Bush, non è un episodio isolato di un percorso di pacificazione e di stabilizzazione cui pagare qualche prezzo doloroso. Esso è il primo segno duramente tangibile dello spostamento che due anni del governo Berlusconi hanno impresso alla collocazione internazionale dell'Italia. Subalternità all'Amministrazione Bush, iniziativa scissionistica in Europa per allineare i paesi candidati al seguito della coppia Bush-Blair, spedizione militare in Iraq, schieramento esplicito al fianco di Sharon sono atti che dislocano la posizione dell'Italia nel cerchio periferico, e tanto più esposto, del fronte aggressivo della politica di Bush verso l'area del Medio Oriente e dell'Asia centrale; la isolano nel Mediterraneo fra nuovi nemici e alleati diffidenti; rovesciano la cinquantennale funzione di cerniera fra Europa continentale e mondo arabo che aveva costituito la pur timida manifestazione dell'autonomia italiana rispetto ai paradigmi ferrei della Guerra fredda e lo specifico contributo italiano all'apertura della nascente Europa comunitaria verso un'area di paesi e di culture non eurocentriche. Politica che non solo i giornali del cavaliere («Foglio» in prima fila, che però è di sua moglie) ma anche l'autorevole «Corriere della Sera» spregiano come «la politica del colonnello Giovannone», dal nome dell'uomo dei servizi che negoziava con i terroristi palestinesi per sottrarre l'Italia dalle zone operative; praticamente un esempio del machiavellismo italico, se non proprio un complotto antiamericano.
Il tempo è ora. Come nella politica sociale, come negli atti di sospensione della Costituzione materiale e formale, come nello scasso del Welfare, il governo Berlusconi, giudicato frettolosamente come una parentesi fallimentare in via di autoliquidazione, continua a lasciare tracce profonde e durature negli assetti fondamentali del paese, a comprometterlo in vischiose connivenze internazionali rispetto alle quali qualunque progetto di correzione incontrerà ostacoli duri non affrontabili da una cauta iniziativa emendativa. Nell'ipotesi non peregrina di una seconda legislatura di Bush, un governo di centro-sinistra dovrà vedersela con le maniere sbrigative dei neo-cons d'oltreatlantico, che hanno qui da noi collegamenti e simpatie tutt'altro che marginali 5. Anzi. Per ora Fassino e D'Alema, osservanti del cerimoniale molto britannico secondo cui i capi di governo stranieri in visita sentono anche i leader dell'opposizione, hanno incontrato Sharon (che non ha ancora risolto in Belgio i suoi problemi col diritto penale internazionale per Sabra e Chatila) per sentirsi dire che il `muro' che seppellisce i palestinesi nelle loro case non segna un confine, è solo un vallo difesa.
Abbiamo imparato da Gramsci, oltre che dalla storia del nostro dopoguerra, che la collocazione internazionale di un paese costituisce l'orizzonte ferreo che determina non solo il suo posto nella divisione internazionale del lavoro ma anche molto incisivamente l'autonomia del suo destino politico. Siamo proprio sicuri che, in mancanza di una netta e precoce dissociazione italiana dalla politica dell'impero, un futuro governo di centro-sinistra non debba superare il veto di un futuro, paradossale, fattore K? Soprattutto quando nulla lascia prevedere un allentamento della terribile spirale fra guerra e terrorismo e perché per frustrare sul nascere il tentativo di far calare sulla situazione italiana un clima emergenzialista - che, come è ben noto, spinge più a stringersi al centro che a nette contrapposizioni - servono atti di coraggio politico e non reticenze e tentennamenti.
Per quanto decisivo e aggrovigliato, quello dell'intreccio nazionale-internazionale non è l'unico nodo che le sinistre si trovano a dipanare nella marcia incerta e lunga che dovrebbe avvicinarle a un incontro non puramente elettorale cui è affidata l'impresa di costruire la coalizione che dovrebbe rovesciare il governo Berlusconi e mettere le basi per un governo alternativo.
Il problema, diciamo così, domestico, che si frappone all'obiettivo - non solo politicamente sempre più impellente ma ormai profondamente radicato nel senso comune di un popolo molto più vasto di quello che si raccoglie intorno ai partiti della sinistra ed esteso anche a quelle aree di movimento solitamente indifferenti alle vicende della politica dei partiti - di interrompere, possibilmente, la devastazione democratica e sociale intrapresa dal governo di centro-destra e comunque di preparare la sua sconfitta nel 2006, è presto detto: l'onda alta e plurale di critica radicale e di lotta che si è levata da due anni, pur avendo interrotto nelle amministrative di maggio l'avanzata elettorale del centro-destra, non ha trovato una espressione politica forte e coerente in un nuovo soggetto politico né, tuttora, in una visibile e positiva modificazione degli attori politici esistenti. E resta esposta al rischio di defluire. Converrà in altra occasione riflettere sulle vicende soggettive - la delusione Cofferati - e sui fattori sistemici - le strettoie del bipolarismo maggioritario - che hanno finora contribuito a questa dissipazione di un grande capitale di critica sociale contro un governo duramente classista nelle politiche sociali e operosamente impegnato nel disegno di una democrazia autoritaria. Ora serve di più registrare - questa rivista l'ha già fatto con l'incoraggiamento che merita e qualche avvertenza d'obbligo 6 - l'unico fatto rilevante nel cielo della politica che da quel ciclo di lotta sembra essere seguito: la proclamata e più volte confermata volontà di Rifondazione comunista e dei partiti del centro-sinistra di avviare un percorso cha da una convergenza programmatica conduca a una opposizione comune, quindi a una coalizione elettorale che, se vincente, dovrebbe concludersi in un accordo di governo. Il fatto è che dall'avvio, ancor prima delle elezioni di maggio, di questo progetto i contraenti di quel patto futuro hanno camminato poco e con passo diverso lasciando tuttora molto sullo sfondo l'interrogativo, non marginale né per l'identità dei partiti impegnati né, tanto meno, per gli obiettivi e le speranze che in questa novità hanno investito aree consistenti del popolo di sinistra: uniti contro Berlusconi ma per che cosa?
La progressione verso questo traguardo ha avuto andamenti diversi a seconda delle due formazioni in campo. Il cammino dei Ds e della maggior parte dell'Ulivo rassomiglia pericolosamente a quello del gambero. Fermi a un giudizio indulgente, quando non apologetico, dei tre governi seguiti alla vittoria del '96 e delle sue politiche, tuttora quasi interamente occupati da una cultura di governo ispirata dalle tendenze e dalle agenzie di elaborazione del pensiero neoliberale (neanche sempre ben temperato 7), dopo un periodo di intermittente e diffidente fiancheggiamento dei movimenti di lotta - di cui hanno provveduto ben presto a oscurare la figura che maggiormente li unificava - i Ds sono stati per così dire sorpresi dalla proposta di Prodi, che tuttavia hanno subito assunto e rilanciato verso l'esito conclusivo del partito unico dei riformisti. La motivazione con cui la rapida appropriazione di questa proposta - che pure non riusciva a nascondere sin dall'inizio l'intenzione di diluire la maggior forza dei Ds in un'aggregazione moderata a carattere fortemente leaderistico - è stata presentata a un'assemblea congressuale (che tutte le cronache descrivono grigia e rassegnata) è stata quella di rispondere alla grande domanda di unità che verrebbe dall'elettorato ulivista. Peccato che il suo risultato non sia stato conforme alla premessa: i Ds si sono divisi con giudizi che contengono il principio se non ancora la volontà di una separazione 8, due formazioni dell'Ulivo (Verdi e Comunisti italiani) se ne sono dissociate, nella Margherita il vecchio ceppo democristiano è insorto contro la prospettiva del partito unico («una trappola», l'ha definita Paolo Gentiloni, portavoce di Rutelli, e si presume sottintendesse `del solito D'Alema'). Addirittura, alla destra del `triciclo', ha preso corpo con Mastella e la rentrée di Martinazzoli, accompagnata dalla benevola attenzione del segretario della Cisl, un altro grumo della vecchia Democrazia cristiana. Tutto sommato, un'operazione di aggregazione di ceto politico sulla quale aleggia un'ombra di provvisorietà e che, nonostante l'enfasi retorica della unificazione di `tutti i riformismi' resta estranea a una vera intenzione di rappresentanza unitaria delle aree critiche e progressiste che si sono mobilitate in questi anni, conserva intatti il privilegio per un target elettorale moderato 9 e la sua ambizione egemonica in una coalizione antiberlusconiana delle sinistre 10. Al di là delle conferme verbali della prospettiva di alleanza con Rifondazione (e con l'Italia dei Valori, si aggiunge immancabilmente, sottolineando una concezione aritmetica più che politica delle alleanze), nulla nelle analisi della situazione, nella elaborazione programmatica 11 sembra esibire qualche mutamento di sostanza in cui quel proposito possa considerarsi irreversibilmente radicato. Se, com'è inevitabile, la costruzione di una coalizione delle sinistre e del centro democratico che contrasti ora la radicalizzazione liberista e populista del governo di centro-destra e prepari poi uno schieramento elettorale e di governo alternativo è un progetto che deve procedere su più sostegni, quella dei Ds e della neo-formazione elettorale per le europee è la gamba più malferma.
Diversa e più convinta, per quanto tormentata, è la scelta operata da Rifondazione comunista, che viene elaborandola - dopo un avvio a sorpresa - in una discussione interna animata, differenziata, e talvolta duramente divisa, nella quale tuttavia sono squadernate senza reticenze tutte le questioni che si accompagnano a una prospettiva così inedita rispetto alla sue posizioni più recenti: l'interrogativo sugli spazi di una controffensiva antiliberista anche graduale nella fase in cui la militarizzazione della globalizzazione accende focolai di drammatici scontri di civiltà ed espande anche in Occidente i pericoli di una torsione autoritaria dei regimi democratici, ma subisce la contestazione non solo dei movimenti ma anche degli Stati messi a rischio di emarginazione definitiva (come a Cancún); un bilancio rigoroso dei movimenti cui si continua ad affidare il ruolo di protagonisti e fonte di ogni alternativa, ma dei quali non si nascondono i rischi di irrilevanza e di riflusso connessi non alla critica della politica esistente ma all'antipolitica di principio; la necessità di definire un progetto politico e di governo per evitare che la spinta antagonista dei conflitti si esprima debilitata soltanto nelle formazioni di governo delle sinistre moderate (così viene declinato il vecchio motivo dell'`agire dal basso e dall'alto'); un giudizio aggiornato sulla pericolosità del governo di centro-destra e sulla sua potenzialità distruttiva delle condizioni democratiche elementari di un cambiamento; la differenza, e le relazioni, che esistono tra l'impresa politica di far cadere e sostituire il governo Berlusconi e il progetto di una trasformazione radicale; la imprescindibilità della dimensione europea e la necessità di una critica radicale delle sue politiche e del suo progetto di costituzionalizzare il primato del mercato.
Una discussione inconclusa, in cui, accanto agli obblighi di continuità e alle resistenze identitarie, si sentono più che in passato l'assillo della realtà, l'urgenza della domanda di unità da parte dei tanti soggetti che hanno lottato in questi anni, la fatica di una revisione; ma una discussione vera e feconda in cui l'unica reticenza - ma può essere anche cautela rispetto a un più largo concerto di soggetti e movimenti cui Rifondazione si ripromette di partecipare - riguarda una definizione dei programmi e delle priorità possibili in un accordo di coalizione 12.
Ma si deve pur riconoscere che il confronto programmatico definisce ma non precede la formazione di una volontà politica di accordo. Ora il problema è ancora preliminare. Ha ragione Bertinotti quando - di fronte alle nette divisioni sul ritiro della spedizione militare italiana in Iraq -, interrompendo la sua diplomatica astensione di giudizio sulla formazione di una lista e poi di un partito unico dei `riformisti', dichiara13 che nello schieramento che si contrappone alle destre è aperta una contesa di egemonia. E, vien voglia di aggiungere, la contesa riguarda in realtà non solo il come, ma anche il se del progetto di convergenza in una coalizione antiberlusconiana con ambizioni di governo alternativo. L'esito di questa contesa potrebbe essere infausto (cioè ridotto al dilemma fra subalternità e rottura) se dovesse risultare dalla nuda misurazione dei rapporti di forza tra Rifondazione comunista e il blocco più o meno coeso dell'Ulivo. Diversa sarebbe la risultante delle forze se una ricerca difficile ma generosa trovasse il modo di far entrare in campo in questo tuttora incerto progetto politico i soggetti, e dico soggetti nel senso forte, movimenti, aggregazioni - cui si deve fra l'altro l'impulso iniziale del processo di convergenza delle sinistre e che non esprimono solo obiettivi e bisogni ma formulano a loro volta priorità programmatiche - che sono stati il nerbo della vera opposizione alle destre. L'inventario sarebbe comunque incompleto: il Forum per un'alternativa programmatica di governo promosso da sindacalisti della Cgil e da altre associazioni, che l'8 novembre in un'assemblea molto partecipata ha dato avvio a un complesso percorso di elaborazione programmatica 14 che difficilmente potrebbe restare marginale nelle scelte finali. In Parlamento si sono formati gruppi trasversali che conducono nell'opposizione un'azione unitaria da cui non potranno non risultare proposte anche per la futura coalizione. E poi, quando e se si sentisse coinvolta in questo concerto unitario, conterebbe e non poco tutta la vasta galassia di grandi soggetti sindacali - la Cgil e la Fiom in primo luogo - e associativi, di volontariato, di militanza civile che hanno riempito le piazze di questi anni. Grande ricchezza, garanzia di senso e di qualità della coalizione solo se troverà la volontà, e le vie aperte, per rappresentarsi, e contare, nell'autonomia dei suoi obiettivi, e non si farà lottizzare e annettere agli schieramenti partitici. Non è, come vorrebbe qualche nostalgico del pullman del '96, il mondo del `grande Ulivo', ma un popolo molto più vasto, fatto avvertito dalle delusioni del passato e radicalizzato dalle lotte del presente.
Le forze sono ancora disperse ma non esigue né in ritirata. Chi credeva o sperava che avessero concluso la propria stagione ha dovuto ricredersi. Nulla si ripete uguale: alla grande kermesse del 23 marzo si sono sostituite lotte diversificate, unitarie contro il governo (e il 6 di dicembre, dopo il 24 ottobre, ne misureremo la forza e la tenuta), o solitarie in uno scontro durissimo col padronato come quello acceso dalla Fiom sul tema del precariato e della democrazia in fabbrica. Un 15 febbraio contro la guerra che continua non è alle viste, ma più della metà del paese continua a essere contrario alla guerra di Bush. La partita è dunque aperta e grande è l'incertezza. Se dovessi essere costretto a puntare su quale sia per essere il motore dinamico di un processo politico che conduca non solo alla sconfitta delle destre ma a un governo che non sia la riedizione di quello nato nel '96, azzarderei un pronostico su quei conflitti che non possono attendere il 2004 o il 2006 per misurare il proprio successo, ma sono, per così dire, costretti a verificarlo ogni giorno fino ad allora.
note:
1 «Quando si è in un conflitto la realtà non è più chiara, viene coperta da un coltre grigia»: Robert Strange McNamara. Traggo la citazione da un resoconto di «Liberazione» dal Torino film Festival in cui è stato proiettato un documentario sulla vita e l'attività del potentissimo segretario alla Difesa americano protagonista nel periodo del Vietnam e in tutte le fasi di tensione acuta durante la Guerra fredda.
2 «L'Italia è in guerra, la neutralità è tradimento» è l'occhiello che sovrasta un editoriale del «Riformista» del 17 novembre, che conclude: «Ma l'opposizione dovrebbe avere l'onestà di chiedere una svolta anche a Epifani e a Chirac, a chi in Italia e in Europa non ha ancora capito che siamo in guerra, o l'ha capito e spera codardamente di restarne fuori». «Cadornismo dei dirigenti» era per Gramsci la pretesa delle classi dirigenti che una cosa andasse fatta perché il dirigente ritiene giusto e razionale che sia fatta. E se non viene fatta la colpa è di chi l'ha mancata. Il mancatore di solito veniva fucilato alla schiena per codardia. La differenza non è nella fucilazione (verbale) né nella sentenza, che è sempre la stessa, ma nel fatto che il `dirigente' questa volta sta a Washington.
3 Cfr. le interviste di Antonio Bassolino sul «Riformista» del 19.11.2003 e di Walter Veltroni sul «Riformista» del 20.11.2003
4 Massimo D'Alema all'Assemblea congressuale dei Ds a Roma il 14 ottobre.
5 Per l'accoglienza che gli esponenti più in vista dei neo-conservatives hanno ricevuto in Italia vedi R. La Valle, La politica estera dei `riformisti'. L'impero con lo sconto, «la rivista del manifesto», n. 44, novembre 2003 e L'Europa, l'America e il nomos dell'Occidente, «Alternative», n. 1, ottobre-novembre 2003.
6 Cfr. L. Magri, I problemi di una nuova alleanza. Contro Berlusconi e dopo, sulla «rivista del manifesto», n. 42, settembre 2003.
7 Cfr. Sui programmi e sulle fonti della cultura programmatica dell'Ulivo; cfr. E. Brancaccio, `Riformisti': il programma economico c'è già, e R. La Valle, cit.
8 Cfr. P. Di Siena, Un traguardo per la transizione. La via americana, «la rivista del manifesto», n. 43 ottobre 2003, e L'alternativa al `partito riformista', «Aprile», novembre 2003.
9 «Gli elettori di centrodestra, in misura crescente, disertano le urne […]. Per ora, tuttavia, solo una parte di loro sceglie di votare per l'Ulivo, per il centrosinistra. È questa la sfida che sta davanti a noi: la disaffezione dell'elettorato di centrodestra e trasformarla in consensi nuovi per il centrosinistra»: Piero Fassino nella relazione introduttiva all'Assemblea congressuale di Roma del 14 ottobre.
10 «[…] queste alleanze sono sempre guidate da una forza politica principale, di grandi dimensioni elettorali e di largo radicamento sociale che rappresenta il pilastro portante dell'alleanza, dà il segno politico all'alleanza stessa e ne esprime la leadership»: Piero Fassino, cit.; ma sul progetto di lista unica e di partito dei riformisti, vedi G. Aresta, La proposta del partito unico. Unire per dividere, «la rivista del manifesto», n. 43 ottobre 2003, e G. Chiarante, Le destre e l'alternativa, tavola rotonda con A. Burgio, P. Folena, D. Greco, P. Sabatini, «l'Ernesto» n. 5, settembre 2003, pp. 51-54.
11 Nella relazione di Piero Fassino citata non è dato di trovare neanche un accenno ai grandi conflitti sociali aperti e alle lotte in corso in queste settimane.
12 I quattro assi di programma definite nella relazione di Fausto Bertinotti possono essere lette nel testo della relazione introduttiva al Comitato politico nazionale del 25-26 ottobre 2003, in www.rifondazione it.
13 «La Stampa» del 17.11.2003.
14 I documenti e gli appuntamenti del Forum si possono consultare in www.cgil.it/lavorosocieta/index.asp