Ritirare le truppe
UN ATTO DI CORAGGIO
Aldo Tortorella
Ora che anche in Italia abbiamo pianto e piangiamo i nostri morti e che più forte si leva l'angoscia per le stragi a catena, c'è il rischio che le lacrime e l'ira soffochino ogni capacità di riflessione. È nei momenti del dolore che, com'è sempre accaduto nelle guerre, si cerca di tagliar corto con le obiezioni. Emerge un gergo di frasi già confezionate, che pretendono di essere evidenti e dunque saltano il bisogno di spiegare.
«Ritirarci», dice il presidente del Consiglio, «renderebbe vano il sacrificio dei nostri ragazzi.» Ho imparato questa frase quando entravo nell'adolescenza, all'inizio della Seconda guerra mondiale. I `nostri ragazzi' di allora erano stati mandati a morire in una guerra di aggressione. In nome dei caduti si moltiplicavano i caduti, in una conta senza fine. Se avessimo saputo e potuto ribellarci prima di quando lo facemmo, sarebbe stato infinitamente meglio.
Questa volta però, si obietta, non siamo andati per aggredire ma per la pace, per fare del bene, per aiutare un popolo che fu oppresso. Siamo vittime del terrorismo e contro il terrorismo dobbiamo combattere. «Lo fronteggeremo fino in fondo», aggiunge il capo dei vescovi italiani.
Dunque, siamo in guerra. Chi si era opposto alla missione in Iraq, come noi, lo aveva detto, poco ascoltato anche a sinistra. Questa rivista, una settimana dopo che Bush aveva proclamato la fine della guerra, scriveva in copertina «La guerra continua». Ma chi ha promosso l'invio delle truppe italiane aveva sostenuto il contrario. Sarebbe stata una missione di pace e di bene in un dopoguerra in cui stavamo dalla parte dei liberatori. E si fece l'esempio del Libano, una missione di tanti anni fa, dove i soldati italiani avevano saputo farsi amare.
Ma nel Libano eravamo andati per conto dell'Onu a sostituire gli occupanti che si erano ritirati, e perciò fummo accolti con sollievo. Mentre qui, all'opposto, andavamo a fianco e agli ordini degli occupanti. I quali avevano bombardato e invaso quella terra, attuando una guerra preventiva precedentemente teorizzata, contro ogni legalità internazionale, come principio della politica estera degli Stati Uniti. Dovevano scovare spaventosi arsenali di armi di distruzione di massa, che non c'erano. Non trovandoli, fu proclamata in corso d'opera la funzione della guerra come levatrice della democrazia. Ma tutti sanno che il tiranno iracheno, come tanti altri, mentre compiva i suoi massacri veniva considerato un benemerito dell'Occidente. È grottesco volere far credere che con i mezzi sconfinati - economici, mediatici, culturali - dell'Occidente o anche solo con quello che si è speso e si sta spendendo nella guerra non si potesse favorire il rovesciamento del regime iracheno. Ma un processo di cambiamento senza occupazione armata poteva non coincidere con gli interessi degli Stati Uniti.
Adesso però, la finalità principale della guerra è, appunto, contro il terrorismo. A Nassiriya gli italiani stanno asserragliati dentro la loro base, giornalisti compresi. Perché, ci dicono - e lo vede chiunque -, il terrorismo in Iraq diventa sempre più aggressivo. Ma è la paura del terrorista o quella dell'ostilità sempre più diffusa a generare un allarme crescente? È un orrore, ma anche un terribile segnale il massacro di due soldati americani da parte della folla, in pieno giorno, in un centro urbano. Molti commentatori vengono spiegando la saldatura tra integralisti islamici di varie tendenze e nazionalismi di origine laica come il Baath iracheno. E il terrorismo si estende ancora, come anche la Turchia ha mostrato. Bel capolavoro. E noi dobbiamo stare in guerra contro il terrorismo al seguito di chi ha solo saputo farlo diventare sempre più forte?
Solo la genialità dei neo-conservatori americani poteva far credere che il metodo per sconfiggere il terrorismo fosse la guerra, per di più preventiva e unilaterale. E cioè vittime innocenti che si aggiungono ad altre vittime innocenti, distruzioni di economie già agonizzanti, occupazione di territori con le divisioni corazzate e con il seguito degli affari per la ricostruzione. Geniali nel farlo credere agli altri, non nel pensarlo essi stessi. E, infatti, se qualcuno degli ideologi conservatori può essere tanto fanatico da credere davvero a quel folle sproposito, altri più astuti o più cinici non potevano non sapere quello che sarebbe successo. Ma sapevano anche che la fabbrica della paura ha generato e genera alti dividendi e grande potere.
Il fantasma di Bin Laden si aggira per le montagne e per le televisioni, si è aggiunto quello di Saddam, è tornato il mullah Omar. E sappiamo ora che, se si sono saldati integralisti e nazionalisti, non è certo che vi sia una centrale unica, mentre è certo che agiscono autonomamente gruppi tra di loro non collegati (la rivista americana «Time» ne ha intervistato uno) e mossi ciascuno da proprie motivazioni. Questa costellazione non è la Spectre contro cui James Bond avventurosamente vinceva, ma è altra e più mobile e complessa vicenda, solo falsamente riducibile all'idea di un unico terrorismo fanatico.
La verità è che è più facile maledire che capire. Sergio Romano, della cui lealtà atlantica non si può dubitare, ha dovuto reggere una dura polemica per aver usato la parola `resistenza' nel tentativo di spiegare quel che sta succedendo in Iraq. Certo, se si trattasse di un paragone meccanico con quel che accadde in Italia e in Europa, esso non reggerebbe. Allora la Resistenza si batteva contro la tirannide nazista e fascista, ora molti di coloro che sparano o si suicidano per dare la morte hanno piuttosto in mente uno stato integralista o, forse, una dittatura. Ma si sa che in Iraq manifestano e sparano contro gli occupanti anche molti che furono avversari o nemici di Saddam. In un contesto del tutto diverso, rischia di ripetersi la tragedia della Palestina, dove la politica di Sharon ha moltiplicato l'integralismo a spese di uno dei pochi gruppi dirigenti laici e democratici del Medio Oriente.
Certamente, quanto più si giudicano deleterie e da contrastare le scelte (e il muro) di Sharon, tanto più deve essere combattuta la identificazione sua e del suo governo con il popolo ebraico o con l'insieme dello Stato d'Israele e il nuovo antisemitismo che ne consegue. Ma c'è un pesante razzismo anche nel non intendere la disperazione di coloro che scelgono di usare il proprio stesso corpo come un'arma di morte, abbracciando quella che essi considerano la via del martirio. Non potrà mai essere giustificato chi uccide degli innocenti. Ma ciò vale per tutti e in ogni direzione, quale che sia il Dio che egli invoca.
In Europa ci siamo sbudellati per secoli nelle guerre di religione e poi per le nazioni, e poi per gli imperi. Qui da noi consideriamo sublime il nostro maggiore poeta ottocentesco che invocava la morte per la patria. «L'armi qua l'armi. Io solo/ combatterò procomberò sol io./ Dammi o ciel, che sia foco / agli italici petti il sangue mio.» Ma se questi sentimenti, sicuramente macabri, di cui sono vissute generazioni di europei (e noi stessi nella guerra di Liberazione) ora fanno da lievito alle terribili scelte di giovani e meno giovani di altra parte del mondo, allora si grida al mostro. Il dramma della Palestina, la frustrazione nazionale in Iraq, il rancore fra tanti sauditi per la presenza straniera nella propria terra considerata sacra, sono la conseguenza della politica di chi, nel Medio Oriente, la fa da padrone fino ad arrivare alla catastrofe di quest'ultima guerra.
Ora, da tante parti fino a ieri complici o silenti, si invoca una correzione per l'Iraq, si chiede il ritorno alla politica, si dichiara (ma che scoperta) che contro il terrorismo la forza militare non è adatta e comunque non può bastare. Perfino dentro le stanze del potere negli Stati Uniti è sorto qualche dubbio. E tuttavia si aggiunge che ritirarsi adesso sarebbe un disastro ulteriore. In Italia, il governo, usando i caduti, insiste sulla linea subalterna al bellicismo dell'amministrazione Bush rinnegando, tra l'altro, una tradizione anche di parte moderata che assegnava all'Italia, per la sua collocazione geografica e per la sua storia, una funzione mediatrice verso l'Islam. La parte maggioritaria dell'opposizione chiede una «svolta», ma dichiara «né giusto né degno» rivendicare il ritiro delle truppe. Caso mai, si dice, andrebbe «rinegoziata» la presenza italiana. Ma questo altro non è che il proseguimento della politica di occupazione. La stessa che sta portando gli Stati Uniti alla ripresa dei bombardamenti, ai rastrellamenti casa per casa e di contro all'esasperazione della guerriglia, all'estensione del terrore. Questa strada può avere come sbocco solo l'annientamento di tutti coloro che avversano l'occupazione: e ciò che già si sta facendo per far trionfare questo orientamento non è meno terrificante, nei suoi esiti di morte, di quanto lo siano le stragi compiute dai suicidi.
Un'altra strada esiste. Ma essa deve segnare una rottura vera rispetto alla guerra e al presente. È la strada del ritiro degli occupanti, della loro sostituzione con truppe dell'Onu come avvenne in Libano, della fiducia da dare a rappresentanti effettivi delle comunità locali. Tutto ciò prevede una correzione radicale di rotta, a partire da paesi come il nostro, che si sono fatti trascinare nella guerra.
Proprio perché l'Italia ha pagato un così doloroso tributo di sangue, più alta si dovrebbe levare la sua voce per chiedere una correzione radicale. Ciò che non è giusto e non è degno è l'insistere in un'avventura sbagliata, mortifera per tutti. Quella parte dell'Europa che ha resistito aveva ragione. Se si vuole una svolta reale e non una penosa finzione, servono gesti politici veri, fatti veri. Il ritiro dell'Italia dalla guerra è l'unico strumento concreto che possiamo avere per affermare una linea che non è solo nell'interesse dell'Italia ma dell'insieme della comunità internazionale, Stati Uniti compresi. Ed è l'esatto opposto di quel che si obietta: che il ritiro sarebbe un cedimento ai terroristi, un atto di viltà. Ciò che temono i terroristi - se pensiamo ai proclami di Bin Laden - non è il volto feroce dell'Occidente, la sua capacità di violenza, i suoi strumenti di distruzione, anzi essi affermano che non c'è altro Occidente che questo. I terroristi possono essere isolati e battuti unicamente da una politica di comprensione dei problemi reali dei popoli, di cooperazione effettiva, di reciproco sostegno e aiuto. Temono la pace, non la guerra. E temono, semmai, il contrasto che può essere condotto da strumenti simili a quelli delle polizie e dei servizi di sicurezza, non gli eserciti, i bombardieri, le corazzate. Vile non è chi chiede il ritiro, ma chi non ha il coraggio di portare avanti la difficile sfida della pace e della fratellanza fra i popoli.
Un'opposizione che si ritenga ispirata dal realismo solo perché interviene proponendo un codicillo alla politica della destra non fa il proprio dovere e non sta dentro la realtà. Quanto più grande e sincero è il dolore per i nostri e per tutti i morti in tutte le stragi e sotto tutte le bombe, tanto più forte deve essere oggi la lotta per fermare la politica della guerra. Il movimento per la pace non era e non è, come si dice anche da certe parti della sinistra, un generoso ma utopico moto dell'animo. Esso è frutto di un ragionamento saldamente fondato. Ed è l'unico che sia realistico.