Usa-Europa: modelli a confronto
COSA NON VA IN EUROPA
Andrea Boltho
In questo saggio di Andrea Boltho - già apparso nel fascicolo n. 22, luglio agosto 2003 della «New Left Review», che ringraziamo per l'autorizzazione a tradurre - viene svolta una comparazione rigorosa, fra le performance produttive e gli standard di vita statunitensi e quelli dell'Area dell'euro lungo un periodo non breve: tema non facile di analisi economica che tuttavia, come è noto, è da tempo punctum crucis del dibattito politico più ricorrente. Pur mettendo in campo un'analisi puntigliosamente equanime in cui le posizioni in campo vengono presentate con uno impegno costante di oggettività, il saggio di Boltho riserva agli apologeti del `modello americano' - contrapposto a una Europa vecchia, lenta, impacciata da infiniti lacci e lacciuoli - più di una sorpresa. «La rivista del manifesto» lo traduce - nonostante nel saggio non manchino singoli giudizi che riteniamo non condivisibili (sulle politiche di riduzione dell'orario di lavoro, sui modelli europei di tutela del diritto al lavoro, sull'efficacia delle politiche di concertazione) - perché il bilancio complessivo degli effetti delle politiche neo-liberali dominanti nelle scelte macro-economiche dell'Unione e degli Stati (anche quelli governati da partiti o coalizioni di centro-sinistra) è tanto più netto e persuasivo quanto più sostenuto da un apparato analitico cui resta estraneo ogni pregiudizio politico o ideologico (NdRM).
L'economia europea è in pessima forma 1. La Germania è probabilmente in recessione, mentre in quasi tutto il resto del continente la crescita è ferma. La politica monetaria della Banca centrale europea è troppo restrittiva, mentre la politica fiscale è vincolata dal famigerato Patto di stabilità, che, con una logica perversa, sta obbligando gli Stati a ridurre i propri disavanzi di bilancio in una fase di rallentamento dell'attività economica. Infine, il tasso di disoccupazione, già alto, sta crescendo nuovamente, mentre le prestazioni sociali vengono progressivamente ridotte. A fronte di tutto ciò si colloca l'apparente dinamismo del mondo anglo-sassone sviluppato. Anche prescindendo dai successi notevoli di Irlanda, Australia e Canada, le cui economie crescono a ritmi sostenuti ininterrottamente da almeno una decade, sia gli Usa sia la Gran Bretagna possono vantare una performance economica di notevole successo. In apparenza, i due paesi hanno reagito meglio allo scoppio della bolla tecnologica, hanno chiaramente beneficiato di politiche economiche più flessibili, e si trovano in una situazione di pieno impiego (o quasi) da vari anni. Le economie di mercato deregolamentate, caratterizzate da politiche liberiste, all'apparenza, sembrerebbero quindi funzionare incomparabilmente meglio delle economie continentali, più coese, ma anche molto più rigide. La performance deprimente dell'economia giapponese nell'ultimo decennio sembra avvalorare questa tesi.
Come tutte le descrizioni sommarie, quest'analisi è parzialmente vera, ma contiene anche diverse semplificazioni, esagerazioni e mezze verità. Da un lato, le impressioni a caldo sono spesso influenzate dagli eventi recenti e si limitano a una prospettiva di breve periodo. Guardati in un'ottica di lungo periodo, vantaggi e svantaggi del modello anglo-americano, rispetto a quello europeo, sono molto meno evidenti. Dall'altro lato, questo quadro non tiene in considerazione il fatto che i successi recenti di Usa e Gran Bretagna non sono pienamente sostenibili. In entrambi i paesi, la crescita del Pil e la riduzione della disoccupazione sono state in larga misura trainate da un'accumulazione di debito da parte delle famiglie che ha ridotto il risparmio privato a livelli eccezionalmente bassi. L'aumento del prezzo delle abitazioni è stata una delle principali cause di tale fenomeno, e quando i prezzi delle case diminuiranno e le famiglie torneranno a livelli di risparmio più normali, è molto probabile che si verifichi un brusco rallentamento nei consumi privati.
Tuttavia, anche tenendo conto di questo fattore, la performance dei paesi dell'Area dell'euro in termini di tassi di crescita e di disoccupazione sembra comunque meno soddisfacente in una prospettiva sia di breve sia di medio periodo. E il risveglio degli Usa dalla sbornia dei debiti potrebbe persino peggiorare le cose. Non sono solo le famiglie statunitensi ad aver accumulato troppi debiti, bensì l'intera economia Usa. Questo ha prodotto quello che la maggior parte degli osservatori considerano un deficit insostenibile nelle partite correnti, la cui eliminazione richiede un indebolimento consistente del dollaro, processo peraltro già cominciato. La svalutazione del dollaro favorirà gli Usa, aumentando competitività e prezzi - un obiettivo nuovo in una fase in cui alcuni paesi sono a rischio di deflazione. Tuttavia essa danneggerà (a dire il vero sta già danneggiando) le economie europee riducendone le esportazioni, finora uno dei pochi punti di forza dei paesi dell'Area dell'euro. In altri termini, la perdita di competitività sta aggravando i problemi economici dell'Europa e con ogni probabilità continuerà a farlo nel prossimo futuro.
In questo articolo, in primo luogo, si confrontano le performances delle due economie, quella dell'Europa continentale e quella anglo-americana, negli ultimi tre decenni: l'analisi evidenzia un andamento molto più simile di quanto si possa immaginare. In secondo luogo, si valutano le argomentazioni tradizionalmente utilizzate per criticare il modello continentale (e elogiare quello anglo-americano): si dimostra che mentre alcune di esse sono valide, in particolare quelle relative alle politiche macroeconomiche, altre sono meno convincenti. Infine, si analizzano brevemente i possibili scenari futuri: l'Europa sembra destinata a essere meno dinamica che in passato, se non altro per ragioni demografiche.
Confronti tra le due sponde dell'Atlantico
È innegabile che le economie dell'Europa continentale siano state poco dinamiche. Nei tre anni successivi al picco del ciclo economico, nel 2000, sono cresciute in media appena dell'1% l'anno, un risultato vicino allo 0.5% del Giappone, ma ben al di sotto dei tassi di crescita di Stati Uniti e Gran Bretagna, vicini al 2% 2. Tuttavia, se si adotta una prospettiva più ampia, il quadro non è così netto. La Tabella 1 mostra i tassi di crescita del Pil a partire dal 1973, l'anno che secondo molti segna la fine dell'`Età dell'oro' del secondo dopoguerra, fino al 2003.
In questi tre decenni, i tassi di crescita dell'Area dell'euro sono stati identici a quelli della Gran Bretagna e non molto inferiori a quelli di Giappone e Usa. L'apparente dinamicità dell'economia Usa, inoltre, è dovuta in gran parte alla crescita demografica. Infatti, i tassi di crescita del Pil pro capite sono stati più alti in Europa che in America. E, senza dubbio, è il miglioramento negli standard di vita a determinare in ultima analisi il successo di un paese dal punto di vista economico.
Tre dati potrebbero modificare questa conclusione. Primo: anche se il Pil pro capite è cresciuto più o meno allo stesso tasso in tutti i paesi sviluppati, gli standard di vita sono ancora piuttosto diversi. In particolare, l'Europa continentale (ma anche la Gran Bretagna e il Giappone) è ancora molto indietro rispetto agli Usa. Le analisi comparative dei livelli di Pil pro capite espresso in termini di parità del potere di acquisto (Ppa) effettuate dall'Ocse e dalla Banca mondiale suggeriscono che nei primi anni del ventunesimo secolo gli statunitensi erano ancora circa il 30% più ricchi dei cittadini dell'Europa continentale. In altri termini, sarebbe stato ragionevole aspettarsi una crescita del Pil pro capite negli ultimi tre decenni di gran lunga più rapida nell'Area dell'euro che negli Usa, come durante l'`Età dell'oro', in un processo di graduale avvicinamento. Secondo: il differenziale fra i tassi di crescita di Europa e Usa, già in passato poco significativo, nell'ultimo decennio è quasi scomparso del tutto. Mentre la crescita decelerava nell'Area dell'euro, essa accelerava negli Usa; e questo vale sia per il tasso di crescita del Pil pro capite, sia, ancor più importante, per il tasso di crescita della produttività del lavoro, la determinante ultima degli standard di vita. Se queste tendenze proseguissero, come pronosticato da molti, il divario fra le due aree si approfondirebbe. Terzo: l'economia europea è caratterizzata, sin dai primi anni settanta, da un tasso di disoccupazione più elevato di quello Usa, diversamente da quanto accadeva durante l'`Età dell'oro'. La performance relativa dell'Europa è peggiorata progressivamente: mentre alla fine degli anni settanta e durante gli anni ottanta, il tasso di disoccupazione europeo non era molto diverso da quello anglo-americano, alla fine degli anni novanta e nei primi anni del nuovo secolo il divario è diventato consistente. Tra il 2000 e il 2003 gli Usa e il Regno Unito (ma anche il Giappone) potevano vantare un tasso di disoccupazione (usando definizioni comparabili) del 5%, mentre i disoccupati della Zona euro ammontavano all'8.5% della forza lavoro.
Di questi tre problemi, il primo sembra il meno rilevante, poiché è probabile che in buona misura i dati ufficiali distorcano la realtà. La Tabella 2 analizza in maggiore dettaglio la differenza negli standard di vita di Stati Uniti e nell'Area dell'euro. Innanzitutto, essa mostra il divario nelle stime del Pil in termini di parità del potere d'acquisto; inoltre, essa spiega tale divario attraverso una semplice identità che consente di distinguere tre fattori fondamentali. Primo: gli europei sono più poveri degli americani perché meno europei lavorano. Il tasso di occupazione - la percentuale di popolazione con un impiego - dell'Europa continentale è molto più basso (fino a 15 punti percentuali) di quello degli Usa. Secondo: sono più poveri perché chi lavora lo fa per un numero di ore di gran lunga inferiore (di circa il 15%). Terzo: sono più poveri perché la loro produttività oraria è inferiore a quella dei loro omologhi statunitensi.
È forse sorprendente scoprire che quest'ultimo fattore non è molto rilevante. La produttività di un'ora di lavoro risulta molto simile sulle due sponde dell'Atlantico (anche se non sulle due sponde della Manica) 3. Il lavoratore dell'Europa continentale, iper-regolamentato, iper-sindacalizzato e iper-protetto dallo Stato sociale, in realtà è produttivo quasi quanto il suo omologo statunitense, un dato che dovrebbe sollevare alcuni dubbi almeno su alcune delle tradizionali certezze degli economisti circa i benefici delle ricette iper-liberiste. Sono le altre due caratteristiche del mercato del lavoro a spiegare, in larghissima misura, l'inferiorità degli standard di vita europei rispetto a quelli statunitensi.
Ci sono varie ragioni per cui il tasso di occupazione europeo è più basso di quello statunitense (e di quello britannico). Una, già citata, è il tasso di disoccupazione molto più alto. Quest'ultimo, a sua volta, può disincentivare quei segmenti di popolazione scoraggiati dalla difficoltà di trovare lavoro. Inoltre, è probabile che in parte il tasso di occupazione più basso sia dovuto all'errore dei governi di vari paesi di incentivare il pensionamento anticipato allo scopo di ridurre il tasso di disoccupazione ufficiale. Tutto ciò indica chiaramente un funzionamento insoddisfacente dei mercati del lavoro europei
Tuttavia altri due elementi giocano un ruolo importante. Il primo è una struttura demografica in qualche modo meno favorevole in Europa, con una più alta percentuale della popolazione al di sopra dei 65 anni 4. Il secondo è (o almeno potrebbe essere) una maggiore propensione, in particolare da parte delle donne, a lavorare meno e a godersi il tempo libero. Chiaramente, è difficile valutare quanto questo atteggiamento sia frutto di libera scelta e quanto sia invece dovuto all'assenza di opportunità di lavoro e di strutture alternative per l'infanzia, o ad altri ostacoli. Tuttavia, dato che, per esempio, gli asili e i nidi pubblici sono ben più diffusi nell'Europa continentale che negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, è possibile che almeno parte della minore offerta di lavoro sia il frutto di una libera scelta. Se così fosse, a standard di vita inferiori non corrisponderebbe necessariamente un minor benessere.
Per quel che riguarda l'orario di lavoro, la minor quantità di ore lavorate in Europa è anch'essa il frutto di un mix di regolamentazione e libera scelta. La durata della settimana lavorativa è notevolmente inferiore in molti paesi europei perché i governi hanno tentato di accorciarla. L'errore compiuto dal precedente governo francese con l'imposizione delle 35 ore settimanali è il più chiaro esempio di tale interferenza, ben accolta da una parte dei lavoratori, ma non da tutti. È interessante notare che una proposta simile, avanzata dal governo italiano alla fine degli anni novanta, è stata immediatamente accantonata per la quasi unanime opposizione non solo della classe politica e degli imprenditori, ma anche dei sindacati. Tuttavia, come mostrano molte vertenze sulle condizioni di lavoro, i lavoratori europei sembrano preferire un orario di lavoro più breve e più ferie rispetto ai loro omologhi statunitensi e britannici. Anche in questo caso, quindi, gli standard di vita inferiori dovuti al minor numero di ore lavorate non implicano necessariamente un minor benessere degli individui.
È praticamente impossibile suddividere la minor quantità di lavoro (la minore partecipazione al mercato del lavoro e il minor numero di ore lavorate) in una componente liberamente scelta, legata a una maggiore preferenza per il tempo libero, e in una componente `istituzionale' legata alla maggiore regolamentazione e all'inattività involontaria. L'importanza attribuita spesso all'orario di lavoro nelle vertenze sindacali nell'Europa continentale suggerisce che la differenza nelle preferenze fra lavoro e tempo libero giochi un ruolo importante. La suddivisione del tutto arbitraria compiuta da chi scrive attribuisce metà delle differenze nelle abitudini lavorative negli Usa e in Europa alle diverse preferenze e alla diversa struttura demografica delle due aree. Di conseguenza, un'analisi comparativa dei livelli di benessere porterebbe a concludere che il divario negli standard di vita fra le due aree è probabilmente attorno al 15 piuttosto che al 30%.
Il costo della vita negli Usa
Anche quest'ultimo divario potrebbe realisticamente essere ridotto, seguendo i recenti suggerimenti dell'economista statunitense Robert Gordon 5. Analizzando il profilo della spesa per consumi negli Usa e in Europa, Gordon sostiene che gli statunitensi sono obbligati a utilizzare una buona parte del proprio reddito per l'acquisto di beni e servizi che non sono altrettanto necessari per gli europei. Egli indica in particolare il clima, i trasporti e la sicurezza. Il clima più estremo del Nord America implica che, per raggiungere livelli di comfort simili a quelli europei, è necessario spendere di più in riscaldamento e condizionamento. Questo fa crescere il Pil, ma chiaramente non il benessere, in relazione ai livelli europei. Analogamente, l'assenza di trasporti pubblici obbliga gli statunitensi a spendere molto più degli europei in viaggi in automobile da e per il posto di lavoro. Infine, il più elevato tasso di criminalità degli Usa genera una maggiore spesa, pubblica e privata, in sicurezza. A questa lista, secondo chi scrive, andrebbe aggiunta anche la maggiore tendenza al contenzioso della società Usa, al confronto dei maggiori livelli di cooperazione presenti in Europa, in parte dovuti a relazioni durevoli favorite da un diverso sistema di corporate governance. Le spese in servizi legali che ne derivano aumentano il Pil degli Usa ma, con ogni probabilità, non aggiungono (e anzi tolgono) valore. Se, da un lato, questa lista può essere estesa, dall'altro lato, si possono citare alcuni controesempi. Quantificare questi fattori è incredibilmente complesso. Gordon fornisce una stima molto approssimativa secondo cui il divario fra il Pil degli Usa e quello europeo andrebbe ridotto del 7-8%. Questa stima provvisoria è inclusa nella Tabella 2. La cifra che si ottiene suggerisce che, una volta tenuto conto della maggiore preferenza per il tempo libero e delle spese `superflue' negli Usa, lo standard di vita nell'Europa continentale è inferiore a quello statunitense di meno del 10% (e la differenza potrebbe essere anche vicina allo zero), molto al di sotto del 30% che emerge dai dati ufficiali. È vero che questo alto standard di vita medio è affiancato da un livello di disoccupazione molto più elevato, ma anche negli Usa uno standard di vita più o meno simile nasconde una disuguaglianza nella distribuzione del reddito impressionante 6. Come sostiene Ralf Dahrendorf, «Probabilmente preferirei essere disoccupato in Europa piuttosto che povero negli Usa» 7.
La depressione nell'Europa continentale
Il paragrafo precedente ha mostrato che con correzioni ragionevoli, anche se in una certa misura arbitrarie, dei dati, i cittadini dell'Area dell'euro risultano praticamente ricchi come gli statunitensi. Resta tuttavia vero che in tempi recenti la performance economica dell'Area dell'euro non è stata soddisfacente, se confrontata con quella di Usa e Gran Bretagna. Tre aspetti sono stati citati: un tasso di disoccupazione molto più alto e tassi di crescita del Pil e della produttività molto inferiori. La Tabella 3 (vedi p. 54) mostra questi aspetti ed evidenzia il divario crescente tra la performance dell'Area dell'euro (e del Giappone), da un lato, e quella delle economie anglo-americane, dall'altro lato, in particolare negli anni novanta e nei primi anni di questo secolo.
Una spiegazione potenziale di tale divario può essere immediatamente scartata. Fino a tempi recentissimi, la competitività dei paesi dell'Area dell'euro sui mercati internazionali non è diminuita. Al contrario, nella seconda metà degli anni novanta il dollaro e la sterlina si sono apprezzati, mentre l'Euro (o le monete precedenti) si è deprezzato, come mostrato nella Figura 1 (vedi p. 54). Il quadro sta cambiando rapidamente, ma, almeno nel passato recente, la performance deludente dell'economia europea è dovuta ad altri fattori. Gli economisti ne hanno indicati fondamentalmente due. Da un lato, gli economisti ortodossi (o neoclassici), puntano l'indice contro le presunte rigidità delle istituzioni europee - la ragnatela di regolamenti vincolanti, lo Stato sociale troppo generoso, i sindacati conservatori -, paragonandole con le flessibili, agili, deregolamentate economie di Gran Bretagna e Usa. Dal lato opposto dello schieramento ideologico (tra gli economisti), gli osservatori di ispirazione keynesiana indicano le politiche macroeconomiche restrittive come principali colpevoli. Le politiche deflattive, necessarie a soddisfare le condizioni previste dal Trattato di Maastricht, hanno fatto crollare i tassi di crescita dell'Area dell'euro per buona parte degli anni novanta. La politica monetaria eccessivamente prudente seguita dalla Bce sin dall'avvio dell'Unione monetaria, e gli assurdi vincoli sulle politiche fiscali imposti dal Patto di stabilità dell'Ue, hanno mantenuto l'area in una situazione di crescita modesta. Entrambe le spiegazioni contengono elementi di verità, ma nessuna di esse è pienamente soddisfacente.
Iper-regolamentazione?
Sembra difficile attribuire la maggior parte della colpa dei problemi del mercato del lavoro europeo a politiche economiche restrittive, che rallentano la crescita del Pil e quindi riducono l'occupazione. Senza dubbio, una politica espansiva avrebbe avuto un effetto positivo, ma resta vero che da un picco del ciclo all'altro - in altri termini, in fasi di crescita rapida - nell'Area dell'euro la disoccupazione è aumentata. Nel 1972-1973 il tasso di disoccupazione era circa del 2,5%, nel 1979-1980 era del 5.5%, nel 1989-1990 dell'8% e nel 1999-2000 del 9% (si confrontino questi dati con quelli degli Usa, che mostrano un andamento opposto della disoccupazione: dal 6,5% alla fine degli anni settanta, al 5,5% alla fine degli anni ottanta, al 4% durante l'ultimo boom). La varietà di tassi di disoccupazione presenti nei vari paesi europei conferma questa conclusione generale. La crescita è stata modesta in quasi tutta l'Europa continentale, e tuttavia paesi come Austria, Norvegia o Svizzera possono vantare oggi tassi di disoccupazione più bassi di quelli degli Stati Uniti, mentre in paesi come la Grecia o la Spagna i tassi di disoccupazione sono a due cifre.
Le differenze istituzionali e, in particolare, un eccesso di vincoli normativi nel mercato del lavoro sembrano offrire una spiegazione più plausibile. Le protezioni dei lavoratori sono molto più estese in Francia, Germania, Italia o Spagna che negli Usa e nel Regno Unito, ed è probabile che in alcuni casi abbiano ostacolato la crescita dell'occupazione 8. Varie analisi comparate, non tutte mosse da motivazioni ideologiche, hanno sottolineato gli effetti negativi sull'occupazione, non tanto di generosi sussidi di disoccupazione in sé, quanto dei «sussidi di disoccupazione senza limiti temporali, assieme a scarsi o nulli incentivi per i disoccupati a cercarsi un lavoro» 9. Secondo le stesse ricerche anche le imposte sul lavoro hanno avuto un effetto negativo. D'altro canto, contrariamente a quanto sostenuto da buona parte della vulgata economica, i sindacati non sono necessariamente causa degli alti livelli di disoccupazione. Molto dipende da come si svolgono le vertenze salariali. Una contrattazione coordinata in tutta l'economia, per esempio, può essere estremamente positiva 10.
Due delle economie più dinamiche dell'Area dell'euro nell'ultimo decennio, Irlanda e Paesi Bassi (nessuna delle due, e decisamente non i Paesi Bassi, è modello di ultra-liberismo), devono molto dei risultati spettacolari nella riduzione della disoccupazione proprio alle vertenze salariali coordinate. Entrambi i paesi, commettendo il peccato corporativo più grave, l'adozione di politiche dei redditi con l'accordo delle parti sociali, hanno conseguito una rapida crescita del Pil, e un buon livello dei profitti e della competitività sui mercati internazionali, assieme a rapidi aumenti dell'occupazione e dei salari reali 11. Al contrario, la performance macroeconomica e dell'occupazione della Nuova Zelanda, paese che, lungi dal commettere peccato, ha applicato con fervore quasi religioso tutte le ricette ortodosse di deregolamentazione del mercato del lavoro, può essere al più definita mediocre 12.
In altri termini, non esiste un unico fattore in grado di spiegare la diversità delle performances dell'occupazione nei vari paesi europei. In alcuni casi, è possibile che le rigidità istituzionali e i vincoli nel mercato del lavoro abbiano avuto effetti negativi, come suggerito dalla teoria ortodossa. In altri casi, invece, rigidità analoghe sono andate di pari passo con risultati occupazionali molto migliori. Questa tesi è indirettamente confermata dall'assenza di una solida relazione statistica tra la maggior parte delle misure tradizionali dei vincoli nel mercato del lavoro e l'occupazione 13. Tale relazione è spesso debole o inesistente, e quindi non è in grado di giustificare le pressanti raccomandazioni di politica economica a favore di una deregolamentazione estrema portate avanti da anni da organizzazioni internazionali quali l'Ocse.
Vincoli macroeconomici
La tesi secondo cui sono state le politiche economiche eccessivamente restrittive a soffocare la crescita nell'Area dell'euro sembra più interessante. Nel passato recente, alla preoccupazione persistente, e tuttavia chiaramente datata, di tensioni inflazionistiche della Bce - per non menzionare le politiche fiscali pro-cicliche di paesi come Germania o Portogallo - si sono contrapposti l'operato di gran lunga più flessibile delle Banche centrali di Usa e Gran Bretagna e le politiche fiscali espansive seguite dai governi di tali paesi. Tuttavia, anche in questo caso, il quadro non è così nitido: come mostrato in precedenza, l'arretratezza dell'Europa rispetto agli Usa non è un fenomeno recente; inoltre durante tutti gli anni novanta, quando gli Usa e la Gran Bretagna crescevano rapidamente, le politiche macroeconomiche delle due aree non erano molto diverse.
Quantificare le scelte di politica economica non è semplice. La Tabella 4 mostra tre stime diverse. La parte superiore contiene le stime Ocse delle variazioni nel saldo di bilancio strutturale, un indice che astrae dagli effetti delle fluttuazioni cicliche su entrate e uscite dei governi. Come verrà mostrato, politiche di austerità fiscale sono state adottate negli anni novanta non solo nei paesi dell'Area dell'euro, ma anche in Gran Bretagna e, in modo particolare, negli Usa durante la presidenza Clinton. Solo il Giappone ha rappresentato una chiara eccezione ed è difficile sostenere che le politiche fiscali espansive adottate dal governo giapponese abbiano avuto successo. Per quel che riguarda la politica monetaria, la Tabella mostra l'andamento dei tassi d'interesse a breve termine - lo strumento direttamente nelle mani delle autorità monetarie. In questo caso i dati sembrano suggerire che la Zona dell'euro e la Gran Bretagna, hanno adottato regolarmente politiche più restrittive rispetto agli Usa. Tuttavia quello che conta realmente per l'attività economica è l'andamento dei tassi d'interesse reali (al netto dell'inflazione). Le stime approssimative di questa variabile qui presentate mostrano, anche in questo caso, differenze relativamente poco significative fra le posizioni di politica monetaria per tutti gli anni novanta 14. I tassi d'interesse reali, attorno al 4-4,5%, sono stati alti ovunque, con l'eccezione parziale, ancora una volta, del Giappone.
È tuttavia vero che, se si considerano i primi anni di questo secolo, le differenze sono più pronunciate. Le politiche fiscali e monetarie sono diventate chiaramente espansive in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, contrariamente a quanto avvenuto nell'Area dell'euro, specialmente sul fronte delle politiche fiscali, e nonostante un quadro economico decisamente meno dinamico. Le simulazioni condotte sulla base del modello macroeconomico sviluppato da Oxford Economic Forecasting indicano che se l'Europa continentale avesse adottato una politica monetaria analoga a quella degli Usa e se avesse interpretato in modo elastico il Patto di stabilità, il tasso di crescita nel triennio 2001-03 sarebbe stato due volte più alto, vale a dire del 2% invece che dell'1% annuo 15; mentre i disavanzi di bilancio, grazie a una più rapida espansione della base impositiva, sarebbero aumentati di poco. Inoltre, una crescita più sostenuta avrebbe ridotto quest'anno il tasso di disoccupazione al 7.5%, quasi un punto e mezzo al di sotto del 9% atteso. Si tratta quindi di differenze rilevanti.
Il rallentamento della crescita della produttività in Europa
L'aspetto più preoccupante dello stallo dell'Europa continentale è stato il rallentamento nella crescita della produttività, come mostrato nella Figura 2. È in questo ambito che ci si aspetterebbe una conferma delle tesi ortodosse. I diversi assetti istituzionali devono essere una delle ragioni principali delle differenze di efficienza. Tuttavia, come mostrato in precedenza, i livelli di produttività sono piuttosto simili sulle due sponde dell'Atlantico, nonostante gli assetti istituzionali profondamente diversi. E questi ultimi sembrano ancor meno responsabili delle differenze nei tassi di crescita della produttività. Dopo tutto, negli ultimi 10-15 anni in tutta Europa c'è stata una crociata a favore della deregolamentazione: il libero scambio è stato promosso, inter alia, dal programma del 1992, i controlli sui movimenti di capitale sono stati aboliti e il mercato del capitale è stato, almeno in parte, deregolamentato nell'Unione monetaria. Inoltre, nei vari paesi i sussidi di disoccupazione e le prestazioni sociali in genere sono stati ridotti, il potere dei sindacati diminuito, la previdenza privata introdotta o potenziata, la tassazione sul lavoro ridotta, i vincoli burocratici sugli orari dei negozi, sulla nascita di nuove imprese o sugli impieghi atipici (per esempio, quelli a termine o a tempo parziale) allentati. In altri termini, l'Europa continentale si è avvicinata al modello anglo-americano e questo, se la teoria ortodossa fosse corretta, avrebbe dovuto portare a una crescita più rapida, non più lenta. In realtà, quasi paradossalmente, il rallentamento nella crescita della produttività in Europa è in parte dovuto proprio alla deregolamentazione, che così tanti economisti liberisti continuano a ritenere la via d'uscita più sicura dall'`Eurosclerosi'. Allentando alcuni vincoli presenti nel mercato del lavoro, questo processo ha incoraggiato le assunzioni in molti paesi europei - la Francia e la Spagna sono gli esempi più ovvi, assieme ai Paesi Bassi. A sua volta, l'aumento dell'occupazione, spesso nel settore dei servizi in cui la produttività cresce lentamente ovvero è difficile da misurare, ha ridotto la crescita del prodotto per lavoratore. Anche se l'aumento dell'occupazione è sicuramente un fenomeno positivo, pur causando `perdite' di produttività, l'esperienza europea contrasta nettamente con quella dell'economia Usa, che è stata in grado sia di creare numerosi posti di lavoro sia di aumentare il tasso di crescita della produttività.
È qui che un tasso di crescita del Pil più elevato sarebbe stato utile. Tuttavia lo zelo riformatore è stato accompagnato dall'ostinata convinzione che l'ortodossia macroeconomica, sul fronte monetario e su quello fiscale, avrebbe portato al nirvana, a una crescita stabile non inflazionistica. Invece, ha prodotto una semi-stagnazione, la crescita della disoccupazione, la riduzione dei profitti e il rischio di una deflazione, consentendo al contempo la crescita e l'esplosione di una bolla speculativa nel mercato azionario perfino maggiore, in proporzione, di quella di Wall Street. Per molti versi, l'Europa continentale ha abdicato alle proprie responsabilità di politica macroeconomica, a differenza di Usa e Giappone. Vista dal di fuori, l'Area dell'euro sembra quasi un paese in via di sviluppo, cui il Fmi ha imposto uno di quei programmi draconiani di aggiustamento strutturale che lo rendono così famoso: bassa inflazione, rigore fiscale, deregolamentazione e privatizzazione, il tutto gestito da un gruppo di funzionari non eletti (Duisenberg, Solbes, Monti e Bolkestein) 16.
Concorrenza globale e `new economy'
Ciononostante, le politiche economiche eccessivamente restrittive degli ultimi anni, per quanto dannose, non spiegano del tutto il rallentamento di medio-termine della crescita della produttività. Una crescita più rapida del Pil avrebbe potuto avere, attraverso una relazione molto dibattuta negli anni cinquanta e sessanta conosciuta come `Legge di Verdoorn', un feedback positivo sulla crescita della produttività. Tuttavia, dato che questa relazione è valida soprattutto nel settore manifatturiero, è probabile che essa abbia perso molta della sua forza nelle economie odierne, in cui il peso dell'industria sta scemando rapidamente. Inoltre, ancor più importante, negli anni novanta l'andamento della produttività di Stati Uniti e dell'Area dell'euro è stato molto diverso nonostante l'adozione di politiche economiche molto simili discussa in precedenza. Altri devono essere quindi i fattori, oltre alle politiche economiche eccessivamente restrittive e all'attuale processo di deregolamentazione, che spiegano il rallentamento della crescita della produttività in Europa.
Il processo di globalizzazione può essere uno di questi. L'aumento dell'export del settore manifatturiero dell'Asia Orientale, e in particolare della Cina, ha prodotto benefici notevoli ai paesi in via di sviluppo e a quelli sviluppati, ma ha anche accelerato i processi di deindustrializzazione in tutta l'area dell'Ocse. Tale declino della produzione manifatturiera ha ridotto il peso relativo del settore dell'economia con la più rapida crescita della produttività. Poiché tale settore era (ed è tuttora) molto più rilevante nell'Europa continentale e in Giappone che negli Stati Uniti, era inevitabile che le economie dell'Area dell'euro fossero maggiormente colpite, anche perché le importazioni dalla Cina sono aumentate più rapidamente nei paesi dell'Area dell'euro che non negli Usa o in Gran Bretagna.
Un secondo fattore che può aver contribuito a creare un divario tra la performance degli Usa e quella europea è, paradossalmente, la rivoluzione della new economy. Dietro tutta l'isteria collettiva che ha alimentato l'insostenibile bolla speculativa dei mercati azionari, c'era un qualche fondamento di realtà. Le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione possono generare guadagni di produttività, e quasi certamente ciò è avvenuto, almeno in alcuni settori. Tuttavia, soprattutto per ragioni istituzionali, l'aumento della produttività è stato molto più consistente negli Usa che in Europa o in Giappone. Una delle ragioni di questa disparità è quasi certamente la facilità con cui è possibile creare una nuova impresa negli Usa, in assenza degli innumerevoli vincoli burocratici che affliggono le economie continentali 17. Un'altra ragione risiede nella diversità dei sistemi finanziari: relazioni complesse fra imprese, o fra banche e imprese, con una moltitudine di azionisti, sono incompatibili con il finanziamento di industrie soggette a rapidi cambiamenti manageriali e tecnologici e ad alti livelli di incertezza 18. Le istituzioni finanziarie europee, basate su banche conservatrici, hanno preferito continuare a prestare ai loro clienti consueti, attivi nei settori tradizionali. Si tratta spesso di grandi imprese che offrono solide garanzie sui prestiti (edifici e macchinari), a differenza delle piccole imprese della Silicon Valley la cui principale garanzia è il capitale umano 19. Al contrario, la flessibilità dei mercati finanziari e in particolare la disponibilità di capitale di rischio è stata uno dei principali fattori che hanno contribuito allo sviluppo delle nuove tecnologie in Nord America.
Più vecchia e più lenta?
In terzo luogo, le tendenze demografiche hanno giocato un ruolo importante. La composizione demografica di un paese cambia lentamente, ma ha un impatto significativo sull'economia. La Figura 3 (vedi p. 58) illustra le tendenze di crescita del totale della popolazione e della quota di popolazione anziana. La differenza tra la dinamicità demografica degli Stati Uniti e la stagnazione, e prossima diminuzione, della popolazione dell'Area dell'euro e del Giappone sono impressionanti, mentre la Gran Bretagna si trova in una situazione intermedia, anche se più vicina al modello continentale che a quello Usa. Una popolazione stazionaria o decrescente ha un effetto negativo diretto sulla crescita poiché implica una riduzione della forza-lavoro. Lo stesso dicasi di una popolazione che invecchia, la quale è probabile che abbia anche, ceteris paribus, un tasso di risparmio inferiore rispetto a una più giovane. A sua volta questo implica un rallentamento nell'accumulazione di capitale e quindi nella crescita della produttività.
È inoltre possibile che l'invecchiamento della popolazione provochi tensioni fra le generazioni, se il trattamento pensionistico degli anziani viene ritenuto troppo generoso. Tentare di intervenire sulle pensioni, come avviene sempre più spesso, ha anche effetti controproducenti, poiché aumenta l'insicurezza e riduce i consumi degli anziani, e quindi provoca il rallentamento della crescita dei consumi aggregati e l'accelerazione dei pensionamenti anticipati. Le riforme pensionistiche sono necessarie, ma piuttosto che limitarsi a promuovere la previdenza privata (che nell'Europa continentale è fortunatamente limitata, per ora) e a tagliare le prestazioni pubbliche, andrebbero compiuti molti più sforzi per scoraggiare i pensionamenti anticipati e promuovere la permanenza degli anziani nel mercato del lavoro.
Infine, e secondo chi scrive è l'elemento più importante, l'invecchiamento della popolazione ha un effetto negativo indiretto, di natura extra-economica, nel lungo periodo sulla crescita del prodotto e della produttività. Gli anziani sono, nel complesso, contrari ai cambiamenti e non amano i rischi. Essi hanno sicuramente meno capacità imprenditoriali e di innovazione dei giovani. Pertanto, la leadership statunitense nelle nuove tecnologie può essere stata favorita dalla presenza di una popolazione relativamente giovane (considerando sia gli autoctoni sia gli immigrati). In altri termini, è possibile che l'Europa si stia lentamente trasformando in un continente conservatore, in cui una percentuale crescente della popolazione rifugge i cambiamenti e guarda con sospetto alle nuove iniziative. Da un lato, questo fenomeno non è particolarmente tragico. I livelli di benessere sono alti e l'invecchiamento ha molti aspetti positivi (meno criminalità e inquinamento, per citare i due più ovvi). Dall'altro lato, tuttavia, esso implica che il divario negli standard di vita, attualmente contenuto, è destinato ad aumentare quasi certamente tra le due sponde dell'Atlantico. E con esso il divario politico. La posizione di supremazia degli Stati Uniti, già schiacciante, sembra destinata a rafforzarsi ulteriormente.
Risultati e prospettive
Esattamente un decennio fa, analizzando il quadro economico degli anni ottanta e dei primi anni novanta, chi scrive riteneva che «negli anni `80 i due principali problemi delle economie dell'Europa occidentale sono stati un tasso di crescita relativamente basso e, soprattutto, una disoccupazione crescente e in aumento nella maggior parte dei paesi dell'area». Le ragioni di questa performance insoddisfacente erano da attribuire a «shock esogeni sfavorevoli, [...] politiche economiche eccessivamente restrittive [e] probabilmente a una perdita graduale di competitività sui mercati internazionali» 20. Sfortunatamente, dieci anni dopo, né il quadro né la diagnosi sono cambiati granché. Politiche economiche eccessivamente restrittive hanno soffocato la crescita, specialmente nei primi anni di questo secolo. Gli shock negativi hanno giocato un ruolo meno evidente, anche se la riunificazione della Germania ha avuto una serie di effetti indesiderabili, mentre in Europa la bolla tecnologica sembra aver portato più costi e meno benefici che negli Usa. La perdita di competitività internazionale non ha giocato un ruolo chiave in quest'ultimo periodo - anche se incombe - e la disoccupazione non ha continuato a crescere; tuttavia la crescita ha continuato a rallentare in termini assoluti e in termini relativi, e tutto ciò in un contesto caratterizzato da un rapido progresso tecnico e quindi potenzialmente favorevole a una crescita della produttività più sostenuta.
All'epoca si sosteneva che «il problema potrebbe peggiorare negli anni novanta a causa degli sforzi della maggior parte delle economie europee di soddisfare gli irraggiungibili obiettivi di politica fiscale contenuti nel Trattato di Maastricht». Le prospettive attuali non sono più rosee. I responsabili di politica economica hanno ripetuto, negli ultimi vent'anni, il ritornello secondo cui la stabilità dei prezzi e il rigore fiscale, assieme a riforme microeconomiche liberiste, rimetteranno l'Europa su un sentiero di crescita rapida e garantiranno il ritorno alla piena occupazione. Negli ultimi quindici anni l'inflazione è diminuita e adesso è a livelli così bassi che in alcuni paesi c'è il timore di una deflazione; i disavanzi di bilancio sono sotto controllo e praticamente ovunque sono state adottate politiche di liberalizzazione. Ciononostante i successi auspicati non sono arrivati. Le scelte dettate dall'ortodossia macroeconomica non sembrano aver aumentato significativamente la fiducia delle imprese. Inoltre le riforme microeconomiche liberiste, pur essendo appropriate in alcuni casi (per esempio, la riduzione degli eccessivi vincoli burocratici), hanno avuto probabilmente effetti negativi sulla fiducia dei consumatori in altri casi (per esempio, il taglio troppo rapido delle prestazioni sociali).
Quest'ultimo fenomeno è particolarmente preoccupante, per due ragioni. Primo: lo Stato sociale rappresenta un meccanismo di assicurazione contro gli shock economici, i quali tenderanno a diventare più frequenti con l'avanzare della globalizzazione; probabilmente non è un caso che le prestazioni sociali siano tanto più estese quanto più un'economia è aperta al commercio internazionale 21. Pochi economisti nutrono dubbi sui benefici potenziali della globalizzazione, uno dei pochi processi che potrebbero stimolare la crescita dell'Area dell'euro in futuro. Ma perché tali benefici potenziali diventino effettivi, la globalizzazione deve anche essere legittimata dal consenso popolare. Ridurre le prestazioni sociali proprio quando ce ne sarebbe più bisogno non sembra saggio. Secondo: tali riduzioni stimoleranno un atteggiamento ancor più prudente tra gli anziani, il cui numero sta crescendo rapidamente nell'Europa continentale, per cui questa trasformazione demografica ridurrà la crescita ulteriormente. È vero che molte delle prestazioni sociali esistenti sembrano stravaganti alla luce delle tendenze demografiche in atto, e alcune effettivamente lo sono 22. Ma i tentativi indiscriminati di tagliare le spese, riducendo la domanda e quindi la crescita, possono solo aggravare le difficoltà finanziarie future. Sarebbe sicuramente meglio per i paesi dell'Area dell'euro cercare di promuovere oculatamente la crescita attraverso l'adozione di politiche macroeconomiche meno restrittive, piuttosto che mantenere un atteggiamento da spilorci al fine di raggiungere il pareggio di bilancio. Generando aspettative pessimistiche, con ogni probabilità tali politiche economiche finiranno per rallentare la crescita, anche oltre gli effetti legati, sfortunatamente, all'invecchiamento della popolazione.
note:
1 L'autore ringrazia, senza renderli corresponsabili, Andrew Glyn e Chris Allsopp per i loro preziosi commenti.
2 I dati del 2003 si basano sulle previsioni formulate da Oxford Economic Forecasting.
3 Secondo stime simili il Pil pro capite espresso in termini di Ppa della Gran Bretagna è il 71% di quello Usa, appena al di sopra del dato dell'Area dell'euro, mentre la produttività di un'ora di lavoro è solo l'81% di quella Usa, di gran lunga al di sotto del dato europeo (96%).
4 Nel 2000, il 16.5% della popolazione dell'Area dell'euro aveva più di 65 anni, in confronto del 12.5% negli Usa, e del 15.5% nel Regno Unito.
5 Robert Gordon, Three Centuries of Economic Growth: Europe Chasing the American Frontier, disponibile all'indirizzo: http://faculty-web.at.northwestern.edu
6 Per citare un solo esempio, tratto dal World Development Report, 2002, della Banca mondiale: nel 1997 i redditi del 10% più ricco della popolazione degli Usa erano 17 volte superiori ai redditi del 10% più povero. Negli anni novanta, tale rapporto era pari a 7.5 nell'Area dell'euro, a 4.5 in Giappone, ma a 10.5 in Gran Bretagna.
7 Ralf Dahrendorf, Comments on Paper by Paul R. Krugman, in Robert Lawrence e Charles Schultze, (a cura di), Barriers to European Growth, Washington, 1987, p. 78.
8 In tutti questi paesi, per esempio, è molto difficile licenziare i lavoratori, a parte le piccole imprese, che sono solitamente esenti dai vincoli normativi per ragioni comprensibili - nelle fasi recessive non possono ricollocare la forza lavoro in diversi rami d'azienda, a differenza (almeno in teoria) delle imprese più grandi, né possono facilmente accedere al credito delle istituzioni finanziarie per pagare un monte-salari eccessivo. Tuttavia, la definizione di `piccola impresa' varia da un ragionevole `meno di 25 lavoratori' in Spagna a un più restrittivo `meno di 15' e `meno di 11' lavoratori, rispettivamente, in Italia e Francia, fino ad un assurdamente basso `meno di 6 lavoratori' in Germania.
9 Stephen Nickell, Unemployment and Labor Market Rigidities: Europa versus North America, «Journal of Economic Perspectives», vol. ii, n. 3 (Estate 1997), p. 72.
10 Lars Calmfors e John Driffill, Bargaining Structure, Corporatism and Macroeconomic Performance, «Economic Policy», Aprile 1988.
11 Nei Paesi Bassi il tasso di disoccupazione, di recente il più basso nell'area dell'Ocse, è stato ridotto anche grazie a un politica molto efficace di incentivi per promuovere gli impieghi a tempo parziale. Attualmente circa un terzo della forza-lavoro dei Paesi Bassi ha un impiego part-time.
12 Andrew Glyn, Labour Market Success and Labour Market Reform: Lessons from Ireland and New Zealand, in David Howell (a cura di), Unemployment and the Welfare State: International Perspectives on the Limits of Labour Market Deregulation, New York (di prossima pubblicazione).
13 Una recensione recente e molto dettagliata delle teorie secondo cui i vincoli normativi aumentano la disoccupazione conclude che esiste «un divario profondo tra la sicurezza con cui è stata sostenuta la necessità di deregolamentare il mercato del lavoro e l'evidenza empirica a sostegno della tesi che le istituzioni che regolano il mercato sono le colpevoli»; si veda Dean Baker, Andrew Glyn, David Howell e John Schmitt, Labour Market Institutions and Unemployment: A Critical Assessment of the Cross-Country Evidence, in: Howell, Unemployment and the Welfare State, cit.
14 I tassi d'interesse sono stati deflazionati con l'inflazione effettiva. Tuttavia in linea di principio, e se i dati fossero disponibili (e non lo sono), bisognerebbe usare l'inflazione attesa.
15 Per quel che riguarda la politica fiscale è stato supposto che i tre paesi principali non avrebbero violato completamente il Patto di stabilità, ma lo avrebbero piuttosto riformulato in termini di disavanzi di bilancio corretti per eliminare le fluttuazioni cicliche, e invece di attuare politiche di rigore fiscale - data la difficile congiuntura - avrebbero puntato a un disavanzo pari al 2.9% del Pil nel 2002-2003.
16 Questa analogia è stata suggerita a chi scrive da Jean-Paul Fitoussi.
17 Secondo l'Ocse, ci vogliono in media più di tre mesi per formare una società a responsabilità limitata nell'Area dell'euro, in gran parte a causa dell'opprimente burocrazia, a fronte dei 7 giorni necessari negli Usa e in Gran Bretagna.
18 Colin Mayer, The City and Corporate Performance: Condemned or Exonerated?, «Cambridge Journal of Economics», vol. 21, n. 2, 1997.
19 Probabilmente non è un caso che l'unico settore high-tech in cui c'è stata una qualche crescita in Europa (seguita da un crollo massiccio) è stato quello delle telecomunicazioni, un settore dominato da grandi imprese nazionali.
20 Andrea Boltho, Western Europe's Economic Stagnation, «New Left Review», 1/201, Settembre-Ottobre 1993.
21 Dani Rodrik, Has Globalization Gone too Far?, Washington, 1997.
22 Questo è particolarmente vero per le pensioni degli impiegati statali che, in molti paesi dell'Europa continentale, sono di gran lunga più generose di quelle degli impiegati del settore privato. In un mondo ideale, sarebbe giusto aumentare le seconde; in un mondo con vincoli demografici, non resta che ridurre le prime.
Andrea Boltho, studioso di problemi di politica economicadei paesi dell'Ocse, dell'Italia e del Giappone,
è College Fellow e Tutor di economia del Magdalen College dell'università di Oxford
(Traduzione di Roberto Veneziani)