numero  43  ottobre 2003 Sommario

Claudio Sabattini

UN ERETICO NON SCISMATICO
Giorgio Cremaschi  

Eretico e non scismatico. Tanti anni fa, in uno di quegli interminabili doporiunioni che avvenivano nella Sezione universitaria comunista di Bologna, così scherzosamente si autodefinì Claudio Sabattini. Un eretico è chi afferma teorie e principi nuovi e, soprattutto, contesta ogni ortodossia solidificata nelle organizzazioni; uno scismatico è invece chi vuole costruire una nuova ortodossia. A questa distinzione, portata fino a un rigore estremo, è stato sempre fedele Sabattini, in tutte le sue principali scelte.
In realtà è difficile che un eretico possa rinunciare in termini di principio a diventare scismatico. A volte è impossibile sostenere una critica radicale all'interno di un sistema dato. Ci sono dei momenti nei quali, se vuoi continuare a parlare, devi rompere, devi votare contro, devi proclamare il tuo dissenso. Sabattini in quei casi preferiva subire in silenzio e pagarne tutte le conseguenze politiche e personali.
Dopo la conclusione della vertenza FIAT nell'80, Claudio era perfettamente consapevole della drammatica sconfitta subita e considerava inaccettabile che questa fosse mascherata, fino a esaltare il valore dell'accordo. Soprattutto considerava immorale l'abbandono che, dopo l'accordo, si era consumato di tutto il gruppo dirigente di fabbrica che aveva condotto la lotta. Si poteva anche perdere, ma assieme ai lavoratori e ai loro rappresentanti, in quel caso non si perdeva davvero. Non si poteva invece rompere con il movimento per salvare se stessi. Era fermissimo questo suo giudizio, ma lo tenne per sé, non lo espresse in alcuna riunione e della vertenza FIAT divenne il capro espiatorio nel PCI e nella CGIL. Di quella vertenza non parlò più pubblicamente per molti anni, fino a che, in un'altra fase politica, passati più di dieci anni, scrisse su "il manifesto" la storia di una vertenza che poteva essere vinta. Tornò di recente, con un libro, su quei concetti, affermando il carattere restauratore della vertenza FIAT in Italia, alla pari della svolta liberista dei governi Reagan e Thatcher. E, nello stesso tempo, riconfermò il carattere non ineluttabile di quella conclusione. Una maggiore tenuta del movimento e soprattutto dei suoi gruppi dirigenti e una maggiore fiducia nella possibilità di ottenere risultati, avrebbero potuto condurre a un compromesso che non avrebbe evitato pesanti ristrutturazioni, ma che avrebbe salvato l'anima del sindacato e dei lavoratori nel gruppo.
Questi concetti Sabattini li aveva chiari fin dalla conclusione della vertenza, ma ci ha messo anni per esprimerli pubblicamente. Così come, molte volte, non votava contro anche quando non era d'accordo. Su questo suo modo di rapportarsi all'organizzazione non ci siamo mai davvero intesi. Ho sempre pensato che affermare pubblicamente il dissenso su una scelta che non si condivide sia un atto di riforma verso l'organizzazione, non solo un gesto di rottura. Ma questo Claudio non lo concepiva. La sua scelta era quella di stare sempre su una posizione di confine, su una linea sottilissima, quasi una lama. Quella che separava movimento e organizzazione, politica e sindacato, ragioni personali e ragioni collettive, ragione e passione.
Credo abbia contato molto in lui l'educazione comunista emiliana, il valore in essa dato all'organizzazione e ai gruppi dirigenti, ma anche l'importanza del radicamento in quelle che venivano chiamate 'le pieghe della società civile'. Così pure la disciplina della lotta antifascista, che aveva vissuto da bambino nella sua famiglia, costituiva un'altra impronta indelebile nel suo modo di agire. Si stava con il popolo, con la classe operaia, e si cercava di portare le sue ragioni all'interno dell'organizzazione: questo era la politica. Una volta, come segretario della FIOM di Bologna, fu accusato di essere prampoliniano, come Camillo Prampolini, il capo socialista delle campagne emiliane di fine Ottocento. L'accusa era di eccesso di umanitarismo e di egualitarismo, in particolare nei confronti dei lavoratori delle piccole imprese, che invece avrebbero dovuto farsi carico della politica di alleanze del movimento operaio. Trent'anni dopo, con il referendum sull'Articolo 18, sono tornate più o meno le stesse accuse. Eppure Sabattini non aveva dubbi: il potere e le condizioni concrete dei lavoratori venivano prima di qualsiasi strategia di governo delle organizzazioni che intendevano rappresentarli.
Negli anni della Sezione universitaria del PCI si era arrivati a teorizzare che per queste ragioni la lotta di classe passava anche attraverso il partito. Questo mentre si giudicavano irriformabili le società dell'Est, dopo l'invasione della Cecoslovacchia. Si può immaginare come venivano prese queste teorie da parte della Federazione bolognese del PCI e anche da parte del gruppo dirigente nazionale di quel partito, in cui la componente amendoliana chiedeva spesso misure amministrative, così si diceva allora, nei confronti del gruppo dirigente della Sezione. Ma Sabattini voleva restare dentro, voleva restare un eretico dentro la chiesa e per questo si batteva, anche con delle scelte che oggi appaiono sbagliate, come quando la Sezione universitaria del PCI accettò la radiazione del gruppo del Manifesto.
Si è parlato di un 'periodo riformista' di Claudio Sabattini, quello che va dalla metà degli anni ottanta alla metà degli anni novanta. In quel periodo Claudio, dalla CGIL nazionale, partecipò alla stesura del protocollo di relazioni industriali con l'IRI ed elaborò la teoria della 'codeterminazione'. Fu un tentativo, sicuramente illuministico, di fermare la controffensiva padronale in atto dopo la vittoria alla FIAT. Il movimento era in crisi, e dopo la sconfitta sulla scala mobile era in atto nel sindacato una svolta moderata. Fortissimo era il peso del craxismo nella cultura sindacale. Il protocollo IRI fu, in quel contesto, un tentativo di salvare, istituzionalizzandolo, ciò che restava del potere contrattuale dei lavoratori e del sindacato nei luoghi di lavoro. Ciò che non era più in grado di fare il movimento e il conflitto, poteva farlo un'idea di impresa riformata, che dialogava preventivamente sulle sue scelte con un sindacato autenticamente rappresentativo dei lavoratori. La codeterminazione era un'ulteriore elaborazione di quel protocollo, puntava a una co-gestione effettiva del processo di lavoro, a garantire ai lavoratori un potere di intervento sulla propria condizione.
Era una buona idea, ma si fondava su una sostanziale illusione rispetto alle scelte reali delle imprese, tutte volte verso un liberismo sempre più radicale e autoritario. Per quel riformismo non c'erano più spazi.
È bene sottolineare, comunque, che la scelta a favore di un compromesso tra impresa e lavoro è sempre stata una costante nel pensiero di Sabattini. È bene ricordare che questo compromesso doveva avvenire sulla base del riconoscimento, tra impresa e lavoro, delle reciproche identità. Erano due soggetti diversi con proprie definite ragioni che si incontravano e trovavano un equilibrio tra loro. Ed è bene anche ricordare che il compromesso che si poteva realizzare, per Claudio non era mai finalizzato ad altri scopi. Si sceglieva una politica di concertazione, o di co-gestione, per difendere il potere dei lavoratori in fabbrica, non per favorire l'andata al governo dei partiti del movimento operaio o la istituzionalizzazione politica del sindacato. Sabattini fu contrario alle politiche di unità nazionale fin dai loro primi albori e non rinnegò mai queste scelte. Le espresse sia nel dissenso della Sezione universitaria comunista contro il documento del 1970 della direzione del PCI, che apriva la strada alle politiche economiche di salvezza nazionale, e ancor di più, da dirigente sindacale, quando fu decisivo nell'organizzare lo sciopero generale dei metalmeccanici del 2 dicembre del 1977. Sciopero dichiarato, e così vissuto dallo stesso gruppo dirigente del PCI, come una contestazione al governo di solidarietà nazionale.
Per Sabattini i risultati delle scelte politiche si dovevano misurare sull'avanzamento o sull'arretramento del potere reale dei lavoratori e per questo egli respingeva ogni centralità del momento del 'governo'. La sua tesi di laurea su Rosa Luxemburg aveva al centro la critica della comune priorità che sia i partiti socialdemocratici, sia i partiti comunisti davano alla conquista del governo e del potere. Così pure veniva respinta la definizione di tradunionismo, che Lenin, nel Che fare?, dà della lotta sindacale. Per Sabattini la lotta operaia era sempre autonomamente fondatrice di politica, era una soggettività politica a sé stante, non aveva bisogno di una dimensione generale sopra di essa che la interpretasse.
Con questa cultura Sabattini era destinato a intendersi facilmente con il radicalismo cattolico e in generale con tutte le culture sindacali unitarie degli anni settanta. Per un lungo periodo la scelta dell'autonomia sindacale fu vista con sospetto e accusata di pansindacalismo, o anarcosindacalismo, in particolare rispetto ai metalmeccanici. Eppure quella cultura unitaria fu fondamentale per costruire conquiste sociali senza precedenti. Radicalità e unità quindi potevano stare assieme, ma richiedevano una capacità critica fortissima rispetto alle pratiche consolidate nelle organizzazioni.
Il Sabattini 'riformista' non rompeva, certo, con questa sua cultura, ma la adattava, cercava di salvarla in una fase di riflusso dei movimenti e delle lotte. Claudio non fu mai attratto dalle ideologie della fine del lavoro e della morte del conflitto di fabbrica. Considerava poco più che baggianate le esaltazioni che negli anni ottanta si facevano sul ruolo dei quadri, che avevano organizzato la marcia dei quarantamila a Torino. Non si era fatto incantare da queste nuove figure, ne vedeva il ruolo e la funzione arretrata, destinata a essere messa ai margini dalla stessa impresa neoliberista. Era di fronte ai cancelli a Torino, come segretario regionale della CGIL, quando, all'inizio del 1994, impiegati e quadri scioperarono insieme agli operai contro la FIAT che intendeva licenziarli in massa. Così pure non era attratto dalle versioni 'di sinistra' della fine della centralità del lavoro, non le capiva, non le amava, e considerava anch'esse più il frutto del riflusso della lotta operaia che una reale nuova elaborazione teorica. Manteneva al centro di tutto il lavoro e le sue condizioni e a questa centralità non ha rinunciato mai, anche nei momenti nei quali pensava che bisognasse adattarsi alla regressione moderata della politica.
Con questo stesso spirito, credo, aderì alla svolta di Occhetto nel PCI, sempre convinto che bisognasse stare nella corrente principale del movimento operaio e che da lì si potessero difendere meglio le posizioni e gli interessi del lavoro.
Claudio Sabattini considerava inconcepibile che un'istituzione non fosse riformabile, non fosse permeabile alle istanze della società e delle persone. Anche durante la lotta alla FIAT aveva sempre creduto alla possibilità di un compromesso. Ricordo una discussione prima dell'avvio della fase più dura della vertenza. Venendo da Brescia, ove in quegli anni era in atto il tentativo di Luigi Lucchini di distruggere il sindacato, paragonai gli orientamenti della FIAT a quelli dell'imprenditore siderurgico bresciano. Sabattini mi diede torto, disse che secondo lui la FIAT non poteva rinunciare, a differenza di Lucchini che era soprattutto un finanziere, a un compromesso sociale con il lavoro. Alcuni anni dopo, Cesare Romiti, in un libro-intervista a Giampaolo Pansa, disse che la FIAT nello scontro con il sindacato dell'ottanta, si era ispirata alle durezze di Luigi Lucchini.
Ecco, se c'è una critica che può essere fatta a Claudio Sabattini è esattamente di segno opposto a quella che normalmente gli viene rivolta. Egli non era affatto l'uomo delle barricate fini a se stesse, l'uomo dello scontro irriducibile, dell'inconciliabilità delle posizioni. Sabattini ricercava sempre con l'impresa il compromesso, al punto tale da non riuscire a concepire una situazione nella quale tale compromesso non fosse possibile o venisse brutalmente rigettato dalla controparte.
Con gli anni novanta, anche alla luce della sua esperienza torinese, Sabattini giunge a un giudizio nuovo sul rapporto tra movimento e istituzioni, un giudizio più drammatico per lui. Egli capisce che una pratica di condizionamento dell'impresa, all'interno dei meccanismi dati e dei compromessi definiti, non è più possibile e che solo ricostruendo le ragioni e l'identità del conflitto è possibile riconquistare potere. Si sposta, quindi, su posizioni che appaiono a molti come una nuova svolta radicale, ma che in realtà sono solo la conclusione maturata di un'esperienza. Di quell'esperienza concreta dalla quale Claudio continuamente apprendeva e rispetto alla quale adattava sempre non i suoi principi, ma certamente le sue teorie. Quando diventa segretario della FIOM, Sabattini firma un contratto senza scioperi e poi l'accordo che porta i 18 turni nello stabilimento FIAT di Termoli, nonostante il referendum contrario dei lavoratori. Subito dopo, però, comincia a riflettere e dice a suoi amici e collaboratori che così la FIOM non va più da nessuna parte, che rischia l'esaurimento. A Maratea, nel Conferenza nazionale della FIOM del 1995, rilancia una linea conflittuale, che non necessariamente deve avere già in mente l'accordo con l'impresa prima ancora di iniziare a rivendicare, perché con i nuovi rapporti di forza, un'intesa dignitosa non sempre è possibile.
Sabattini appoggia l'accordo del 23 luglio, ma è bene ricordare che aveva bocciato l'intesa dell'anno precedente, il catastrofico 31 luglio del 1992, nel quale un intero sistema contrattuale era stato cancellato con un tratto di penna. Ben presto, però, Sabattini comincia a pensare a come ricostruire il conflitto partendo da quelle regole, ma con l'obiettivo di superarle. Così avviene in tutte le vertenze contrattuali successive al '95.
Nella seconda metà degli anni novanta, Sabattini matura un giudizio senza appello sulla formazione principale della sinistra figlia della svolta dell'89. Questo giudizio negativo non lo porta a scegliere Rifondazione comunista, o comunque a stare su una posizione politica da sinistra alternativa. Valgono sempre i principi fondanti del suo comportamento politico. Ma questa volta la distanza dalla cultura politica, dai valori, dai sentimenti che governano i DS è tale da portarlo progressivamente a ragionare, cosa per lui non usuale, su diverse scelte politiche. In particolare sulla necessità di ricostruire un'autentica rappresentanza di massa del lavoro nelle istituzioni politiche. Questione che diventa per lui di concreta urgenza di fronte alle politiche economiche e sociali del governo Prodi e, più in generale, del centro-sinistra. Per Sabattini esse non sono altro che una versione, più o meno moderata, del liberismo trionfante a livello mondiale.
Dalla seconda metà degli anni novanta a oggi, Claudio è stato soprattutto questo, un dirigente che vedeva la necessità di ricostruire un'identità critica nel movimento operaio e che sentiva fondamentale l'esigenza del conflitto, come strumento educativo, come costruttore di nuove vie per la crescita del movimento. Entravano nella sua cultura nuovi punti di riferimento, a partire da quello del movimento contro la globalizzazione liberista. C'era stata una sentita adesione della FIOM a quel movimento proprio perché veniva considerato una risorsa per le stesse lotte di fabbrica, così come il movimento studentesco del '68 aveva spinto e ispirato le lotte di fabbrica del '69.
L'ultimo Sabattini era dunque consapevole della crisi degli spazi riformisti, della necessità del conflitto duro e prolungato, ma non aveva rinunciato a quel compromesso tra lavoro e impresa che resta una costante ispirazione del suo pensiero. Dopo il nuovo accordo separato e di fronte alla nuova fase di lotte che si apriva per la FIOM, Sabattini aveva condiviso la proposta di Gianni Rinaldini di anticipare il congresso dell'organizzazione. Nella FIOM ci fu uno scontro duro su quella scelta. Molti di noi la pensarono sbagliata o prematura, nel pieno di una vertenza non conclusa. Sabattini evidentemente pensava già oltre, come a volte gli capitava di fare, pensava alla necessità di consolidare la nuova identità della FIOM e di partire da lì per ricostruire tutto, sia sul piano sociale che su quello politico.
Purtroppo, a quel punto, si è fermata la sua opera e non sapremo, nei prossimi appuntamenti della FIOM e della CGIL, fin dove si sarebbe spinta la sua elaborazione. Tuttavia un po' lo possiamo intuire da tutto il suo percorso, nel quale lotta e cultura si sono sempre profondamente intrecciate tra loro. Lo possiamo intuire e lo possiamo mettere a frutto per il futuro.


Inizio Sommario