numero  43  ottobre 2003 Sommario

Uzbekistan, Tagikistan...

L'ASIA AMERIKANA
Michele Giorgio  

"Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante nella eliminazione dei Talebani e delle strutture terroristiche. Cosí facendo hanno liberato l'Uzbekistan da ogni minaccia di aggressione militare o ideologica, penso che rimarranno qui tutto il tempo che sarà necessario per proteggerci." Furono queste le parole pronunciate il 30 agosto del 2002 da Islam Karimov, il presidente dell'Uzbekistan, durante una programma radiofonico della BBC. E non si può certo dire che la sua previsione si sia rivelata errata. La presenza americana nel suo paese - ma anche in altre repubbliche centro-asiatiche - si è persino rafforzata negli ultimi mesi, trasformando questa regione - che é stata per oltre cento anni un vasto territorio, controllato prima dall'impero russo e poi dall'Unione sovietica - in una enorme base politica e militare statunitense. Mosca, dopo la caduta dell'URSS pensava di poter tenere sotto la sua influenza politica ed economica la regione, a maggioranza islamica dove, peraltro, aveva insediato milioni di russi. Gli ultimi anni, invece, hanno visto le cinque repubbliche centro-asiatiche tagliare progressivamente il cordone ombelicale con la Russia (a eccezione del Tagikistan) e instaurare un rapporto ampio e complesso con Washington.
Ad aprire la porta dell'Asia centrale agli Stati Uniti é stato proprio Karimov. Gli attentati alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001 hanno stretto le relazioni strategiche tra Tashkent e Washington. La visione del mondo di Bush è simile a quella del presidente uzbeko, che da anni ripete che il pericolo per la stabilità mondiale deriva dal terrorismo, in particolare quello di ispirazione islamica. Karimov, che ha combattuto per anni una guerra feroce e sanguinosa - non esitando a fare uso della pena di morte, della tortura, degli arresti arbitrari - contro i movimenti islamici nel suo paese, ha espresso più volte gratitudine agli Stati Uniti per aver colpito duramente, con bombardamenti aerei, le basi in Afghanistan del Movimento islamico dell'Uzbekistan (MIU), che, muovendosi lungo le tortuose frontiere tra Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan, per anni ha messo in scacco l'esercito uzbeco, il più potente della regione. Non solo, ma Karimov ha potuto incassare lo scorso anno un aiuto da 160 milioni di dollari, una somma molto elevata per il suo paese, dove lo stipendio medio di un impiegato non supera i 40 dollari. Aiuti per decine di milioni di dollari sono previsti anche in futuro e sono tutti destinati ad aumentare la stabilità di un regime, accusato di gravi violazioni dei diritti umani e di negare libertà fondamentali.
La 'lotta al terrorismo' è la via di penetrazione che gli USA seguono per espandere la loro influenza in questa vasta regione del mondo, ricca di riserve energetiche e di giacimenti minerari. E i governi centro-asiatici hanno subito aperto le braccia all'arrivo degli americani e, soprattutto, dei 'biglietti verdi'. Poche decine di milioni di dollari sono bastati a conquistare i favori di capi di Stato e di governo, che si sono detti ben disposti ad accogliere il dispositivo militare americano. Se la base aerea di Khanabad, a poche decine di chilometri dalla storica città di Samarcanda, è il fulcro della cooperazione tra USA e Uzbekistan (è qui che giungono i rifornimenti necessari per tenere in moto la macchina bellica americana impegnata in Afghanistan), l'aeroporto di Manas in Kirghizistan è solo il primo pezzo di relazioni militari sempre più strette tra Washington e Bishkek (il Kirghizistan ha già ottenuto aiuti americani per 24 milioni di dollari).
In seconda fila ci sono Kazakistan, Turkmenistan e Tagikistan. Anche loro anelano a stringere i rapporti con gli USA. Il Tagikistan tuttavia deve contenere questo suo desiderio, in considerazione della presenza nel suo territorio di 20.000 soldati russi, che da un lato sono impegnati a controllare i 1.200 km di frontiera con l'Afghanistan dove transita una buona fetta del traffico di oppio ed eroina (che, proseguendo verso la Federazione russa, arriva fino in Europa) e dall'altro sono garanti del fragile accordo che nel 1997 ha messo fine alla guerra civile scoppiata cinque anni prima, che ha provocato la morte di almeno 60.000 tagichi. Ciò però non ha impedito a Dushambe di accogliere piccoli contingenti militari americani e di altri paesi occidentali, riaffermando allo stesso tempo la stretta alleanza con Mosca.
Di pari passo alla penetrazione in Asia centrale, Washington prosegue la sua avanzata anche nel Caucaso. Dopo aver instaurato negli anni passati rapporti stretti in materia di sicurezza con l'Azerbaijan, allo scopo di isolare e controllare ulteriormente l'Iran (già tenuto sotto sorveglianza dalla basi NATO della vicina Turchia), Washington adesso, con centinaia di consiglieri militari, 'aiuta' la Georgia a liberarsi dei guerriglieri ceceni infiltrati nelle gole del Pankisi, oltre a mettere a disposizione 64 milioni di dollari necessari per costituire quattro battaglioni georgiani composti ognuno da 100 uomini (Tblisi riceverà anche aiuti 'umanitari' per 100 milioni di dollari).
Crolla invece l'influenza russa. I colloqui avuti a Samarcanda dal presidente Vladimir Putin con Islam Karimov all'inizio di agosto non sono riusciti ad arrestare la decadenza di Mosca. Karimov ha parlato di ripresa di rapporti con la Russia ma, ha precisato, "non a scapito delle relazioni con gli Stati Uniti". D'altronde la diminuita influenza di Mosca era apparsa evidente già un anno fa, quando i russi hanno cercato di ottenere in Asia centrale sostegni alla loro opposizione a un attacco all'Iraq e invece hanno scoperto che le cinque repubbliche ex sovietiche si erano già schierate, anche se con posizioni diverse, a favore dell'offensiva americana contro Baghdad. Washington da parte sua non ha mai rinunciato, nella regione, a iniziative che andavano con ogni evidenza contro gli interessi russi.
L'arrivo degli americani aveva tuttavia alimentato speranze nelle forze di opposizione laiche, che si battono per la democratizzazione dell'Asia centrale, in particolare quelle dell'Uzbekistan. L'unico paese della regione dove esistono condizioni (limitate) di libertà di stampa e di espressione è il Tagikistan, dove le forze islamiche sono entrate a far parte della coalizione governativa, sulla base dell'accordo che ha messo fine alla guerra civile.
"Washington tuttavia non pare disposta a compromettere le sue relazioni militari con Karimov e altri despoti locali per garantire la libertà di milioni di cittadini centro-asiatici", ha commentato Bobomurod Abdullah, direttore del centro Ozod Ovoz (Voce libera) di Tashkent. Gli Stati Uniti hanno esercitato su Karimov qualche pressione, tanto da spingerlo a firmare nel marzo 2002 una dichiarazione congiunta, nella quale prometteva di garantire una società libera e aperta, il rispetto dei diritti umani, elezioni e sistema multipartitico. All'inizio dell'anno, il presidente uzbeco ha anche abolito la censura e autorizzato la registrazione di un centro per la tutela dei diritti umani. "Si tratta tuttavia di provvedimenti di facciata, poiché nella sostanza nulla è cambiato: la libertà è negata e nelle carceri restano migliaia di detenuti politici", ha aggiunto Abdullah. La partita economica e militare che si é aperta in Asia centrale è troppo importante: e Washington non è disposta a perderla, criticando regimi autoritari e repressivi ma che si stanno dimostrando alleati molto fedeli.
L'Uzbekistan non nasconde la sua vocazione di paese-poliziotto dell'Asia centrale e non manca di bacchettare i suoi vicini, in modo particolare Tagikistan e Kirghizistan, che non combatterebbero con sufficiente determinazione i 'terroristi'. Da quando nelle sue regioni meridionali e lungo la frontiera con Tagikistan e Kirghizistan sono tornati a farsi vivi gruppi di guerriglieri del MIU - che erano stati spazzati via dalle offensive militari governative del 1999 e del 2000 e dai bombardamenti americani in Afghanistan dopo l'11 settembre - e cresce l'opposizione nella Valle di Fergana, roccaforte del partito islamico moderato ma illegale Hizb u-Tahrir, i servizi di sicurezza uzbechi hanno irrigidito tutte le misure di controllo e aumentato la pressione su tutti i movimenti dell'opposizione, anche quelli laici. I rapporti di Amnesty International e Human Right Watch, dipingono un quadro allarmante della situazione in Uzbekistan. Ma forti preoccupazioni generano anche Kirghizistan e Turkmenistan.
Il fatto che lo scorso 14 giugno i partiti di opposizione Erk e Birlik (entrambi laici) siano riusciti a riunirsi liberamente per la prima volta in dieci anni a Tashkent non ha illuso gli uzbechi. La democrazia rimane un sogno in un paese, dove soltanto cinque partiti sono registrati e riconosciuti ufficialmente. Tutti sono nati da Halk Demokratik Partiyasi (Partito democratico del popolo), che nel 1991 si è sostituito al defunto Partito comunista sovietico, mantenendone l'intero gruppo dirigente. Comprendere la complessità dell'Asia centrale e per quale ragione l'opposizione ai regimi locali, in particolare quello uzbeco, generi soprattutto movimenti islamici (talvolta armati e violenti), richiede una attenta osservazione di ciò che accade nella Valle di Fergana, da sempre laboratorio politico e religioso di tutta la regione. Circondata da montagne - Tian Shan a nord e i monti Alay a sud - , attraversata dal corso superiore del Syr Darya, la valle di Fergana (22 mila Kmq) ospita oltre nove milioni di persone. Ma non tutte in territorio uzbeco, perché Stalin tracciò i confini delle repubbliche sovietiche centro-asiatiche in modo grossolano. Fu una operazione sciagurata, che creò le basi di alcuni dei conflitti etnici ai quali abbiamo assistito negli ultimi venti anni nella ex URSS. La valle oggi é divisa tra Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan: e all'interno di questi tre Stati esistono numerose enclaves, che alimentano le dispute di frontiera.
A Fergana non hanno ancora dimenticato la sanguinosa caccia del 1989 ai turchi meshketi (puniti da Stalin e deportati nel 1944 dalla Georgia a Fergana), alcuni attacchi antiebraici dello stesso anno, i massacri tra uzbechi e kirghisi a Osh e Ozgon nel 1990. Oggi dalla valle continua l'esodo dei russi, soggetti a pressioni sociali e vittime - come del resto tutti gli altri uzbechi - della povertá e della crisi economica. La produzione del cotone imposta ai contadini locali non solo da zaristi e sovietici ma anche dal regime attuale (nel 1991 la Valle di Fergana produceva un quarto del cotone dell'intera URSS), non basta piú a sfamare i contadini che da anni sperano di diversificare l'uso della terra per coltivazioni più redditizie.
Fu, non casualmente, nella Valle di Fergana che cominciò a metà degli anni '90 la vicenda di un guerrigliero uzbeco stretto alleato dei Talebani afghani, Jumaboi Khojaev, divenuto noto con il nome di battaglia di Juma Namangani. Di lui il regime di Tashkent continua ad avere un forte timore. Namangani è morto quasi certamente nel 2001 in un bombardamento aereo USA su Konduz (Afghanistan), dove era riparato l'anno precedente assieme a molti dei suoi guerriglieri, dopo aver messo a ferro e fuoco la regione meridionale uzbeca di Surkhandarya e i confini tra Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan. Nessuno tuttavia ha la certezza della sua morte e il suo nome è tornato a riecheggiare negli ultimi mesi proprio a Namangani e nei villaggi di Surkhandarya.
La guerriglia si sta riorganizzando, hanno ammonito i servizi di sicurezza kirghisi, secondo i quali i combattenti del MIU avrebbero ricevuto quest'anno 400 mila dollari da una 'fonte' vicina ad Al-Qaeda e intenderebbero allearsi con gli uiguri del movimento islamico del Turkestan orientale, che si battono per l'indipendenza dalla Cina. E sino a quando ci sarà da lottare contro il 'terrorismo', i regimi locali potranno continuare a ricevere aiuti e sostegni dall'alleato americano. Si rafforzerà ulteriormente il loro potere, mentre Washington, intanto, potrà completare la conquista della regione.


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