11 settembre: secondo anniversario
LE TV ARRUOLATE
Matthew Yglesias
Mentre la tesi delle armi di distruzione di massa per giustificare l'invasione dell'Iraq si fa sempre più debole, e appare più fantasiosa l'idea che l'eliminazione di Saddam Hussein avrebbe portato a un rapido fiorire della democrazia in Medio Oriente, il presidente Bush ha cominciato a dipingere il conflitto ancora in corso in Iraq come "il fronte centrale nella guerra al terrore". Questa strategia non è altro che la nuova versione di un vecchio copione. Da oltre un anno l'Amministrazione Bush cerca di rappresentare la guerra contro l'Iraq come la conseguenza logica degli eventi dell'11 settembre: senza neppure tracciare espliciti legami, il presidente sembra sia riuscito a convincere tantissima gente - addirittura il 70%, secondo un recente sondaggio del "Washington Post" - che il governo di Hussein era effettivamente coinvolto negli attacchi a New York e a Washington.
Il legame immaginario tra guerra all'Iraq e 11 settembre è stato spesso tessuto con la stessa complicità dei media, magari anche involontaria, e nella ricorrenza di questo secondo anniversario non si è fatta eccezione.
Prima di tutto, la buona notizia: la piacevole sorpresa di ieri mattina è che la Fox News si è comportata piuttosto bene, tenendo fede alla propria linea 'equa e imparziale' con una copertura centrata soprattutto sui vari servizi di commemorazione della giornata e interviste ai familiari delle vittime. La Fox ha anche riproposto ampi stralci delle sue immagini dell'11 settembre: documenti storici interessanti, utili anche a ricordare che l'attuale visione della energica leadership di Bush di fronte all'attacco non era poi tanto evidente quel giorno (mentre il presidente girava per il paese senza dire granché, limitandosi poi a pronunciare in serata un debole discorso dallo Studio Ovale). La Fox ha infine trasmesso una breve intervista al senatore democratico del West Virginia Jay Rockefeller, secondo cui l'Amministrazione starebbe indebolendo la lotta contro al-Qaeda.
D'altra parte, il programma di punta della NBC, Today, è stato una parata di imbonitori. La decisione di creare un dipartimento speciale per la sicurezza nazionale e di trasformare il personale della sicurezza negli aeroporti in impiegati federali - entrambe proposte dei Democratici - venivano descritte come passi "intrapresi dall'amministrazione Bush" nell'ambito della sua "campagna per rendere l'America più sicura".
Non è andata meglio quando gli speakers hanno presentato l'Iraq come centro della guerra contro il terrorismo, sposando supinamente le argomentazioni della Casa Bianca. La CBS, per esempio, ha affermato che i soldati a Baghdad "sanno bene di essere in prima linea nella guerra al terrore", e ha citato il caso di due giovani in servizio attivo che hanno da poco deciso di tornare ad arruolarsi, per "sradicare il terrorismo".
In gran parte, comunque, le televisioni hanno istituito artificiosi legami tra l'11 settembre e la guerra all'Iraq; tutte hanno trasmesso ripetutamente scene di soldati USA a Baghdad, sovrapponendo i due eventi nell'immaginario degli spettatori. La CNN ha reso le cose ancora più esplicite, scegliendo di intervistare la vedova del World Trade Center Ginny Bauer con domande sull'esperienza da lei avuta durante un tour di una settimana in Iraq con l'USO (United Service Organizations) 1. La Bauer ha raccontato del "feeling immediato" che si era creato tra lei e i soldati. L'ABC ha proposto rapidi squarci sulle truppe e un breve servizio con Paul Bremer, l'amministratore civile dell'Iraq designato da Bush, intento a osservare un minuto di silenzio. La NBC è andata anche oltre, ricordando che gli attacchi alle Torri Gemelle non avevano, di fatto, provocato un aumento del reclutamento militare, e esibendo poi contraddittoriamente un giovane soldato che aveva deciso di arruolarsi in seguito ai fatti dell'11 settembre 2001.
Poco prima la stessa rete aveva trasmesso una breve intervista al vicesegretario della Difesa Paul Wolfowitz, che avvertiva di stare in guardia dalla minaccia ancora rappresentata da al-Qaeda, facendo espliciti collegamenti tra questo pericolo e l'attuale conflitto in Iraq. Diverse reti televisive hanno riferito della crescente preoccupazione che al-Qaeda possa essersi infiltrato per operare in quel paese. Nessuno ha ritenuto tuttavia opportuno presentare questi sviluppi come la diretta conseguenza di una guerra che era stata venduta alla gente proprio come un modo per evitare che al-Qaeda operasse in Iraq.
A parte i veri e propri stravolgimenti, l'ampia copertura dei servizi sulla commemorazione non ha potuto fare a meno di riservare gli schermi alle alte cariche. Il sindaco e il governatore di New York, repubblicani, il presidente, il vicepresidente e i segretari di Stato, della Difesa e della Sicurezza nazionale sono stati tutti ripresi, in lutto durante la commemorazione. Veniva da pensare che Tom Daschle, Nancy Pelosi, John Kerry, Howard Dean e il resto dei democratici stessero nel frattempo tramando qualcosa di losco al riparo dalle telecamere.
Certo, questa eccessiva esposizione di un solo partito è per lo più diretta conseguenza della struttura stessa del governo americano. In quasi tutti i paesi, il ruolo di capo di Stato (simbolo dell'unità nazionale) è separato da quello di capo del governo (chi formula in pratica le politiche). Si pensi al Regno Unito, con la regina e il Primo ministro, o a Israele, con il presidente (capo di Stato) e il Primo ministro (a capo del governo). Negli Stati Uniti, invece, i due ruoli sono fusi nell'unica carica del presidente, che deve essere al tempo stesso centro simbolico del paese e fonte delle scelte politiche, col risultato che quando c'è da commemorare le tragedie, manca una figura non-partisan di spicco da far sfilare davanti alle telecamere.
I media non avrebbero dovuto far fatica a rendersi conto del fatto che, con questo tipo di copertura dell'anniversario in realtà fornivano all'attuale presidente un gran vantaggio, soprattutto alla luce dei suoi evidenti sforzi di politicizzare l'11 settembre, come risulta chiaro dalla scelta di posticipare al massimo la Convenzione repubblicana del 2004 di New York in modo di farla coincidere con il terzo anniversario degli attacchi. Dopotutto la città di New York è rappresentata da due senatori democratici e da un piccolo esercito di democratici del Congresso, nessuno dei quali è comparso sugli schermi, ma che sarebbero stati sicuramente felici di poter rendere pubbliche le loro osservazioni e il loro omaggio alle vittime.
Tim Russert della NBC, poi, lamentava nostalgicamente la fine della breve era di bipatizanship seguita agli attentati come se la morte di migliaia di americani non fosse un prezzo troppo alto per un po' di armonia bipartisan a Washington. Se fosse un altro 11 settembre quel che ci vuole per metter fine alle dispute fra i partiti non potremmo che contribuire con entusiasmo alla loro indefinita prosecuzione.
È molto significativo che questa linea di pensiero mostri di ignorare che la bipartisanship dell'autunno 2001 ha prodotto eventi pessimi, come l'approvazione praticamente senza nessun dibattito al Congresso del Patriot Act 2. E ancora: il deplorevole salvataggio finanziario dell'industria aeronautica senza un'assistenza adeguata per gli impiegati della stessa industria e il colpo di mano sui fondi per l'emergenza a New York, non hanno segnato certo punti a favore per la politica pubblica americana.
Del resto, sono stati il presidente e i suoi funzionari al dipartimento della Difesa a rompere il consenso bipartisan, proprio sulla necessità di una forte campagna contro al-Qaeda, spingendo il paese in un conflitto con l'Iraq senza che ci fosse una relazione tra le due cose. Ed è anche responsabilità degli stessi personaggi l'arrogante unilateralismo che ha dissolto la buona disposizione dell'America subito dopo gli attacchi. L'Amministrazione aveva certo il diritto di tentare di portare la politica estera americana verso nuove direzioni, ma i giornalisti hanno la responsabilità di riferire questa decisione con rigore, come una scelta consapevole e controversa, non come una logica o inevitabile risposta al terribile trauma dell'11 settembre.
note:
© The america Prospect. Con il titolo TV Guided. How the Networks did Bush's bidding in their Second-anniversary Coverage of 9.11, l'articolo di Matthew Yglesias, giornalista e collaboratore della rivista, è comparso sul fascicolo del 12 settembre 2003 di "The American Prospect", il periodico della sinistra dei Democratici. "La rivista del manifesto" si dichiara disposta a onorare i diritti dei proprietari del copyright.
1 Le United Service Organisations è un ente non-profit di propaganda e di assistenza delle forze armate USA finanziato dal Congresso. Attualmente, presidente onorario - come, secondo statuto, tutti i precedenti presidenti degli USA - è George W. Bush (NdRM).
2 L'USA Patriot Act del 31 ottobre 2001 è la legge speciale che, con l'obiettivo di fornire allo Stato strumenti di intelligence e repressione del terrorismo, ha intaccato gravemente le garanzie costituzionali e i diritti civili in USA (cfr. J. Butler, Modello Guantanamo, "la rivista del manifesto", n. 35, gennaio 2003; A. Burgio, Attacco allo Stato di diritto, ivi, n. 38, aprile 2003 (NdRM).
(Traduzione di Francesca Buffo)