numero  43  ottobre 2003 Sommario

Murdoch comincia dal digitale

LO SQUALO IN ACQUE ITALIANE
Giuseppe Giulietti  

Chi è Rupert Murdoch? Ecco un'antologia di giudizi: "Murdoch è l'uomo che divorerà Berlusconi", "Murdoch è l'uomo che ha fatto vincere Blair", "Murdoch è l'uomo che ha fatto trionfare la destra in Australia", "Murdoch è amico di Clinton", "Murdoch ha tradito Clinton e ha appoggiato Bush", "Murdoch è un buon amico della Cina". "A Murdoch interessano i soldi, il business, l'ideologia e la politica non sono il suo pane quotidiano...". Queste frasi, apparentemente contraddittorie, contengono tutte un pezzo di verità, meno l'ultima. Murdoch non è affatto estraneo alla politica e alla ideologia, ma si inserisce a pieno titolo nella nuova destra degli affari americana, quella che fa coincidere il primato della libertà con il primato del proprio fatturato. Questa destra ha conosciuto il suo momento di gloria durante la preparazione (ben prima dell'undici settembre di due anni fa) e poi la proclamazione dello stato di guerra. In quella fase Murdoch, se così possiamo dire, ha mollato gli ormeggi e ha pesantemente schierato il suo impero mediatico a favore delle ragioni della guerra. Fox-Tv ha assunto i toni della crociata, cercando di creare e di alimentare ogni forma d'integralismo e di ipernazionalismo. Alcuni dei commentatori crociati non hanno neppure esitato a mettere sotto accusa giornali e giornalisti non allineati, o più semplicemente desiderosi di continuare a fare il loro mestiere. Fox Tv non ha esitato neppure di fronte ai falsi dossier, ai documenti 'resi più sexy' per facilitare le bombe e le guerre.
Questo iperattivismo dell'impero editoriale di Murdoch in USA e Gran Bretagna ha suscitato proteste e polemiche anche violente. Ted Turner, un altro grande editore, che santo non è, non ha esitato a parlare di Murdoch come dell'editore della guerra. A questo proposito, oltre alle puntuali e lucide osservazioni di Giulietto Chiesa 1, è utile leggere il rigoroso libro di Roberto Reale 2 Non sparate ai giornalisti, dedicato al rapporto tra guerra e mezzi di comunicazione. Da questi testi appare sempre più evidente il nesso stringente che lega l'economia della guerra, il futuro ordine internazionale e la mappa delle proprietà dei grandi imperi multimediali. Al di là degli opportunismi e delle ovvie esigenze tattiche, Murdoch condivide, con Bush e con la nuova destra americana, l'idea che lo stile di vita, di pensiero, di organizzazione della produzione tipiche di una parte degli Stati Uniti, debba essere considerato 'il pensiero unico' al quale uniformare il pianeta. L'alleanza con Clinton aveva una valenza tattica, gli affari, quello con Bush ha una valenza fortissima di tipo strategico: gli affari e l'ideologia. Queste oscillazioni sono ben documentate, con il consueto stile asciutto e rigoroso, nel dossier, dedicato a Murdoch dalla rivista "Internazionale". Quello che emerge, anche da questo dossier, è l'assoluta funzionalità del progetto di Murdoch a un'idea del mondo, dove un pugno di arditi mette sotto controllo il pianeta, usa le armi per domare i riottosi, accende i riflettori mediatici per omologare cultura, linguaggi, senso comune all'unico stile di vita possibile, che è anche l'unica organizzazione economica e sociale possibile: quella della nuova destra americana. In questo contesto i grandi proprietari dei media diventano un moderno 'intellettuale organico collettivo' che punta alla creazione di un grande progetto mediatico, insofferente a ogni regola, a ogni organismo internazionale, a ogni autorità nazionale, e persino alle culture altre considerate un pesantissimo piombo nelle ali della modernità.
Sarebbe un gravissimo errore infatti, immaginare Murdoch, e non solo lui, come una sorta di 'passivo servitore' della politica. Il rapporto è ben diverso. I Murdoch, intesi come una categoria del nuovo ordine internazionale, hanno l'ambizione di essere lo Stato, di farsi Stato, di acquistare lo Stato, di partecipare in modo attivo non solo alla competizione elettorale, ma soprattutto alla formazione di quella pubblica opinione che dovrà scegliere le proprie rappresentanze politiche. In questo disegno si possono ben intrecciare la ricerca del denaro, gli affari, una certa spregiudicatezza nel definire i palinsesti e i programmi, le alleanze politiche, diverse nelle diverse parti del mondo. L'ambizione di questi gruppi è quella di creare nuovi mercati, da omologare e da unificare. Qui si registra il nesso profondo tra le aggressività delle politiche militari, quelle delle politiche industriali e quelle delle politiche editoriali.
Naturalmente questo quadro non è così lineare. Le contraddizioni non mancano. Nella società americana del dopo-guerra si è aperto un dibattito vivace e polemico. Le leggi speciali stanno creando una insofferenza crescente. Nel giornalismo, dopo un lungo momento di difficoltà, sono tornate forti le voci critiche di quanti non intendono piegare il capo davanti al principio d'autorità. Nello stesso mondo delle imprese, magari solo per ragioni di conflitto d'interesse, si è riaperta una discussione sul rapporto tra politica, e affari. L'opposizione democratica, che spesso ha condiviso le stesse coordinate della amministrazione Bush, comincia a comprendere che, dentro questo schema, rischia di non avere neppure la speranza di una rivincita. Sarà una casualità, ma anche negli Stati Uniti si è riaperto il dibattito sui conflitti d'interesse, persino sulle leggi anti-trust. Prima, durante e dopo la guerra l'Amministrazione Bush aveva fatto ogni sforzo per abbattere le vecchie leggi anti-trust, per favorire una più forte integrazione tra new-media, TV, radio, giornali.Nel senso comune quella proposta era stata ribattezzata come "la legge pro-Murdoch". Esattamente come 'il lodo Gasparri' è stato percepito come un regalo all'amico Silvio Berlusconi, amico a sua volta dell'amico Rupert. La FCC (Federal Communications Commission), la potente autorità di garanzia anti-trust, è stata affidata alle cure del figlio di Powell. In questo modo il conflitto d'interesse e il connubio tra guerra e media ha trovato anche una giusta rappresentazione familiare. Il giovane Powell è anche lui un uomo pratico, alieno da ogni atteggiamento... ideologico. Tanto è vero che il suo proclama, all'atto della nomina, suonava, più o meno così: "ho atteso tutta la notte l'angelo del pubblico servizio, ma purtroppo non è arrivato...". Deluso dal mancato arrivo dell'angelo, Powell il giovane ha pensato bene di proporre un drastico ridimensionamento dei tetti anti-trust. La proposta ha spaccato in due la commissione ed è passata con i soli voti dei rappresentanti della destra. Nel mondo globalizzato, evidentemente, tra le destre di alcune nazioni esiste una forte solidarietà e un comune sentire su temi chiave quali la guerra, il modello istituzionale, e il modello del sistema informativo. Gli stessi temi e le stesse proposte, infatti, stanno circolando anche in Australia, in Russia, in Spagna, in Italia. La Russia e l'Italia hanno l'aggravante di voler eliminare i tetti anti-trust, senza mai aver dato luogo alla fase della liberalizzazione e della concorrenza tra soggetti industriali realmente diversi e in competizione. L'Italia, infine, ha il triste primato di essere anche l'unica nazione, dove il presidente del consiglio è il monopolista del settore.
La proposta Powell sembrava procedere come un'inarrestabile schiacciasassi. A giorni alterni Powell, ricordava a tutti l'utilità e l'intangibilità della sua proposta. Il gruppo editoriale Murdoch la sosteneva con foga e piglio militaresco, tanto per restare in tema. Quanto tutto sembrava ormai deciso, si è manifestata una opposizione vasta, variegata, persino contraddittoria. Al suo interno vi è infatti di tutto: i concorrenti, trust rivali, i democratici, qualche repubblicano scontento, ma, soprattutto, radio e TV locali, i giornali, le piccole aziende di pubblicità, associazioni religiose, la sinistra pacifista, associazioni di giornalisti, sindacati, potenti organizzazioni dei consumatori. Questa spinta, diffusa, e molecolare ha eroso il consenso attorno al provvedimento, ha scavato dubbi anche nelle istituzioni, sino a provocare l'intervento della Corte federale che, a poche ore dall'entrata in vigore della nuova legge, ha decretato lo stop.
Qualcosa di simile potrebbe, forse, accadere in Italia. Questo stop, che non riguarda il solo Murdoch e che ha motivazioni complesse, rappresenta simbolicamente la stagione che stiamo vivendo. Il blocco dominante, dopo la guerra, ha bisogno di stabilire un nuovo ordine mondiale: l'ordine dei vincitori. I vincitori hanno bisogno dell'aiuto dei grandi comunicatori. Questo disegno, che ha un respiro mondiale ed è di natura strutturale, non riesce tuttavia a dispiegarsi pienamente perché contiene in sé i germi della divisione e della contraddizione. Il disco rosso della Corte federale è anche uno stop che nasce dentro le classi dirigenti delle grandi imprese. La partita del nuovo ordine internazionale si è riaperta, i suoi esiti sono imprevedibili. Chi ha gettato sul tavolo armi, soldi e media non arretrerà né facilmente, né spontaneamente.
Questo intreccio riguarda e riguarderà l'Europa. Per queste ragioni trovo sorprendente la superficialità e il disinteresse che hanno accolto l'arrivo di Murdoch in Italia. Comprendo e trovo legittimo che le forze politiche, in un sistema monopolistico, tendano a garantirsi spazi ovunque. Lo staff di Murdoch, in Italia è composto da persone sveglie e intelligenti che conoscono benissimo il loro mestiere e le pubbliche relazioni. La stessa politica delle assunzioni ha tenuto conto della storia d'Italia. Non mancano donne e uomini di grande professionalità, di solida tradizione democratica, di grande spessore culturale. Alcune delle migliori firme nazionali e delle intelligenze più vivaci seguiranno il cinema, lo sport, l'approfondimento e l'inchiesta. Sarebbe un gravissimo errore schiacciare queste donne e questi uomini sulla loro proprietà e descriverli come 'utili idioti'. Così non è! Le proprietà di Mediaset e della RAI sono oggi unificate, eppure non mancano esempi di coraggio, di professionalità, di gusto del proprio mestiere, di amore per la libertà. Questi lavoratori e queste lavoratrici andranno aiutati nella loro ricerca della libertà, nel loro desiderio di partecipare con originalità all'avventura della TV digitale, alle occasioni produttive che comunque scaturiranno anche da questa nuova grande fabbrica dei consumi, dell'immaginario, del senso comune. Guai se assumessimo toni predicatori o pedagogici nei confronti di chi lavora dentro la RAI, o Mediaset o Sky Tv.
Questa irrinunciabile distinzione, tuttavia, non deve farci dimenticare che esiste una grande differenza tra i desideri di chi lavora in uno stabilimento produttivo e le intenzioni di un grande gruppo internazionale. "Murdoch divorerà Berlusconi; Berlusconi ha paura di lui", queste frasi le ho sentite in bocca ad autorevoli e non banali esponenti della sinistra italiana. Quasi Murdoch fosse un signore senza una storia, arrivato in Italia per caso e per noia. Sarà allora utile ricordare che, non appena nominato presidente del consiglio, Silvio Berlusconi volle ricevere con tutti gli onori, nella villa sarda, l'amico Rupert. Sarà ancora utile ricordare che, durante la guerra Berlusconi trovò il tempo di tenere una sorta di mini-vertice con Murdoch, Confalonieri e il figlio Piersilvio. Nel frattempo Murdoch ha assunto il controllo monopolistico della nuova TV digitale e ha messo le mani sul calcio in TV, premessa per assumere il controllo pieno del settore. La legge Gasparri, che blinda le proprietà del capo, si tiene invece a debita distanza dalle proprietà di Murdoch. Se queste sono le premesse, perchè Murdoch dovrebbe divorare Berlusconi? Non è invece più probabile una spartizione delle zone di competenza e magari una RAI rimpicciolita, umiliata, fatta a pezzi, e infine venduta a più cordate italiane? Dentro Mediaset non mancano coloro che diffidano di Murdoch, ma la loro partita, almeno per ora, è destinata alla sconfitta. Non comprendo, neppure, perchè dovremmo appassionarci a un eventuale derby Berlusconi-Murdoch. In talune occasioni, spiace doverlo constatare, Murdoch si è dimostrato più 'liberale' del cavaliere di Arcore; sicuramente sarebbe stato assai più cauto nella recente riabilitazione di Mussolini e del fascismo. In ogni caso sino quando Berlusconi sarà al governo il rapporto tra i due resterà solidissimo. Gli uomini di Murdoch non si abbandoneranno mai all'apologia del regime, ma costruiranno un palinsesto complessivo capace di consolidare un senso comune conservatore filo-Bush in politica estera, più attento alla diffusione di una 'parte' della cultura americana che non ai valori, ai costumi, alle tradizioni della 'vecchia Europa', considerata un ostacolo da abbattere da parte dei gruppi d'interesse che attualmente hanno il controllo del governo USA.
Dentro questo schema non mancheranno spazi di autonomia, di originalità, di creatività. La TV, tuttavia, non è costituita dalle oasi, ma anche e soprattutto dal flusso continuo e ininterrotto del palinsesto. Le chiavi del palinsesto e della raccolta pubblicitaria, per ora, sono concentrati quasi tutte nelle stesse mani. In questo senso, allo stato attuale, l'alleanza Berlusconi-Murdoch è indistruttibile ed è mediata e aiutata dal ruolo di 'ufficio stampa di lusso' che entrambi hanno svolto durante la guerra. Se e quando Berlusconi cadrà, Murdoch, chiamato lo 'Squalo', potrebbe passare a pulire le acque eliminando ogni residuo restato a galla. Questo però è uno scenario del futuro e che sarà condizionato da fattori internazionali e nazionali non facilmente prevedibili. Nell'immediato Murdoch e Berlusconi hanno legami forti e il trasparente oggetto del desiderio è il grande mercato che potrebbe aprirsi nei paesi dell'Europa dell'Est, in particolare nella Russia dell'amico Putin. La Russia non entrerà mai nell'Unione Europea ma Berlusconi potrebbe entrare nel mercato russo. Quel mercato presenta aspetti ideali per chi ha l'ambizione di fondare una presenza di tipo monopolistico. Il mercato dei media è in formazione. Putin ha già scatenato una offensiva contro quel poco di editoria indipendente che aveva cercato di radicarsi. Un'antica tradizione di controllo ha potentemente bloccato i processi di liberalizzazione. Si tratterrebbe non solo di realizzare un'operazione finanziaria, ma anche di partire dai mercati dell'Est Europa, per arrivare a realizzare una operazione mediatica e industriale capace di entrare con rinnovata forza nei mercati di quella 'vecchia Europa' che, a giudizio di alcuni osservatori americani, sarebbe ancora troppo tenacemente legata a quella mozione di 'eccezione culturale' che, nel loro giudizio, la rende troppo diversa e troppo poco omologabile alla cultura del pensiero unico e del comando unificato. Non casualmente i tentativi di Murdoch e dello stesso Berlusconi di radicarsi in Francia e in Germania, non hanno avuto buon esito. Basterebbe ricordare la fortissima resistenza che il governo tedesco oppose ai tentativi di Berlusconi e di Murdoch di mettere le mani sul patrimonio del grande editore Kirch.
Questa partita non è affatto chiusa, e gli interessi contrapposti e i diversi progetti d'Europa torneranno a confrontarsi e a scontrarsi. A questo punto ritorna l'antichissima domanda: che fare? La descrizione del male, la previsione di un pericolo non bastano infatti a costruire una politica. Gli scenari descritti, sia pure in modo sommario, sono suscettibili di continui cambiamenti, determinati da quanto accadrà sulla ribalta internazionale. Le tensioni tra Nord e Sud del mondo modificheranno previsioni, progetti, alleanze. Quello che oggi sembra forte e solido, potrebbe all'improvviso crollare, anche per un mutare dei rapporti di forza all'interno dei gruppi dirigenti, delle loro alleanze. Il progetto politico, finanziario e mediatico della nuova destra americana è tanto ambizioso quanto fragile, esposto al continuo mutare degli eventi e alla dura contestazione di una nuova opinione pubblica mondiale che ha fatto le prove generali in occasione dei grandi vertici internazionali e della guerra. Milioni di donne e di uomini stanno rivendicando il diritto alla vita, alla pace, alla conoscenza. Questa nuova opinione pubblica mondiale, i movimenti che sono nati, le loro diverse rappresentanze politiche statuali (basti pensare al Brasile di Lula), stanno producendo senso comune, coscienza, e nuove reti informative. Nel lungo periodo questa tendenza è destinata a svilupparsi, a crescere, ad assumere forme sempre più raffinate, complesse, e coordinate. Il pensiero unico stenta a confrontarsi con le molteplicità dei pensieri delle identità, dei linguaggi. Il pensiero unico presuppone un mondo con un solo interruttore, ma questo interruttore non è più in grado di accendere la luce su tutto il pianeta.
Questo sarà il confronto del lungo periodo. Nell'immediato, sarebbe folle rinunciare a una strategia di riduzione del danno e di contrasto al tentativo di 'colonizzare' e di 'omologare' il sistema mediatico e dell'audiovisivo europeo al modello sostenuto dall'attuale Amministrazione Bush. Il presidente di turno dell'Unione Europea, Berlusconi, si è assunto il compito di tentare lo sfondamento anche nel settore televisivo e di esportare l'anomalia italiana in Europa, ricercando l'alleanza con Murdoch. La 'vecchia Europa' tuttavia continua a resistere. Nei giorni scorsi l'europarlamento, con un voto a sorpresa, ha sanzionato l'Italia per l'eccessiva concentrazione di potere e di risorse nelle mani del presidente del Consiglio. Quel voto è stato espresso da un fronte ampio e variegato: liberali, socialisti, comunisti, ambientalisti, alcuni popolari, gruppo misto. Quel voto può e deve diventare un progetto 'democratico' che unisce quelle forze politiche, sociali, sindacali che, pur divise sulla questione sociale e sulle prospettive, credono ancora nei valori della libertà dell'informazione, dell'accesso alle reti, della specificità della 'vecchia Europa'. Questo progetto potrebbe tradursi in una più rigorosa definizione di questo tema nella Costituzione europea, ma anche in una direttiva comune sui temi del conflitto di interesse, delle soglie anti-trust, dello sviluppo dell'audiovisivo e dell'editoria europea, del sostegno a ogni forma di produzione e distribuzione indipendente legate alle vecchie e nuove forme industriali. Questo progetto avrà bisogno non solo del consenso delle forze politiche, ma anche e soprattutto del consenso e della passione di quanti concorrono alla definizione del prodotto. Il modello Berlusconi-Murdoch, che pure non è omogeneo, si fonda sulla centralità delle proprietà e sulle alleanze con il potere. Un modello 'democratico' e non necessariamente di sinistra, ha invece bisogno di una rete orizzontale, e di una politica statuale che incentivi l'accesso, la creazione, le pari opportunità, stimolando la libertà in tutte le sue forme. Il modello dominante assume il cittadino nella dimensione prevalente del consumatore che acquista una merce e diventa merce. Il modello culturale e mediatico da realizzare deve invece tornare a distribuire gli strumenti della critica, favorendo la moltiplicazione dei sogni e dei segni. Non sarà una operazione facile, ma è una via possibile per evitare di restare intrappolati dentro un unico modello di riferimento. I Murdoch, i Berlusconi potrebbero sparire e forse spariranno, ma il loro modello di riferimento potrebbe sopravvivere e dare luogo ad una forma di egemonia capace di condizionare l'Europa, ben oltre i confini istituzionali dell'Unione europea.
Per queste ragioni forse è giunto il momento di tentare una risposta europea, di provare a mettere insieme culture politiche, sindacali e professionali ancora disperse, estranee, talvolta ostili. La destra sta mettendo in campo un modello chiaro, percepibile, ambizioso. A suo modo sta tentando di creare una sorta di 'Internazionale del pensiero unico', dotata di una centrale di comando e di un possibile network mediatico con una sua relativa omogeneità e un comune sentire. Il fronte democratico, che pure è una galassia assai composita, può tentare qualcosa in più, e deve farlo prima che alcuni valori di riferimento siano letteralmente svuotati di significato e progressivamente triturati.
L'Italia è al centro di questo laboratorio, nel bene e nel male. Su questo terreno abbiamo commesso non pochi errori di analisi, di tattica e di strategia. Su questo terreno si sta ricostruendo una vasta unità tra diversi, una unità che non è fatta solo di negazioni. In attesa che il dibattito su riformismo debole o radicale approdi a un risultato positivo, si potrebbe partire da questi temi per cominciare a costruire un'analisi e un progetto comuni sul grande tema della libertà della comunicazione.
Su questo terreno si è consumata una parte non secondaria della nostra sconfitta culturale ancora prima che politica. Su questo stesso terreno si possono ricostruire le ragioni di una vittoria sostanziale e profonda e che non sia affidata soltanto alla spregiudicatezza tattica o a una brillante trovata elettorale.


note:
1  G. Chiesa, La guerra infinita, Feltrinelli 2003.
2  R. Reale, Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di raccontare la guerra, Nutrimenti 2003.


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