Lo spazio dei movimenti
UCCELLI FUORI DALLA GABBIA
Tom Benetollo
Èbene aprire il discorso sulla necessità, in politica, di mettere i merli con i merli e i passeri con i passeri. Considerando però gli uccellacci e gli uccellini che ci sono in giro, consiglierei di farlo ascoltando Ornithology di Charlie Parker. Aiuterebbe, farsi influenzare dalla vivacità di questo pezzo meraviglioso e pieno di immaginazione. Abbiamo bisogno di creatività per riorganizzare il campo di forze - quello largo - in cui stiamo. Innanzitutto per non metterci nell'ordine di idee di entrare, ognuno, in una lista di iscrizione - o di proscrizione - sulle appartenenze.
Questi due anni di movimenti e di iniziative politiche hanno fatto capire che molte scelte incorporano una pluralità di riferimenti e di approdi. Producono prospettive diversificate, aperture d'orizzonti. Producono anche forme nuove di rapporti unitari. La sola domanda: 'sei riformista o antagonista?' suona come un'obsoleta o interessata doppia reductio, o una falsa scienza ideologica. Avviene una distorsione innanzitutto perché non corrisponde a ciò che è oggi la cittadinanza della sinistra, e del centro-sinistra. C'è quindi uno spazio di libertà individuale e collettiva nelle scelte che trova deficitaria corrispondenza nel dibattito politico dei Piani Alti.
Sarebbe meglio chiedersi: cosa c' è dentro la grande domanda di unità che è emersa con una forza d'urto splendida, anche nei movimenti più radicali? Come interpretarla? E chi sono e potrebbero essere gli interpreti?
C'è un'aria di Restaurazione, dentro a troppe proposte e indicazioni di marcia. Può essere considerato anche questo un effetto del 'fattore B.' Berlusconi con le sue scelte sta costruendo una dinamica in cui l'alternanza politicamente possibile sta ben radicata dentro schemi passati (magari con qualche ottima cooptazione di idee e di persone). In questa dialettica, è logico che riemergano troppe cose già viste negli anni novanta. Ma non abbiamo bisogno di ex-idee. Allora, se non per la volontà soggettiva, conveniamo almeno attorno a un fatto: il bushismo obbliga tutti a un progetto all'altezza della sfida.
Sento quasi solo ironia su questo. I molti settori della Realpolitik della sinistra e del centro-sinistra dicono che il Progetto è un qualcosa di fuorviante, o roba scritta sull'acqua. Quelli che lo dicono, ammettono la loro impotenza: vuol dire che non sono capaci di produrlo, quel progetto. In questo sommovimento, non è ozioso ridefinire l'orizzonte. Lo ha fatto Roosevelt con il New Deal fronteggiando la Grande Depressione. Lo hanno fatto Lord Beveridge e i laburisti mentre infuriava la seconda guerra mondiale. Lo ha fatto la sinistra europea, per esempio, in piena Guerra Fredda: socialisti e comunisti 'progettarono' molto, e seppero battersi con determinazione, in grandi lotte che trasformarono la democrazia e la vita: il Welfare migliore venne da là, e anche un'idea del mondo da fare, del futuro da costruire. Una promessa di socialismo, in fondo.
Quella che viviamo, non è forse una stagione anch'essa cruciale? Ci dicono però, dottamente, che non occorre agitarsi in astratti furori: il progetto sostanzialmente già c'è. Non condivido. Occorre aprire una grande, fervida stagione di ricerca, di dibattito di merito, di sperimentazione. Con un forte radicamento sociale e territoriale. Con una larga azione di rete. Mettendo in operatività le relazioni internazionali... davvero, tutto questo è un sovrappiù? O non è invece la qualità vera di ciò che serve? E se pace, Welfare, diritti sono parole chiave decisive, perché non lavorare per renderle indissolubili? A questa indissolubilità credo vada finalizzata l'energia. Per rompere le gabbie del presente.
Si può certo trovare di meglio, ma mi interessa dire che, senza una prospettiva di respiro, prevale il rischio che il sistema politico della sinistra e del centro-sinistra muti per gattopardismo. Del resto c'è una corrente limacciosa nelle vene del paese, che viene dal diciannovesimo secolo almeno. E guarda caso anche allora c'era di mezzo anche la sinistra. Mi riferisco al trasformismo storico. Non ne sono certo mancati i segni negli anni novanta. Bene, un Progetto è anche a garanzia di un patto per il cambiamento.
In queste settimane c'è una evidente torsione politicista. Questa è anche una risposta alla movimentazione sociale e civile degli ultimi anni. 'Questa commistione tra il sociale e il politico deve finire' è la parola d'ordine. E si dice che è velleitario sia l'intrecciare i grandi temi della globalizzazione e le scelte politiche, sia il mettere in campo il tema delle libertà costituzionali.
Ci aspetta un'arida stagione, allora? È forte, certo, il dispiegamento di mezzi contro gli 'avventuristi' tanto disprezzati negli editoriali del "Corriere della Sera". Buona parte dei grandi poteri che hanno voluto, o volentieri accettato, il berlusconismo stanno pensando al futuro, e investono nella Restaurazione. La bandiera del cambiamento, allora, è già sbrindellata?
L'alternativa non deve essere tra la robaccia berlusconiana di oggi e la riedizione (anche se in vesti rinnovate) delle traiettorie degli anni novanta. Davvero si può rimuovere ciò che si è prodotto nel mondo, contro la globalizzazione liberista, contro la guerra, l'ingiustizia, la distruzione ambientale - l'idea stessa di vita e di sviluppo? Non si è trattato di tanto rumore per nulla. Eppure il combinato disposto di quello che sta avvenendo in politica sta marginalizzando i movimenti. Occorre tenere ben salda la rotta di questi anni. C'è un'esigenza di cambiamento democratico e di civiltà, di una via altra che travalica le stagioni politiche, i flussi delle onde e le correnti calde e fredde della movimentazione sociale. È questo che non si riesce a capire - o che si capisce anche troppo bene - in tanta parte della sinistra e del centro-sinistra. Allora, quelle aree dei partiti, quei partiti che hanno integrato la loro azione nei movimenti, anche in modo protagonistico, agiscano con forza per arginare questa deriva politicista - e per un rilancio.
L'autunno che abbiamo di fronte rappresenta un laboratorio importantissimo. Parlo dell'Italia, che è peraltro un punto nodale di una possibile strategia di cambiamento. La matassa di iniziative, conflitti, vertenze produce un sentimento di dispersione delle energie. Non c'è un 23 marzo dei diritti del lavoro; non c'è un 14 settembre sulla Costituzione; non c'è un 15 febbraio per la pace.
Ma bisogna proprio lamentarsene? C'è una vivace articolazione di manifestazioni e azioni. Sul Welfare sta succedendo il finimondo: pensioni, scuola, sanità sono schiacciate. E la FIOM tiene aperta una lotta di grande valore: quella della democrazia nel lavoro, dei diritti legati al contratto. È perfino riemersa una parola desueta, il carovita - espressione da anni cinquanta. L'ambiente si ribella allo stupro permanente. Il sistema dell'informazione con la legge Gasparri combina deregulation e monopoli in modo scientifico: è una minaccia alla democrazia. Ma c'è anche di peggio: si dà assalto alla Costituzione con proposte distorsive mentre sugli Statuti regionali (sveglia, sinistra!) si trasforma il paese in una stupida babele - non certo quella bella, e democratica, che sognamo a Porto Alegre. Altro che federalismo. Questa Devolution non è certo una diffusione dei poteri democratici; è quella denunciata dai Devo, un gruppo rock radicale americano degli anni settanta, che suonavano, vestiti in tute antinuke, la regressione degli umani a umanoidi. Siamo su quella strada là.
E parliamo dell'Unione europea. Come la Dottrina sulla Sicurezza Nazionale di Bush ci ha illuminato sulle intenzioni dell'Amministrazione USA, e ci ha a suo modo aiutato a reagire - per esempio con la straordinaria giornata per la pace del 15 febbraio - così in altro ambito fa il "Weekly Standard". Gerard Baker, saggista chiave di questo organo del comitato centrale dei Neoconservatori, ci fa molto a capire. Con il suo aspro e lucido ammonimento a Bush affinché metta in riga l'Unione europea, costringendola alla subalternità, Baker mostra al nostro campo di forze l'importanza politica di premere per l'emancipazione dell'UE dagli USA, per un ruolo appunto di alterità fondato sui valori e le conquiste che costituiscono la parte migliore della nostra identità e della nostra storia di europei. In tempi di globalizzazione, ciò rappresenta anche un atto di riparazione, rivolto a quella grande parte del mondo che ha conosciuto l'Europa del colonialismo e dello sfruttamento, del razzismo, dell'antisemitismo, del totalitarismo. È un aspetto da non trascurare. È anzi fondamentale se l'UE vuole dare un nuovo messaggio politico e morale.
Il concreto incubo della guerra mena la sua falce dall'Afghanistan all'Iraq. I calcoli di Bush si dimostrano orribilmente sbagliati. Si innalza una tensione che può avere esiti imprevedibili. E le parole 'Israele', 'Palestina' evocano ormai nuove discese agli inferi.
I movimenti per la pace reclamano di aver visto giusto. Ma il punto è quello di rilanciare l'azione. E metterla insieme alla solidarietà. Le manifestazioni - da quelle di Roma del 4 ottobre, alla marcia Perugia-Assisi del 12 ottobre - dovranno rappresentare questo salto di qualità. Più che i numeri, conteranno le idee. Poi ci sarà il Forum sociale europeo di Parigi, a metà novembre: a un anno da quello, indimenticabile, di Firenze. Con lo sguardo rivolto a Bombay, dove si terrà il Forum sociale mondiale.
Ma intanto Cancún ha rivoluzionato le carte. Il rullo compressore del liberismo ha preso un frontale. Un fatto anche più significativo di Seattle, forse. Ha prodotto un'onda che sarà lunga. Non mi convincono le categorie semplificatorie, e retoriche, sulla vittoria e la sconfitta. Registro un fatto: ora una svolta è possibile. È stata una dura lezione anche per l'Europa, certo, perché una linea di fatto subalterna agli USA non ha portato da nessuna parte. È una grande occasione per l'ONU, per riprendere l'iniziativa. Intanto, liberandosi dal peso di un WTO sempre più opprimente. E soprattutto facendo valere quella sede, l'ONU, rilanciando le linee guida delle grandi Carte: sull'equità, lo sviluppo sostenibile, il lavoro, i diritti umani e sociali, la pace. L'Amministrazione Bush sembra reagire con rabbia, rilanciando l'unilateralismo, convinto che ciò che non è riuscito con le buone maniere, riuscirà con le cattive. Perciò farà valere, si dice, il suo enorme peso nei rapporti bilaterali. Sarebbe un pericolo temibile, se gli USA se lo potessero permettere. Ma non possono: l'Iraq pesa come un macigno; il debito pubblico è spaventoso; nuovi competitori sono entrati in scena - dall'Europa al Sud del mondo; anche culturalmente c'è una crisi di modello e di immagine. Ciò che ha potuto l'egemonia USA negli anni novanta, non pare riuscire adesso, e anche il fido alleato Blair paga le conseguenze di aver affiancato una linea politica, sociale, economica irresponsabile.
Può questo non incidere a fondo sulle scelte politiche, qui in Italia?
Terze vie che vanno e vengono; liberismi chissà come temperabili; guerre contro cui a seconda dei casi essere a favore o contro; politiche ondivaghe sull'immigrazione; vaghezze sull'ambiente; cerchiobottismi sul nesso tra modernizzazione e diritti - c'è troppo di tutto questo, e altro su cui fare chiarezza. E c'è il tema dei temi: come far vivere il dettato costituzionale nelle politiche materiali delle forze politiche.
Non si parte però affatto da zero: un enorme sforzo è stato fatto - negli ambiti dei partiti e nella società - per spezzare il guscio dello sconfittismo, per guardare avanti. È cresciuta la fiducia nei propri valori, si sono sviluppate idee forza e intuizioni nate dall'esperienza concreta. Ora servono progetto e programma. Se a Porto Alegre si porta avanti il bilancio partecipativo, perché non possiamo rendere partecipativo il progetto e il programma? È così difficile mobilitare il popolo di sinistra e del centro-sinistra in una campagna capillare di discussione? C'è un'enorme disponibilità. Occorre raccoglierla coerentemente. E non distorcerla.
Ma la Realpolitik è permeata da un'idea pericolosa quanto aderente all'autonomia del politico: aspettiamo il collasso del governo, erediteremo un successo a tavolino. Forse però l'eredità sarà troppo pesante per il paese e i suoi cittadini. E nel frattempo saranno deperite fondamentali energie civili (forse anche questo è nel calcolo?).
È in una larga ridefinizione degli spazi ideali e politici che ognuno potrà davvero, con naturalezza, sentirsi al suo posto - ed essere rappresentato.
In un clima come quello che vorrei, merli e passeri possono convivere. Avviene anche in natura. Si sa, c'è una certa burbanzosa prevalenza dei merli. Però i più modesti passeri attirano grande simpatia per il loro amore per la libertà. In cattività, infatti, muoiono: un po' come i movimenti. E se i politici fossero i merli (scusate l'ironia compresa nel nome)? Lascio cotanto dibattito agli esperti d'uccelli. Mi interessa volare verso un orizzonte comune. Perciò credo che la vera priorità di questo inizio di nuovo ciclo è dare qualità all'unità di tutte le opposizioni - politiche e sociali. Sapendo che il sociale non rinuncerà mai alla sua autonomia, acquisita in anni e anni di esperienze sul campo. Anzi, sarebbe ora di dar vita a una polarità sociale, per rafforzare questa autonomia sociale, ed essere in grado di incidere con un insieme di progetti sociali sul terreno politico-politico.
Come si chiamerà ognuno? Nomina sunt consequentia rerum. Ognuno scelga il suo Nome, ma a partire dalle Cose. Questo autunno sarà fondamentale per determinarle. Dentro alla spinta verso un mondo diverso possibile. Un mondo altro. Un'alterità che fa balzare in campo un'altra parola chiave: alternativa. Cerchiamo ancora. Agiamo e sperimentiamo accompagnando questa ricerca.