La proposta del partito unico
UNIRE PER DIVIDERE
Giancarlo Aresta
La vita politica italiana è entrata in fase di forte accelerazione: uno di quei momenti in cui le scelte dei protagonisti sono destinate ad avere non solo effetti rilevanti nel breve periodo, ma a lasciare una traccia più duratura e profonda negli anni.Alla sfida - ormai tardivamente aperta - delle opposizioni al governo Berlusconi si somma oggi, infatti, - e si sovrappone - un'ipotesi (quella della lista unica alle europee e del partito riformista) che ha al centro una ristrutturazione dell'intera realtà del centro-sinistra e della sinistra, che produrrebbe un cambiamento strutturale dell'intero sistema politico.
In questo contesto, a sinistra, non si può restare in una posizione di attesa e di osservazione. Ma una riflessione rigorosa ha l'obbligo di definire, prioritariamente, qual è la posta in gioco. Si profilano strategie diverse nel confronto con il governo. È importante fare scelte giuste, perchè battere Berlusconi è un obbligo e una priorità.
1. Uno scontro aperto a esiti diversi
Le elezioni amministrative - precedute da una stagione che ha conosciuto uno sviluppo con una intensità e un'articolazione senza precedenti (soprattutto nel confronto con la fragilità culturale o organizzativa delle opposizioni politiche) del movimento della società - hanno mostrato una incrinatura nel blocco dei consensi del governo e una ripresa delle forze di opposizione, che ha avuto il suo centro nell'indiscutibile avanzata dei DS. E su questo terreno è maturata nel centro-sinistra la convinzione - assoluta quanto assai debolmente fondata - che 'il governo sia alla frutta', che non si tratta che attendere il volgere delle stagioni elettorali per aspettare che 'la pera cada dall'albero' e per vincere le elezioni.
In questo risultato elettorale positivo ha pesato sicuramente - e in modo assai rilevante - una preoccupazione sociale crescente per le ferite ai diritti del lavoro (si pensi non solo alla manomissione dell'Articolo18, ma alla Legge 30/2003 e a come questa fissa un orizzonte di precarietà per una intera nuova generazione) e per l'azione di scasso della democrazia, promosse dal governo Berlusconi, che - unitamente al profondo sentimento di popolo contro la guerra - hanno contribuito a far emergere nella coscienza democratica del paese un senso di allarme per gli effetti sociali e istituzionali dell'azione di governo e a richiamare in campo, e al voto, forze, che - deluse dal centro-sinistra - avevano scelto in passato la strada della passività e dell'astensione. E forse questa stessa domanda - di una opposizione capace di far intravedere un'alternativa di governo, a partire dalle città - ha finito con il premiare il Partito dei democratici di sinistra, ridando forza a un gruppo dirigente, che solo due anni prima era al centro di una violenta contestazione. Questo, mentre sfioriva il progetto egemonico nel centro-sinistra della Margherita e Rifondazione incontrava una difficoltà nel trasferire sul piano del consenso politico il suo impegno a fianco e dentro i movimenti: e ciò forse anche perché aveva contribuito essa stessa ad alimentare la separazione dei movimenti dalla politica e il 'millenarismo', che ha caratterizzato la cultura dei new global. La sconfitta del referendum sull'estensione alle piccole imprese dell'Articolo 18, insieme a una battuta d'arresto nello sviluppo dei movimenti ha poi contribuito a comporre un quadro. Una stagione di straordinario sviluppo dell'iniziativa sociale non è risultata capace di spostare in avanti i rapporti nella sinistra, conoscendo in questo uno scacco ed esponendosi al rischio di un ripiegamento.
Ma, dopo quel voto, le ragioni di conflitto e di scontro in Italia si acuiscono. E cresce in una parte grande del paese la domanda di fermare l'azione del governo, mentre nell'immediato orizzonte si profilano nuove e roventi sfide.
Berlusconi ha sentito il colpo dell'insuccesso alle amministrative. Ed è divenuta visibile una difficoltà di sintesi del suo governo tra istanze liberiste, populiste e posizioni di moderatismo classico. Ma di fronte alle difficoltà della sua maggioranza ha scelto ancora una volta di rilanciare, affidando alla sua iniziativa la riaffermazione della funzione unificante della sua leadership. Propone una nuova tappa dell'attacco ai diritti sociali (con la legge sulle pensioni, su cui scrive Pizzuti in questo numero). Continua l'azione di manomissione dei diritti democratici con la Gasparri. Torna con i condoni a riconoscere e premiare l'illegalità. Profila un'ipotesi di cambiamento istituzionale secondo un modello di democrazia autoritaria. E apre un'offensiva ideologica, che tende a riscrivere la storia d'Italia - con il giudizio sul fascismo come regime bonario e paternalista -, accentuando il segno di una rottura profonda con la coscienza democratica del paese. E questo nel contesto di un declino italiano - su cui interviene Gallino in questo stesso fascicolo -, di cui sono progressivamente consapevoli anche le sue forze dominanti.
Siamo, insomma, di fronte a un governo che ha subito una battuta d'arresto seria, ha visto decadere un'immagine di invulnerabilità, di controllo pieno della vita sociale del paese - come documentava analiticamente Lucio Magri nell'editoriale dello scorso numero della rivista 1 -, e ha conosciuto nella fase più recente anche profonde divaricazioni politiche, alimentate dall'insuccesso elettorale. Ma non a un governo imbambolato o "incapace di governare", come continuano a ripetere in tanti nel centro-sinistra. E sono aperte sfide, che decideranno degli esiti futuri. Così come avranno un peso gli sviluppi della situazione internazionale. Per un verso, in particolare per le prospettive delle destre - ma anche per i promotori del partito progressista, che scommettono su un nuovo corso americano -, risulterà importante l'esito della vicenda degli USA, dove bisogna vedere se Bush riuscirà a confermarsi, malgrado gli insuccessi e il costo per il suo paese della 'guerra permanente'. E, soprattutto, se un'America non più repubblicana riuscirà a separarsi da questa strategia. Nello stesso tempo, a sinistra, occorrerà verificare se si saprà tenere conto in qualche modo della 'lezione inglese', dove Blair è trascinato in una vorticosa crisi di consensi dalla scelta di schierare l'Inghilterra in una posizione subalterna all'America nella guerra all'Iraq, e di quella tedesca, che vede Schroëder in caduta libera dopo lo scontro con i sindacati e i duri colpi assestati allo Stato sociale.
Insomma, la strada che ci separa dal prossimo voto politico è lunga e piena di incognite - aldilà dei sondaggi oggi favorevoli al centro-sinistra - e risulteranno decisive le scelte che si faranno a partire da oggi.
2. Interrogativi sul partito riformista
Sono in campo, in questo scenario, ragioni forti, che alimentano un sentimento popolare profondo, che sollecita che prenda corpo una vera e radicata opposizione politica a questo governo. E chiedono che si cambi passo, che si assuma una iniziativa. E questo ha un peso ancora maggiore in una stagione in cui si registra uno sprofondamento carsico dei movimenti, che hanno animato la scena sociale del paese nel passato biennio. Soprattutto a seguito del voto, che ha segnalato indubbiamente un insuccesso della loro capacità di pesare politicamente incidendo nei rapporti a sinistra. La CGIL - che è alla vigilia di un ritorno in campo in autunno sui contratti e, forse in un quadro unitario, sulle pensioni - non ha saputo dare continuità alla sua azione, dopo lo straordinario movimento in difesa dell'Articolo 18, contrastando con altrettanta efficacia la Legge 30, che ha precarizzato i rapporti di lavoro. I new global sembrano aver perso forza dopo le grandi iniziative pacifiste; e non sono oggi capaci di incidere, anche se a Cancún è uscito profondamente scosso il modello egemonico americano di mondializzazione, per la contestazione dei paesi in via di sviluppo e del Terzo mondo. I 'girotondi' sembrano ridotti al silenzio, proprio mentre i temi su cui hanno esercitato la loro sensibilità democratica sono tornati con la Gasparri prepotentemente in primo piano. L'improvvisa eclissi dalla scena politica nazionale di Cofferati ha finito col dare come il senso della chiusura di una stagione politica.
In questo contesto, l'iniziativa - su un terreno tutto politico - è stata presa con molta determinazione dai due protagonisti - e antagonisti - principali del vecchio centro-sinistra, sconfitto alle elezioni del 2001. Ed è nata la proposta Prodi-D'Alema di dare vita ad una lista unitaria del centro-sinistra alle europee e di promuovere la costruzione di un nuovo Partito riformista, che aggreghi DS, Margherita e SDI e si proponga di dare vita ad una forza del 35%, che faccia da perno a un'alleanza ampia di tutte le opposizioni per battere Berlusconi. Diciamo Prodi-D'Alema, perché la proposta Prodi - avanzata in un'intervista sul "Corriere della sera" a Panebianco il 18 luglio - non andava aldilà della sollecitazione a fare una lista unica di tutto l'Ulivo alle europee del 2004. E ha assunto la sua rilevanza strategica attuale dopo il rilancio di D'Alema e i colloqui tra i due di fine agosto.
L'ipotesi di un nuovo partito, che raccolga e unifichi - anche attraverso il passaggio intermedio della federazione, come preferirebbe Fassino - le forze più consistenti del centro-sinistra, ha indubbiamente una grande forza evocativa. Sembra rispondere - e in parte è diffusamente sentita così - all'esigenza di una maggiore unità dell'opposizione, essenziale per sconfiggere e rimuovere il governo Berlusconi. E viene presentata - da D'Alema innanzitutto - come una scelta che tende ad uniformare il sistema politico italiano a quello europeo: la realizzazione a sinistra di una grande forza che si allei con forze minori. Insieme, apre la strada a tante difficoltà da incontrare un diffuso scetticismo sulla sua realizzabilità, che finisce con il mettere tanti in una posizione di pura attesa.
In questa situazione, la proposta si è fatta strada nel silenzio assordante di molti suoi potenziali critici - rotto soltanto, per un lungo periodo, dall'intervento molto netto e preoccupato di Rossana Rossanda sul "manifesto"2-: e oggi sembra di essere alla vigilia di rapidi e precipitosi pronunciamenti formali nella Margherita come nei DS, che si avvalgono di questo vuoto per lanciare con Fassino la sfida di un referendum nel partito. Rifondazione ha mantenuto su questo progetto un atteggiamento di neutralità e di attesa; e ha avanzato, di conserva, la sua proposta di una Izquierda unida italiana, che unifichi a sua volta tutte le forze di sinistra alternativa e i movimenti disponibili. Una sollecitazione utile, ma che avrà difficoltà ad affermarsi se non si carica di una tensione critica verso il progetto di partito riformista e non costruisce rapidamente le sue autonome motivazioni, scavando anche nelle ragioni dello scacco che la sinistra alternativa ha verificato nel doppio appuntamento elettorale di primavera. Mentre solo negli ultimi giorni sono venuti - dopo il tempestivo e chiaro 'no' di Salvi - i giudizi critici o chiaramente negativi di settori e personalità diverse della sinistra DS e commenti, come quello amaro e assai interessante di Asor Rosa 3, che avvia una riflessione anche sulle ragioni della sterilità politica di una grande stagione di lotte.
Ora, andando al merito, è indubbio che la costruzione di una massa critica nello schieramento di centro-sinistra, attraverso l'unificazione di DS, Margherita e SDI avrebbe come primo effetto di dare un baricentro moderato all'intera coalizione di centro-sinistra. Di unire - nei gruppi dirigenti e negli umori diffusi - quei settori che vedono nel liberismo in difficoltà ma ancora vincente l'unico orizzonte possibile di qualsiasi azione di governo e che hanno come principale obiettivo quello di rappresentare le "'classi medie' orientate all'innovazione, frutto dei più recenti processi di innovazione", come scrive in un lucido intervento in questo numero della rivista Piero Di Siena, e di sostituire un governo "che non ce la fa", anche per la sua imperizia e il suo 'avventurismo', riconquistando un rapporto con i 'poteri forti', che sono entrati in rotta di collisione con il governo di Berlusconi.
In secondo luogo, questa proposta finirebbe con il concludere la lunga parabola aperta con la svolta - come ha osservato Rossanda 4 -, cancellando l'identità di sinistra della forza più grande, che ha preso corpo dalla crisi e dallo scioglimento del PCI, e colpendo il ruolo e il radicamento popolare della sinistra, che si vorrebbe relegata nel 'recinto' di una funzione residuale, assegnata ad una formazione minoritaria della coalizione. Del resto questa intenzione è persino esplicita nelle dichiarazioni di Prodi, che - al riparo della metafora contadina, per la verità inattendibile, per cui "non possiamo mettere il vino nuovo nelle botti vecchie" - ha dichiarato, nella sua Lettera aperta alla festa di Lerici della Margherita 5, che "non possiamo ripetere il passato in nessuna delle sue forme e delle sue suddivisioni ideologiche: né in Italia né in Europa. Quelle forme, quelle suddivisioni sono passate".
Per questa via, si finirebbe con il recidere ogni residuo rapporto tra sinistra e lavoro, lasciando non solo priva di rappresentanza politica la realtà sociale del lavoro - questo processo si è, infatti, largamente consumato nel passato decennio, a partire dalla 'svolta della Bolognina' -, ma rendendo non più permeabile il nuovo soggetto politico alle sollecitazioni del lavoro e del sindacato, come pure è avvenuto per i DS in questi anni. E, insieme, rafforzando le componenti moderate del sindacato e stringendo in un assedio la CGIL. Non casualmente, il tema dell'unità sindacale come priorità assoluta, valore strategico torna ripetutamente nelle dichiarazioni di Fassino sulle prospettive del partito riformista, per ultimo nel discorso conclusivo della Festa dell'Unità ("un processo che ne solleciti altri sul piano sociale, primo tra tutti una nuova stagione di unità sindacale"); e ad esse si accompagna l'apertura di un fronte interno nella CGIL con il Documento dei 49 - che viene analizzato da Dino Greco sulla rivista -, che di questo tema fa il suo asse centrale.
Insomma, con questa proposta che ha l'ambizione di modificare l'intero sistema politico e di portare a un esito le precarie sistemazioni di questo decennio dopo la crisi dell'89 e i suoi sviluppi fino a Tangentopoli, si configura un quadro, in cui sembra di assistere a una speciale 'rivincita' della politica - un'antica politica perdente del centro-sinistra, con i suoi stessi protagonisti - sui movimenti che hanno animato la scena sociale italiana, hanno scosso l'egemonia incontrastata di Berlusconi, riattivato forze, ricostruito un protagonismo sociale del lavoro, spostato a sinistra una nuova generazione e riaperto una partita politica, dopo una bruciante sconfitta. È questo un nodo - già rilevato da Asor Rosa sull'"Unità" 6 - che chiede una seria riflessione.
Sembra, inoltre, indubbio che questa proposta - se non dovesse conoscere, come pure è possibile, uno scacco: per un forte movimento critico di opposizione, o per nuovi non improbabili conflitti tra i leader che la promuovono o in ragione delle contraddizioni serie che apre nelle sue forze politiche fondamentali - è destinata a segnare una tappa dell'americanizzazione della vita politica italiana, come nota anche Di Siena. Il nuovo soggetto che prenderebbe corpo risulterebbe, infatti, impermeabile alle sollecitazioni dei movimenti. E non sarebbe più riproducibile uno scenario, come quello a cui abbiamo assistito più volte in questi anni, in cui - ad esempio - i DS, pure votati all'idea di una crescita della flessibilità del lavoro, hanno dovuto subire la battaglia di principio e il movimento in difesa dell'Articolo 18, promossi dalla CGIL, o sono stati trascinati dal movimento pacifista che, con una ricca costellazione di forze e associazioni attraversa il loro corpo politico, a un'iniziativa pacifista intransigente, portandosi dietro - seppure di contraggenio - l'intero centro-sinistra. I protagonisti sociali rischiano di rifluire in una dimensione parziale e corporativa, nel ruolo di moderne lobbies, destinate a una contrattazione marginale e subalterna con il loro mondo politico di riferimento.
3. Una deriva al centro
C'è, infine, un altro aspetto, su cui è opportuno fermare l'attenzione. Quello richiamato da Asor Rosa in L'unione non fa la forza 7, quando osserva che un carattere distintivo di questa operazione è "la contiguità di questa nuova forza politica di segno moderato all'interno del centro-sinistra con le forze politiche moderate all'interno del centro-destra", tanto che "si direbbe che uno degli obiettivi dell'operazione sia quello di costituire al centro un gruppo di forze abbastanza omogenee in grado di parlarsi". Si tratta, insomma, del rischio che questa proposta sia attraversata dall'idea di 'rifare la DC' e riaprire uno spazio in prospettiva per una moderna e aggiornata 'politica dei due forni' - in barba a tutte le dichiarazioni di fede nel bipolarismo -, che può alimentarsi oggi per la valutazione e la speranza, non infondate, che un nuovo eventuale insuccesso di Berlusconi possa produrre un collasso di Forza Italia e una crisi profonda della Casa delle libertà.
Questo problema ha ancora maggiore rilevanza, se si tiene conto che un assestamento al centro delle forze principali del centro-sinistra è destinato ad aprire - aldilà delle dichiarazioni ad oggi univoche e senza riserve sull'importanza dell'alleanza elettorale con Rifondazione - un conflitto programmatico serio nelle opposizioni, che renda necessaria l'esplorazione di alternative.
Qui prende corpo un altro nodo. L'idea di un nuovo partito si sta facendo strada nel vuoto assoluto di ogni indicazione programmatica. E questo riguarda allo stesso modo i suoi principali promotori - Prodi e D'Alema - come anche Fassino e Rutelli. Sono ormai tante le interviste, gli interventi, i discorsi che si sono susseguiti in questo mese: e tutti hanno la caratteristica comune di offrire una 'grande idea' politica totalmente priva di contenuti. L'unica allusione a questi problemi è nelle speculari, ripetute e opposte dichiarazioni di Rutelli e di Fassino, che affermano uno che la nuova sarà una realtà politica moderata e l'altro che non lo sarà: e che anzi risulterà "capace di contenere anche quelle radicalità ispirate da passione civile e impegno etico" 8. Chiaramente, nell'uno e nell'altro caso, rassicurazioni necessarie per rabbonire e contenere le fronde interne.
Ma perché un deficit così evidente? Forse questo deriva anche dal fatto che un'aggregazione con queste caratteristiche ha un suo ben riconoscibile programma implicito. È quello che deriva dalla piattaforma dell'Ulivo, che conferma e rafforza il modello istituzionale fondato sul maggioritario, prevedendo un'evoluzione che sposti i pesi in favore degli esecutivi e della governabilità con il premierato forte, seppure stemperato dal riconoscimento delle prerogative del presidente della Repubblica e da uno Statuto delle opposizioni. È quella elaborazione maturata in un campo di forze che vanno dai prodiani del Mulino agli intellettuali legati a D'Alema, che ha fatto già le sue prove unitarie sulle politiche economiche e del lavoro con il famoso libretto Non basta dire No 9. È chi pensa che in un momento in cui Berlusconi è entrato in conflitto con la presidenza della Repubblica, con il governatore della Banca d'Italia, con la Corte costituzionale - che viene messa in discussione nel suo assetto - e si avvertono segni di malessere in Confindustria rispetto alla politica di D'Amato offrire ai 'poteri forti' una classe dirigente di ricambio, più affidabile e meno estremista, sia la condizione essenziale e prioritaria per vincere le elezioni e rimuovere Berlusconi.
4. Appuntamenti d'autunno
Ma, se questi giudizi hanno qualche fondamento, qual è lo stato della discussione nella sinistra critica?
Non persuadono gli atteggiamenti di attesa che muovono dalla speranza di un insuccesso dell'iniziativa: questo esito è possibile, ma la proposta sta facendo molti passi avanti verso una fase che coinvolgerà gli iscritti dei maggiori partiti dell'Ulivo in decisioni ad oggi incontrastate. Né risulta convincente un orientamento diffuso di scettico agnosticismo, fondato sull'idea che questa proposta non cambia la situazione, che vedeva già nei DS una forza che di sinistra aveva solo il nome: e che perciò questa svolta può persino risultare salutare, portando una maggiore chiarezza nella scena politica e obbligando le forze alla sua sinistra ad associarsi. Infatti, il progetto del partito riformista tende a ridefinire l'intero sistema politico, conquistando una più piena autonomia della politica dalla società, che può essere una tappa decisiva nell'americanizzazione della politica italiana, lasciando i movimenti privi di ogni riferimento politico e promuovendo un loro riflusso, che avrebbe effetti negativi e assai gravi anche sulla prospettiva elettorale.
Anche per queste ragioni è necessario discutere seriamente delle scelte di Rifondazione, che ha un ruolo e responsabilità rilevanti. Rifondazione ha reagito a questa proposta, avanzando l'ipotesi di una contestuale costituzione di una Izquierda unida italiana, che raccolga chi a sinistra non vi si riconosca. Ma non è intervenuta criticamente a valutarne la prospettiva. È un problema di non piccolo conto. Perché fa pensare ad una specie di divisione del lavoro in una riorganizzazione del centro-sinistra in direzione della creazione di due nuovi soggetti, di cui uno si suppone assai grande (attorno al 35%) e l'altro piccolo ma rispettabile (oltre il 10%): "penso, ha detto Bertinotti - in un'intervista al "Corriere della sera" l'8 settembre 2003 -, che si potrebbe arrivare a produrre a parti invertite il vecchio schema, che vedeva la sinistra articolata sostanzialmente in due forze: una grande e una piccola". Ora, non solo questa 'inversione' non è cosa irrilevante e risulta in contrasto con l'idea che i movimenti abbiano lasciato un segno forte nella vita politica italiana: è assai pesante se al termine di un ciclo politico l'area moderata acquista una posizione dominante. Ma si aprono due questioni assai serie. La prima è che è tutt'altro che detto che il Partito riformista sia una forza di sinistra. E la seconda, ancora più significativa, è che il centro motore del processo politico - se avrà corso -, l'elemento che anche in ragione del suo primato nella iniziativa sembra dare risposte - anche se surrettizie - a un'autentica domanda di unità e a un'esigenza diffusa di efficacia di una battaglia contro il governo è stabilmente insediato nel campo moderato delle forze del centro-sinistra. E se un movimento critico non ribalterà questa situazione importanti settori della sinistra politica e sociale finiranno col restare prigionieri di quella dinamica: e con l'essere assorbiti come forze marginali e ininfluenti in una nuova formazione di centro. La partita, insomma, anche a sinistra si gioca sulla base della capacità di svelamento e di contrasto dei limiti che caratterizzano questa operazione.
È importante che negli ultimi giorni una riflessione critica si sia aperta, con contributi diversi, e abbia coinvolto anche settori della sinistra DS. Ma oggi è necessario un salto di qualità. E l'elemento motore può essere rappresentato dall'avvio di un confronto serio sul programma delle opposizioni, che - come sosteneva Lucio Magri nell'editoriale di settembre della rivista - non può essere rinviato: e anzi è decisivo sia per l'oggi che per non depositare nodi irrisolti che altrimenti condannerebbero alla diaspora e a un rapido declino l'esperienza di governo che dovesse prendere corpo da una eventuale vittoria elettorale. È positivo che Rifondazione abbia assunto l'iniziativa di accelerare l'intensità sociale della lotta al governo e abbia proposto una manifestazione unitaria delle opposizioni. Ma oggi è essenziale anche che - a partire dagli importanti appuntamenti politici e sociali di questo autunno, che vedranno una ripresa forte di iniziativa della CGIL e della FIOM, così come del movimento per la pace ad Assisi e new global nella giornata sull'Europa -, si apra nella sinistra e nel centro-sinistra un confronto programmatico di fondo, non elusivo, che misuri senza reticenze convergenze e ragioni di conflitto. Solo in un tale contesto i movimenti e i soggetti sociali organizzati potranno far valere la loro voce e il loro peso. E si potranno verificare le condizioni e la possibilità dell'alleanza elettorale auspicabile e necessaria tra il centro-sinistra e Rifondazione. Si potranno mettere alla prova i progetti politici oggi in campo, verificandone la sostenibilità. Sarà possibile scomporre e ricomporre forze e dare nuove ragioni di impegno e di fiducia a quella sinistra critica, che rappresenta un universo sociale e una realtà politica e associativa assai articolata e ampia, che è stata protagonista importante di due anni di grandi movimenti, ma da questo ciclo è uscita sconfitta e oggi corre il rischio dell'emarginazione e della diaspora. Da questo impegno, necessario e non rinviabile, dipenderà la collocazione di forze essenziali in un passaggio decisivo per le prospettive - e la stessa sopravvivenza - della sinistra nel nostro paese.
note:
1 Lucio Magri, Contro Berlusconi, e dopo, "la rivista del manifesto", n. 42, settembre 2003, pp. 3-7.
2 Rossana Rossanda, Esiti della svolta, "il manifesto", 5 settembre 2003.
3 In due articoli sull'"Unità" il 19 e il 20 settembre: A.Asor Rosa, L'unione non fa la forza e Dividere per unire in modo giusto.
4 Rossana Rossanda, ivi.
5 Romano Prodi, La lista unitaria alle europee è un passo indispensabile, "Europa", 2 settembre 2003.
6 A. Asor Rosa, ivi. "Quando nel 2013 uno storico cercherà di ricostruire le travagliate vicende seguite alla vittoria elettorale di Berlusconi, tra i tanti fenomeni confusi e irrazionali di cui tale nefasto periodo è stato contraddistinto, dovrà anche cercare di spiegare come mai, nell'ambito del centrosinistra soccombente, da un movimento ampio e forte di contestazione e di rinnovamento, apparentemente orientato a sinistra, sia nata una sola proposta politica degna di questo nome, ma di segno fortemente moderato e di destra".
7 Ibidem.
8 Piero Fassino, Discorso di chiusura della festa nazionale dell'Unità, Bologna, 20 settembre 2003.
9 Tito Boeri, Franco Debenedetti, Pietro Ichino, Giancarlo Lombardi, Bruno Manghi, Paolo Onofri, Umberto Ranieri, Nicola Rossi, Michele Salvati, Ferdinando Targetti e Tiziano Treu, Non basta dire no, Mondadori 2002, recensito sulla "rivista del manifesto" da Massimo Roccella, Qualche volta è necessario, n. 35, gennaio 2003, e da Emiliano Brancaccio, Riformisti col vincolo, n. 36, febbraio 2003.