numero  42  settembre 2003 Sommario

Afghanistan, Iraq, Palestina, Iran

LA GUERRA CONTINUA
Giulietto Chiesa  

Scrivo queste righe alla metà di luglio, mentre esplode lo scandalo delle menzogne dell'accoppiata di bugiardi che ha cercato di trascinare il mondo intero in una guerra, contro l'Iraq; che ha per questo consapevolmente diviso l'Occidente; che ha frantumato l'Europa e, infine, che sta modificando tutti gli equilibri mondiali verso una situazione che ormai molti osservatori internazionali definiscono di tipo imperiale.
Associo tutti questi elementi del mosaico perché è l'unico modo per vederlo. Considerarli pezzi distinti è un errore. Essi sono parti essenziali dello stesso disegno.
Lo scandalo attuale ha una evidente importanza tattica. I suoi effetti avranno infatti una serie di effetti politici rilevanti. Basti pensare che adesso, e nei prossimi mesi, sarà molto più difficile di quanto non lo fosse prima della guerra irachena, utilizzare ? per esempio contro l'Iran ? l'armamentario degli argomenti che sono stati costruiti per attaccare Baghdad.
Washington e Londra dovranno dosare con prudenza l'accusa a Teheran di star preparando l'arma nucleare. Essendo l'argomento principale a loro disposizione, si capisce che la frenata li mette in situazione difficile. La loro attendibilità è per il momento molto bassa. Perfino settori conservatori e di destra europei hanno sentito il bisogno di prendere le distanze e hanno espresso differenziati per intensità, ma evidenti, segni di dissenso e addirittura di indignazione per essere stati raggirati.
Quindi la marcia verso il prossimo obiettivo ? che era già e, a me pare, con ogni evidenza, essere ancora l'Iran ? sembra destinata a subire un rallentamento. Per lo meno nella direzione di un intervento militare. Restano in vigore, e vengono già messe in atto, altre operazioni diversive, come l'incitamento, il finanziamento, la copertura dei servizi segreti e tutta la vasta panoplia di mezzi con i quali ci si propone di sovvertire dall'interno il regime iraniano. Cioè la ripetizione, déjà vue, dello scenario jugoslavo prima della caduta politica di Milosevic.
È la tattica della «medicina più appropriata», che fu annunciata da Condoleezza Rice per tutto il Medio Oriente e il mondo arabo musulmano, ma che può essere applicata ovunque: dove sono sufficienti misure di ?convinzione', diplomatiche, politiche, di corruttela varia, si usino quelle. Dove la mano leggera si riveli inadeguata, allora si farà ricorso al bastone e, anche questo, con diverse dosi di durezza. Fino alla guerra guerreggiata vera e propria, secondo i modelli jugoslavo, afghano e iracheno.
Nel frattempo si farà agire il sistema mediatico, per ?aiutare' il mondo a vedere con i propri occhi le sofferenze del popolo iraniano (nel caso specifico), il sangue degli studenti iraniani, la repressione medievale degli ayatollah contro le donne iraniane e così via. Il tutto, ben mescolato, potrà, all'occorrenza, essere usato come motivazione per le misure più drastiche. Il pubblico delle televisioni non avrà strumenti di difesa, accetterà le verità che gli verranno propinate.
L'acume delle sinistre europee verrà messo a dura prova, perché molte anime sensibili troveranno difficile negare la propria solidarietà agli studenti iraniani in lotta per la democrazia, e solo pochi capiranno (forse anche tra gli studenti iraniani) che la via peggiore per conquistare la democrazia sarà quella di contare sull'aiuto del ?Grande Satana Americano' (Gsa).
È più o meno ciò che sta accadendo e si tratta solo di seguirne gli sviluppi senza perdere la logica d'insieme, che essi sottendono. In ogni caso la ?cura Condoleezza' sarà più lunga della ?cura Rumsfeld'. E questo, a sua volta, comporta dei problemi. Perché il tempo della rielezione dell'Imperatore si avvicina e, per quella data, non devono esserci sorprese. Non si può sempre sospendere la conta dei voti e affidarsi alla magistratura della Florida per vincere un'elezione. Questa volta bisognerà vincere, e in modo convincente, altrimenti gli europei storceranno il naso e bisognerà perdere altro tempo per convincerli e anche qualche dura bastonata sul groppone dei recalcitranti più riottosi.
Dunque lo scandalo delle bugie scoperte avrà i suoi effetti negativi per la banda di Washington, questo è chiaro. Si aggiungano a questo le chiare difficoltà in cui si trova Bush in entrambe le due guerre già ?vinte' in modo trionfale, tanto in Iraq quanto in Afghanistan.
A distanza di oltre un anno l'operazione Enduring Freedom in Afghanistan è ancora in corso. Un governo è stato installato a Kabul, con alla testa un ex agente della Cia, persona rispettabile, ma il controllo sul paese è tutt'altro che assicurato. Va detto subito, però, che non è ammissibile, né utile, un parallelo con la situazione che dovettero fronteggiare i sovietici dopo il 1979. Non c'è dubbio, ad esempio, che gli Stati Uniti e i pochi alleati che operano tra le montagne afghane (tra cui l'Italia) non dispongono del controllo di grande parte del territorio, e nemmeno di quello pieno della capitale. In questo la somiglianza tra le due situazioni è evidente. Nemmeno i sovietici controllavano il territorio al di là delle periferie delle maggiori città afghane. Ma avevano sul terreno molti più alleati di quanti ne abbiano oggi gli Stati Uniti. Al Sud la guerra è in corso in forma di colpi di guerriglia, di controffensive sporadiche, mentre i capi guerrieri locali vengono ricattati, o comprati, per poi divenire nemici non appena la provvista di denaro si esaurisce.
Si capisce che, come fu il caso sovietico, da una tale situazione di instabilità endemica gli Stati Uniti non hanno prospettive di emergere come vincitori definitivi, né ora, né mai. L'unico sollievo sul quale possono contare, relativamente, è per l'ennesima volta la complicità del sistema mediatico mondiale, che non racconta, non descrive, non spiega. Per cui i morti o non si vedono, o si vedono poco.
In questo la differenza con le condizioni dell'invasione sovietica è evidente. In quegli anni la stampa e la televisione dell'Occidente riservarono un'attenzione costante, spasmodica, intensissima agli eventi afghani. Anche sotto questo profilo il tema dei media è assolutamente centrale per valutare il peso e l'impatto politico, e sulle opinioni pubbliche, di avvenimenti lontani. Ed è dunque vero che, ?lontano dagli occhi, lontano dal cuore', e che, quindi, la guerra afghana praticamente non esiste più per il resto del mondo. Restano il problema e la sua irrisolvibilità, che presenteranno il conto più avanti, in un futuro per ora imprevedibile. E, nell'immediato, resta la necessità di garantire la sopravvivenza del regime di Karzai.
Ma ? di nuovo ? non si deve commettere l'errore di fare un parallelo con l'esperienza sovietica. La Mosca di Breznev si era posta un compito del tutto diverso, e di gran lunga più impegnativo di quello che si sono assegnati Bush & soci: quello di civilizzare e conquistare al socialismo l'Afghanistan. Impresa, come ora sappiamo, irrealistica e senza destino. Gli Stati Uniti, al contrario, non hanno alcuna intenzione di ?civilizzare' Kabul. Dicono ? è vero ? di volervi introdurre un capitalismo moderno e istituzioni simili a quelle occidentali, cioè americane, ma dovremmo sapere che non sono questi i veri obiettivi, esattamente come il vero obiettivo della guerra irachena non è mai stato quello di esportare la democrazia a Baghdad. Queste sono le pillole di ideologia che vengono fatte inghiottire ai gonzi, tra i quali la percentuale dei commentatori politici italiani è particolarmente elevata.
Intanto in Afghanistan il capitalismo c'è già. C'è sempre stato, anche nel breve periodo ?socialista' tra il 1979 e il 1989. Era un capitalismo embrionale e senza capitali, senza investimenti, commerciale e feudale, ma pur sempre capitalismo, non migliore e non peggiore di quello tunisino o della Costa d'Avorio. Per quanto concerne le istituzioni, gli americani pensano, del tutto sinceramente (in grande maggioranza), che esse verranno da sé, automaticamente, con il libero mercato. Se occorre qualche giorno in più, perfino qualche mese, sono disposti ad aspettare.
Nel frattempo ciò che veramente importa è ?tenere il terreno', rimanere in zona, disporre delle basi militari. Queste sono le condizioni reali che permettono il controllo politico a lunga scadenza: dell'Afghanistan, ma non soltanto, perché Washington emerge dalla guerra afghana con una dote inestimabile ai fini del controllo politico dell'intera Asia Centrale ex sovietica. Almeno altre quattro basi militari (sono quelle di cui conosciamo l'esistenza) in Uzbekistan (due), in Tagikistan, in Kirghizia.
È sufficiente un'occhiata al mappamondo per rendersi conto che il controllo del petrolio del Mar Caspio (in larga parte già realizzato) era ed è solo una parte, non quella decisiva, dell'obiettivo. Washington vuole il controllo militare sull'intera area, nella quale, con ogni probabilità si giocherà un altro grande game ? molto più grande di quello descritto da Kipling ? nel corso dei prossimi quindici anni.
Il fatto che la guerriglia afghana continui non è dunque un ostacolo. A meno che i morti non salgano troppo, gli Stati Uniti possono tenere il terreno per un tempo indefinito. È quello che pensano gli strateghi del Pentagono. I calcoli politici delle anime belle non fanno parte di questo scenario.
Più complicata la situazione in Iraq. Qui i calcoli sul post guerra sono stati grossolanamente errati. La popolazione non è scesa esultante nelle strade, non ha abbattuto le statue di Saddam (sebbene le Tv occidentali abbiano fatto di tutto per farcelo credere), e il partito Baas non era quella tigre di carta che si pensava. E adesso non è facile far credere all'opinione pubblica internazionale (e americana) che le cose vanno benino, quando si deve riportare a casa una bara al giorno e si devono fronteggiare in pratica due eserciti nemici sparsi sul territorio, quello sunnita di Saddam e quello sciita del Sud. Il terzo esercito, quello curdo, se ne sta buono, per ora, fino a che il quarto esercito, quello turco, se ne sta buono e a cuccia. Poi entrerà in campo anche quello, perché l'ipotesi che Ankara accetti la creazione di un'autonomia curda nel Nord iracheno appare tra le meno probabili.
Anche qui, tuttavia, occorre tenere presente che la squadra di Bush non ha obiettivi a lunga scadenza nemmeno in Iraq. Ciò che doveva essere fatto, e in fretta, era mettere mano sulle riserve petrolifere irachene, infliggere una lezione-avvertimento ai regimi arabi, eliminare il governo a Baghdad e, soprattutto, occupare il territorio, per poi prepararsi a sferrare l'ulteriore offensiva contro l'Iran.
Queste condizioni sono state ottenute. Ed è sufficiente che siano mantenute, con un numero accettabile di danni, per un anno e mezzo, cioè fino alle elezioni americane. Adesso, nella situazione che non era stata prevista, si dovrà far ingoiare al pubblico americano un insieme di sgradevoli conseguenze. Ciò non costituisce un problema insormontabile. Il pubblico americano è un colossale laboratorio sperimentale, i cui individui sono già stati portati a un tale livello di terrore, da decenni, da poter essere continuamente riportati, con piccolo sforzo, ogni volta a uno stato molto simile alla paranoia. L'opinione pubblica americana è come l'alcoolizzato, cui basta bere un grappino di prima mattina per tornare immediatamente in stato euforico. La differenza è che, in questo caso, al posto dell'euforia c'è il terrore. Suggerisco in proposito, a chi ancora non lo avesse visto, di andare a vedere il film Bowling at Columbine, di Michael Moore.
Il terzo parametro di riferimento è la questione palestinese. Qui Bush ? in questo caso ben consigliato ? ha ottenuto un successo reale: ridimensionando pesantemente Arafat, prendendo in mano i servizi segreti e la polizia palestinese, e costringendo Sharon a qualche concessione di facciata. Ma la Road Map è la più fragile delle creature. Anche se i palestinesi di Abu Mazen decidessero di rispettarne gli zig-zag, anche se tutte le organizzazioni radicali palestinesi accettassero di stare a vedere per più di tre mesi come vanno a finire le cose (e già questa è ipotesi assai azzardata), è Ariel Sharon che s'incaricherà di cospargerla di mine.
George Bush ha fatto troppe promesse alla lobby pro-israeliana degli Stati Uniti, ha troppi debiti da saldare, troppe richieste da fare per la prossima campagna elettorale, per potersi permettere di costringere Sharon a rinunciare agli insediamenti dei coloni.
Per chi pensa che l'intera Palestina è terra degli ebrei, concessa loro direttamente dal Dio di Abramo ? e Sharon è tra questi ? la colonizzazione della riva occidentale non è questione negoziabile. La Road Map finisce a questo incrocio. Bush solo potrebbe farla proseguire, imponendola, ma l'Imperatore ha un vassallo troppo potente per essere domato. Anche qui è una corsa contro il tempo: prima la crisi o prima le elezioni?
E c'è, infine, un'ultima guerra, che Bush non ha ancora vinto. La recessione americana. È già cominciata la grande partita ? un'altra di questo mondo impazzito ? della speranza nella ripresa dell'economia americana. È dal 2000, cioè da tre anni, che tutto si è fermato, che la globalizzazione americana segna il passo. Da tre anni gli analisti del liberal-liberismo spiegano che la ripresa è dietro l'angolo. Qua e là, forse con qualche gioco di prestigio, perfino Wall Street, perfino il Nasdaq, mostrano segni di vitalità. Ma nessuno, tra quelli che capiscono qualche cosa, è disposto a giocare mezzo centesimo su una situazione così instabile e confusa.
George Bush ha regalato altre centinaia di miliardi di dollari ai ricchi e ricchissimi americani, sperando che investano e consumino. Ha permesso che il dollaro si svalutasse per moltiplicare le esportazioni. Ma la fiducia dei consumatori, il totem unico e indiscutibile dell'economia americana, non torna. Anche qui è una corsa contro il tempo. Bisogna dare l'impressione che tutto sta tornando ?come prima'. E bisogna farlo entro un anno e mezzo, di nuovo. Se non ci si riuscirà con le buone, bisognerà ottenerlo con le cattive. È per questo che bisogna aspettarsi qualche brutta, tragica, sorpresa, nel caso che l'economia americana e mondiale decidano, con la loro ?mano invisibile', di non soddisfare le aspettative di Bush-Rumsfeld-Cheney. La prima volta è venuto in soccorso l'11 settembre. La seconda volta qualcosa bisognerà pure inventare.
In questo tratteggio ?a volo d'uccello' non ho incluso tre grandi protagonisti: l'Europa, la Russia, la Cina. Non perché essi non siano più tali: lo sono. Ma perché essi hanno subito, tutti e tre, in varia misura e con varia partecipazione, l'iniziativa dell'Impero.
Dell'Europa sappiamo. Gigante economico, nano militare, è stato detto. Ma non è questo il punto. Si può essere nano militare e contare in modo decisivo, essendo gigante economico. Ma se il gigante economico ragiona come gli Stati Uniti, allora non c'è gara né dialettica. L'ideologia neo-liberista ha sfondato in molta parte dell'Europa. E, quando tutto ciò non bastava, gli Stati Uniti di George Bush e, prima di lui di Bill Clinton, hanno fatto ricorso alla forza.
L'unica, vera, grande guerra vinta da Bush è stata con l'Europa, dividendola (mediante la guerra irachena), e preparando i dieci cavalli che l'Europa si apprestava a fare entrare tra le proprie mura, Troia incerta e inconsapevole, che ora ospiterà dieci Achei più americani dell'America.
In queste condizioni un ruolo europeo di contenimento della strategia imperiale americana è oltre modo problematico.
La Russia di Putin ha già perduto prima ancora di cominciare. Esempio senza precedenti di auto-annichilimento, è rimasta a guardare il proprio sfacelo. Ha accettato la cancellazione del trattato Abm del 1972 mettendo la propria firma sotto la dichiarazione formale della sua fine di potenza, anche media. Ha accettato con una smorfia l'estensione a Est della Nato. Ha perduto l'Asia Centrale senza neppure levare un lamento.
Tra quindici anni questa Russia sarà scesa a meno di 100 milioni di abitanti e gli attuali confini le staranno larghi come quelli di un gigante sulle spalle di un nano.
Della Cina si dovrà parlare a lungo. Il destino, la storia, le hanno assegnato un ruolo centrale nel secolo che è appena cominciato. È lei ? come non capirlo? ? il vero problema di Washington. È alla Cina che era dedicato il Pnac, il Progetto per il Nuovo Secolo Americano. E loro lo sanno perfettamente. E non ci sarà ripresa, o ripresina, di Wall Street a togliere di mezzo questo problema, che andrà a cozzare contro l'assioma di Bush, e che fu di Reagan: il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile.
Perché non ci sarà posto, assai presto, su questo pianeta, per due Americhe, una bianca e una gialla.
Questi sono i veri contorni del problema che ha di fronte a sé questa generazione, la nostra e quella successiva: siamo arrivati a un capolinea. Lo sviluppo che il mondo ha conosciuto non è protraibile all'infinito. Occorre scegliere ? se non se ne vogliono mettere in discussione i contorni ? chi può sopravvivere in un universo già gravemente ?turbato'. Chi pensa, anche a sinistra, in termini di ?ripresa' del vecchio sviluppo (sul piano economico), e di convincere l'Impero a più miti consigli (sul piano politico), si condanna allo stupore e all'impotenza di fronte agli eventi tragici che si annunciano.

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