numero  41  luglio-agosto 2003 Sommario

Una discussione: i papi e la pace

UNA LUNGA STORIA
Filippo Di Giacomo  

Il pacifismo cristiano contemporaneo è nato protestante tra i quaccheri americani e i mennoniti inglesi degli inizi del 1900. E fino alla seconda guerra irachena, quando i cattolici pronunciano la parola `pace', molti di loro continuano a fare una certa fatica a respingere per principio ogni genere di guerra. Per i fedeli della Chiesa di Roma, la violenza belligerante certamente non è legata a quella pulsione distruttiva di freudiana memoria (attribuita volentieri a questa o a quella religione, secondo le mode e le contingenze: ora tocca all'islam) che spesso sentiamo ancora spacciare come radice profonda dei conflitti in corso. Come se la pace fosse solo significata dall'assenza di guerre oppure dall'omissione dell'uso collettivo della violenza. E questo va premesso, se non altro, per rispondere all'accusa di `teologia ondivaga' che il cattolico George Weigel, il solito intellettuale con il successo editoriale garantito in salsa opusdeista, ha rivolto a Papa Wojtyla (lo ha fatto in tutte le capitali europee e in conferenze organizzate e pagate dal Dipartimento di Stato Usa) tra febbraio e aprile di quest'anno.
La Chiesa di Roma diventa pacifista a ridosso del 1915, grazie a Benedetto XV. Dopo Versailles, Papa Dalla Chiesa sottrae la Chiesa Cattolica dalle angustie teoriche della cosiddetta dottrina della `guerra giusta' di Tommaso d'Aquino e inizia a proporre a tutte le nazioni una riforma moderna del diritto internazionale e del diritto diplomatico sulla soluzione delle controversie. Nel 1939 il domenicano Mariano Cordovani, teologo della Casa Pontificia (cioè il consulente personale del Papa), scriveva: «le condizioni precisate dalla teologia per la guerra giusta oggi non si verificano quasi mai. Se anche una guerra giusta è conclusa con una vittoria, non riparerà più il danno che nasce dall'averla combattuta». Negli anni Cinquanta viene pubblicato il trattato di Istituzioni di diritto ecclesiastico pubblico del cardinale Alfredo Ottaviani: lo scomunicatore dei comunisti, l'uomo che da Prefetto del Sant'Ufficio si meritò il soprannome di `carabiniere della Chiesa'. La sera dell'inaugurazione del Concilio Vaticano II, sul suo diario si limitò ad annotare : «Speriamo che Dio mi faccia morire presto, così morirò cattolico». Anche per quei tempi, il trattato di Ottaviani imbarazzava persino i tradizionalisti. Infatti, il sillogismo giuridico con il quale il porporato liquidava il diritto alla libertà religiosa per i non cattolici era questo: solo la verità ha dei diritti; il cattolicesimo è la sola religione vera; dunque... Il personaggio era questo. Eppure, in materia di pace e di pacifismo Ottaviani insegnava: «La guerra va assolutamente proibita perché ogni distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta deve essere ritenuta definitivamente superata. Di conseguenza, anche la leva militare obbligatoria deve essere vietata». È proprio necessario ricordare che fino al 1945, la cultura politica dell'Occidente era unanime nel considerare del tutto `normale' il ricorso alla guerra? E che la tentazione di far bilanciare (oppure sbilanciare) i rapporti statuali con i trattati, con il commercio, con le flotte e con gli eserciti circola tuttora dentro alcune cancellerie?
Non è quindi per nulla strano se i due pontefici antitetici del secolo scorso, Pio XII e Giovanni XXIII, non hanno mai avuto tentennamenti nello sposare la causa pacifista. Papa Pacelli si meritò anche una lettera di insulti da parte del presidente Truman (che lo apostrofava come «distinto signor Pacelli») per il suo rifiuto di avallare la politica americana nei confronti della Cina e della Corea. E ai tempi dell'Algeria, Pio XII fu il primo a intuire l'importanza di porre la diplomazia al servizio delle istanze etiche che la decolonizzazione avrebbe ben presto posto al dialogo multilaterale. Di Giovanni XXIII, del suo ruolo nella soluzione della crisi di Cuba e della dottrina della `politica dialogante' tra i due blocchi sappiamo quasi tutto.
Oggi consideriamo `normale' parlare di pace usando come punti di riferimento del diritto internazionale sia il dialogo paritario sia l'adesione a uno statuto giuridico composto da diritti inviolabili. Ma se questi punti di riferimento, fondati su una umanità condivisa e condivisibile, sono stati radicati in una memoria collettiva, molto lo dobbiamo allo sviluppo che degli insegnamenti di Pacelli e Roncalli hanno saputo fare Papa Montini e Papa Woytila. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II l'insegnamento sulla guerra è posto nel commento al quinto comandamento: «non uccidere». E nel numero 2306, lo stesso Catechismo ha definitivamente sdoganato anche la posizione di coloro che tendono a un pacifismo radicale, che esclude l'uso della violenza anche in caso di aggressione: per la morale cattolica, questo comportamento è una «testimonianza della carità evangelica».
Dal 1968, da quando Paolo VI con una felice intuizione dedicò ogni primo gennaio alla riflessione sui contenuti della parola pace, per i cattolici di tutto il mondo è diventato chiaro che il pacifismo della loro Chiesa non può essere disgiunto dalla realizzazione di altri valori quali la giustizia, la libertà politica e religiosa, l'equa ripartizione delle risorse, un dignitoso accesso al lavoro, il benessere sociale, la ricerca della propria felicità e quanto d'altro. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, lo ha detto chiaro e forte: «La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze avverse».
Certo, quando la pace è così fortemente orientata verso situazioni che l'esperienza storica fa ritenere solo ideali esiste anche il pericolo di perdere molte possibilità di bene a vantaggio di una esagerata, e utopica, fissazione sul meglio. E a questo poco ideale `realismo dei fatti' va, forse, imputata la strana fronda che, nell'imminenza dell'ultimo conflitto, una parte del mondo cattolico italiano ha messo in opera contro Giovanni Paolo II e la sua azione pacifista. Ma è stato, tutto sommato, solo qualche sussulto di alcune frange della Chiesa italiana di fronte a un presunto antiamericanismo cattolico che ha spaventato solo una manciata di monsignori più abituati a frequentare gli inquilini di Palazzo Chigi e del Parlamento, magari per distribuire nullità di matrimonio facilitate, che il popolo di Dio.
D'altronde, non è un segreto per nessuno che i rappresentanti dell'episcopato dello Stivale negli ultimi tre lustri, da quando è entrato a regime il sistema dell'otto per mille, hanno fatto molti sforzi per far credere a tutti di avere lo stesso programma della Confindustria: stare d'istinto dalla parte di chi comanda. Quando, invece, si osserva l'impatto delle parole pacifiste del Papa sulla massa dei cattolici italiani (parole spesso mediate da quelle organizzazioni cattoliche che del pensiero unico del liberismo di Bush e dei suoi chierichetti hanno un'esperienza diretta e molto diversa da quella gabellata dai filoamericani di professione) la realtà è già ben differente. Lo osservava anche Ilvo Diamanti, la domenica precedente la grande manifestazione pacifista di aprile: «In Italia si affaccia all'orizzonte una nuova domanda di felicità pubblica che finora è stata solo inseguita dai partiti di centro-sinistra, solo per tentare di essere le comparse di una rappresentazione ancora alla ricerca di autori e di attori. E questo movimento ha anche una forte anima cattolica».
Giovanni Paolo II è Papa da venticinque anni. Nell'ultimo decennio, i conflitti che hanno (magari solo indirettamente) coinvolto anche le comunità cattoliche sono stati 111. Sette di questi sono stati combattuti tra nazioni, mentre negli altri casi si è trattato di guerre interne agli Stati e alle comunità. L'Occidente, quindi i paesi dello `spazio spirituale' del papato romano, ha affrontato, con giustificazioni più o meno condivisibili, almeno cinque grandi interventi armati internazionali: in Somalia (1993), in Bosnia (1995), in Kosovo e nei Balcani (1999), in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003). Erano anche occidentali gli Stati che nel 1991 hanno combattuto la prima guerra del Golfo. È ormai noto, grazie anche al noto saggio di Huntington, che sullo scenario disegnato dai conflitti che stiamo ricordando qualcuno ama agitare da anni le tesi volgarizzate da un certo pensiero americano. Però `scontro di civiltà' e `guerra di religioni' sono due tesi fortemente contestate dai vertici vaticani nei convulsi mesi che hanno preceduto la seconda crisi irachena. Il 20 settembre del 2001, proprio a ridosso della immane tragedia dell'11 settembre, Bush dichiara testualmente che «gli islamici vogliono cacciare fuori cristiani ed ebrei da vaste regioni dell'Africa e dell'Asia». E nell'annunciare la `guerra al terrorismo', nella stessa occasione, Bush si produce in una parafrasi del Vangelo dicendo che «Ogni nazione, ogni regione deve decidersi: o siete con noi, o siete con i terroristi». La parafrasi riguarda un passo di Matteo (12,30), dove Cristo ammonisce «Chi non è con me, è contro di me». Lo strano messianismo di Bush è stato reiterato (non per caso) anche nel radiomessaggio indirizzato alla nazione il sabato santo di quest'anno.
Neanche durante il suo viaggio in Croazia nello scorso giugno, davanti alle chiese distrutte e alle immagini religiose profanate, il Papa è caduto nella tentazione di dare una motivazione religiosa ai conflitti che hanno opposto cristiani e musulmani. Chi ha occhi per vedere (e nessuno dubita che, in campo diplomatico, il Vaticano li abbia) inizia a paventare i rischi delle contraddizioni di un mondo islamico che è arabo solo in minima parte. E che al suo interno cova una serie di rivendicazioni contro la supremazia del panarabismo, fino alla seconda guerra contro l'Iraq sostenuto soprattutto da un patto di ferro con gli anglosassoni, che la stragrande maggioranza degli islamici del mondo non vuole più accettare. Nei paesi arabi è dal VII secolo che i cristiani sono impediti di predicare il Vangelo. Ancora oggi, in terra araba, chi annunzia Gesù Cristo mette in serio pericolo la sua vita. In molti altri paesi islamici non arabi, africani e asiatici, dove la storia e l'equilibrio demografico hanno stabilito una equipollenza tra le due comunità, un altro modello di coesistenza e di collaborazione sta man mano nascendo. Ed è quindi dentro il cristianesimo che lo strano messianismo usato da Bush è foriero di preoccupazioni. Perché, in primo luogo, rimanda a un certo protestantesimo fondamentalista americano che dalla lotta all'islam sembra voler trarre forza e identità mentre, in realtà, è speculare solo all'islamismo panarabo. E in secondo luogo perché mette in campo quelle forze pseudoreligiose (stranamente legate alle lobbies anticristiane, alle multinazionali e ai servizi segreti) che, dagli anni Sessanta in poi, hanno aggredito il cattolicesimo latino americano con una dovizia di mezzi, di risorse e di iniziative quasi mai sincere e limpide.
Ragionare, non terrorizzare, dice dunque al mondo Giovanni Paolo II mutuando dalla sua Chiesa due `valori cristiani' del magistero del secolo appena terminato: il superamento delle categorie con le quali si pretende di classificare come `giusta' una guerra («Non lo è mai stato e mai lo sarà», ha detto il 18 gennaio 1991); l'impegno morale contro la guerra non può limitarsi a stabilire le condizioni per limitare gli effetti disumani di eventi bellici ritenuti inevitabili. Il vero dovere morale contro la guerra consiste nel rafforzare la coscienza e la pratica dei diritti umani. Ed è su questi che bisogna fondare la pace. Anche l'ingerenza umanitaria ricordata da George Weigel e dai suoi padroni (in Kosovo sì e in Iraq no?) è pensata da Karol Wojtyla (lo ha detto al corpo diplomatico nel gennaio del 1994) innanzitutto in forma disarmata: «Non in primo luogo un intervento di tipo militare, ma ogni tipo di azione che miri a un disarmo dell'aggressore». Non in primo luogo: solo come extrema ratio e solo se a nulla sono valsi gli sforzi della politica e gli strumenti di difesa non violenta.
E se questa cultura della pace urta contro il suo ostacolo principale, contro una Onu nata per garantire la pace e la stabilità e che è invece bloccata, svilita (se non proprio umiliata) da quell'organo verticistico e discriminatorio chiamato Consiglio di Sicurezza? Mentre il Papa subiva l'ostracismo dei `cattolici' al potere in Italia e in Spagna, sin dagli inizi del secondo conflitto iracheno, la Santa Sede ha chiamato a raccolta tutte le organizzazioni caritative cattoliche e le ha schierate (e non era mai successo prima) sotto le bandiere dell'Onu. E con le agenzie internazionali - per lungo tempo bloccate ad Amman in Giordania in attesa di quel `via libera' che una maestrina chiamata Condoleeza Rice ha a lungo negato agli uomini delle Nazioni Unite - le organizzazioni cattoliche hanno disciplinatamente atteso che l'azione umanitaria fosse permessa proprio come segno della presenza dell'organizzazione internazionale e non di quella confessionale. Per difendere questa inedita alleanza, non è certamente un caso se i vecchi `saggi' della diplomazia pontificia hanno ripreso a parlare (con forza) a favore del primato del diritto internazionale anche quando esso contrasti con gli interessi Usa.
Proprio per questo, nei prossimi anni, il pacifismo cattolico è destinato a diventare una cosa molto più seria di quanto abbia dimostrato di essere in questi mesi. È Giovanni Paolo II stesso che lo vuole (lo ha detto di nuovo ai giovani anche la domenica delle palme) come «una sentinella» sulla frontiera della verità e della giustizia. E se poi lo Spirito Santo dovesse decidere che il prossimo papa deve essere latinoamericano, allora nessun cattolico impegnato in politica avrà più l'alibi di credere che, quando si parla di pace e di giustizia, una cosa sono i principi e un'altra comportamenti.


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