numero  41  luglio-agosto 2003 Sommario

La contesa sulle pensioni in Francia

LA DESTRA PASSA
Alexandre Bilous  

La destra francese ha vinto una battaglia decisiva nel braccio di ferro che l'ha contrapposta al movimento sociale nella primavera 2003. La riforma delle pensioni ha rappresentato il primo episodio di questa lotta. Altri seguiranno, come la riforma sulle assicurazioni contro le malattie in settembre e la ripresa del conflitto con gli insegnanti.
La questione delle pensioni è al centro del dibattito politico da molti anni. Come in tutti i paesi europei, l'equilibrio finanziario del sistema delle pensioni per ripartizione rischia nei prossimi venti anni di essere gravemente compromesso dal sempre più esiguo rapporto contribuenti-pensionati. Inoltre la Francia nel 1981 - con l'elezione di François Mitterrand - ha abbassato la soglia di pensionamento da 65 a 60 anni.
Numerose ricerche, spesso contraddittorie, hanno alimentato negli ultimi dieci anni un dibattito molto acceso. I rapporti e le relazioni si sono succeduti numerosi, ma le azioni dei poteri pubblici sono state sporadiche. E l'unico provvedimento adottato finora non aveva provocato proteste.
1993, primo attacco La prima iniziativa è stata presa quasi di nascosto. In occasione della seconda `coabitazione', nel 1993, il governo Balladur aveva adottato un decreto, in pieno agosto, che interessava solo i lavoratori del settore privato. In realtà le misure adottate hanno rappresentato una vera e propria bomba a orologeria, i cui effetti si cominceranno a far sentire pienamente solo nel 2020. Il primo aspetto riguarda il passaggio progressivo da 37,5 a 40 anni di contributi necessari per avere diritto all'intera pensione. La regola dei 40 anni di contributi si applica a partire dal 2003. Finora questa misura ha interessato solo pochi pensionati, poiché le generazioni che sono andate in pensione avevano lavorato a lungo. Ma è risaputo che le generazioni successive sono entrate più tardi sul mercato del lavoro.
L'altro aspetto della riforma ha riguardato l'ammontare della pensione, modificandone i metodi di calcolo. In precedenza si prendevano come riferimento i dieci anni migliori della carriera. Mese per mese si `attualizzavano' gli stipendi in funzione dell'evoluzione dei salari e se ne faceva una media. Con Balladur `l'attualizzazione' non è più indicizzata ai salari, ma ai prezzi, un elemento meno favorevole al lavoratore in quanto i prezzi evolvono meno rapidamente dei salari. Inoltre il periodo di riferimento passa progressivamente da 10 a 25 anni. Di conseguenza, con l'aumentare del periodo lavorativo conteggiato si fanno entrare nella media per il calcolo della pensione anche gli anni meno buoni della carriera o addirittura gli anni di disoccupazione. In questo modo si riduce l'ammontare della pensione e i più penalizzati sono i lavoratori precari. Questa misura si applica progressivamente: mentre quest'anno il calcolo è fatto su 20 anni lavorativi, la generazione del 1948, che si vedrà liquidare la pensione nel 2008, sarà la prima a dover tenere conto di un arco di tempo di 25 anni.
Le conseguenze di questa riforma sono considerevoli e comporteranno una riduzione di 100 euro al mese per una pensione media. Tuttavia il decreto Balladur non ha provocato alcuna mobilitazione o movimento di protesta. La ragione è semplice e si basa su tre elementi: è stato promulgato durante il periodo estivo; ha riguardato una popolazione (i lavoratori dipendenti del settore privato) poco sindacalizzata (il suo tasso di sindacalizzazione è valutato intorno al 5-6%); ha interessato solo marginalmente le organizzazioni sindacali, rappresentate per lo più da funzionari distaccati dalla pubblica amministrazione o da imprese del settore pubblico.
1995, il `movimento sociale' Nel 1995 Alain Juppé ha deciso di continuare il lavoro iniziato da Balladur. Nel quadro del suo piano sulla previdenza sociale, propone di modificare le pensioni dei dipendenti statali e i `regimi speciali' che regolano le pensioni dei dipendenti delle imprese del settore pubblico (ferrovie, energia elettrica, ecc.). Ciò provoca un movimento di protesta di vasta portata, guidato dai ferrovieri e con l'adesione della grande maggioranza della popolazione: manifestazioni imponenti, scioperi nei trasporti, scioperi dei dipendenti statali. Sappiamo come è andata a finire. Anche se la Cfdt ha approvato il piano, in particolare nella sua parte sulla previdenza sociale, gli altri sindacati lo hanno fermamente rifiutato. Così, di fronte agli scioperi e alla solidarietà dell'opinione pubblica, il governo è costretto ad abbandonare il progetto di riforma. Un anno e mezzo dopo Chirac scioglieva l'Assemblea nazionale e la sinistra vinceva le elezioni.
2003, un movimento abortito Il 6 gennaio 2003, durante il tradizionale saluto ai sindacati e al mondo imprenditoriale, il presidente della Repubblica annuncia la ripresa del piano sulle pensioni. Lo stesso giorno, l'insieme dei sindacati delle organizzazioni interprofessionali e della Funzione pubblica redige un comunicato in sette punti per far conoscere le sue posizioni:
- ottenere una pensione più elevata, attraverso un alto tasso di copertura previdenziale, un potere di acquisto garantito, un miglioramento dei minimi pensionistici; - garantire per i dipendenti il diritto alla pensione completa a 60 anni, un'età che deve rimanere il punto di riferimento collettivo a partire dal quale si devono articolare le scelte individuali; - dare la priorità alle politiche per l'occupazione per eliminare l'emarginazione dovuta all'età; - prendere misure specifiche in favore di alcune categorie, per tenere conto dei lavori più faticosi, riconoscere i periodi di inattività forzata e di formazione, armonizzare i sussidi familiari e le pensioni di reversibilità, sopprimere le ineguaglianze tra i lavoratori che dipendono da diversi regimi pensionistici; - ottenere un diritto alla pensione piena prima dei 60 anni per i lavoratori che hanno già realizzato 40 anni di contributi; - modificare il sistema di compensazione fra regimi (regime generale, regimi speciali, regime agricolo, ecc.); - garantire le risorse finanziarie sufficienti e assicurare entrate regolari al Fondo di riserva (istituito dal governo Jospin per eliminare una parte dei deficit futuri).
Queste rivendicazioni sono state accompagnate da un appello alla mobilitazione, con una manifestazione il primo di febbraio. Una mobilitazione che ha avuto un notevole successo e che ha portato in piazza diverse centinaia di migliaia di persone (tra 250 e 500.000 a seconda delle stime).
Un primo schema del progetto governativo è stato presentato in febbraio al Consiglio economico e sociale (Camera consultiva dei rappresentanti sindacali e imprenditoriali). Poi, il 7 maggio, il progetto di legge è stato presentato ai sindacati.
In questa fase i rapporti fra le organizzazioni sindacali non sono stati chiari, caratterizzati da periodi di unità e di divisione. Così, dopo la manifestazione unitaria del primo febbraio, in occasione di una successiva giornata di lotta, il 3 aprile 2003, solo quattro organizzazioni sindacali, la Cgt, Force ouvrière (Fo), l'Unsa (Unione dei sindacati autonomi) e la Fsu (Federazione sindacale unitaria, principale organizzazione degli insegnanti) organizzano degli scioperi e delle manifestazioni per protestare contro la riforma delle pensioni. La Cfdt, la Cftc e la Cfe-Cgc (sindacato dei dirigenti) rifiutano di parteciparvi, ritenendo che non sia possibile giustificare la mobilitazione prima della presentazione da parte del governo delle sue proposte di riforma.
Dopo la presentazione degli orientamenti del governo, il fronte sindacale si ricompatta. Il 23 aprile 2003, le cinque confederazioni sindacali (Cgt, Cgt-Fo, Cfdt, Cftc, Cfe-Cgc), l'Unsa e la Fsu indicono per il 13 maggio una nuova giornata di mobilitazione sulle pensioni. Il primo maggio si svolge una manifestazione unitaria. Il 24 aprile anche le sette federazioni di dipendenti statali di queste organizzazioni decidono di partecipare alla mobilitazione.
La manifestazione del 13 maggio aveva l'obiettivo di dare forza all'ultimo confronto di concertazione che si sarebbe dovuta svolgere il 14. Ma l'incontro, poi, si risolve in un nulla di fatto.
Secondo Jean-Christophe Le Duigou, segretario nazionale della Cgt, si è trattato di un vero e proprio imbroglio. Le parti infatti (governo, sindacati e imprenditori) si erano impegnate a rispettare determinate regole del gioco: assenza di veri e propri negoziati; una sessione di concertazione di due mesi (una quindicina di sedute hanno avuto luogo di cui 7 o 8 plenarie), alla fine della quale il governo avrebbe presentato un testo di riforma su cui le organizzazioni sindacali avrebbero espresso il giudizio. Invece, nella notte del 14 maggio viene introdotta nella bozza del progetto governativo una frase fondamentale: «Questo testo è sottoposto alla firma delle parti sociali». Rifiuto dei sindacati. La seduta termina nella notte.
Il mattino dopo François Chérèque, segretario generale della Cfdt, chiama Raffarin. Un incontro è previsto nel pomeriggio e una nuova riunione delle parti sociali è convocata la sera stessa. La Cgt, irritata dal `brutto tiro' del giorno prima, non vi si reca. Fo va via quasi subito. Alla fine dell'incontro solo la Cfdt e la Cgc-Cfe danno la loro approvazione al testo.
Per la Cfdt, che ha fatto del negoziato, e soprattutto della firma degli accordi, la chiave di volta della sua azione, era necessario arrivare a un compromesso. E, in effetti, è possibile rilevare alcuni progressi rispetto al progetto iniziale (in particolare in merito alle pensioni dei salari più bassi, al conteggio dei rendimenti speciali dei dipendenti statali per il calcolo delle loro pensioni, ecc.). Ma il suo comportamento è stato accolto molto male dagli altri sindacati, esplicitamente criticato da Force ouvrière e giudicato `sleale' dalla Cgt. Tuttavia la Cgt si è riservata di formulare un giudizio definitivo sullo `strappo' all'unità compiuto dalla Cfdt.
In realtà il progetto governativo non si presenta di certo come una soluzione credibile per risolvere il nodo delle pensioni: da un lato non avvia alcuna politica credibile dell'occupazione, che è invece una condizione necessaria; dall'altro ha integrato, su richiesta della Cfdt, un aumento molto ridotto del finanziamento del sistema previdenziale (con un aumento dello 0,2% dei contributi statali per l'assicurazione di vecchiaia). Inoltre la sua copertura finanziaria è garantita solo per il 35%, mentre il resto dovrebbe essere ottenuto, secondo le aspettative del governo, attraverso la crescita economica (che quest'anno sarà, se si deve dar credito all'Insee, dello 0,8%).
Le grandi linee dell'accordo Il governo assume come riferimento un tasso di copertura previdenziale uguale in media ai 2/3 del reddito lavorativo del 2020.
Nel 2008 tutti i lavoratori dipendenti, compresi quelli statali - ma non i lavoratori delle imprese pubbliche che beneficiano di regimi speciali - per beneficiare di una pensione piena dovranno versare contributi per 40 anni. Vi è quindi un adeguamento della durata dei contributi della Funzione pubblica con quella del settore privato.
Per favorire l'occupazione della fascia di età superiore ai 55 anni, è prevista una serie di misure:
- i pensionamenti anticipati sono limitati ai piani di ristrutturazione aziendale. Inoltre i prepensionamenti di impresa saranno assoggettati a un contributo del 23,85% destinato al Fondo di riserva delle pensioni (misura dissuasiva per cercare di evitare che i dipendenti con meno di 60 anni siano messi in prepensionamento dalla loro impresa);- è istituito un incremento di contribuzione del 3% annuo oltre i 60 anni e oltre la durata del periodo previdenziale per favorire il raggiungimento di una pensione piena.
Per stabilizzare entro il 2012 il rapporto fra durata della vita attiva e durata della pensione, il periodo contributivo sarà portato a 41 anni nel 2020 e a quasi 42 nel 2020 (tenuto conto del ritmo attuale di progressione della speranza di vita). Una commissione indipendente controllerà ogni 5 anni l'applicazione di questa regola.
Per i lavoratori dipendenti con reddito più basso, l'obiettivo è un tasso di copertura previdenziale dell'85% dello Smic (Salaire minimum de croissance) netto dopo una carriera previdenziale completa (regime di base e regimi complementari).
I lavoratori dipendenti che hanno cominciato a lavorare a 14 e 15 anni potranno andare in pensione rispettivamente a 58 e 59 anni.
Tutte le pensioni sono ormai indicizzate sui prezzi, in analogia alla pensione di base del regime generale a partire dal 1993.
Per i dirigenti statali la pensione continuerà a essere calcolata sullo stipendio riscosso negli ultimi sei mesi. Una parte delle indennità accessorie sarà contabilizzata nel calcolo della pensione (al contrario di quello che avveniva oggi). A questo scopo sarà creato un regime di previdenza complementare.
Un lavoratore dipendente che vuole andare in pensione tra i 60 e i 65 anni senza avere raggiunto i contributi necessari se vuole godere di una pensione piena si vedrà applicata una riduzione del 5% per ogni anno in meno di contributi.
Il riscatto dei trimestri sarà ampliato, in particolare per gli anni di studio fino a 40 anni e nel limite massimo di 12 trimestri.
Nel regime generale i lavoratori dipendenti part-time potranno versare i contributi sulla base di un tempo pieno. Per il calcolo della pensione della Funzione pubblica gli anni part-time conteranno come anni a tempo pieno.
I protagonisti del conflitto Complessivamente, i veri protagonisti del conflitto sono stati soprattutto i sindacati e in particolare quelli del settore pubblico. È vero che i ferrovieri e i lavoratori del Ratp (trasporti pubblici parigini) non sono direttamente interessati alla riforma. Ma sanno bene che è solo questione di tempo e che i prossimi sulla lista sono loro. L'estrema sinistra non è intervenuta direttamente, ma attraverso la sua presenza in alcuni sindacati (la Cgt, Force ouvrière, e soprattutto con Sud, un'organizzazione autonoma proveniente dalle fila della Cfdt).
I socialisti invece hanno avuto una posizione quanto meno ambigua. All'indomani della riunione al ministero degli Affari sociali il Partito socialista ha tenuto il suo congresso a Digione, dove Bernard Thibault (segretario generale della Cgt) è stato a lungo e calorosamente applaudito. Inoltre François Hollande (segretario generale del partito) ha promesso di abrogare questa legge non appena la sinistra tornerà al potere. Per Le Duigou, «il Ps ha voluto superare i sindacati a sinistra». In effetti, la Cgt non ha chiesto di sopprimere il testo di riforma ma di migliorarlo, di ridiscuterlo.
Tuttavia il Ps non è certo in condizioni di criticare il progetto governativo, in quanto quest'ultimo ha ripreso i progetti del governo Jospin (mai resi noti o presentati ai sindacati, pochi mesi prima dalle elezioni presidenziali).
Per il governo, un conflitto prima di tutto politico Questa riforma, che è ben lontana dall'aver risolto tutti i problemi, dimostra bene il modo in cui il governo ha analizzato il 21 aprile 2002 (Chirac e Le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali). Per la destra è indispensabile «rilegittimare la politica». Un articolo del giornale di destra «Le Figaro» cita questa frase di Raffarin: «Il paese ha bisogno di una crisi sociale in cui vinca il potere». Questo discorso è stato ripreso da tutto il governo: `bisogna che la riforma passi'. `Spetta al Parlamento il compito di legiferare' e così via.
Per non subire la stessa sorte di Juppé, Raffarin ha deciso di accantonare per ora il problema dei regimi speciali (è difficile quindi accettare il discorso del governo sull'equità fra tutti i lavoratori dipendenti nell'accesso alla pensione). Inoltre ha cercato di dividere e di indebolire il fronte sindacale (che è già debole per conto suo: con un tasso di sindacalizzazione del 9% e una forte frammentazione, i sindacati offrono una capacità di resistenza molto bassa).
Ma anche il governo ha compiuto i suoi errori e il più importante è stato indubbiamente quello di proporre due riforme in contrasto fra di loro: quella delle pensioni e quella sull'insegnamento. Di conseguenza ha fatto retromarcia su gran parte della seconda per far passare meglio la prima.
Ma questa politica sarà credibile sul lungo periodo? Accanirsi contro sindacati già deboli, distruggere la loro credibilità già vacillante, contribuirà solo a una maggiore disgregazione sociale, aprendo le porte ad azioni disperate o a `rivolte responsabili' prive di mediazioni autorevoli.
(Traduzione di Andrea De Ritis)

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