Road Map
LA PACE DEI VINCITORI
Jamil Hilal
Il documento noto come roadmap è stato redatto dagli Usa in consultazione con Ue, Russia, e Nazioni Unite (il cosiddetto Quartetto internazionale), in parte per placare la rabbia sentita dalla popolazione, in Medio Oriente come altrove, verso il criterio di `due pesi e due misure' che ha prevalso nelle politiche statunitensi nei confronti del Medio Oriente in generale e del conflitto palestinese-israeliano in particolare. La guerra contro l'Iraq e l'occupazione del paese da parte delle forze americano-britanniche hanno reso necessario un documento, che mostrasse di voler risolvere il conflitto palestinese-israeliano.
Mentre il possesso di armi di distruzione di massa da parte dell'Iraq è ancora oggetto di discussioni roventi, nessuno dubita che tali armi (compreso un vasto numero di armi nucleari) siano possedute da Israele. Tuttavia né l'Onu, né la Ue, né la Russia e tanto meno gli Usa hanno lanciato alcun appello per inviare ispettori in quel paese. Israele ha violato più risoluzioni Onu di qualsiasi altra nazione del mondo, ma non è stata presa alcuna seria iniziativa per attuare sanzioni contro Gerusalemme.
Israele seguita ad occupare la terra palestinese con la forza, ha costruito insediamenti illegali e continua a espanderli, a privare un popolo del suo diritto all'autodeterminazione, a praticare l'apartheid e le punizioni collettive, facendo spesso ricorso - in totale immunità - alla detenzione senza processo, all'assassinio politico, alla demolizione delle case. È tenendo presente questo contesto che occorre valutare la roadmap.
Punire la vittima
Nel corso degli ultimi trentadue mesi, cioè dall'inizio dell'Intifada contro l'occupazione israeliana, l'economia palestinese è stata sistematicamente distrutta, al punto che oggi oltre il 60 per cento dei palestinesi è al di sotto della soglia di povertà (secondo i dati della Banca Mondiale); la metà della forza lavoro è disoccupata; sono state imposte restrizioni severe ai movimenti di popolazione e di beni (con coprifuoco e posti di blocco armati), sia fra le aree palestinesi che fra queste e il resto del mondo esterno, poiché Israele controlla tutti i punti di entrata e uscita di Cisgiordania e Gaza (Wbg, West Bank e Gaza). Si sta costruendo un muro di separazione intorno alla Cisgiordania (Gaza è già stata recintata), ingoiando così altra terra e creando nuove colonie (tutte illegali, secondo il diritto internazionale); in Wbg queste sono oggi 170 (vengono chiamate normalmente insediamenti) e contano una popolazione di coloni ebrei che supera le 400 mila persone. Sono diverse dai cosiddetti `avamposti', che consistono di pochi mezzi mobili disposti sulla cima delle colline da estremisti ebrei. È a tali avamposti che Sharon ha fatto riferimento nella sua dichiarazione al summit di Aqaba (il 4 giugno) definendoli «avamposti non autorizzati» da smantellare, e non ai 170 costruiti in Wbg nel corso degli anni, che sono tutti, secondo il diritto internazionale, illegali.
È necessario ricordare questi fatti per riuscire ad interpretare il `linguaggio ambiguo' e i presupposti di parte su cui è basata la roadmap, e per comprendere che il governo di Sharon punterà con ogni probabilità a svuotare in via preventiva la roadmap di quel poco di significato che possiede per i palestinesi.
Fra il settembre del 2000 e la fine di maggio del 2003 circa 2.275 palestinesi sono stati uccisi e parecchie migliaia rinchiusi nelle carceri israeliane (per ragioni di `sicurezza'), molti dei quali in campi di detenzione senza processo. L'azione e la politica di Israele hanno lasciato ai palestinesi una Autorità nazionale palestinese (Anp) assediata e infiacchita. In confronto, nello stesso periodo sono stati uccisi circa 762 israeliani (cioè un terzo del numero di vittime palestinesi) e Israele ha subito effetti negativi quali l'aumento della disoccupazione, il calo di fiducia degli investitori esteri, la grave crisi del turismo.
Ma laddove la roadmap nomina violenza e terrorismo, sono i palestinesi a essere chiamati in causa, non l'esercito e il governo israeliani. Sono le organizzazioni politiche palestinesi a dover essere immediatamente disarmate (e prima che i palestinesi ottengano un proprio Stato sovrano e indipendente), anche a rischio di una guerra civile palestinese, ma non si fa alcun accenno ai coloni armati o alle `uccisioni mirate' (per usare la terminologia israeliana). Parole come `terrorista' ed `estremista' vengono utilizzate, specie dopo l'11 settembre 2001, per etichettare i gruppi palestinesi che rifiutano e combattono le rivendicazioni israeliane sulla Palestina e il diritto - che Israele si è attribuito - di colonizzare, espropriare e assoggettare i palestinesi. Queste etichette, nel linguaggio usato dagli Usa e dai rappresentanti europei nella roadmap, non compaiono mai in riferimento alle politiche e alle azioni del governo israeliano, neppure quando è dominato dall'estrema destra (sia laica che religiosa) come l'attuale esecutivo Sharon. Pochissimi analisti, negli Stati Uniti e in Europa, assegnano il giusto significato alla forte alleanza esistente tra i falchi della destra israeliana (nel Likud) e i neoconservatori attivi nel partito repubblicano americano, che esercitano grande influenza sulla politica estera Usa. È difficile per i palestinesi, nel governo o fuori, ignorare il significato dei legami tra il governo Sharon e l'amministrazione Bush quando si considerino le implicazioni della roadmap.
Il `linguaggio ambiguo' è evidente anche nelle richieste di riforma delle istituzioni palestinesi contenute nella roadmap. Altre richieste in questo senso sono già state espresse dalla società politica e civile palestinese quando Usa e Ue non mostravano alcun interesse per tali riforme, anzi sostenevano l'Autorità palestinese al solo scopo di mantenere vivo il processo di Oslo, anche se era evidente a tutti che era giunto ormai ad un punto morto. Così l'autocrazia che ha caratterizzato lo stile di governo di Arafat, eletto democraticamente leader dell'Anp, è diventata visibile solo nel momento in cui egli ha rifiutato di accettare i dettami di Israele e Stati Uniti, durante i negoziati sullo status finale del luglio 2000.
Israele voleva imporre il proprio controllo su Gerusalemme Est, mantenere tutte le principali colonie in Wbg e non tenere in alcun conto i torti inflitti ai palestinesi nel 1948 e nel 1967: e il loro diritto al ritorno in patria. Ben presto è apparso chiaro che le `riforme' volute da Israele e Usa, e l'assedio e l'isolamento politico imposti ad Arafat nel suo quartier generale di Ramallah, altro non erano che una richiesta di cambiamento nella politica e nella strategia della leadership palestinese, in linea con le prescrizioni di Israele e Usa. Questo è ciò che sia Sharon che Bush si aspettano dal nuovo primo ministro palestinese (Mahmud Abbas, conosciuto anche come Abu Mazen). La carica di primo ministro è specificatamente menzionata nella roadmap come una delle misure di `riforma', che i palestinesi devono adottare, ed è chiaro che ha l'obiettivo di indebolire e mettere da parte Arafat. Ma una simile richiesta ignora che la legittimità del nuovo primo ministro (Abu Mazen) è fondata sull'autorità che gli è conferita da Arafat. Abu Mazen da solo non può andare contro le direttive di Arafat, che ancora gode di ampio consenso all'interno di Fatah (il gruppo politico più consistente) e a livello nazionale, in quanto leader storico del Movimento nazionale di liberazione della Palestina (Olp).
La precarietà del governo di Abu Mazen
La sopravvivenza del governo di Abu Mazen dipende in larghissima misura dalla sua capacità di essere all'altezza della situazione, sul piano politico (ritiro dell'esercito israeliano, abolizione degli assedi e dei posti di blocco, libertà di movimento, smantellamento o evacuazione degli insediamenti, passi concreti e tangibili verso l'indipendenza, ecc.) ed economico (ricostruzione dell'economia, riduzione della disoccupazione e dei tassi di povertà, attrazione di aiuti e investimenti, miglioramento del sistema educativo e del servizio sanitario, ecc.). Se le cose non cominciano a migliorare presto ad entrambi i livelli, il nuovo governo palestinese - a prescindere dall'entità del sostegno ricevuto da Usa, Ue e dal numero di incontri fra Abbas e Sharon - perderà presto credibilità e avrà vita breve. L'opposizione al governo crescerà all'interno di Fatah, dove è già presente. Hamas (il secondo gruppo, per consistenza, dopo Fatah), la Jihad islamica e altri gruppi guadagneranno consenso popolare per continuare la resistenza armata prima che Israele inizi a ritirarsi, e prima che ponga fine all'espansione degli insediamenti e alla repressione quotidiana. Arafat ne uscirà rafforzato. Le operazioni armate contro obiettivi militari israeliani proseguiranno, specie se Israele continua con le uccisioni mirate, rifiuta di rilasciare i prigionieri politici e insiste nella sua politica di chiusura e assedio. Arafat ha espresso insoddisfazione per ciò che Sharon ha offerto durante il summit di Aqaba, e questo non è un buon segnale per la sopravvivenza del governo di Abu Mazen.
Il lungo, estenuante conflitto seguito al fallimento dei negoziati di Camp David sullo status finale nel luglio del 2000, ha indotto un numero sempre maggiore di palestinesi a realizzare che alcuni dei metodi usati nell'Intifada - e in particolare gli attentati suicidi contro obiettivi civili all'interno di Israele - sono stati utilizzati dalla destra israeliana per mobilitare la società civile contro i diritti dei palestinesi, come ha dimostrato lo spostamento a destra del paese e la squillante vittoria registrata da Sharon alle recenti elezioni politiche. Gli attentati suicidi sono serviti a giustificare l'imposizione di costi altissimi alla società palestinese, al suo sistema di governo e alla sua economia. Ciononostante è aumentata in Israele la consapevolezza, in un numero crescente di settori della società politica, che non è possibile reprimere la resistenza all'occupazione israeliana con la forza militare, senza alcuna considerazione per l'enorme squilibrio delle forze in campo, a vantaggio di Israele.
In un recente sondaggio d'opinione palestinese, condotto dall'Università di Bir Zeit nel maggio di quest'anno, la maggioranza degli intervistati si è dichiarata favorevole alla cessazione degli attentati suicidi contro obiettivi civili se Israele pone fine alle uccisioni, alle demolizioni delle case, alla detenzione dei palestinesi e all'assedio delle zone palestinesi; circa due terzi appoggiano una ripresa dei negoziati. Tuttavia oltre il 70 per cento ha dubbi sulla attuazione della roadmap da parte di Israele, e circa il 57 per cento è convinta che gli Usa non intendano seriamente far rispettare tutti i passaggi contenuti nel documento sottoscritto dal Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia).
Nello stesso periodo, un sondaggio israeliano (commissionato dal quotidiano «Ma'ariv») ha rivelato che una maggioranza di israeliani sostiene la roadmap e solo un terzo è contrario. Tuttavia la maggior parte degli israeliani, secondo il medesimo sondaggio, ritiene che l'accettazione condizionata (con 14 riserve) della roadmap - seguìta all'accettazione incondizionata da parte della leadership palestinese - miri in realtà a tranquillizzare il presidente Bush e non sia espressione di un impegno, da parte di Sharon, a porre fine all'occupazione. Solo il 22 per cento degli israeliani afferma di credere che Abu Mazen rispetterà gli impegni assunti. Ma questa percentuale sarà anche inferiore fra i palestinesi, se Abu Mazen non manterrà presto gli impegni presi.
Hamas ha già detto che interromperà il dialogo con Abu Mazen accusandolo di aver promesso di cedere troppo in cambio di nulla ai summit di Sharm al-Sheik e di Aqaba. Sono già iniziate le manifestazioni a sostegno delle posizioni di Hamas nelle strade di Gaza, e altre dimostrazioni hanno richiesto - quali condizioni per un cessate il fuoco - la fine dell'assedio ad Arafat, il rilascio dei prigionieri politici e la fine delle uccisioni di militanti palestinesi. L'assassinio da parte dell'esercito israeliano di due dirigenti di Hamas, due giorni dopo il summit di Aqaba (per lanciare una provocazione, come è poi effettivamente accaduto, alla leadership di Hamas), preannuncia tempi molto difficili.
Le molte insidie che attendono la Road Map
La roadmap prevede la fondazione di uno Stato palestinese, al fianco di Israele, entro l'anno 2005. In ciò, la roadmap va oltre gli accordi di Oslo e riflette un consenso internazionale sulla necessità di costituire una Stato palestinese indipendente. Ma la roadmap non pone, come precondizione per una soluzione pacifica del conflitto palestinese-israeliano, la fine dell'occupazione della Wbg (compresa Gerusalemme Est). Gli obiettivi contenuti nella roadmap non si collocano in un quadro giuridico internazionale come si vuole far credere, e neppure in quello di Oslo, che menzionava le risoluzioni 242 e 338. Ma quel che preoccupa maggiormente è che demanda a trattative successive le questioni che riguardano Gerusalemme, gli insediamenti coloniali di Israele, i rifugiati palestinesi, il controllo sulle risorse e i confini dello Stato palestinese. E poiché è stato detto ripetutamente ai palestinesi che le date non sono sacre, i negoziati potrebbero trascinarsi per anni.
Israele ha sempre seguito una politica di pragmatismo. La maggior parte dei palestinesi hanno scarsa fiducia nel fatto che cambi questa pratica, e sono certi che la utilizzerà in misura estrema per sabotare la creazione di uno Stato palestinese sovrano e in grado di svilupparsi, e continuerà a rifiutarsi di riconoscere le ingiustizie storiche inflitte ai palestinesi. L'attuale governo israeliano di Ariel Sharon prefigura uno Stato palestinese sul 40-50 per cento della Wbg, pari a circa il 10 per cento della Palestina del Mandato. Su tale porzione di territorio Israele potrebbe accettare uno `Stato' palestinese, a patto che si garantisca che esso rimanga un protettorato israeliano (ovvero smilitarizzato, con il pieno controllo israeliano dello spazio aereo, il controllo strategico dei confini, il controllo delle risorse naturali - l'acqua - e restrizioni per quanto riguarda la firma di trattati internazionali). Ciò è condizionato dalla individuazione di una leadership palestinese che riconosca Israele come Stato ebraico (a cui il presidente Bush è stato persuaso a far cenno nel suo discorso di Aqaba), rinunciando al diritto al ritorno per i profughi palestinesi, e mettendo a repentaglio lo status e i diritti di oltre un milione di palestinesi che vivono in Israele. Il processo accelerato di giudaizzazione di Gerusalemme Est e di Hebron, e l'espansione continua di colonie nella Wbg indicano chiaramente come il governo Sharon non abbia la minima intenzione di smantellare alcun insediamento di dimensioni apprezzabili, al di là dei pochi avamposti su mezzi mobili.
Il dilemma che si pone alla leadership palestinese è che le viene richiesto di esautorare se stessa e tutti i gruppi politici palestinesi e comportarsi come poliziotto di Israele, quale precondizione per ottenere una vaga parvenza di entità statuale (che sarebbe sovrana e capace di svilupparsi solo di nome). La dichiarazione di Sharon - secondo cui non è interesse di Israele governare oltre 3,5 milioni di palestinesi - significa che lo Stato palestinese che egli immagina non sarà altro che un protettorato israeliano (e una fonte di forza lavoro a basso costo, e un mercato esclusivo 1). Ma anche uno Stato palestinese che sia un protettorato israeliano può diventare realizzabile - secondo l'agenda israelo-americana - solo dopo che i palestinesi avranno rinunciato ai propri diritti collettivi, riconosciuti a livello internazionale. La costruzione delle infrastrutture per questo protettorato è già iniziata con il muro di separazione, le recinzioni di sicurezza intorno agli insediamenti, le strade di sicurezza e le circonvallazioni che continuano a isolare i villaggi palestinesi uno dall'altro e i villaggi stessi dai propri campi, e l'ininterrotta espansione degli insediamenti, che erano già enormemente aumentati nell'epoca di Oslo (insediamenti e strade che costituiscono circa la metà della superficie complessiva della Cisgiordania).
La realtà dei fatti dimostra che lo `Stato' palestinese prefigurato da Sharon sarà un insieme di cinque enclave, isolate l'una dall'altra (Gerusalemme, altre tre enclave in Cisgiordania e una quinta nella Striscia di Gaza). Di per sé, non c'è stato alcun impegno da parte israeliana a smantellare gli insediamenti all'interno di ciascuna enclave. Il `muro di separazione' che è in via di costruzione non è stato concepito per essere `temporaneo', considerando le sue massicce fortificazioni e il territorio palestinese che sta divorando. Una parte della terra che il `muro' sta distruggendo e annettendo è considerata la più produttiva e fertile terra coltivabile palestinese. Una giornalista israeliana, Amira Hass, in un recente articolo sul quotidiano «Ha'retz», così descrive la situazione: «le costruzioni intensive a Gerusalemme e nei dintorni, da Betlemme a Ramallah, e dal Mar Morto a Modi'in, hanno già escluso qualsiasi possibilità di sviluppo palestinese urbano, industriale o culturale che sia degno di questo nome nell'area di Gerusalemme Est. L'enclave meridionale della Cisgiordania, da Hebron a Betlemme, sarà tagliata fuori dall'enclave centrale dell'area di Ramallah da un oceano di ben studiati insediamenti israeliani, tunnel e autostrade. L'enclave del Nord, da Jenin a Nablus, sarà isolata dal centro dall'imponente blocco di insediamenti di Ariel-Eli-Shiloh». Ed aggiunge che tra la Valle del Giordano «e lo `Stato' palestinese diviso vi saranno insediamenti con minuscole comunità umane ed enormi riserve di terra, come Itamar, Nokdim e Tekoah, e anche vasti insediamenti come Ma'aleh Adumim».
Comunque mi è difficile condividere le sue conclusioni, secondo cui la lotta fortemente impari dei palestinesi contro Israele potrebbe convincere i primi ad accettare uno «Stato bantustan al quale far assorbire centinaia di migliaia di profughi». I palestinesi - indipendentemente dalle decisioni di alcuni suoi leader -, memori della lunga storia di lotta nazionale e di spoliazioni, non accetteranno una simile soluzione; né i profughi palestinesi accetteranno di scambiare il proprio diritto al ritorno con la possibilità di vivere in un bantustan. Già la demografia della Palestina del Mandato (egual numero di ebrei e arabi) rende possibile trasformare la lotta in una lotta per la creazione di uno Stato binazionale democratico sull'intera Palestina storica; una prospettiva che l'establishment sionista israeliano teme più della soluzione dei due Stati.
La roadmap prevede delle fasi, ma non è il Quartetto che deciderà se i passi stabiliti in ciascuna fase saranno stati attuati dalle due parti, prima che inizi la fase successiva. Gli Usa hanno imposto un monopolio sulle operazioni di monitoraggio della roadmap (in effetti nessuno degli altri membri del Quartetto era presente ai summit di Sharm al-Sheikh e Aqaba). Il controllo delle operazioni di monitoraggio da parte degli Stati Uniti conferisce loro un potere di veto sul processo (quando e se avrà inizio), che di fatto abilita Israele a prendere l'iniziativa e ad agire come meglio crede.
Una lunga storia di ritardi e differimenti ha intralciato l'attuazione delle risoluzioni e degli accordi internazionali tra israeliani e palestinesi. La roadmap non presenta le caratteristiche necessarie a differenziarla dai precedenti accordi. Con l'avvicinarsi, il prossimo anno, delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, lo sguardo di Bush, ancor più che in passato, si concentrerà sulla conquista dei voti e delle donazioni ebraiche. Ciò significa sottoporre a maggior pressione la leadership palestinese affinché adotti misure che sono inaccettabili per i palestinesi, in particolare la rinuncia al diritto a resistere all'occupazione dei coloni israeliani militarizzati, prima che si giunga a un accordo che ponga fine a questa occupazione.
Occorre ricordare anche che il coinvolgimento diretto del presidente Bush nel conflitto israelo-palestinese avviene subito dopo l'occupazione americano-britannica dell'Iraq, ovvero in un momento in cui gli Usa avvertono che il Medio Oriente è più saldamente sotto il loro controllo, e gli Stati arabi sono più disposti ad assecondare le loro richieste; è probabile, pertanto, che eserciteranno pressioni sugli Stati arabi affinché si impegnino per un riassetto del Medio Oriente funzionale alla loro strategia globale. Di fronte a una ostilità al massimo grado, fra gli arabi e i popoli musulmani contro gli Stati Uniti, per l'appoggio incondizionato fornito da questi ultimi a Israele e per la loro aggressiva politica imperialista, possiamo prevedere un futuro di grande instabilità dopo il fallimento della roadmap.
Jamil Hilal è un sociologo palestinese che vive a Ramallah, autore di numerose pubblicazioni
sulla società e sulla politica palestinesi.
(Traduzione di Tiziana Antonelli)
note:
1 Captive market: mercato `prigioniero', vincolato. Espressione con la quale si indica l'insieme dei consumatori `prigionieri' di una impresa con potere monopolistico, quando essi non sono in grado di trovare surrogati idonei del bene soggetto a monopolio e non possono astenersi dal consumarlo, come avviene ad esempio nel campo delle imprese erogatrici di servizi pubblici. [vedi F. Picchi, Dizionario enciclopedico economico e commerciale, Zanichelli]