numero  41  luglio-agosto 2003 Sommario

I sentieri del pacifismo

IL MOVIMENTO TENACE
Luciana Castellina  

«Ma dove sono finiti i pacifisti?» L'interrogativo, pur insistentemente ripetuto da nemici ma anche da amici, i movimenti che hanno portato in piazza più di cento milioni di persone in tutto il mondo, il 15 febbraio, lo considerano indecente. Hanno qualche ragione a provare fastidio, perché è un ritornello che segue ogni manifestazione di massa, ogni volta che la fase più calda di un conflitto cede il passo a un `dopo' anche più complicato. È accaduto anche `dopo' la Bosnia e il Kosovo, quando pure a centinaia i pacifisti sono restati sul terreno a fare cose assai importanti e di cui tuttavia nessuno ha parlato. Controcorrente.
Alla domanda rispondono unanimi: «dove sono finiti i vostri riflettori, piuttosto. Se non vedete qualcosa in Tv per voi non esiste». Quello che invece esiste è un gran lavoro capillare, tantissime iniziative che richiedono un grande impegno, sia pure diffuso e discreto. E anche molti momenti di riflessione collettiva, perché la situazione è complessa e impone risposte nuove (i seminari della Tavola della pace, dell'Arci, di Lilliput, di Pax Christi, di Mani Tese, ecc.). Non separati, ma sempre con la partecipazione anche degli altri. Perché anche questo è un fatto nuovo e specificamente italiano: l'unità fra le varie componenti del movimento si è nel corso di quest'anno rafforzata, e non a scapito della radicalità. Tanto è vero che agli appuntamenti internazionali si accetta ormai come prassi normale che vada e parli uno per tutti. Qualcosa su cui in pochi solo qualche tempo fa avrebbero scommesso.
Del resto non si può scendere in piazza ogni settimana. Tanto più se ci si vuole radicare, che è poi quanto chiedono sia fatto gli stessi che poi però non vedono e che se si facessero solo marce visibili direbbero che non si vive di soli cortei. Per dire di una sola cosa che si sta facendo in Italia, per esempio: rendere tutti coloro che hanno appeso la bandiera della pace `coscienti del loro gesto', trasformarli in soggetti politici consapevoli e attivi. E non è poco se si considera il numero delle bandiere. A Verona, dentro l'Arena, il 1° di giugno si è persino tenuto un primo grande convegno delle bandiere («modalità lillipuziana di agire», rivendica l'organizzazione di padre Zanotelli) con lo slogan «per la pace mi espongo anch'io».
Altrettanto e forse anche maggiore fastidio suscita l'altro commento: «siete bravi e generosi ma non siete serviti a niente: la guerra l'America l'ha fatta lo stesso e l'ha pure rapidamente vinta». Senza i movimenti - rispondono - Germania e Francia avrebbero ceduto, e così la guerra sarebbe stata legittimata dall'Onu, travolgendo definitivamente anche la credibilità di questa istituzione. Inoltre con la protesta si è alzato il livello di guardia, si sono resi più azzardati ulteriori futuri interventi militari. Ma, soprattutto, dicono, se nonostante la maggioranza della gente si sia pronunciata contro la guerra in tanti paesi; se negli stessi Stati Uniti la mobilitazione, superando il trauma dell'11 settembre, ha per la prima volta coinvolto tutte le Chiese (la Conferenza dei vescovi cattolici e il Consiglio nazionale delle Chiese), suscitando i pronunciamenti di ben 162 città e impegnando i sindacati (per il Viet Nam non era accaduto); se, nonostante tutto questo, Washington e Londra, con l'appoggio di Roma e Madrid e Varsavia, hanno fatto ugualmente la guerra; se - secondo un'indagine di «Famiglia Cristiana» - alla domanda chi più ha fatto per la pace il papa risulta naturalmente in testa ma il movimento pacifista al 65 % (l'opposizione solo al 35 %), ebbene, questo non è il segno della nostra debolezza ma il segno che qualcosa di marcio c'è ormai nella nostra democrazia. E non a caso proprio il tema della crisi della democrazia - della necessità di ripensare il modello di rappresentanza e comunque impedire che siano cancellati fondamentali diritti acquisiti - è balzato in cima all'Odg di seminari e assemblee. Con drammaticità.
Intanto una cosa molto importante è accaduta in questi mesi: i movimenti per la pace si sono mondializzati. L'ha provato la straordinaria mobilitazione del 15 febbraio, ma anche tutti gli appuntamenti che sono seguiti a breve distanza. Negli anni '80 al movimento europeo per il disarmo gli ci vollero anni ed enormi sforzi per strappare un coordinamento, che comunque non abbracciava che il vecchio continente, mentre ora la prima scadenza c'è stata già - il 18-21 maggio -, in una capitale non usuale, Giacarta, che prova di per sé l'estensione internazionale dei movimenti, l'ingresso di popoli fino a oggi estranei a questo tipo di mobilitazione. Nella città indonesiana sono convenuti i rappresentanti delle più importanti coalizioni pacifiste di 24 paesi (Australia, Austria, Brasile, Canada, East Timor, Francia, Hong Kong, India, Indonesia, Israele, Italia, Giappone, Corea, Libano, Malesia, Olanda, Nicaragua, Filippine, Sud Africa, Tunisia, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e anche Iraq e Afghanistan), che hanno messo a punto, dopo tre giorni di intenso dibattito, una dichiarazione comune - il Jakarta Peace Consensus (già tradotto in tutte le lingue) - e un piano d'azione, già riesaminato e arricchito nell'incontro promosso il 31 maggio a Evian, in occasione del vertice dei G8. Un'analoga conferenza, centrata soprattutto sull'accelerato processo di militarizzazione dell'America Latina - che è un altro aspetto della guerra in atto - si era peraltro tenuta l'8 maggio nel Chiapas.
Fra gli impegni, tutti essendo un po' stufi dei continui controvertici, puntualmente molestati dal corpo estraneo dei black blok (fenomeno da stadio e non politico, sono concordi nel dire tutti), molti riguardano l'Iraq, che, è stato detto, non deve essere abbandonato. E perciò: delegazioni di massa e costanti nel paese, per coinvolgere anche le embrionali organizzazioni irachene; osservatori in loco e denuncia puntuale dell'occupazione illegale; opposizione al riconoscimento di qualsiasi governo non scelto liberamente dagli stessi iracheni; denuncia delle Ong che servono di copertura all'occupazione; mobilitazione contro il crescente maccartismo in America e impegno nella campagna Il mondo dice no a Bush, che dovrà culminare in una manifestazione durante la Convenzione repubblicana a New York, nel settembre 2004, e nel boicottaggio mondiale dei prodotti Usa il 4 luglio 2004, anniversario dell'indipendenza; campagna contro tutte le basi militari americane dislocate nel mondo, e molto altro, a scadenze ravvicinate ma anche assai in là nel tempo. Perché la guerra è infinita e dunque richiede tempi di mobilitazione infiniti. In Italia naturalmente la marcia Perugia-Assisi, il 12 ottobre, questa volta preceduta da una `Audizione mondiale' promossa dalla Tavola della pace.
L'appuntamento più importante riguarda comunque nei prossimi mesi il vertice dell'Omc, a Cancun, in settembre. Perché - e questa è la caratteristica nuova del movimento pacifista, impensabile negli anni '80 - i movimenti per la pace coincidono con quelli antiglobalizzazione, antiliberisti. «Il movimento antiglobalizzazione è l'avanguardia del movimento della pace», si legge nel documento di Giacarta. Perché dall'Agesci (i boy scouts cattolici) ai Disubbidienti, da Pax Christi alla Asian Peace Alliance sono convinti che a provocare la guerra è il sistema e che dunque per evitarla bisogna cambiarlo. Sembra il ritorno ad antiche posizioni della sinistra che storicamente, non a caso, era sempre rimasta distinta dal pacifismo. Oggi la divisione fra più moderati e più radicali non passa più per crinali ideologici, tanto è vero che il grosso dei credenti mette in discussione il sistema in cui viviamo, anche se non lo chiama `capitalismo' e rintraccia i connotati del sistema alternativo nella Pacem in terris, laddove l'Enciclica di papa Giovanni XXIII parla di pace, giustizia, solidarietà, verità.
Le distinzioni sono casomai soprattutto nei modi della contestazione e nel modo di essere, di stare nel movimento. Fra i credenti più forte è il sospetto verso la politica, quasi il terrore di `diventare soggetti politici', anche se nei fatti lo sono a pieno titolo. Lilliput dice di sé: «essere, fare, sentirsi rete» e i suoi aderenti si definiscono «cospiratori di un nuovo mondo in costruzione», quasi a sottolineare che non vogliono entrare sulla scena della politica. Ma la fantasia nel coniare formule è infinita: «facilitatori della partecipazione», si autodefiniscono quelli della Tavola della pace, mentre «gruppo di continuità» si chiama, per esempio, quello che a Lilliput tiene i rapporti con le altre organizzazioni del Forum sociale (che comunque hanno accesso attraverso una «porta di servizio privilegiata») e i suoi aderenti invocano le parole di Ernst Bloch per spiegare il proprio punto di arrivo: «Il non-ancora cosciente come nuova classe della coscienza del nuovo».
Ovunque si moltiplicano le `reti' e le `tavole', le `convergenze reticolari', l'aggettivo `verticale' è aborrito, guai a non essere `orizzontali'. Talvolta, a seguire i dibattiti, si ha quasi l'impressione che interessi ai partecipanti più che la pace il decidere come ognuno si rapporta all'altro. Può sembrare un limite e certamente lo è. Ma occorre anche capire che i guasti della `politica' sono stati in questi anni così gravi che la diffidenza non sparirà a breve; e peraltro è realmente difficile capire come si evitano le divisioni, senza cadere in compromessi minimalisti, come si conserva la propria identità senza omologarsi e tuttavia non si rinuncia al dialogo plurale.
I pacifisti non sono scoraggiati. Le analisi che, con il contributo degli `intellettuali del movimento' (quelli che si sono impegnati a discutere con loro nelle loro tantissime scadenze e le think tanks incorporate, autori di testi che circolano vorticosamente in tutte le lingue via Internet animando una discussione planetaria), spingono quasi tutte le organizzazioni a ritenere la guerra il segno della debolezza e non della forza dell'impero, l'unilateralismo americano espressione di prepotenza ma anche riflesso della crisi che ormai investe il processo di globalizzazione, minato da sempre più emergenti protezionismi, che mettono ormai in discussione anche l'efficacia dell'Organizzazione del commercio - sino a ieri potentissima, e oggi alle prese col suo prossimo vertice a Cancun, da cui non sa bene come uscire. Non c'è una Pax Americana anche solo minimamente analoga alla Pax Romana - dice Walden Bello, direttore del Focus on Global South di Bangkok -, perché gli Stati Uniti non hanno acquisito né legittimità né consenso. Durante la guerra fredda avevano la forza dei paladini di un'idea forte di democrazia, mentre oggi quel loro modello è dominato da corrotte corporations, è incapace di consolidare un ordine decente sia in Afghanistan che in Iraq. Tutto è cominciato con la crisi finanziaria dell'Asia, nel '96, che ha rivelato la nudità del re ed è stata la «Stalingrado del Fmi».
Una diagnosi simile arriva dall'Europa. Nel contributo scritto da Pierre Khalfa per il seminario Nuove responsabilità per i militanti di un'altra globalizzazione, tenuto il 5 di maggio, si va oltre, ponendo interrogativi complessi: se è vero che i conflitti interimperialisti, già emersi in occasione della guerra all'Iraq, sono destinati a moltiplicarsi, quali saranno i rapporti fra il movimento e le potenze che si ribellano all'unilateralismo americano ma conservano a loro volta la loro vocazione imperiale? E, ancora, come districarsi, in una situazione in cui il problema del rapporto con l'islamismo diverrà di fatto centrale, fra opposizione agli Stati Uniti e opposizione alla violazione dei diritti umani che nella maggior parte dei paesi dominati dall'integralismo religioso musulmano viene non solo perpetrata ma teorizzata? L'attacco ai feddayn iraniani, operato dal governo francese in difesa del regime komeinista in questo momento sotto il tiro di Washington, non è che l'ultimo esempio del carattere dirompente del problema.
Complessi per il movimento, che di questa complessità è largamente cosciente, sono anche i temi Onu ed Europa. In merito al primo ci si sforza di lavorare sulla riforma dell'istituzione, sì da non doversi trovare ad avallare sue inaccettabili eventuali scelte solo perché oggi le Nazioni Unite sono, più che mai, una barriera contro l'unilateralismo americano. Sulla seconda questione, sebbene la tesi che individua crescenti contraddizioni nel campo imperialista prevalga, con buona pace dei teorici negriani del comando unificato del capitale, è poi difficile capire se e come il modello storico europeo può realmente rappresentare una leva cui ricorrere per contestare il disegno americano e spesso si finisce per pensare all'Unione europea solo come a uno dei motori della globalizzazione capitalista, sicché i Forum continentali rischiano di diventare semplici scadenze geografiche.«Dove porre il cursore dell'arbitraggio - si domanda Bernard Cassen, presidente onorario di Attac - fra una presa di posizione geo-strategica (indebolire l'Impero sostenendo i suoi oppositori, anche se liberisti) e una presa di posizione domestica contro tali oppositori, in nome delle loro politiche liberiste?» Cassen non risponde chiaramente all'interrogativo ma lancia sia pure in forma molto dubitativa un messaggio, che porta il segno di una cultura francese che marca anche un pezzo del movimento in quel paese; ma che ha già provocato - e meno male - la levata di scudi nei movimenti degli altri paesi: non bisognerebbe forse creare una forza di difesa europea, non competitiva con quella degli Stati Uniti, ormai irraggiungibili, ma nel senso di garantire qualche forma di autonomia minimale al solo soggetto, l'Europa, in grado di contenere Washington (satellite Galileo, Airbus per il trasporto di truppe A400m, per esempio)? A costo di rischiare divisioni, conclude Cassen, non possiamo fare gli struzzi, meglio portare questi temi allo scoperto. I movimenti italiani hanno comunque, per parte loro, già tutti risposto no; e anzi hanno tutti attaccato con forza la Margherita (e così lanciato un avvertimento ai Ds) perché nel suo programma ha inserito un'ipotesi di esercito europeo e ora si preparano a una battaglia per impedire che nella finanziaria passi un già temuto aumento della spesa militare, magari avallato dall'Ulivo in nome della pretesa autonomia europea.
Non vorrei aver fornito un'immagine trionfalista dello stato dei movimenti. I buchi neri non mancano. Lo stato del movimento non è, innanzitutto, uguale in Europa. E già si teme per il prossimo Forum sociale europeo, che si terrà a Parigi in novembre. In Francia è stata inventata una straordinaria rete, che ha intrecciato pezzi di establishment intellettuale e militanti riportati alla politica - Attac - ma la forza del movimento è ben lontana da quella del movimento italiano, così come del resto in Germania, dove era fortissimo negli anni '80 e ora è stato ferito dall'involuzione dei Verdi, che allora ne erano stati i principali animatori. Non solo: come sarà possibile ripetere il successo di Firenze senza l'humus delle istituzioni locali e della società civile toscana, eredità ancora non del tutto liquidata di quell'altra eccezione che fu in Eropa il Pci? E ancora: il movimento pacifista e antiglobal italiano non si è certo tirato indietro in occasione del referendum, intuendo che l'estensione dell'Articolo 18 era parte della propria battaglia antiliberista. Ma certo, a differenza del sindacato, con cui pure condivide ormai quasi tutte le manifestazioni, non deve negoziare né portare a casa concreti e materiali vantaggi per i propri aderenti. Come è naturale, la vicenda del contratto dei metalmeccanici, pur essenziale a determinare i rapporti di forza della prossima fase e dunque il quadro politico, suscita generica solidarietà ma poco di più.
E però i partiti politici se ne occupano forse di più? La diffidenza nei loro confronti nasce anche da questo: l'impressione che si interessino a tutt'altro e dunque non siano di alcun aiuto nell'affrontare problematiche cui sembrano estranei. Quella che loro considerano politica vera - la questione dell'acqua o del clima, la povertà di tre quarti dell'umanità, le guerre costanti nei continenti che non contano - non è mai all'Odg dei partiti, anche di quelli più vicini, se non nei sermoni domenicali. Di qui il rifiuto a partecipare ai tanti tavoli che vengono loro proposti alla vigilia di qualche elezione. Non si tratta, infatti, di aggiungere qualche nome più fresco alle liste e tanto meno di spartirsi i ruoli. Si tratta di ripensare fino in fondo alla rappresentanza, sapendo - dice Raffaella Bolini, Arci - che il liberismo ha finito per definirla tutta e solo in termini di interessi corporativi e mercificati. E così persino in Italia, paese dove i partiti più che altrove avevano saputo incontrarsi con la società civile, ora si sono scavati solchi incolmabili.
E tuttavia, di fronte all'accelerarsi dei tempi della crisi, di fronte all'obbrobrio di Berlusconi e più recentemente a seguito del venir meno della speranza Cofferati, che per una frangia non irrilevante dei movimenti aveva contato, la domanda di come si può incidere in Italia in tempi più ravvicinati si va ponendo un po' in tutte le riflessioni. Ma una risposta frettolosa e semplificata, come quella di un nuovo partito o di un rinnovamento di quelli esistenti incontra il rifiuto. Anche perché pesa ancora la sconfitta del '68, sia di quelli che scelsero di dar vita a nuove formazioni, sia di quelli che provarono a cambiare quelle tradizionali. Come si potrebbe evitare che diventino come quelli che già ci sono?
Alle elezioni i militanti dei movimenti certo vanno a votare, ma il loro peso elettorale è troppo esiguo per trarne qualche indicazione. E del resto il loro voto - basta sentirli parlare - è dato, ma non è considerato essenziale, e dei risultati elettorali non discutono quasi mai.
Dice ancora Bolini: certo che abbiamo bisogno di un nuovo progetto, di un nuovo disegno del mondo. E non possiamo farlo se non in corsa. Resistere e pensare. Resistere e costruire idee. Resistere e produrre disegno e coscienza, condizioni essenziali per accumulare forza, per costruire le alleanze per comporlo davvero.
Questa intende essere solo una nota informativa sullo stato del movimento. Cui credo si debba guardare, nonostante tutti i suoi limiti, con grande rispetto. Viviamo in un tempo in cui costruire un diverso e migliore mondo è possibile ma difficilissimo. Già non aver rinunciato all'impresa mi pare un miracolo.


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