numero  41  luglio-agosto 2003 Sommario

L'ideologia europea dopo la guerra

COSTITUZIONE SENZA DEMOS
Antonio Cantaro  

1.Nella Convenzione si è celebrato il canto del cigno dell'ideologia europea. Con i suoi indubbi pregi e le sue indubitabili virtù, ma anche con i suoi evidenti vizi, limiti e difetti.
Una lettura `consolatoria' tende ad attribuire le difficoltà incontrate dalla Convenzione nell'assolvere al suo mandato al sopravvenire imprevisto e imprevedibile della crisi irachena. Una lettura oggettiva di quel mandato, delle sue ambizioni, ma anche delle sue ambiguità, ridimensiona questa rappresentazione `rassicurante'.
La vicenda irachena ha avuto solo il `merito' di far venire allo scoperto i nodi irrisolti di quel mandato e dell'ideologia che lo sosteneva. Una sorta di detonatore che ha messo l'ideologia europea di fronte ad una realtà complessa e dispiegata, ma che era stata sostanzialmente rimossa.
1.1. Eppure a Laeken 1 la «sfida esterna» sembrava essere stata posta al centro di una inedita e positiva attenzione.
Per la prima volta, in una così impegnativa dichiarazione, i governi sembravano voler rappresentare l'Europa come un soggetto politico a tutto campo, impegnato a rifondarsi per far fronte alle inedite sfide storiche che le vengono dall'interno (la sfida democratica) e, soprattutto, dall'esterno, «al di fuori dei propri confini» (la globalizzazione economica, la nuova geopolitica del mondo).
Assai impegnative parole erano state pronunciate. Prese alla lettera, esse evocavano una inaspettata consapevolezza e identità politica. Cos'altro significa, altrimenti, che l'Unione perseguendo «l'unificazione dell'Europa» si trova «ad un crocevia» della sua storia, «in un momento cruciale della sua esistenza», che «chiaramente richiede un approccio diverso da quello di cinquantanni fa»? Cos'altro significa, ancora, che l'assunzione di «responsabilità nella gestione della globalizzazione» implica un'Europa che non teme il suo ruolo di «potenza» adulta, «planetaria»?
Certo una potenza `mite', fondata sui valori umanistici della libertà, della solidarietà, del rispetto della diversità di lingua, cultura e tradizioni altrui. Ma non per questo debole e poco risoluta. Poiché venuta meno l'illusione che «dopo la caduta del muro di Berlino saremmo vissuti in un mondo stabile e libero da conflitti», l'Europa deve cambiare «approccio» e assurgere il ruolo di una potenza che si scaglia «contro qualsiasi forma di violenza, di terrorismo, di fanatismo, senza chiudere gli occhi di fronte alle ingiustizie stridenti ovunque nel mondo. Una potenza, insomma, che intende modificare i rapporti nel mondo, in modo tale che non solo i paesi ricchi, bensì anche quelli poveri possano trarre benefici. Una potenza che vuole iscrivere la mondializzazione entro un quadro etico, in altri termini, calarla in un contesto di solidarietà e di sviluppo sostenibile» 2.
1.2. È difficile, tuttavia, leggendo gli atti dei lavori della Convenzione, rinvenire tracce di questo ethos. Ed è abbastanza verosimile che le formulazioni definitive del Trattato costituzionale conterranno ancora più scarne tracce di questa tensione progettuale, conflittuale, rifondativa.
Dobbiamo dedurre, allora, che il mandato è stato tradito dai `convenzionali'? In realtà Laeken contiene per tanti profili un mandato `bello' e, allo stesso tempo, `impossibile' da portare a termine.
Le sfide che l'Europa si trova ad affrontare all'interno e «al di fuori dei propri confini» hanno un nome e un cognome. E le parole impegnative per essere vincolanti esigono un chiarimento di fondo sulle scelte che si è disposti a compiere, sui costi politici che queste comportano, sui mezzi conseguenti. Chiarimento che in realtà non è mai stato avviato.
Da questo punto di vista Laeken perpetua e, anzi, enfatizza ulteriormente un metodo consolidato nella storia del processo di integrazione, scegliendo la strada dei silenzi e dei nodi irrisolti, che lasciano aperte tutte le opzioni e le possibilità. Così per quanto concerne la questione cruciale dei fondamenti, delle politiche, delle alleanze e degli strumenti tramite i quali l'Europa può ambire ad assurgere il ruolo di attore dell'ordine globale. Così per quanto concerne la questione, altrettanto cruciale, dei suoi rapporti con il vasto e inquieto mondo a sud del vecchio continente e con l'area decisiva e strategica del Mediterraneo.
Ma, soprattutto, l'Unione non ha mai messo a tema della sua agenda pubblica - se non tra reticenze e diplomatismi - la questione fondamentale della sua identità politica internazionale dopo la fine della guerra fredda. Salvo scoprire, nel vivo della crisi irachena, l'amara verità che i paesi membri non hanno una posizione comune in quanto non hanno una visione politica comune dell'Europa allargata, dell'identità occidentale, dei rapporti transatlantici.
E, di conseguenza, non avendo nemmeno discusso - ne tantomeno `deciso' - «se gli europei costituiscano il ramo europeo di un insieme americano-occidentale, o una civiltà o una cultura propriamente europea» 3, i paesi dell'Unione rischiano continuamente di oscillare, retoricamente, tra opposti apriorismi (atlantismo e antiamericanismo). Tra dichiarazioni di principio sull'Europa-potenza nel campo della politica estera e nel campo della difesa e una concreta impotenza nella gestione dei conflitti che si svolgono alle porte delle proprie frontiere. In primis quella mediorientale.
La lezione di Chabod 1. Le biblioteche del vecchio continente sono state riempite in questi ultimi anni di volumi e di saggi sulla `Costituzione europea' come `Costituzione senza nazione', `Costituzione senza Stato', `Costituzione senza popolo'.
La retorica minimalista è diventata un imperativo: costruire l'Europa politica senza far ricorso a nessuna grandezza collettiva, a nessuna istituzione dell'immaginario, che evochi una appartenenza, una memoria, un presente, un progetto per il futuro.Il tema dell'`invenzione' di un'inedita tradizione, appartenenza e identità europea, non può più oggi essere eluso. Un territorio non è semplicemente un'entità geografica, ma anche un corpo politico dotato di costituzione quando immagina il proprio spazio e l'ordine che in esso vige, come distinti e contrapposti ad altri spazi e altri ordini 4.1.1. Nell'epoca della res publica cristiana l'Europa era solo un'entità geografica. La res publica cristiana era, infatti, il corpo politico dei cristiani distinti e contrapposti ai non cristiani. L'Europa è solo `occasionalmente' un territorio cristiano, così come l'Asia è solo `occasionalmente' un territorio musulmano. La linea di distinzione e divisione non è tra Europa e Asia, ma tra cristiani e non cristiani, tra territori conquistati e ordinati dalle istituzioni e dal diritto della res publica cristiana e territori non soggetti al diritto e alle istituzioni dei cristiani 5.
Una situazione che presenta sorprendenti analogie con quella verificatasi nel Ventesimo secolo, a partire dal secondo dopoguerra, quando l'Occidente capitalistico è diventato un corpo politico e l'Oriente comunista un altro corpo politico. Allora una parte dell'Europa è diventata `occasionalmente' territorio occidentale e un'altra parte è diventata `occasionalmente' territorio orientale.
1.2. Dopo l'Ottantanove, con la caduta del muro di Berlino e con la fine della divisione del mondo in due blocchi politico-economici e socio-antropologici alternativi e chiusi, la Comunità e poi l'Unione sono state poste di fronte a un problema assolutamente inedito. La riscoperta che l'Europa occidentale è solo una parte dell'Europa, che il Continente è più vasto; che non vi sono linee geografiche in grado di definire e chiudere il continente nei confini politici e artificiali definiti dalla guerra fredda; che vi sono più Europe dentro e soprattutto fuori dell'Unione. Che, insomma, l'identità politica del secondo dopoguerra è finita.
A questa sfida non si può rispondere, come generalmente fa l'attuale dibattito sui futuri `allargamenti' dello spazio europeo, con considerazioni solo di Realpolitik e di Realökonomik. Se l'Europa oggi vuol diventare un'entità politica dotata di una propria costituzione non può più immaginare se stessa solo come Occidente, ma deve cominciare a pensarsi come uno spazio geografico, politico e culturale distinto da altri spazi 6. Per molti questa prospettiva è pura utopia, fantasia e avventura. Eppure la genesi e la storia dello jus publicum europaeum ci dice che l'Europa moderna ha cominciato a costituirsi come corpo politico nel momento in cui ha iniziato a pensarsi come spazio distinto, in quanto tale, da altre parti del mondo; come territorio caratterizzato da una civiltà assolutamente originale e da principi politico-giuridici propri.Questa storia appartiene ad un passato certamente non riproponibile. Un passato, tuttavia, assai istruttivo, dal quale è possibile attingere insegnamenti ancora attuali. Risolvere l'Europa esclusivamente nell'Occidente significa, come è già avvenuto all'epoca della guerra fredda, continuare ad amputarne una parte; continuare a svilire la sua millenaria vocazione a entrare in relazione con altri spazi geopolitici, geoeconomici, geoculturali, e a farsene riconoscere come tale, come Europa.
1.3. L'Occidente al quale pensa oggi l'immaginario planetario non è più quello hegeliano dell'europeizzazione del mondo.
È, piuttosto, quello della sua americanizzazione. Dell'americanizzazione come forma di civiltà distinta e contrapposta alle altre civiltà. Huntington, del resto, non lo nasconde: «se storicamente la civiltà occidentale corrisponde alla civiltà europea nell'era moderna essa corrisponde, invece, alla civiltà euroamericana o nordatlantica» 7. Aspirazione - dal punto di vista americano - certamente legittima, ma che riduce drammaticamente il vecchio continente al ruolo di periferia atlantica dell'impero, ad un soggetto politico a (quantomeno) sovranità limitata 8.
Se l'Europa non è un'entità culturalmente e politicamente autonoma non lo si può, ovviamente, addebitare a ciò che pensano gli americani, ma primariamente a ciò che pensano gli europei. Se l'America continua ad essere rappresentata come il futuro dell'Europa, l'Europa non ha un futuro.
Non è in discussione il fascino e il carattere emancipativo di alcuni aspetti dell'american way of life. Ma una cosa è l'ammirazione e, persino, l'emulazione di un `modo di vita', un'altra cosa è la sua assunzione a modello di civiltà. Se non viene superata la confusione tra questi due livelli, l'Europa continuerà a rimuovere la sua storia, il suo modello sociale, i suoi peculiari valori culturali, senza ripensarli, rielaborarli e attualizzarli.
La civiltà europea deve essere anche un modo di leggere il mondo. Non si dà un'entità politica realmente autonoma, se non si è portatori di un proprio nomos per il pianeta, che si distingue da altre visioni del mondo.
«Coscienza europea - è la lezione di Chabod - significa, infatti, differenziazione dell'Europa, come entità politica e morale, da altre entità, cioè, nel caso nostro, da altri continenti o gruppi di nazioni; il concetto di Europa deve formarsi per contrapposizione, in quanto, c'è qualcosa che non è Europa, ed acquista le sue caratteristiche e si precisa nei suoi elementi, almeno inizialmente, proprio attraverso un confronto con questa non-Europa. (…) Il fondamento polemico è essenziale» 9.
[…] Conclusioni. Per una Europa sovrana 1. Da oltre mezzo secolo l'europeismo politico ritiene che l'unità - una sempre più stretta integrazione economica e giuridica tra i paesi e i popoli europei - costituisca il fattore in grado di restituire al vecchio continente un'identità. Di dare all'Europa una precisa fisionomia istituzionale, di farne una realtà geopolitica.
Il processo di integrazione, iniziato negli anni Cinquanta, si è spinto nell'ultimo decennio assai avanti.
L'Unione, un'entità politica, ha preso il posto dell'originaria Comunità economica.
Una moneta unica, l'euro, ha sostituito in gran parte dei paesi europei le vecchie monete nazionali.
È stata istituita una cittadinanza europea, rompendo il tabù che associava la cittadinanza esclusivamente all'appartenenza ad uno Stato.
È stata solennemente proclamata una Carta dei diritti fondamentali dell'Unione, che nell'immaginario europeistico è associata alle storiche Dichiarazioni dei diritti sorte dalla rivoluzione francese e dalla rivoluzione americana.
Una Convenzione ad hoc, la Convenzione di Bruxelles, è stata incaricata di elaborare una vera e propria costituzione europea.
Infine, il processo di allargamento in corso investe molti paesi dell'ex blocco sovietico e si configura, perciò, come l'occasione per una storica e inedita unificazione tra Europa occidentale ed Europa centro-orientale.
Moneta, cittadinanza, diritti, costituzione, unificazione. Simboli per eccellenza di unità. Istituzioni e processi che intendono sottolineare che l'Europa vuol diventare un'entità geopolitica, con una sua definita e compiuta identità istituzionale e una sua incisiva funzione internazionale.
2. Questo successo dell'europeismo contemporaneo convive con un paradosso. Mentre l'Europa è via via diventata un unico e sempre più grande spazio giuridico, economico, monetario, finanziario e politico, l'identità culturale europea - la coscienza europea - appare sempre più incerta e labile.
Il che indebolisce, al di là della retorica delle dichiarazioni ufficiali, l'entità sovranazionale oggi denominata Unione europea, la rende fragile e precaria. L'unità europea è ancora un'unità debole, così come è debole l'ultimo suo prodotto, il progetto di Trattato costituzionale licenziato dalla Convenzione europea.
L'Europa politica esce, infatti, da Bruxelles più divisa di quanto vi è entrata. Alle antiche linee di frattura (tra `comunitari' e `governativi', tra paesi grandi e paesi piccoli, tra Gran Bretagna e paesi continentali) rischia di aggiungersene una nuova e assai più profonda. Quella relativa alla visione dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, alla natura dell'Alleanza transatlantica, all'idea di Occidente.
È maturo il tempo di una riflessione critica, di un ripensamento dei fondamenti del progetto europeo. L'integrazione giuridica, economica, finanziaria, monetaria e anche quella costituzionale non sono sufficienti di per sé a far nascere una forte realtà geopolitica, un forte senso di appartenenza. Non è dato il circolo virtuoso unità-identità, predicato dall'europeismo del secondo dopoguerra.
Né sul versante interno, né su quello esterno, la sempre più stretta integrazione produce di per sé un rafforzamento dell'identità politica. L'immaginario degli europei è lungi dal rappresentare l'Europa come una «comunità di destini». E fuori dall'Europa, l'Unione non è certamente percepita come soggetto unitario del sistema internazionale e globale.
3. In modo sempre meno convincente e persuasivo, l'europeismo contemporaneo continua a ricondurre il deficit identitario dell'Europa a un insufficiente sviluppo del processo di integrazione. Alle resistenze che il progetto dell'unità europea suscita tra i nostalgici della vecchia Europa, agli egoismi nazionali e alla miopia dei governi degli Stati membri.
Questa lettura, che pure certamente contiene elementi di verità, da qualche tempo non è più accettata acriticamente.
L'idea che esista un rapporto lineare tra progresso dell'integrazione e progresso dell'identità europea è vistosamente smentito, sul piano interno, dai ripiegamenti `nazionalistici' e `antieuropeistici' che nell'ultimo decennio hanno investito trasversalmente le opinioni pubbliche di quasi tutti i paesi del vecchio continente. E, sul piano esterno, dai crescenti segnali di divisione che puntualmente si manifestano tra i governi europei, quando sono chiamati a dire la loro sui grandi temi e conflitti della politica internazionale.
L'Europa non è, insomma, ancora - per dirla con le parole della storica francese Anne-Marie Thiesse - uno «spazio identitario» 10, né una riconoscibile e visibile realtà geopolitica.
4. L'Europa forse, come Peter Pan, ha paura di diventare adulta. Vuol crescere, ma teme, raggiunta la maturità, di non piacere e di non piacersi.
L'ideologia europea (il minimalismo politico e il massimalismo giuridico) ne ha inibito l'autonomia, la capacità di pensarsi come una compiuta e autosufficiente grandezza collettiva; come un mito politico in grado di rappresentare la propria cultura quale spazio identitario e i propri popoli come un demos, con un presente e un futuro comuni.
C'è una formula, una sorta di esorcismo, che condensa l'horror vacui provocato dalla paura dell'età adulta: «vogliamo l'unione sempre più stretta dei popoli europei, vogliamo l'Europa unita. Non vogliamo diventare un superStato!» Nessun atto delle istituzioni dell'Unione, nessun documento ufficiale contiene, neppure mascherato, un tale proposito, unanimemente considerato `infamante'. A destra e a sinistra. Dagli euroscettici così come dagli eurottimisti.
Dietro la demonizzazione del superStato vi è, in realtà, un quid pluris che nuoce all'obiettivo dell'Europa di pensarsi, finalmente, come una compiuta entità geopolitica, geoeconomica, geoculturale. L'esorcismo è, infatti, puntualmente praticato ogni qualvolta viene enunciata l'intenzione di andare avanti nel processo di integrazione, di crescere e diventare grandi. E, persino, la Commissione europea, l'istituzione custode sino ad oggi dell'interesse generale europeo e del processo di integrazione, è costretta a sottoporsi a questo rito sacrificale.
Talvolta si demonizza il cosiddetto superStato, per rassicurare gli interlocutori sui rischi di centralizzazione e burocratizzazione, che appaiono insiti nel processo di integrazione. Assai più spesso la demonizzazione è il preludio di una riaffermazione del peso e della sovranità degli Stati nazionali. E, segnatamente, dei loro governi.
Si dice vade retro Stato europeo. Si legge Europa di Stati sovrani. Si nega in astratto il principio della sovranità, ma in concreto si vogliono ritagliare, per gli Stati membri, competenze e poteri di veto in questo o in quel campo.
5. Nell'ultimo decennio è cresciuta la consapevolezza - perlomeno in linea di principio - che questa ambiguità finisce per lasciare la costruzione europea come sospesa, in mezzo al guado, incapace di affrontare positivamente e con qualche chance di successo le grandi sfide storiche della nostra epoca. Siamo, cioè, sempre più persuasi che sarebbe necessaria un'Europa retta da una costituzione che fondi, definisca e organizzi una entità politica in grado di far autonomamente valere, all'interno e all'esterno, l'interesse generale europeo. Intuiamo che è forse venuto il tempo di cominciare a pensare a una Europa sovrana.
Questa espressione sta diventando, a differenza di quella di Stato europeo, meno impronunciabile di qualche tempo fa. Ma anche in questo caso viviamo una situazione assai singolare.
Il motto generalmente utilizzato dalla cultura politica e costituzionale europea è quello di «sovranità condivisa» 11. In teoria una sovranità al tempo stesso europea e nazionale. In pratica una sovranità «né veramente europea, né veramente nazionale» 12.
Accade, infatti, che mentre le sovranità nazionali sono «limitate da regole politiche rigide adottate di comune accordo», la sovranità europea non può emergere in nome del principio che queste stesse sovranità nazionali vanno - se la sovranità ha da essere condivisa - preservate. Il risultato è una pluralità di autorità senza autonomia nel campo della politica estera, della politica economica, della politica fiscale, della politica sociale.
Il lato assolutamente paradossale di questa situazione è che l'indebolimento delle sovranità nazionali e la mancata costruzione di una sovranità collettiva avviene in un'epoca in cui gli Stati Uniti - ma anche altri protagonisti della globalizzazione - accentuano in modo sempre più evidente e marcato il profilo di potenza statale in senso classico, di potere sovrano. L'Europa rischia, così, di diventare - lo ha crudamente rilevato l'economista francese Jean-Paul Fitoussi - l'unica regione del mondo «non governata né economicamente, né politicamente» 13, un semplice `spazio' in un mondo popolato da potenze politiche.
6. L'imbarazzo della (e nella) Convenzione sul conflitto iracheno e sul rapporto con l'America fotografa impietosamente il paradosso europeo.
La Convenzione che si è autoproclamata costituente 14, che ha assunto la pace tra i valori fondamentali dell'Unione e un «futuro di pace» tra i suoi obiettivi qualificanti, di fronte a questioni costitutive per eccellenza dell'identità politica (l'ordine internazionale, la guerra), ha assistito in smarrito silenzio alle drammatiche lacerazioni che contrapponevano i governi della `vecchia' e della `nuova' Europa. Nemmeno un gesto che la facesse entrare in comunicazione con quei milioni di cittadini che invadendo, in nome della cultura e dell'identità politica europea, tutti insieme le piazze del vecchio continente fornivano plasticamente - come in nessun'altra occasione era avvenuto - l'immagine di un possibile demos europeo.
Un'occasione importante, forse storica, per fare i conti anche con quella sfida democratica che Laeken aveva affidato alla Convenzione, è andata persa. Non è responsabilità dei convenzionali. Ma è, comunque, il segno dell'ethos che accomuna, al di là delle differenze politiche e del differente tasso di europeismo, le classi dirigenti del continente nel loro insieme.
Retorica dell'unità e della centralità europea, pratica dell'originarietà e dell'autonomia di ciascuno Stato, di fronte allo `stato d'eccezione' 15, presunto o reale che esso sia. La Gran Bretagna, da una parte, la Francia dall'altra. La `nuova Europa' con gli Stati Uniti, la `vecchia Europa' con la Germania.
7. L'augurio formulato da tanti che, nonostante l'Iraq, la Convenzione raggiunga un buon risultato nella scrittura del Trattato costituzionale, non può che essere sottoscritto 16.
Sappiamo già che molti nodi non risolti a Maastricht, ad Amsterdam e a Nizza, saranno positivamente sciolti. Dal punto di vista giuridico e istituzionale l'Europa apparirà senz'altro meno bizantina, più leggibile, più comunicabile. Una personalità giuridica unica (le Comunità e l'Unione diventano una sola entità). Una elencazione comprensibile delle competenze che spettano alle istituzioni europee e di quelle che spettano alle istituzioni nazionali. Una più chiara distinzione tra organi titolari del potere legislativo (Parlamento europeo e Consiglio) e organi titolari del potere esecutivo (la Commissione). Una inequivoca costituzionalizzazione dei diritti fondamentali dei cittadini europei (l'incorporazione nel Trattato della Carta di Nizza). Un rafforzamento politico e istituzionale delle relazioni esterne dell'Unione (l'Unione avrà un suo ministro degli Esteri).
Malgrado questi indubbi progressi sappiamo già che le soluzioni apprestate dalla Convenzione di Bruxelles in ordine al nodo cruciale della forma di governo non soddisfano coloro che auspicavano una nuova e più forte identità politica dell'Unione. Il rafforzamento del ruolo del Consiglio e del suo presidente a scapito della Commissione viene rappresentato dai suoi oppositori come la punta di un iceberg sotto il quale coverebbe una chiara volontà di rafforzare la dinamica intergovernativa del processo di integrazione a danno di quella federale.
Su questa questione si è già aperta una aspra disputa giuridica e istituzionale che probabilmente - è già successo in passato per analoghe controversie - impegnerà a lungo uomini di governo e ceto politico, commentatori e addetti ai lavori, ma appassionerà poco l'opinione pubblica. Non perché la posta in gioco non sia alta, ma perché il conflitto tra le diverse opzioni non riesce a essere presentato e rappresentato come un conflitto sull'idea di Europa, sulla densità democratica delle sue istituzioni, sulla qualità politica delle sedi di rappresentanza e di governo dell'Unione.
E neanche sulla questione, per molti versi dirimente, dal punto di vista politico e costituzionale, dell'abolizione del potere di veto e, dunque, della sovranazionalizzazione del Consiglio si aprirà una discussione veramente pubblica, aperta, trasparente.
Ha ragione, perciò, Biagio De Giovanni quando paventa il rischio di una discrasia tra il testo del Trattato costituzionale e «l'effettiva esistenza politica dell'Unione europea» 17. In assenza di un superiore interesse europeo la disputa su chi `rappresenta' e `governa' l'Unione non scalderà gli animi e i cuori, in quanto nessun luogo è effettivamente sovrano, nessuna istituzione è sino in fondo custode dei valori e degli obiettivi che pure sono scritti nel Trattato. Perché preoccuparsene più di tanto? Cosa cambierà sostanzialmente se la Commissione e il suo presidente avranno minori poteri e prestigio e il Consiglio e il suo presidente viceversa?
8. La questione della sovranità europea è oggi la madre di tutte le questioni. Sino a quando verrà elusa, ogni soluzione istituzionale apparirà debole quanto a contenuto politico, forza simbolica, legittimità democratica. E susciterà preoccupazioni e sospetti, poiché l'esercizio di un potere svincolato dal perseguimento di un interesse superiore - sovrano - genera sempre il timore dell'arbitrio e dell'abuso.
L'ideologia europea sostiene esattamente il contrario. Per essa la questione della sovranità non è, e non deve essere, posta all'ordine del giorno. «Non abbiamo - ha scritto ad esempio Maurizio Fioravanti - alcuna `sovranità' da affermare con lo strumento costituzionale e ogni tentativo di ripercorrere a questo proposito le vie già note del diritto pubblico statale, e anche delle costituzioni democratiche, è destinato a fallire. La `costituzione' (…) è nell'Europa di oggi funzionale ad altri scopi. Essa non intende esprimere alcuna sovranità per sé stante, alcuna soggettività più ampia e superiore rispetto a quella rappresentata negli Stati, ma piuttosto l'esistenza di un legame qualitativamente più impegnativo tra gli Stati membri dell'Unione.» 18 Questo diffuso orientamento della scienza giuridica europea contemporanea è, in parte, il frutto di una visione caricaturale della sovranità. La tranchant definizione schmittiana - sovrano è chi decide sullo stato d'eccezione - è assai spesso presa a pretesto per relegare la sovranità in un universo di idee autoritarie, irrazionali, incompatibili con il costituzionalismo moderno.
9. In realtà la definizione schmittiana evoca una `verità' assai semplice, pacificamente considerata, in passato, una considerazione di buon senso. Sovrana è quell'entità politica che sa decidere sulle straordinarie sfide storiche che una comunità ha di fronte a sé.
Gli Stati europei, che nel conflitto iracheno hanno fatto valere il proprio presunto interesse nazionale, non hanno in realtà preso alcuna decisione eccezionale, sovrana. Nel far prevalere la propria visione strategica non v'è nessuna risposta alle sfide individuate a Laeken. Si è negata la sovranità europea, ma non si è esercitata alcuna reale sovranità statale. Ognuno intendeva `delegare' ad altri le grandi decisioni sovrane: chi alla Comunità internazionale, chi all'Alleanza transatlantica.
Non esiste un `interesse statal-nazionale' che oggi possa far fronte alle straordinarie sfide storiche che l'Europa ha dinanzi. Vi può essere solo un interesse nazionale dell'Europa ad essere soggetto politico globale, protagonista della politica internazionale e della mondializzazione. Non vi è alcuna riedizione possibile delle singole e separate sovranità europee. Il principio di sovranità va salvato oltre lo Stato, oltre la sovranità statale: per una nuova e rinnovata sovranità europea.
La sospensione della sovranità non è una condizione che potrà essere prolungata indefinitamente. L'Europa o sarà presto sovrana, o sarà una semplice entità geografica senza alcuna identità e, alla fine, vedrà messa a rischio persino la sua funzione regionale.


note: * Questo testo presenta al lettore alcuni capitoli del libro di Antonio Cantaro, con Prefazione di Pietro Barcellona, Europa sovrana. La Costituzione dell'Unione tra guerra e diritti, Edizioni Dedalo, 168 pp., 14 euro, da pochi giorni in libreria.
1  Come è noto, la Dichiarazione di Laeken, approvata dal Consiglio europeo del 14 e 15 dicembre 2001, è il documento che contiene la decisione di convocare una `Convenzione sull'avvenire dell'Europa' (poi ribattezzata Convenzione europea), che ha proceduto in questi mesi all'elaborazione del Trattato costituzionale dell'Unione. Ogni decisione definitiva sul testo sarà presa dalla Conferenza intergovernativa, che inizierà i suoi lavori nella seconda metà di ottobre 2003.
2  Il futuro dell'Unione Europea. Dichiarazione di Laeken, http://europa.eu/futurum/documents/offtext/doc151201_it.htm.
3  H. Védrine, Clarifier l'identité européenne, in «Le Monde», 6 dicembre 2002.
4  Sarebbero oggi quanto mai necessari una rimeditazione e un aggiornamento delle suggestive pagine di F. Chabod, Storia dell'idea di Europa, Bari, Laterza 1961.
5  Sull'ordinamento spaziale della res publica cristiana e sul «nuovo ordinamento spaziale» dell'epoca dello jus publicum europeum vedi, ovviamente, C. Schmitt, Il nomos della terra (trad. it.), Milano, Adelphi 1991. Una rimeditazione del tema nell'era della globalizzazione degli spazi in C. Galli, Spazi politici. L'età moderna e l'età globale, Bologna, Il Mulino 2001.
6  Vedi più ampiamente P. Costa, La cittadinanza fra Stati nazionali e ordine giuridico europeo: una comparazione diacronica, in G. Bonacchi (a cura di), Una Costituzione senza Stato, Bologna, Il Mulino 2001, pp. 321 ss.
7  S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano, Garzanti 2000.
8  Più diffusamente si rinvia ad A. Cantaro, Pace e guerra nell'ordine internazionale, in A. Cantaro (a cura di), Guerra e conflitti, numero monografico di «Democrazia e diritto», 2002, pp.9 ss.
9  F. Chabod, Storia dell'idea di Europa, Bari, Laterza 1961, p. 23.
10  A.M. Thiesse, La creazione delle identità nazionali in Europa, Bologna, Il Mulino 2001, p.14.
11  Sul concetto di «sovranità condivisa», «divisa», «solidale», vedi, tra gli altri, E. Cannizzaro, Esercizio di competenze e sovranità nell'esperienza giuridica dell'integrazione europea, in «Rivista di diritto costituzionale», I, 1986, pp.118 ss.; G. Silvestri, La diretta applicabilità delle norme comunitarie: implicazioni teoriche, in Associazione italiana dei costituzionalisti, La Costituzione europea, pp. 170 ss.; N. MacCormick, La sovranità in discussione. Diritto, stato e nazione nel `commonwealth' europeo, Bologna, Il Mulino 2003.
12  J. P. Fitoussi, L'ambizione di un nuovo contratto sociale, in G. Vacca (a cura di), L'unità dell'Europa. Rapporto 2003 sull'integrazione europea, Bari, Dedalo 2003, p.78.
13  Ivi, pp.78ss.
14  «Voi siete - aveva esordito il Presidente Valéry Giscard d'Estaing nel suo discorso introduttivo del 28 febbraio 2002 - i membri della Convenzione sul futuro dell'Europa. Siete i `convenzionali' dell'Europa. In quanto tali, siete detentori del potere di cui è investito ogni organo politico: riuscire o fallire. Da un lato, il baratro del fallimento. Dall'altro, l'angusta porta del successo.» Parole asciutte e solenni che intendevano sottolineare il carico di speranze riposte in una Convenzione, che la Dichiarazione di Laeken aveva denominato «sull'avvenire dell'Europa» e alla quale prudentemente aveva affidato il compito di esplorare «la via verso una Costituzione per i cittadini europei». Ma che è stata subito `unilateralmente' ribattezzata dal suo presidente con il nome ancor più altisonante di `Convenzione europea'. Ad evocare l'idea di un'Assemblea in cui si riunisce e parla direttamente l'Europa. La denominazione `Convenzione europea' è, così, entrata di fatto non solo nel linguaggio giornalistico ma anche in quello `ufficiale' della Convenzione, che in questa forma denomina se stessa e i propri atti e in quello delle stesse istituzioni comunitarie (a cominciare dagli indirizzi, dalle intitolazioni e dai richiami delle pagine web relative all'assemblea). Su questi profili vedi g. g. floridia, l. g. sciannella, «Siamo una Convenzione. Vale a dire cosa?» Anatomia (e autonomia) della Convenzione europea, in «Diritto pubblico comparato ed europeo», 2002, III, p. 997.
15  B. De Giovanni, L'Europa e la guerra, in «Italianieuropei», aprile-maggio 2003, pp.116 ss.
16  Alcuni commentatori hanno sostenuto che, intorno alla vicenda della guerra in Iraq e al valore della pace, si sia formato «un forte sentimento di fratellanza continentale». Il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ha ottimisticamente espresso il convincimento che «la tragica vicenda della crisi irachena ha avuto almeno il merito di costringerci a un dibattito senza falsi pudori sull'essenza stessa della nostra identità di europei e del nostro modo di stare insieme» (vedi G. Tognon, La tela di Prodi, Baldini e Castoldi, Milano 2003).
17  B. De Giovanni, op. cit., p.116.
18  M. Fioravanti, Sovranità e Costituzione. Il `modello europeo' tra otto e novecento, in M. Fioravanti, La scienza del diritto pubblico, Giuffré, Milano 2001, pp. 905 ss.


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