numero  41  luglio-agosto 2003 Sommario

Usa ed Europa dopo la guerra

VECCHIO SCARPONE
Isidoro D. Mortellaro  

Old Europe: «Vecchia Europa». Così a gennaio, in un momento di acutissima tensione transatlantica, Donald Rumsfeld, stratega e reale vincitore della campagna irachena, ha bollato Francia e Germania, Chirac e Schröder, intenti all'Eliseo a rinverdire i fasti del patto franco-tedesco. Rivisitazione yankee della metastasiana «voce dal sen fuggita», il dileggio del segretario della Difesa americano è stato immediatamente rilanciato e amplificato nell'etere - così come si voleva - dalle mille trombe, un tempo delegate a trasmettere codici e parole d'ordine dell'atlantismo. Lo `strale' scoccato dal Pentagono è sembrato così mirare ad un bersaglio grosso, far precipitare in scenari della più stretta attualità, catalizzare in cronaca le cupe, ma pur sempre avveniristiche, prospezioni dello scontro, anzi dello scisma che minaccerebbe il mondo del XXI secolo. Ne ha profetizzato i termini essenziali, tempo fa, Charles A. Kupchan, analista del Council for Foreign Relations americano 1. L'Impero sorto all'ombra della pax americana è destinato a scindersi - così come già una volta accadde all'impero romano - in impero d'Occidente e impero d'Oriente. Usa ed Europa approderanno nel più prossimo futuro come modernissime reincarnazioni di Roma e Costantinopoli. L'Occidente, come magmatica realtà egemonica ereditata dal secolo scorso, per durare, deve dividersi e riarticolarsi. Poco importa che come rimedio all'overstretch, alla sovraestensione imperiale degli Usa, sia destinato, alla lunga, a fallire, ad alimentare deleteri dualismi e ammassare, così, fascine per roghi ancor più grandi e rovinosi.
A militare per una interpretazione di così lunga gittata delle parole di Rusmsfeld, orientate all'affermazione e alla gestione d'un nuovo, sempre più asimmetrico, rapporto transatlantico, stanno una miriade di osservatori. Ma soprattutto il calcolo strategico del nuovo gruppo dirigente statunitense, variamente esplicitato dalle analisi e provocazioni lanciate dai più ascoltati consiglieri di marca neoconservatrice. Per cos'altro tifa un personaggio come Robert Kagan - ferro di lancia dell'intellettualità neocons e delle sue campagne ideal-politico-mediatiche - quando, dagli astri e dagli influssi esercitati da Marte e Venere rispettivamente su Usa ed Europa, ricava vocazioni e destini differenziati, naturalmente ordinati in limpida gerarchia, per le due sponde dell'Atlantico? 2 Altri sguardi si sono soffermati sui tratti di acuta rozzezza spesso evidenziati dall'iniziativa statunitense e dalle sgroppate dei suoi cow boys. In verità, l'indugio a maramaldeggiare, tipico di Bush and Co, ha anche contribuito ad isolare gli Usa, causando autogol e rinculi. Ne è plastica rivelazione, tra l'altro, la sostenuta e risoluta riscoperta dell'originalità europea e del suo modello sociale da parte degli ambienti più vari, sfociata a volte in vere e proprie campagne contro i rischi dell'americanizzazione. Un mutamento che ha toccato anche chi ha strategicamente puntato a sottolineare l'avvento di dimensioni spazio-temporali imperiali, prive di confini o declinazioni politico-culturali alternative 3. O, su altri versanti, si pensi alla `folgorante' conversione di alcuni osservatori, colpiti dal peso che la guerra ha riassunto in questo passaggio di secolo: in tanti sono ritornati a declinare il tema dell'Europa-potenza, dopo decenni di laudi all'originale esperienza della «prima potenza civile», percorso esemplare per l'affermazione di nuove dimensioni sovranazionali, quando non di inedita imperiale benevolenza 4.
Fatto sta che, da gennaio ad oggi, Bush II e i suoi Vulcans hanno impugnato la distinzione tra Old e New Europeans, per farne, soprattutto nei giorni bollenti della campagna irachena, un ferro acuminato, affondato sapientemente nelle carni dell'Unione europea e della Nato. Nell'anticipazione del suo libro sull'Europa sovrana, che compare in altre pagine della «rivista del manifesto», Antonio Cantaro definisce quella suddivisione «maliziosa e insidiosa». Coglie così lucidamente il tratto manovriero che ab imis ne ha ispirato il conio. Alla luce, però, dei risultati ottenuti sul campo, forse è il caso di affinare l'analisi sulla reale portata di quei distinguo.
Sicuramente, nel tempo, estenuante dapprima, delle schermaglie procedurali al Consiglio di sicurezza e convulso poi del conflitto, le pagelle di Rumsfeld sono servite a rompere di volta in volta l'isolamento, assolutamente straordinario, in cui gli Usa si sono venuti a trovare per la prima volta dalla fine della seconda Guerra mondiale. In modalità e dimensioni altre da quelle affrontate ai tempi del Vietnam, mai il gruppo dirigente americano ha dovuto affrontare un'opposizione così larga e radicale dell'opinione pubblica internazionale: la `seconda superpotenza' dell'ordine post-bipolare. Mai gli Usa sono apparsi più soli nel massimo consesso mondiale, all'Onu. Eppure, complice anche la scelta altrui di muoversi nell'ambito e nei ranghi dei Grandi al Consiglio di sicurezza, mai queste due sfere hanno anche accennato all'incontro reciproco.
L'Europa sicuramente avrebbe potuto compiere un passo decisivo per riavvicinarle. Dove altro è così mosso e delicato il rapporto tra politica e società, governi e opinione pubblica, e movimenti? Perciò è finita nel mirino. E qui il ferro impugnato dal capo del Pentagono si è rivelato altro dal colpo unilateralista del cow boy di turno. Grazie anche agli spazi aperti dall'operare industrioso, qui sul Vecchio continente, di nuovi `volenterosi carnefici' - in primis, Silvio Berlusconi - ha compiuto il miracolo. Ha fatto ciarlieri gli Europei, con le loro cancellerie e i loro media. Ma ha ammutolito l'Europa. Le ha reciso la lingua proprio nel momento in cui l'Ue provava, con la Convenzione, a darsi voce e pulpito.
Nel tempo lungo, poi, del dopoguerra - o meglio della guerra infinita e della nuova agenda che questa detta - la distinzione tra Vecchi e Nuovi diviene ancor più significativa, se correlata alle sfide che il mondo tutto si trova a dover affrontare. È infatti lungo queste declinazioni che lo stesso Rumsfeld ha provato a indirizzarla, non senza qualche affanno nell'addolcire i toni più aspri del passato. All'ultimo consiglio generale della Nato, l'11 giugno, egli ha precisato che con quella partizione tra old e new in Europa non ha inteso sottolineare differenze di «anzianità, grandezza o geografiche», bensì di «sensibilità» e «visione strategica» da parte di vari paesi «rispetto al rapporto transatlantico e alle sfide che bisognerà affrontare nel futuro più prossimo». In questo senso, le nazioni di più fresca liberazione dall'incubo della tirannia sarebbero più reattive alle sfide poste dal terrorismo e dalle armi di distruzione di massa, più pronte ad una riqualificazione dell'Alleanza atlantica su questo nuovo fronte. Alla luce di queste affermazioni e di una serie di atti ben più concreti - ristrutturazione e ridislocazione delle basi militari e delle truppe americane e Nato, nuova aggressività del complesso militar-industriale a stelle e strisce nella conquista di nuovi mercati, spinte ad allargare ad Est Ue e Nato - perde di consistenza la tesi di chi ha visto nell'inasprirsi del conflitto con l'Europa e soprattutto con la Francia il riflesso di un crescente disinteresse per l'area atlantico-continentale. Che il volo dell'aquila statunitense volga ad Oriente e sull'area del Pacifico è tendenza pluridecennale, determinata soprattutto dal mutare degli equilibri mondiali. Ma che Bush esprima disinteresse per la Nato e l'Europa è tesi ardua da dimostrare. Soprattutto se si connettono le affermazioni odierne a quelle che lo stesso Bush II, fresco di nomina, faceva nel suo primo tour europeo, a Varsavia, nel giugno 2001.
Come sui temi della guerra preventiva e della nuova postura degli Usa nel mondo, anche sulle questioni dell'Europa e della Nato non v'è differenza tra prima e dopo l'11 settembre. A far la differenza sono gli spazi e la forza politica conquistati dietro la bandiera della sicurezza e della guerra infinita a terrorismo e «asse del male». Ora Bush e i suoi Vulcans possono più liberamente dichiarare e perseguire quel che a Varsavia, nel 2001, avevano solo annunciato: allargare la Nato e il sistema di basi militari fino a inglobare l'Ucraina, fare della Nato una forza flessibile di cui disporre ovunque nel mondo, là dove richiesto dalla gestione delle crisi. In realtà, gli Usa di Bush e Rumsfeld dichiarano di voler continuare ad essere, e fino in fondo, potenza europea, forza costituente di una nuova Europa, di una Ue magari più lasca di quella auspicata da «vecchi» continentali, ma ben rinserrata nelle maglie di una Nato riprogettata, come strumento di azione globale, attorno al nuovo asimmetrico rapporto di forze transatlantico.
In quel new brandito sul capo degli europei, a indicare una strada altra da quella per cui alcuni vecchie figure vorrebbero guidare il continente, spira una storia antica, un tratto forte del rapporto istituito tra Vecchio e Nuovo continente. Infatti, a misura che - come già rilevava nel 1954 Hannah Arendt - l'Europa ha sempre conservato, in rapporto agli Usa, «una visione distorta e talvolta fantasticamente esagerata di una realtà in cui i tratti più recenti della civiltà europea si erano sviluppati in una purezza quasi assoluta», è divenuto sempre più vero e cogente quanto rilevava qualche anno dopo Carl Schmitt: e cioè che gli Usa rivendicavano con sempre maggior determinazione, forza e successo di «essere il vero Ovest, il vero Occidente», di «essere la vera ed autentica Europa, egida del diritto e delle libertà» 5. Oggi come per il passato, anche quello più nobile, come per l'età dell'oro, dell'alleanza antifascista e della fondazione dell'Onu, del secondo dopoguerra e del Piano Marshall, gli Usa provano a dimostrare che l'Europa non nasce né muove senza il soffio vitale alitato dagli Usa, se non nella direzione di marcia indicata dall'amico americano.
In quell'old e new c'è un atto di egemonia che dispiega tutta la sua forza grazie anche all'opera di altri - questa volta insospettabili - `volenterosi carnefici' d'Europa e dei popoli europei. Non è forse Chirac tornato a impugnare il vessillo del nuovo contro l'Old Europe, l'Old France, da curare dalle ruggini e dai vizi dell'eurosclerosi? E il cancelliere Schröder non ha forse strappato al suo partito e a tutta la sinistra tedesca, antica e moderna, licenza per applicare ricette simili alla Vecchia Germania, appesantita da troppo Welfare, troppo tempo libero, troppi diritti. In Italia Berlusconi affila lame contro una Costituzione definita «sovietica», quasi un'anticaglia del '17.
Ma qual è poi la cifra autentica del parto operato da Giscard e dalla Convenzione Europea? Una Costituzione strutturalmente abitata dalla minorità e inanità dei diritti sociali e consegnata al protagonismo degli esecutivi, vecchi e nuovi. Per il primo aspetto, giova ricordare che in tal modo si è fatto molto più che disegnare una Costituzione socialmente evanescente, ispirata a un etereo internazionalismo. In forza della cogenza, con cui essa insiste su Stati e costituzioni nazionali e del primato del «mercato unico europeo», che essa è chiamata ad inverare, una Costituzione desocializzata consegue l'effetto fondamentale di mettere in mora qualunque tratto progressivamente e socialmente prescrittivo delle varie Costituzioni nazionali, di sottoporle al comando di quello che Jean-Paul Fitoussi definisce un moderno «dittatore benevolo», il nuovo «despota illuminato» 6. Quando poi si pensa al fatto che, per premunirsi da applicazioni evolutive della Carta dei diritti, si è apprestato un testo di `spiegazioni', il gioco si fa chiaro. I governanti si ritagliano monopolisticamente il ruolo di costituenti, negando ai governati anche lo spazio per la libera interpretazione delle corti di giustizia. Il tutto aggravato dalla deriva oligarchica di un ridisegno istituzionale compiutamente affidato al protagonismo e ai giochi degli esecutivi. Qui la cifra giscardiana dell'intervento è del tutto evidente. La dinamica vera consegnata alla filosofia istituzionale non è tutta leggibile nella dialettica federale-confederale, nel duetto-scontro ingaggiato con Prodi, ma nell'organicità con cui il gioco istituzionale viene organizzato attorno al predominio degli esecutivi, nazionali e sovranazionali. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Per piste analoghe, all'inizio degli anni '70, Giscard, allora coadiuvato da Helmut Schmidt, sposò la ricetta della Trilateral Commission sugli eccessi della democrazia, da curare con il ritorno degli esecutivi sui troni occupati dalle assemblee elettive, con la restrizione degli spazi di democrazia, diretta e delegata. Ne nacque il Consiglio europeo in Europa e il Library Group, il club dei Grandi occidentali, che poi gli Usa, in un ritorno di egemonia, trasformarono nel G7. Per quali ulteriori perversioni è destinata a passare la Costituzione oligarchica pensata da Giscard non è dato oggi sapere. Basta osservare come le questioni fondamentali della politica estera e della pace e della guerra sono finite anestetizzate nel veto consegnato a ogni protagonista della tavola europea.
Ma è qui, su questo terreno, che l'Europa sta oggi assemblando una miscela di straordinaria pericolosità. Formalmente, il testo del nuovo trattato costituzionale si rifà in più punti al valore supremo della pace, per quanto evirato d'ogni rifiuto della guerra. E concretamente negato nei capitoli fondamentali sull'immigrazione e sull'accoglienza. Si dichiara altresì rispettoso della Carta dell'Onu e delle sue prescrizioni. Fatto sta che negli ultimi mesi gli Europei, mentre attendevano a tali compiti costituenti, su altri tavoli s'accordavano con gli Usa o mettevano mano ad altre scelte, improntate ad altri valori o fini. Come sempre, in questi casi sono straordinariamente illuminanti gli atti compiuti in sede Nato. Qui, l'indirizzo generale assunto a novembre a Praga, di una trasformazione generale dell'Alleanza e delle sue forze attorno all'apprestamento della Nato Response Force (Nrf) per la «guerra preventiva» al terrorismo e all'«asse del Male» - senza più alcuna distinzione tra operazioni in area Nato e fuori-area, tra difesa e offesa - ha iniziato il suo cammino operativo. Al vertice di giugno di Bruxelles, Rumsfeld oltre che esibirsi nelle minacce al Belgio colpevole del delitto di lesa maestà, per voler perseguire urbi et orbi qualsiasi crimine contro l'umanità, ha potuto incassare il sì degli Alleati alle prime misure di approntamento della Nrf. Il tutto condito anche con affinamenti delle regole che contemplano - in dispregio d'ogni prescrizione dei trattati internazionali in materia - il coinvolgimento delle aviazioni europee, ovvero di Stati non-nucleari, nell'addestramento a bombardamenti futuri con armi atomiche.
Aguzzando lo sguardo, si può notare come, sull'onda di questi mutamenti, mentre la Francia predica ad ogni pie' sospinto l'allentamento del Patto di stabilità per le spese militari, la Germania mette mano concretamente, sia pure per vie traverse, alla sua Costituzione. Il 21 maggio il ministro della Difesa, il socialdemocratico Peter Struck, ha emanato, nella disattenzione generale e tra flebilissime proteste, le nuove Defence Policy Guidelines. Vi si dettano i nuovi compiti della Bundeswehr, l'esercito tedesco. Vi campeggiano nuovi principi, tutti desunti dalla nuova agenda che Bush ha provato a dettare al mondo con le campagne d'Afghanistan e Iraq: lotta prioritaria e preventiva al terrorismo, a chiunque provi a infrangere i dogmi dettati dai Grandi in materia di apartheid nucleare o di corsa alle nuove armi di cosiddetta distruzione di massa, adozione di moduli di difesa comprensivi di «azioni di sicurezza preventiva»; partecipazione a operazioni anche «oltre il territorio Nato». Giova sottolineare che negli stessi giorni i parlamentari giapponesi approvavano misure analoghe per le loro forze armate. In inquietante sincronia, le due Costituzioni più `pacifiste' del mondo, suggerite dagli Usa tra le macerie ancora fumanti della seconda Guerra mondiale, cambiano e svoltano sotto dettatura dell'«amico americano».
A tradurre questi nuovi indirizzi per tutta l'Europa ha provveduto, sotto il piano operativo, l'operazione di interposizione e peace-making in Congo, Artemide: la prima dell'Ue, benedetta dall'Onu, capitanata dalla Francia e partecipata dalla Germania oltre che da vari altri paesi. Sotto il profilo strategico, invece, è in alacre attività Xavier Solana. Incaricato a maggio, dall'informale vertice europeo di Castellorizo, di apprestare una complessiva European Security Strategy, ha lavorato sodo per rispettare il mandato di presentarne una prima elaborazione al Consiglio europeo di Salonicco, in modo che fosse approvata - in torbida concomitanza - assieme alla bozza di nuovo trattato costituente. Nel documento - dedicato a Una Europa sicura in un mondo migliore - ci si inchina all'autorità suprema dell'Onu. Si invoca un sistema internazionale restituito al multilateralismo (che naturalmente quando è fatto oggetto di invocazione, non fa che sottolineare la vigenza del più spinto unilateralismo). Metodologicamente si sottolineano i pericoli di una lettura militarista delle questioni della sicurezza internazionale. Ma intanto si giura sulla perennità del vincolo transatlantico e si sceglie di prepararsi alla nuove tipologie di «guerra preventiva» predicate dai Vulcans di Bush. Nel documento approvato a Salonicco si può così leggere che «di fronte alle nuove minacce, è al di fuori dei confini che si collocherà spesso la prima linea di difesa» - un eufemismo per dire che la migliore difesa è l'attacco - o che bisogna «essere pronti ad agire prima che si produca una crisi. Non è mai troppo presto per prevenire conflitti e pericoli».
Che dire di questa Europa? Ritrova l'unità acconciandosi operativamente e strategicamente al mondo e al futuro con gli occhiali prestati dagli Usa: quegli occhiali ancora pochi mesi fa rifiutati dall'Old Europe. Ma torna a dividersi sulla sua Costituzione, un documento straordinario. Dovrebbe guardare al domani, dettare - come fa e ha sempre fatto ogni Costituzione - il patto degli Europei per il futuro, la loro missione nel mondo. E invece guarda al passato. Rovista tra radici e tradizioni, alla ricerca dell'identità europea (anche nel dibattito più recente tra gli intellettuali, promosso da Habermas, tempo fa più attento alle trappole identitarie). Con il naturale risultato di scoprirle diverse, quando non nemiche per accumulo, più o meno antico, di rovine e lutti: religiosi, politici, ideologici, e chissà anche di genere.
In realtà, non si comprende questo decorso schizofrenico, se non a partire materialmente dalla sconfitta epocale subita dall'Unione europea - ammutolita sulla guerra in Iraq e nel conflitto israelo-palestinese - e dalla successiva decisione, maturata con la Risoluzione 1483 del Consiglio di sicurezza dell'Onu di svoltare, di cambiar pagina. Con quel documento - straordinariamente innovativo, ad esempio, per l'imprimatur postumo fornito alla guerra preventiva, per il ruolo inedito consegnato a forze di occupazione, per l'originale rivisitazione del tema classico delle riparazioni di guerra dovute dal paese sconfitto - la comunità internazionale non solo si è genuflessa al nuovo imperatore, ma si è incamminata concretamente per la riforma dell'Onu: una Onu, come si dice nel vocio mediatico-diplomatico che imperversa nelle capitali del globo, capace di riadattarsi alle necessità della guerra preventiva e di gestire realmente operazioni di peace-keeping. Magari riattivando, come suggerisce lo storico Paul Kennedy 7, grande esperto in materia di riforma delle Nazioni Unite, quella parte dello Statuto, a partire dall'Art. 75, mai utilizzata, perché dedicata alle amministrazioni fiduciarie, messe fuori gioco nell'immediato secondo dopoguerra dall'avanzata tumultuosa del processo di decolonizzazione.
Che strano. L'Europa - e in essa, soprattutto, la sinistra, ma questo è un dato mondiale - china il capo e si azzittisce proprio quando il re è nudo, quando Bush II deve cominciare a difendersi da delegittimazione e impeachment planetari. La campagna d'Iraq è stata vinta, prima ancora che con i blitzkrieg della guerra celeste, con informazione, deformazione, disinformazione. A conferma che la comunicazione è la materia prima fondamentale dell'universo globalizzato, sta non solo la Rma statunitense - la Revolution in Military Affairs, la guerra fatta con computer e satellite - ma una campagna di bugie e misteri. Dove stanno le armi di distruzione di massa? Come e dove le armate irachene si sono dissolte nel nulla? E Saddam, bin Laden, Al Qaeda? Senza indulgere a sciocche dietrologie, l'embedded journalism, il giornalismo regolato, arruolato, sta alle campagne afghane e irachene, come i revisori di borsa stavano ai trucchi contabili della Enron, alla gestione della new economy.
Nell'epoca della guerra preventiva, geneticamente dipendente da conoscenze precise, inattaccabili, `a prova di bomba', informazione e comunicazione diventano inaffidabili, ambigue, abitate da calcolo e comando politici. Con buona pace degli improvvidi cantori, di destra e di sinistra, esse non sono così lisce e piane, come le vantate forme dell'impero americano. Hanno strati, casematte e reticoli, estremamente complicati. Per decifrarli v'è bisogno di pazienza e analisi, ma soprattutto di politica. Di praticare nuovi e vecchi terreni, con gli arnesi moderni e quelli più antichi, per impadronirsene e arrovesciarli. Altro che morte della politica e della storia.
Che disastro se le pudenda dell'imperatore, di Bush II, fossero esposte in piena vista a una sinistra e un'Europa convertite fuori tempo a una lingua imperiale, improvvisamente desueta e svillaneggiata.


note:
1  Charles A. Kupchan, The End of the American Era. Us Foreign Policy and the Geopolitics of the Twenty-First Century, New York, Knopf 2002.
2  Robert Kagan, Of Paradise and Power, New York, Knopf 2003, tr. it. Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale, Milano, Mondadori 2003.
3  Si guardi alla distanza che separa i contributi odierni di Michael Hardt e Antonio Negri a «Global magazine» rispetto alle tesi consegnate in Impero, Milano, Rizzoli 2002.
4  Emblematiche le posizioni di Robert Cooper, ispiratore del «new internationalism» blairiano e cantore degli imperi prossimi venturi: Imperi di ieri, imperi di domani, in «Lettera internazionale», n. 70, 2001; Stati mancati e imperialisti mancanti, in «Aspenia», n. 16, 2002.
5  Archivio Arendt, vol. 2, 1950-1954, a cura di S. Forti, Milano, Feltrinelli 2003, p. 183; C. Schmitt, Il Nomos della Terra, Milano, Adelphi 1991, pp. 381-2.
6  Jean Paul Fitoussi, La règle et le choix, De la souveraineté économique en Europe, Paris, Seuil 2002, tr. it. Il dittatore benevolo. Saggio sul governo dell'Europa, Bologna, il Mulino, 2003.
7  Paul Kennedy, Trusteeship - An Idea Whose Time Has Come?, in «Los Angeles Times Syndicate», 8 aprile 2003.


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