numero  41  luglio-agosto 2003 Sommario

Il declino italiano in cifre

ANALISI E PROPOSTE
Roberto Romano Sergio Ferrari  

Un quadro comparativo dei principali indicatori economici dell'Italia e dell'Europa (vedi Tab. 1), che consenta di valutare le affinità e le diversità che si sono consolidate negli ultimi dieci anni, è indispensabile per affrontare il tema - che sembra riguadagnare uno spazio nel dibattito economico e politico di questi mesi - delle politiche pubbliche volte a indirizzare l'economia nazionale, ovvero quello del ruolo che il soggetto pubblico può assolvere nei fenomeni economici da un punto di vista macroeconomico e microeconomico.
Tutti gli indicatori considerati (Pil, import, export, consumi delle famiglie, investimenti fissi lordi, produzione industriale, utilizzo degli impianti, R&S e tasso di attività lavorativo) mostrano con una certa evidenza, che l'Italia si sta sostanzialmente allontanando dall'Europa; più precisamente, che il nostro sistema produttivo non riesce a misurarsi con il sistema produttivo dei paesi europei.
In buona sostanza, si può affermare che il sistema produttivo - a causa della sua specializzazione produttiva, tecnologicamente arretrata, e della sua dimensione di impresa, significativamente più bassa di quella europea - costituisce un onere per il paese, nel senso che quando aumentano gli investimenti, la bilancia commerciale, come la produzione industriale, tende ad approfondire il gap con i paesi europei. Solo in questo modo si può `leggere' la bassa crescita del Pil nazionale rispetto alla Ue, nonostante una media negli investimenti molto più alta e una domanda delle famiglie in linea con l'Europa (vedi Tab. 2) 2.
Appellarsi alla volontà degli imprenditori, oppure chiedere di aumentare le risorse per la R&S delle imprese, è un esercizio pedagogico utile ma non risolutivo della crisi del sistema produttivo nazionale che ha scelto, evidentemente, di sottrarsi alla competizione sulla qualità con i paesi industrializzati. La stessa dimensione e struttura delle imprese lo confermano ed insieme ne impediscono il processo di trasformazione strutturale necessario 3.
Se nel confronto delle performances della Ue si rende evidente il `fallimento' del privato, anche l'azione pubblica ha mancato l'obiettivo di un equilibrio più avanzato. Indubbiamente è riuscita a traguardare i vincoli di Maastricht e del Patto di stabilità 4, ma i risultati previsti o annunciati sono stati sostanzialmente disattesi. Riaprire la discussione su quale debba essere il ruolo pubblico in economia è un tema ineludibile, anche se non può assumere le forme e i contorni che abbiamo conosciuto in anni recenti.
Il dibattito sul ruolo del pubblico nell'economia accenna a rianimarsi, seppure prevalentemente come oggetto di ricerca e di indagine economico-politica, in conseguenza del sempre più frequente manifestarsi dei cosiddetti `fallimenti del mercato', della insufficiente `architettura' finanziaria dei bilanci pubblici europei (Patto di stabilità europeo e Trattato di Amsterdam) e, più in generale, dello stato delle relazioni economiche internazionali. Questa novità trova ormai molteplici e autorevoli conferme in personaggi istituzionali (abbiamo già ricordato il giudizio del presidente della Commissione Ue Romano Prodi). Altri importanti contributi si trovano nell'appello di alcuni economisti europei nel paper dal titolo Migliorare istituzioni, regole e strumenti per il pieno impiego e il benessere sociale in Europa 5. Sono, inoltre, tanto più significativi gli interventi di economisti, che hanno ricoperto anche ruoli nelle istituzioni internazionali, come Krugman e Stiglitz 6, ancorché per quest'ultimo le «imperfezioni informative», come cause del mal funzionamento del mercato, vadano attribuite soltanto alla versione marginalista.
È tuttavia da sottolineare che, soprattutto in una fase economica in cui i `fallimenti del mercato'7 si manifestano con maggiore virulenza, anche in relazione ai mutati contesti di mercato, è indispensabile rinnovare in profondità la ricerca sulle forme e sui modi di un nuovo intervento pubblico. In particolare le mutate condizioni dell'economia mondiale presuppongono lo sviluppo di un `background' adeguato in quanto l'equilibrio macroeconomico 8 implicito nei bilanci pubblici funzionali 9 non appare perseguibile all'interno di politiche finanziarie nazionali. E ciò indipendentemente dai vincoli imposti dal Patto di stabilità. I vincoli di quest'ultimo possono e devono misurarsi con i rischi che assediano il sistema economico europeo, piuttosto che assecondare politiche recessive, effetto che appare invece derivare dal nuovo Patto di stabilità 10.

Tab. 1  Principali indicatori economici: confronto Ue-Italia
Media annua 1995-2002
  Ue Italia
Pil 2,2 1,8
export 6,4 4,3
import 6,2 5,6
consumi delle famiglie 2,1 2,0
investimenti fissi lordi 2,4 3,9
tasso di attività lavorativa 68,3 58,9
produzione industriale 2,5 1,2
utilizzazione impianti 82,4 77,6
spesa R&S/Pil 1,4 0,8
Fonte: Banca d’Italia, Relazione annuale; maggio 2003.

Tab. 2  Principali aggregati per settore di attività economica e dimensione di impresa (anno 2000)
addettivalore aggiuntocosto del lavoroInvestimentiincidenza %
per addetto per dipendente per addetto dei profitti  
mgl di euro mgl di euro mgl di euro sul val. aggiunto  

industria manifatturiera
1-9 23,3 18,9 4,5 19,3
10-19 33,9 21,7 5,0 36,1
20-99 43,0 26,3 7,4 38,9
100-249 53,4 33,1 10,0 37,9
250 e oltre 67,7 37,9 13,7 39,5

servizi
1-9 24,4 20,1 3,7 17,4
10-19 37,1 23,2 4,9 37,8
20-99 40,9 25,9 5,3 36,6
100-249 42,1 28,0 7,3 33,4
250 e oltre 48,5 31,4 10,8 35,4
Fonte: Istat, Rapporto annuale 2003.

La discussione sul ruolo pubblico in economia è dunque profondamente condizionata dalla crescente integrazione dei mercati internazionali ed europei, fattore che influenza pesantemente gli effetti macroeconomici dell'azione della pubblica amministrazione, nel senso che il sostegno pubblico a una domanda aggregata aggiuntiva a livello nazionale non produce necessariamente un maggior benessere per il paese nel caso che questa domanda venga soddisfatta da una tendenziale crescita delle importazioni. Questo tipo di interventi pubblici risulterebbero efficaci solo se il sistema economico nazionale nel suo insieme fosse in grado di realizzare un equilibrio rispetto alle risorse disponibili prodotte all'interno. Alcune di queste misure possono, altresì, indebolire il tessuto produttivo che si vuole sostenere, e persino condizionare la domanda di altri beni e servizi. Cioè è possibile che alcuni acquisti siano modificati proprio dagli effetti di questi interventi 11 e, in presenza di una domanda di `sostituzione di beni e servizi', questi risultino persino estranei al target della specializzazione produttiva come delle agevolazioni pubbliche e/o private.
Non è in discussione il ruolo funzionale del bilancio pubblico 12, ma i limiti dimensionali e strutturali di questo strumento quando non venga riattrezzato per far fronte all'integrazione dei mercati internazionali. Questo adeguamento della strumentazione pubblica deve muoversi nel senso di un allargamento, ma ancor più di una reinvenzione, della sua capacità di intervenire sugli aspetti microeconomici 13, al fine di condizionare l'indirizzo della produzione di beni e servizi da parte del tessuto produttivo e per questa via dare efficacia alle politiche pubbliche di equilibrio macroeconomico. Inoltre, mentre è pensabile che - con interventi di dimensione europea - sia possibile realizzare l'equilibrio macroeconomico a livello sovranazionale in modo da dar luogo a effetti positivi sulla distribuzione del reddito e sull'equilibrio funzionale dell'economia, non altrettanto si può dire per quanto riguarda la correzione di disfunzioni con interventi di tipo microeconomico.
Quindi la ricerca di un adeguato intervento pubblico (un mix tra microeconomico e macroeconomico) deve fondarsi su una corretta analisi della crisi del tessuto produttivo europeo, ma soprattutto sulle caratteristiche della crisi del sistema produttivo nazionale. Nel caso italiano tale analisi appare tutt'altro che scontata e tanto meno univoca o condivisa anche all'interno delle forze di sinistra. Prova ne sia che i «paradossi economici e sociali dell'Italia» di cui abbiamo scritto in precedenti fascicoli di questa «rivista» 14 non hanno prodotto quelle riflessioni di politica industriale, tecnologica, e, infine, sociale (le implicazioni sociali connesse con il declino economico del paese rispetto ai partner europei non sono così irrilevanti da non richiedere interventi di efficacia pari ai bisogni) che ci si poteva attendere. Solo recentemente, sull'onda del caso drammatico della crisi della Fiat, incominciano a emergere interrogativi più stringenti In estrema sintesi si osserva un progressivo allontanamento dall'Europa quanto alla struttura dei principali indicatori economici, con particolare riferimento al `governo' dell'impresa, con una relazione drammaticamente negativa tra investimenti, bilancia commerciale, utilizzo degli impianti e produzione. Infatti, il sistema delle imprese, almeno in questi ultimi anni, ha trovato le risorse finanziarie per realizzare i propri investimenti in misura maggiore rispetto alla media dei paesi comunitari, ma, allo stesso tempo, questi investimenti hanno dato luogo a un basso utilizzo degli impianti e a una produzione industriale più contenuta, in misura `anomala', della media Unione europea. Questi dati dicono con nettezza che l'intervento pubblico microeconomico è un impegno dirimente e non più rinviabile per lo Stato. Ciò non esclude l'azione macroeconomica svolta storicamente proprio dallo Stato, al contrario esige una sua qualificazione capace di invertire il declino industriale ed economico del paese indotto dal carattere strutturale del sistema produttivo nazionale.
Le implicazioni sociali delle tendenze negative del nostro sistema produttivo possono dunque anche apparire ovvie tuttavia, al momento, non sembrano affatto scontate. Alcune sono state già ricordate in analisi precedenti 15; qui ci si limita a ricordarne altre che ne esemplificano la profondità. Una recente analisi sulla distribuzione del reddito in Europa 16 consente una verifica adeguata di come si è modificata la distribuzione del reddito per tipologia di reddito (capitale, salario, rendita) in percentuale del Pil. Contrariamente a quanto avvenuto negli altri principali paesi europei, l'Italia ha manifestato, dal 1972 al 2000, una progressiva diminuzione del peso dei redditi da lavoro dipendente sul Pil. In Italia la quota dei redditi da lavoro dipendente sul Pil passa dal 50,6% del 1972 al 40,6% del 2000, mentre negli altri paesi questa quota si è pressoché mantenuta costante. Per esempio, in Francia la quota passa dal 50,7% al 52,4% del 2000; in Germania dal 54,6% al 53,4%; in Spagna dal 50,3% al 50,6%; in Inghilterra, dove si è sviluppato il più forte attacco al mondo del lavoro, passa dal 58,8% al 55,8% del 2000. Questi mutamenti della composizione del reddito suggeriscono alcune riflessioni di ordine macroeconomico e microeconomico, nel senso che il lavoro, almeno in Italia, non `rappresenta' un fattore su cui fondare la crescita economica del paese mentre, da un altro punto di vista, rappresenta l'altra faccia della medaglia degli investimenti delle imprese, che sono sostanzialmente sostitutivi del lavoro, cioè beni intermedi importati invece che realizzati sul territorio nazionale. Infatti, se gli investimenti realizzati dalle imprese fossero il frutto di know how endogeno, la quota del reddito da lavoro dipendente non avrebbe manifestato la presente tendenza negativa.
Inoltre, le retribuzioni reali unitarie hanno manifestato trend diversi per i paesi europei. Dai dati del Cnel si apprende che il potere di acquisto degli italiani è cresciuto in misura piuttosto contenuta e addirittura diminuito di oltre un punto percentuale dal 1995 in poi. Complessivamente, dal 1993 al 2000, le retribuzioni lorde unitarie reali sono cresciute dell'1,5% in Italia, contro una media dell'area euro del 4,4%. Alcuni paesi - e più precisamente Francia (7,5%) e Gran Bretagna (8,9%) - sono molto al di sopra della media europea. Questi dati chiamano in causa i modelli contrattuali, ma anche il ruolo svolto dalla Pubblica amministrazione. Infatti, in Europa, e in particolare in Italia, negli ultimi anni (1995-2003), la capacità distributiva della pubblica amministrazione, si è particolarmente compressa. Le spese totali dei bilanci europei sono passate dal 51,6% del Pil del 1995 al 47,4% del 2003. Il che equivale a dire che, dal 1993 al 2003, la pubblica amministrazione si è privata di risorse finanziarie indispensabili ad assolvere al suo ruolo storico di redistribuzione della ricchezza; decurtazione che per l'Italia equivale a quasi 8 punti percentuali di Pil. L'attuale redistribuzione del reddito più che un problema di pressione fiscale chiama, quindi, in causa il ruolo del soggetto pubblico, cioè il reddito collettivo che la Pubblica amministrazione rappresenta.
Un esempio paradigmatico per comprendere le implicazioni sociali ed economiche della crisi strutturale del paese può essere la `capacità di sfruttare' le competenze maturate dagli studenti 17 (vedi Tab. 3), cioè la misura in cui il sapere e il saper fare sono metabolizzati dal sistema economico nel suo insieme. Infatti, se studiare conviene, è altrettanto vero che i risultati non sono identici da paese a paese. Le condizioni economiche generali e il posizionamento sul mercato comunitario del paese influenzano le potenzialità insite nelle conoscenze che gli studenti maturano durante gli anni di studio. Tra le implicazioni sociali ed economiche più pericolose della deriva del tessuto economico nazione vi è dunque l'incapacità di mettere a frutto le `conoscenze', misurabile in 10 punti percentuali in meno del paese in cui vi è il maggior tasso di rendimento degli studi (Gran Bretagna). Questo `inquietante' dato si somma con la crescente disaffezione delle imprese a realizzare investimenti nella innovazione nei settori avanzati, come l'Ict (Tecnologia dell'informazione e della comunicazione), ma più in generale in tutti i comparti produttivi, e con la bassa percentuale di risorse destinate alla ricerca e sviluppo (R&S) sia dalle imprese private (in parte finanziate dalla spesa pubblica) sia dall'amministrazione pubblica.
Per valutare la profondità del paradosso italiano è possibile utilizzare l'indice di correlazione 18 (vedi Tab. 4) - cioè un indicatore che misura il livello di integrazione del sistema produttivo nazionale con altre aree economiche - e per questa via valutare e, in presenza di altri indispensabili fattori `reali', `condizionare' i processi economici e di sviluppo. Questi indicatori confermano la `peculiarità' del modello di specializzazione italiano rispetto ai paesi dove è localizzato il `cuore oligopolistico' dell'industria manifatturiera europea 19. La diversità complessivamente riscontrata nella specializzazione italiana è indubbiamente condizionata dalla specializzazione settoriale (per lo più in settori tradizionali) e dalla `dimensione' delle unità produttive, cioè una dimensione delle imprese per addetto troppo piccola rispetto alla media europea per restare sul mercato. Se la ripartizione italiana ha una correlazione significativa rispetto ai due paesi più importanti dell'Europa (con la Francia 0,57 e Germania 0,50), è altrettanto vero che questi valori sono significativamente inferiori a quelli che i due paesi europei mostrano tra loro (0,94).
Gli effetti più evidenti di questa struttura produttiva sono: un significativo tasso di crescita degli investimenti fissi lordi con un crescente ricorso alla innovazione prodotta da altri paesi, come si può vedere dalla crescita delle importazioni; un utilizzo degli impianti produttivi e tassi di produzione sistematicamente più bassi rispetto alla media europea; il fattore di R&S compromesso dalla dimensione e dal profilo tecnologico delle imprese nazionali.
I `principi', i `valori' e gli `orizzonti', che dovrebbero orientare l'azione pubblica e il dibattito politico-economico sono certamente condizionati dall'attuale situazione economica internazionale e i problemi legati alla formazione del reddito e allo sviluppo (concetto molto più articolato della crescita economica) potrebbero `essere compressi' dalla stagnazione e dai rischi recessivi dell'economia internazionale. Ma nel caso dell'Italia si aggiunge il processo economico e politico che la spinge a fuoriuscire dal modello sociale ed economico che ha caratterizzato la Comunità europea fin dalla sua fondazione e che progressivamente la allontana dal ruolo e dallo status di membro fondatore dell'Unione per declinare verso un ruolo di leader dei paesi emergenti. Può darsi che lo sviluppo di un intervento pubblico microeconomico, con un adeguato profilo macroeconomico, sia carico di insidie 20, ma la questione è: si è in grado di curare la crisi italiana con strumenti diversi?

Tab. 3  Tasso di rendimento dell'investimento in studi universitari
Paese %
Regno Unito 17,3
Usa 14,9
Francia 12,2
Paesi Bassi 12,0
Svezia11,5
Germania 9,0
Giappone 7,5
Italia 6,5
Fonte: Rapporto Ocse, Education at a Glance, ottobre 2002

Tab. 4  Indice di correlazione dell'industria manifatturiera italiana e di alcuni paesi europei esclusi i prodotti petroliferi (1999)
  Austria Germania Danimarca Spagna Finlandia Francia Portogallo Svezia Italia
Austria1,00
Germania0,871,00
Danimarca0,550,671,00
Spagna0,550,67 0,421,00
Finlandia 0,750,670,940,361,00
Francia 0,82 0,94 0,69 0,78 0,60 1,00
Portogallo 0,23 0,12 0,06 0,52 0,07 0,24 1,00
Svezia 0,86 0,94 0,84 0,65 0,83 0,88 0,09 1,00
Italia 0,50 0,52 0,43 0,86 0,34 0,57 0,59 0,52 1,00
Fonte: Svimez, n. 9-11/2002.

Se l'analisi delle implicazioni economiche e sociali appena descritte e le misure proposte per dar luogo a risposte efficaci hanno un qualche fondamento, allora viene naturale pensare che la parola torni al governo politico dei processi; o, meglio, che, soprattutto in una fase in cui la globalizzazione approfondisce il fattore `incertezza' fino al punto di trasformarlo in elemento-fattore economico di posizionamento internazionale, l'azione politica dei partiti costituisce il possibile punto di debolezza. Indubbiamente i temi del `cosa', del `come' e del `per chi' produrre rimangono nel campo dell'indagine economica, ma è altrettanto vero che la qualità dei processi produttivi chiamano in causa l'analisi politica e le sue categoria, con particolare riguardo ai valori e agli orizzonti.
L'`allontanamento' dell'Italia dall'Europa aggiunge un nuovo terreno di riflessione, imponendo un'attenzione nuova al modo in cui il soggetto pubblico, e, in relazione con esso, i soggetti privati possono muoversi per invertire le tendenze del sistema economico nazionale così negativamente condizionate dalla sua struttura manifatturiera, dalla qualità della governance del sistema delle imprese e dalla sua ridotta capacità di fare ricerca autonoma. Invertire il declino economico del paese e affrontarne le dimensioni sociali sono questioni almeno in parte distinte, ma non necessariamente diverse. Dipende dalle politiche che si mettono in campo. Da questo punto di vista il ritardo nella comprensione della crisi nazionale e nelle relative analisi porta a un ritardo nella definizione di queste politiche.Occorre, dunque, definire con precisione gli oggetti della discussione e verificare se questi costituiscono realmente il terreno comune di ricerca: a) è condivisa l'idea che la qualità dello sviluppo è il fine a cui deve tendere la crescita economica?; b) è auspicabile e necessario un equilibrio tra microeconomia e macroeconomia? c) il lavoro e la qualità del lavoro possono essere il fattore più rappresentativo dello sviluppo e dell'equilibrio microeconomico?
Sono quesiti discriminanti anche perché l'azione pubblica microeconomica si rende indispensabile proprio nella situazione in cui l'allocazione delle risorse da parte delle imprese rappresenta il vero `vincolo' per il paese, tanto da inibire o compromettere, a causa dell'attuale struttura del sistema manifatturiero, l'efficacia degli interventi macroeconomici predisposti dallo Stato. Evidentemente, non si tratta di riappropriarsi solo dei principi e dei fondamenti dell'economia del benessere, che sostiene con convinzione l'intervento pubblico come riparatore dei fallimenti del mercato, ma soprattutto di `allargare' la strumentazione finanziaria ed economica del soggetto pubblico al fine di trovare un equilibrio tra l'azione macroeconomica e quella microeconomica. Questo equilibrio è stato in parte compromesso dalla finanziarizzazione dell'economia che ha una portata ormai storica 21, nel senso che si apre una forte e stabile divaricazione tra rendimenti del capitale che si fissa sui mercati finanziari e quello che è richiesto agli investimenti reali, a un progetto industriale. In Italia questo processo ha assunto contorni e fenomenologie addirittura paradossali. L'indice dei corsi azionari secchi deflazionato con i prezzi al consumo tra il 1946 e il 2003 mostra con rara efficacia come il corso delle azioni non ha recuperato neppure l'inflazione (1946=100; 2003=60). Se invece osserviamo questo indice su un arco do tempo più lungo (1928-2003) i risultati sono ancora più inquietanti: 1928=100; 2003=18,7 22.
In questo senso, lo sviluppo di un bilancio funzionale potrebbe essere visto come un approdo obbligato in quanto si eserciterebbe al livello proprio un'azione macroeconomica adeguata per far fronte ai `fallimenti del mercato' attraverso un'attività di entrata e spesa capace di ricomporre la frattura economica tra rendita finanziaria e capitale 23. In un bilancio di questo tipo, ad esempio, la società della conoscenza e la rendita finanziaria dovrebbero trovare un riscontro proporzionale al loro effetto sulla qualità dello sviluppo economico e sociale. Coerentemente, i vincoli di bilancio non dovrebbero `tradurre' indifferentemente gli effetti contabili dei tagli allo Stato sociale e quelli che tendono a generare una distribuzione socialmente squilibrata.
Sembrano dunque maturi i tempi per abbandonare il dogma secondo il quale l'intervento pubblico a livello microeconomico rappresenta una `vincolo' per il paese. Secondo questa ideologia, infatti, il mercato trova sempre il proprio equilibrio attraverso il meccanismo della domanda e dell'offerta, e per questa via risolve il problema del `che cosa', `come' e per `chi' produrre. In realtà, si sono solo confusi i limiti dello Stato con i fallimenti del mercato, che evidentemente non sono la stessa cosa. Inoltre - ed è ancora più grave - si è assunto che il consumatore ogni mattina emetta un sorta di `bollettino democratico' su che cosa si deve produrre, avendo dimenticato che buona parte di questa domanda è un riflesso condizionato dell'offerta. La scelta di `liberare' il mercato dai `vincoli' dello Stato è stata la scelta politica di questi anni, ma dopo una ormai lunga prova, di questa scelta è possibile fare un primo bilancio. In prima approssimazione si può affermare che c'è stata una `palese' confusione tra liberalizzazione e privatizzazione, ma soprattutto si sono riproposti con forza tutti i vincoli teorizzati dalle teorie economiche del benessere dei `monopoli naturali'. Se è possibile verificare un consenso largo almeno su un punto, e cioè sul dato che il posizionamento internazionale di un paese è determinato dalle caratteristiche del sistema di produzione di beni e servizi, allora è proprio su questi oggetti che occorre intervenire per alimentare il reddito, e, per questa via, le entrate pubbliche. Purtroppo, sono proprio gli strumenti finora adottati, insieme allo svuotamento del ruolo dello Stato, ad allargare progressivamente la distanza tra il paese e l'Europa fino al punto che il basso contenuto della struttura produttiva nazionale finisce per collocare, almeno in prospettiva, il paese molto vicino ai paesi emergenti. Per affrontare il `paradosso italiano' occorre, quindi, allargare l'intervento pubblico coniugando coerentemente micro- e macroeconomia. In particolare occorre rimodellare e riqualificare l'azione pubblica assegnandole strumenti e risorse compatibili, certo, con gli obiettivi funzionali del bilancio ma anche con la ricollocazione dei target produttivi.
Circa le risorse adeguate per affrontare gli equilibri macroeconomici, cioè per riassegnare al bilancio la capacità di regolare la domanda e l'offerta, oltre a produrre economie esterne, occorre che la dimensione finanziaria del bilancio sia adeguata, soprattutto quando aumenta l'interdipendenza tra le economie, in particolare di quelle che si muovono entro l'orizzonte dell'integrazione europea. Andrea Fumagalli sottolinea - nel paper più sopra citato - che l'Unione europea condiziona gli Stati e i bilanci pubblici svuotandoli di competenze (si pensi alla politica monetaria), ma c'è da osservare che questa constatazione non può valere come giustificazione per `assecondare' le derive degli anni '90 sul ruolo dei bilanci pubblici in economia. Inoltre, la possibilità di impattare con efficacia sul sistema economico in termini macroeconomici da parte dello Stato si è comunque ridotta, e non è l'Unione Europea responsabile di questa limitata capacità di azione. In verità occorre `approfondire' i limiti dimensionali dello Stato per far fronte al problema dei fallimenti del mercato, piuttosto che inseguire pericolose manovre federaliste verso il basso e adeguare la spesa pubblica a tale scopo. Se la dimensione macroeconomica non può essere `controllata' dallo Stato, forse è giunto il momento di `delineare' un'ipotesi di bilancio pubblico europeo almeno pari al 20 % del Pil europeo, cioè una soglia adeguata per esercitare il ruolo funzionale che storicamente è stato assegnato ai bilanci pubblici 24. Forse per questa via è possibile riequilibrare la funzione del reddito assegnando alla spesa pubblica il suo ruolo storico (reddito = consumi + investimenti e spesa pubblica), e contrastare così con efficacia, la recente tendenza del sistema economico a ridimensionare il ruolo dello Stato fino a configurare un ritorno a modelli ottocenteschi 25.
La proposta cui qui si accenna sul terreno microeconomico riflette una idea di riequilibrio di funzioni tra il livello europeo e nazionale, ma anche la necessità di condizionare la notevole capacità di investimento privato italiano che purtroppo produce `povertà' per il paese. Infatti, se l'analisi del sistema economico è corretta, occorre delineare un duplice impegno per la finanza pubblica:
- un intervento macroeconomico teso a condizionare l'allocazione delle risorse private (si pensi alle risorse in conto capitale); - un intervento microeconomico che assegni alla pubblica amministrazione la capacità di realizzare beni e servizi intermedi (disponibili anche al privato), capace di qualificare gli investimenti dei privati in termini di capacità di realizzazione di reddito.
La scelta delle misure concrete è indubbiamente difficile, ma possiamo attribuire al livello microeconomico tutto ciò che attiene al sapere e al saper fare, mentre al macroeconomico, misto ad elementi microeconomici, tutto ciò che attiene alle grandi infrastrutture come le ferrovie, le strade, i porti, l'energia, l'ambiente e altro ancora. Ma l'efficacia di tale azione può essere ininfluente se non si afferma una domanda e un'offerta di qualità, cioè un riposizionamento da parte di tutti i soggetti istituzionali ed economici del paese attraverso politiche fiscali e di tassazione adeguate che si proiettino nel medio e nel lungo periodo.
Data la presente realtà economica e sociale è dirimente per l'intervento pubblico lo sviluppo di una capacità di condizionamento dell'allocazione delle risorse scarse attraverso misure macroeconomiche (negli spazi e nell'orizzonte delineati in precedenza) e microeconomiche capaci di intervenire sui fattori di qualità tesi a riposizionare la domanda e l'offerta del sistema manifatturiero nazionale. Ciò significa anche un'azione diretta sulla ricerca e lo sviluppo tesa ad anticipare la domanda e, per questa via, a orientare gli interventi infrastrutturali micro- e macroeconomici.
Indubbiamente il dibattito a sinistra, come quello a livello comunitario - tutto schiacciato tra più Stato o meno Stato - non aiuta a definire la riarticolazione dell'intervento pubblico, ma è proprio il modello interpretativo adottato a condizionare la ricerca di un equilibrio superiore. Lo sforzo di questo `saggio' (nel senso tecnico di `prima esplorazione') è proprio quello di aprire una discussione capace di muoversi dentro i limiti e le contraddizioni del sistema economico attuale non rinunciando ai valori che devono fare da orizzonte a tutta la sinistra.


note:
1  Gli autori ringraziano la dottoressa Daniela Palma dell'Enea per le osservazioni sul tema dell'economia dell'innovazione, Giovanna Giorgetti della Cgil Lombardia per alcuni approfondimenti teorici e Amerigo Sallusti della Funzione pubblica di Milano per le precisazioni circa il ruolo dello Stato nei fenomeni economici.
2  Questo fenomeno suggerisce un'analisi dettagliata della distribuzione del reddito che sarà sviluppata più avanti anche se non approfonditamente come sarebbe necessario.
3  Istat, Rapporto annuale 2002, presentato nel maggio del 2003.
4  Dell'efficacia del Trattato in Europa si discute tra economisti e tra governi (un sede molto autorevole e responsabile lo ha trovato «stupido»), ma la sua insufficienza se pensiamo alle aspettative che aveva suscitato è invece clamorosa. Evidentemente occorre trovare un ruolo diverso per l'Ue in materia economica, di cui diremo dopo.
5  Paper prodotto da alcuni economisti europei circa le politiche che la Comunità europea dovrebbe adottare per riposizionare le politiche pubbliche della Ue: Economisti europei per una politica economica alternativa, novembre 2002.
6  Cfr. J. E. Stiglitz, Informazione, economia pubblica e macroeconomia, il Mulino 2002, e la nota di R. Rossanda Ripulire il serraglio, «la rivista del manifesto», n. 32, ottobre 2002.
7  R. Artoni, Elementi di scienze delle finanze, Il Mulino, 1999.
8  Per equilibrio macroeconomico si intende la corretta combinazione degli investimenti a livello di paese, dei consumi e della spesa pubblica in relazione alla distribuzione del reddito fra salari, profitti e rendita.
9  Per spesa funzionale si intende la spesa pubblica per grandi aree di spesa. Per esempio Stato sociale, spese in conto capitale, domanda aggregata.
10  Il Patto di Stabilità strada facendo è cambiato. Il primo patto era calibrato interamente sul pareggio di bilancio, mentre nell'ultima versione punta con decisione sul debito pubblico che dovrebbe ridursi ogni anno di almeno 4 punti percentuali sul prodotto interno lordo.
11  La rottamazione delle auto del 1997, decisa dal governo Prodi, ha indubbiamente fatto crescere la domanda di auto, ma allo stesso tempo ha pesantemente compresso, solo per fare un esempio, la domanda di elettrodomestici.
12  Il ruolo funzionale del bilancio pubblico si sostanzia nella corretta distribuzione del reddito tra lavoro, profitto e rendita.
13  Per interventi microeconomici si intende la corretta allocazione dei fattori di produzione e degli investimenti, così come la capacità di creare utile dalla combinazione dei diversi fattori che concorrono alla realizzazione di un bene o di un servizio.
14  Cfr. R. Romano, «la rivista del manifesto», n. 32, ottobre 2002, pp. 25-28.
15  Si veda il lavoro di Giovanna Giorgetti in Cenni sulla formazione e distribuzione del reddito in Italia, su: www.lomb.cgil.it.
16  Cnel, VI Rapporto sulla distribuzione del reddito in Europa, 2000-2001, luglio 2002, su: www.cnel.it.
17  Ocse, Rapporto Education at a Glance, ottobre 2002; www.ocde.org.
18  L'indice di correlazione è un indicatore che varia da zero - nel caso di due sistemi industriali specializzati in settori assolutamente differenti - a uno, nel caso opposto.
19  «Informazioni Svimez», n° 9-11/2002.
20  R. Bellofiore, Fine di un tabù, «la rivista del manifesto», n. 33 novembre 2002.
21  G. Nardozzi, I rapporti tra finanza e distribuzione del reddito: un'interpretazione dell'economia di fine secolo, Luiss Edizioni, 2002.
22  Rapporto Ufficio studi Mediobanca, febbraio 2003; «La Repubblica-Affari Finanza», 17 febbraio 2003.
23  Per altri dettagli sul tema si veda: www.lomb.cgil.it.
24  Il progetto istitutivo di una Costituzione per l'Europa, presentato e approvato il 20 giugno a Salonicco, all'Art. I, 53 recita: «1. L'Unione si dota dei mezzi necessari per raggiungere i suoi obiettivi e per realizzare le sue politiche. 2. Il bilancio dell'Unione è, senza pregiudizio per altre soluzioni, integralmente finanziato con risorse proprie». Indubbiamente, non è lo sviluppo del bilancio funzionale che sottende la Costituzione italiana, ma manifesta la necessità di risorse adeguate perché l'Unione europea faccia fronte almeno ai suoi compiti istituzionali, in cui potrebbe essere compreso anche il compito di riparare i cosiddetti `fallimenti del mercato'.
25  1. Modello classico dell'800: l'operatore pubblico ha un ruolo neutrale. Il presupposto è che il mercato sia in grado di assicurare le condizioni di pieno impiego. Comunque le funzioni essenziali erano garantite dallo Stato. 2. Anni '50 e '60: modello keynesiano, che vede il bilancio pubblico come strumento per regolare la domanda e l'offerta, oltre a produrre economie esterne. 3. Anni '70 e '80: neoliberismo moderno, che non esclude la funzione attiva di una politica di intervento, pur ridimensionandone la portata e gli obiettivi. Dentro questo filone la pubblica amministrazione viene considerata complementare al settore privato, in quanto offre beni e servizi che il mercato non è idoneo a produrre. 4. Anni '90: superamento dello Stato, e l'intervento pubblico priva il mercato di importanti risorse economiche (pubblico-privato). Roberto Romano, Ufficio studi della Cgil Lombardia Sergio Ferrari, già vice presidente dell'Enea


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