Informazione: Italia e Usa
I GRANDI FRATELLI
Giancarlo Aresta
La vicenda del «Corriere della Sera» ha acceso - impietosamente - i riflettori sui rischi acuti che sta attraversando il pluralismo dell'informazione in Italia. Ma nella discussione che ha fatto seguito alle dimissioni di Ferruccio De Bortoli, che pure ha occupato le pagine dei quotidiani per quindici giorni e ha portato a uno sciopero generale dell'informazione - peraltro assai riuscito -, si è manifestato un curioso difetto di ottica: si è visto l'albero, e non la foresta.
E l'attenzione, necessaria, a un'ulteriore spallata di Berlusconi, nel suo tentativo di condizionare o orientare il più grande giornale italiano, ha messo in ombra una riflessione su alcuni fatti politici che si svolgevano contemporaneamente, che - soli - sono in grado di illuminare il senso più profondo e di prospettiva della partita che si è giocata con il «Corriere».
Il vento gelido dell'Ovest
Negli stessi giorni in cui si svolgeva l'affaire De Bortoli, gli Stati Uniti facevano scelte sul terreno della comunicazione, che fanno l'impallidire l'immagine di quel paese come patria dell'antitrust. E hanno fatto dire a Ted Turner, fondatore della Cnn e importante azionista di Aol Time Warner, in un editoriale sul «Washington Post» 1, che si stava consumando «un attacco al pluralismo e alla libertà di informazione», adottando «drammatici cambiamenti delle regole che estenderanno il dominio di mercato delle cinque maggiori corporations dei media». «Esse soffocheranno il dibattito, inibiranno le nuove idee ed espelleranno gli editori più piccoli dalla competizione… Perché il paese dovrebbe preoccuparsi? Perché chi perde i piccoli imprenditori perde le grandi idee.» E, ancora: «La nostra democrazia ha bisogno di un dialogo più aperto» 2.
Infatti, la potente Federal Communication Commission (Fco), presieduta da Michael Powell, repubblicano e figlio del sottosegretario di Stato Colin Powell, ha dato il via a una deregulation dei media senza precedenti, destinata - secondo uno dei due commissari democratici, Michael Copps - a danneggiare «il panorama dei media negli Stati Uniti nei decenni a venire». Dal momento che, sempre secondo Copps «con le nuove norme i possessori di media raggiungeranno livelli inaccettabili di influenza sulle idee e sulla informazione da cui dipende la nostra democrazia» 3.
Ma vediamo di che si tratta.
In primo luogo la legge - che entrerà in vigore già questa estate, una volta approvata al Congresso - consente ai network radiotelevisivi di comprare altre stazioni Tv, fino a raggiungere l'audience del 45% (a fronte dell'attuale limite del 35%). Questa norma è fatta esplicitamente in favore di Viacom e di New Corp di Rupert Murdoch (società proprietarie rispettivamente di Cbs e Fox: gli altri grandi network nazionali sono Abc, controllata da Disney, e Nbc, di proprietà di General Electric), che hanno già oggi nettamente sfondato il tetto in vigore.
Poi sarà possibile - per le grandi corporations - avere anche due stazioni televisive nelle città medie e tre nei mercati locali dove ne esistono almeno 18, come a New York, Los Angeles e Chicago, e possedere sia il quotidiano locale che una stazione radio o Tv nello stesso mercato, con l'eccezione delle città più piccole.
Il maggiore beneficiario della nuova legge sarà senza alcun dubbio Rupert Murdoch, che già controlla la Fox, la Tv via cavo Fox News, Fox Sport e altri canali specialistici, 34 Tv locali e il «New York Post», e sta per acquistare Comcast, una delle principali reti via cavo degli Usa. Viene così pagato il `debito di guerra' di Bush verso questo editore `amico', che ha fatto una campagna forsennata a sostegno delle bugie sui rischi per il mondo delle armi segrete - di «distruzione di massa» - di Saddam, che hanno preparato - e motivato - l'invasione americana in Iraq.
Questa legge non rappresenta un infortunio, un episodio, ma esprime una linea culturale, una tendenza.
La lezione americana è inquietante. Il liberismo dei neo-conservatives vuole chiudere un'altra pagina della tradizione liberale: quella che ha fatto del pluralismo dell'informazione una delle garanzie essenziali dell'assetto democratico di una società. «Con la nuova legge un pugno di corporations decideranno ciò che l'America legge, guarda e ascolta; e avranno il potere di censurare ed eliminare importanti idee dal dibattito politico… E nel nuovo panorama un fenomeno come Cnn non potrebbe più nascere», commenta amaro Ted Turner nell'articolo già citato.
Neo-conservatives in salsa italiana
Il secondo nesso, che è risultato totalmente oscurato nella discussione pure assai ricca sul «Corriere della Sera» è quello tra la destabilizzazione della direzione di De Bortoli e la contemporanea discussione in Parlamento del disegno di legge Gasparri. E questa disattenzione - che ha conosciuto pochissime eccezioni 4- è incomprensibile, in particolar modo, da parte dei partiti di sinistra e di centro-sinistra, che pure del confronto parlamentare sono parte.
Qui assistiamo - infatti - a un paradosso, che sarebbe difficile dire se è più beffardo o più inquietante. Una proposta di legge - che è nata in tutta fretta nelle intenzioni, o almeno nelle apparenze, per rispondere al grido di allarme sul pluralismo dell'informazione lanciato dal presidente Ciampi nella forma solenne e impegnativa del Messaggio alle Camere, il 23 luglio 2002 - si sta rovesciando nel suo contrario: un colpo serio e duro a quelle barriere che ancora si frappongono in Italia alla creazione di posizioni dominanti nell'informazione.
Viene presentata con le ambizioni di un intervento di sistema e passa sotto la denominazione enfatica di Norme di principio in materia di assetto del sistema radiotelevisivo, ma in realtà si preoccupa principalmente di garantire situazioni di fatto illegittime e di aprire nuove, inquietanti praterie alle concentrazioni nell'area dei media.
È così quando cambiando la Mammì e in aperta difformità con tre diverse sentenze della Corte costituzionale 5 stabilisce la possibilità per una singola impresa televisiva di possedere tre canali nazionali via etere, a vantaggio diretto di Mediaset.
È così quando rende possibile alle società di pubblicità legate ai grandi network nazionali di raccogliere pubblicità anche per le Pay Tv e le Tv locali, permettendo a questo stesso gruppo di fare - a partire dalla raccolta pubblicitaria - un accordo di cartello con Murdoch (che ha una posizione monopolistica ed esclusiva di controllo della Pay Tv 6) e di infeudare un'area più larga del sistema. In questo modo, tra l'altro, Publitalia diventa una cassaforte eccezionale, moltiplicando la potenza economica e finanziaria di Berlusconi.
È così, nel momento in cui la legge sfacciatamente incrementa le quote di occupazione oraria della pubblicità televisiva - portandole dal 18% al 20% -, accentuando l'anomalia italiana nel rapporto tra quote di pubblicità televisiva e sulla carta stampata e dando un colpo terribile ai giornali, che soffrono di tre anni di crisi del mercato 7.
Ed è così, soprattutto, per la parte che ci riguarda, quando spezza le barriere che la legislazione oggi in vigore frappone alla possibilità di creare monopoli verticali della comunicazione, che tengano insieme televisioni radio e giornali. Una battaglia seria alla Camera, sollecitata da Beppe Giulietti, ha permesso con un voto a sorpresa di cancellare la prima di queste misure (limitando a due reti nazionali via etere il massimo che un singolo editore può possedere). Ma al Senato sono pronti gli emendamenti restauratori, che forse quando «la rivista» uscirà avranno già ottenuto il via libera dalla Commissione, sulla base della forza dei numeri e del richiamo della fedeltà al premier.
Ma vediamo che vuole dire integrazione verticale tra media, così come è configurata nell'emendamento all'Articolo 15 della Legge, presentato dal governo al Senato. Oggi - sulla base dell'Articolo 15 della Legge 223 del 6 agosto 1990, intitolato Divieto di posizioni dominanti nell'ambito dei mezzi di comunicazione di massa - la possibilità di possedere giornali e Tv contemporaneamente è sottoposta a una regolamentazione rigidissima, tesa a impedire la formazioni di trust verticali della comunicazione. Non possono, infatti, convivere in nessun modo la proprietà di una televisione e di giornali che abbiano più del 16% della tiratura complessiva dei quotidiani italiani (è il caso dei gruppi editoriali più grandi); né è possibile avere nessun giornale se si hanno più di due concessioni televisive 8. Insomma il divieto di integrazione tra quotidiani e televisione è assoluto per chi ha posizioni rilevanti o dominanti su ciascuno dei due fronti. Ora, con il testo predisposto dal governo queste barriere cadono. E non c'è più alcun argine all'integrazione verticale dei media. Resta come unica limitazione il fatto che l'impresa che risultasse proprietaria di giornali e concessioni televisive non dovrebbe avere ricavi superiori al 20% delle risorse complessive del sistema integrato delle comunicazioni. Un valore spropositato e soprattutto incalcolabile, e quindi destinato a sfuggire ad ogni controllo. Questo diverrebbe possibile a due anni dal varo della legge.
Questo aspetto della Gasparri, che è la parte più rilevante e più inquietante di questa legge, è rimasto nel silenzio; e non ha conosciuto un'opposizione adeguata da parte del centro-sinistra. Per una questione culturale e di merito. Per il fardello di un altro pezzo di eredità negativa della fase di governo. Due anni fa i Ds, infatti, si erano aggiunti a chi proponeva di superare questa barriera tra giornali e Tv. Con la speranza che la garanzia del pluralismo e del contenimento del potere mediatico di Berlusconi potesse venire non da una legge antitrust ma dall'iniziativa di un imprenditore amico (Romiti o Colaninno); e per compiacere le pressioni che arrivavano dal gruppo Rizzoli. Anche ora, sostenendo con i loro emendamenti la possibilità per un editore di giornali che abbia più del 16% della tiratura complessiva dei quotidiani italiani di avere una Tv, ma non la possibilità reciproca per chi ha più Tv, sono su una linea debole e perdente, che aiuta a mettere il silenziatore su un problema così grave 9.
Ma quali conseguenze avrebbe il varo di questa legge?
Sarebbero indubbiamente enormi. Se la Mediaset acquisisse tra due anni un grande giornale potrebbe, infatti, fare in poco tempo il vuoto attorno a sé e mettere in seria difficoltà i suoi concorrenti, facendo leva su un primato schiacciante nella raccolta pubblicitaria e sulla forza devastante che avrebbe nel mercato pubblicitario della carta stampata chi potesse vendere insieme la pubblicità di un giornale e di diverse reti televisive. Un dato per tutti. Secondo il Rapporto Fieg 2003 nel 2001, che è l'ultimo anno di cui vengono forniti dati certi, la raccolta pubblicitaria di tutti i quotidiani italiani era di 1.893.292.000 Euro, mentre Mediaset ne fatturava da sola 2.576.707.000. Ora risulta evidente che portare un grande network televisivo nel mercato dei giornali è come scagliare un sasso in piccionaia. La sua forza d'urto creerebbe in brevissimo tempo le condizioni di una posizione assolutamente dominante anche nell'informazione a stampa.
Si tratta, insomma, nel contesto italiano, di un'operazione di portata non dissimile dalle proposte avanzate dal governo Bush al Congresso americano. Con l'aggravante - intollerabile - del proprietario premier.
Un progetto inquietante
Su questo vale la pena di fare due considerazioni.
La prima riflette sulla vicenda «Corriere». Mi sembra banale e poco dignitoso, a sinistra, discutere sulla crisi di fine maggio come se il problema fosse - prima di tutto o fondamentalmente - quello del giudizio sulla personalità e magari anche - e questo è un po' grottesco - sull'orientamento politico di due direttori: il dimissionario Ferruccio De Bortoli e il neo-eletto Stefano Folli. Il tema vero del contendere è interamente altro.
Le pressioni, le lagnanze, le critiche, le battute che hanno sfibrato De Bortoli fanno parte del repertorio di una `lotta politica' - ma lo stesso repertorio potrebbe essere proprio anche di una `guerra industriale' -, tesa a intimidire la direzione di un giornale e condizionarne la redazione e a scuotere e destabilizzare la proprietà. Una proprietà che non ha più la stessa forza di un anno fa, quando teneva Ligresti fuori dall'uscio del Patto di sindacato, perché in Mediobanca sono cambiati gli assetti e i protagonisti come le alleanze che la reggono, Romiti è indebolito dalle perdite della moda, la Fiat è impegnata in una battaglia di sopravvivenza e Tronchetti Provera è oggi più grande ma più fragile, per l'enorme indebitamento acquisito dal suo gruppo con la telecom.
Ora, se Berlusconi - che tra l'altro non riconosce in radice alcun conflitto di interessi - è premier, grande imprenditore ed editore, c'è da supporre - senza il rischio di essere tacciato da qualche amico a sinistra di «antiberlusconismo ideologico» - che quando si occupa di media lo faccia mantenendo tutti i tre abiti: avendo ben presente una strategia politica, imprenditoriale ed editoriale. Se, ad esempio, fa una legge dello Stato che rende possibile ad un editore televisivo che ha diverse reti di avere un grande quotidiano, dal momento che non ci sono altri proprietari di network Tv in Italia nelle sue condizioni, forse l'imprenditore vuole comprare un grande giornale (i giornali piccoli e medi non fanno per lui, servono per far giocare i parenti più prossimi) e l'editore gestirlo.
Allora, la vicenda del «Corriere» acquista un'altra luce: e rappresenta un primo passo. Intimidire e condizionare, per poi mettere un piede nell'uscio della proprietà di questo giornale attraverso l'ingresso dell'amico Ligresti nel patto di sindacato. Nell'attesa che passino due anni dal varo della legge, per cominciare la campagna acquisti.
È un po' triste che questo scenario, che definisce la dimensione politica e democratica dell'affaire «Corriere» sia stato ignorato e cancellato dalla sinistra (anche dal gruppo dirigente di Rifondazione) nella discussione, anche accesa e controversa, che ha accompagnato quella vicenda.
Il progetto è così enorme e sfacciato che, mentre si discute la Gasparri in Commissione al Senato, è partita una protesta tardiva ma vibrante dalla Fieg, allarmata dall'incremento dei tetti pubblicitari. Inoltre il Garante della concorrenza ha avviato un'indagine conoscitiva, per verificare se in ambito televisivo non vi siano violazioni delle norme antitrust, e segnali di forte preoccupazione (registrati in un articolo su «Repubblica» del 23 giugno 2003) sono stati lanciati dal Quirinale, dando una sveglia all'opposizione.
L'ombra del predatore spaventa. Adesso è necessario comprendere che è in atto un progetto di liquidazione di ogni barriera antitrust dello spessore di quello varato da Mike Powell negli Usa; ed è ora che una opposizione prenda corpo, prima che sia troppo tardi.
La seconda riflessione riguarda il paradosso a cui si accennava prima. Nel suo messaggio alle Camere del 23 luglio 2002, il presidente Ciampi affermava che «la garanzia del pluralismo dell'informazione costituisce strumento essenziale per una democrazia compiuta» e che «dato essenziale della normativa in vigore è il divieto delle posizioni dominanti, considerate di per sé ostacoli oggettivi all'esplicazione del pluralismo». Un problema assai grande si pone - di enorme portata, politica e istituzionale - se, a distanza di nemmeno un anno si è creata una posizione monopolistica, esclusiva nella Pay Tv, con Sky, riferita, per di più, al più grosso monopolista mondiale dei media, Murdoch, che è stretto alleato del monopolista di casa nostra. E se, inoltre, si fa una legge che - se non vi saranno cambiamenti positivi all'ultimo minuto - mantiene le tre concessioni, contro ripetute sentenze della Corte costituzionale, permette alla pubblicitaria di Mediaset di entrare nel mercato delle locali e di raccogliere pubblicità anche per la Pay Tv, e spezza ogni barriera anticoncentrazione tra Tv e quotidiani.
Un nodo delicatissimo di democrazia e - aldilà del comportamento delle persone - una questione di dignità per le alte cariche istituzionali e per il paese.
L'alternativa tra monopolio e democrazia nel campo dell'informazione - per parafrasare il titolo del durissimo j'accuse di Ted Turner sul «Washington Post» - ci propone oggi la sua bruciante attualità. E, ben aldilà dei confini del conflitto d'interesse, proietta la sua ombra su un modello di società dominata dall'economico e sospinta alla dipendenza, che vuole i suoi cittadini sudditi con diritto di voto. Le singolari corrispondenze tra America e Italia, nel percorso di liquidazione delle barriere legislative alle posizioni dominanti sul terreno strategico della comunicazione, sollecitano domande sui caratteri di un passaggio cruciale del capitalismo contemporaneo, in cui cambiano regole e cultura. E chiedono un'attenzione alla vicenda italiana, in cui troppo spesso i riflettori puntati sull'interesse personale del premier - che è cosa rilevante - mettono in ombra il carattere strutturale delle scelte di governo nel modificare la civiltà democratica di questo paese. Ancora una volta emerge anche il `peccato originale', rappresentato per la sinistra di governo dall'aver cercato in un'alleanza con i poteri forti le risorse per bilanciare la perdita verticale di rapporti sociali e di coscienza di sé, della sua rappresentanza e della sua funzione politica fondamentale. L'empirismo e l'indifferenza ai problemi di democrazia, che deriva da questo orizzonte culturale, impedisce oggi di leggere e contrastare in modo adeguato una politica di governo che travolge insieme la qualità democratica del nostro modello sociale e le stesse garanzie liberal-democratiche classiche. È ora di discuterne a fondo. Mentre emerge sempre più chiaramente che non sarà possibile definire un programma di opposizione capace di modificare i rapporti di forza, se non prevarrà la scelta di fondarlo sul rovesciamento delle scelte strategiche di questo governo: dal lavoro alla scuola all'informazione.
Roma, 23 giugno 2003
note:
1 Questo editoriale di Ted Turner, pubblicato sul «Washington Post» del 30 maggio 2003 con il titolo Monopoly or Democracy?, mentre in Italia esplodeva il caso «Corsera», è stato già richiamato in Italia da Vanna Vannucchi, Monopolio dei media, polemica in Usa, «La Repubblica», 3 giugno 2003, e Roberto Rezzo, Fusioni più facili per i media: polemiche in Usa, «l'Unità», 4 giugno 2003.
2 Ibidem. È sicuramente singolare che una critica così radicale a una misura di sostegno alle grandi corporations venga svolta da un grande azionista di uno dei più potenti trust della comunicazione, in nome del diritto democratico all'informazione. Ma questo testo rappresenta in qualche modo un'apologia del `capitalismo della concorrenza', che si vuole custode dei diritti democratici dei cittadini, che si contrappone al `totalitarismo' dei neo-conservatives e alla zona d'ombra che accompagna le concentrazioni senza controlli. Scrive Turner, infatti, in altri passi dello stesso editoriale meno importanti ai fini di questo articolo: i piccoli imprenditori sono gente «che controlla direttamente i propri affari. Sono pensatori indipendenti. Sanno di non poter competere solo imitando i grandi: devono innovare». Mentre «le grandi corporations dei media sono estremamente concentrate sui profitti e avverse al rischio. A volte confondono i profitti a breve termine con la creazione di valore a lungo termine… Perché una corporation lanci un'idea nuova, bisogna superare la resistenza dei manager, ossessionati dagli utili trimestrali e terrorizzati dal rischio di essere fatti fuori se l'idea fallisce». In questo testo si ha l'impressione di leggere la malinconia e il rimpianto di un grande editore - il creatore della Cnn - per la spersonalizzazione della sua impresa, dopo che questa si è sempre più ingigantita per sopravvivere in un'economia dei monopoli.
3 Questa dichiarazione è citata nell'articolo di Vanna Vannucchi, su «Repubblica», richiamato nella nota 1.
4 I riflessi sulla inquietante vicenda del «Corriere» delle proposte contenute in questa legge sono stati notati soltanto da Silvia Garambois, in un articolo sull'«Unità» del 29 maggio 2003, Legge Gasparri, su misura per l'assalto del premier, e da Alessandro Curzi, nell'ultimo dei numerosi interventi che hanno accompagnato la sua polemica su due fronti: Sul Corriere vorrei spiegare, ospitato dall'«Unità» del 6 giugno 2003.
5 La Sentenza 420 del 1994 aveva dichiarato incostituzionale il possesso di tre reti televisive, pari al 25% degli ipotetici 12 canali nazionali, che dovrebbero essere attivi nel nostro paese, richiamando «il vincolo, imposto dalla Costituzione, di assicurare il pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero, e di garantire il fondamentale diritto del cittadino all'informazione». La Sentenza 155 del 2002 ha chiarito che il diritto all'informazione, garantito dall'Articolo 21 della Costituzione, deve essere tutelato «dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie». Per ultima, la Sentenza 466 del 20 novembre 2002 afferma che la realtà rappresenta una situazione più grave dello stesso quadro normativo visto che ci sono solo 11 reti nazionali (rispetto alle 12 previste), di cui 8 private, e in questo contesto la proprietà di 3 reti da parte di un solo editore «non garantisce l'attuazione del principio del pluralismo informativo». Cfr., in proposito, Massimo Giannini, Ciampi boccia la legge sulle Tv, «la Repubblica» del 23 giugno 2003, pubblicato mentre stiamo per andare in stampa.
6 Il fatto che Murdoch - acquistate Telepiù da Vivendi e Stream da Telecom - abbia una posizione di monopolio assoluto nella Tv a pagamento è inquietante, e rappresenta un'altra intollerabile anomalia del sistema italiano dei media. Infatti, a dispetto dei guai finanziari ed economici delle due Pay Tv italiane ora fuse in Sky Italia, questo settore ha serie prospettive di crescita. Soprattutto quando la presenza di un solo operatore, fortissimo nel mondo, avrà calmierato i costi di acquisto dei programmi sportivi e cinematografici e permetterà di raggiungere le condizioni di sicurezza, che liquidino il fenomeno delle schede pirata. Queste potenzialità sono evidenziate nella Relazione del Garante dell'editoria e delle comunicazioni del 30 giugno 2002, che nota che «la televisione a pagamento appare come l'elemento veramente innovativo nel panorama relativamente stagnante del mercato televisivo nazionale». Il Garante, infatti, sottolinea che nel 2001 la Tv a pagamento aveva 3 milioni di abbonati (e circa 1,5 milioni di utenti che si collegavano con tessere pirata), un numero di ascoltatori da casa o nei luoghi pubblici stimato tra i 9,5 e i 10,5 milioni di utenti; mentre la pubblicità copriva il 10% delle entrate. Sky Italia ha quindi possibilità serie di espansione. E risulta così evidente l'importanza di una legge che permetta a Berlusconi di fare un accordo di cartello con Murdoch a partire dalla raccolta pubblicitaria.
7 L'Italia - con il 51,2% delle risorse pubblicitarie complessive destinate alla Tv - rappresenta un'anomalia assoluta in Europa. In Germania queste sono il 24,4%, in Francia il 29,8%, in Ingihilterra il 30,1%, in Spagna il 40,4%, in Svezia il 22,1%, negli Usa il 36,8%, in Giappone il 46,6% (Fonte: Wan, World Press Trend 2002, e per l'Italia dati AcNielsen-nasa, dati citati in Rapporto Fieg 2003, Tab. 55, p. 46). Questo squilibrio assai rilevante verrebbe esasperato dall'incremento degli spazi orari concessi alla pubblicità televisiva, se passasse la legge ora in discussione al Senato. Soprattutto perché, dopo i quattro anni d'oro - dal 1996 al 2000 -, in cui la pubblicità sui quotidiani è cresciuta dell'89%, nel 2001 c'è stata una flessione del 7,1% e nel 2002 del 5%, che continua e si accentua nel 2003, mettendo in tensione l'economia dei giornali, per cui la pubblicità è ormai la risorsa prevalente.
8 La Legge 223/90 rende possibile in ultima analisi soltanto di possedere una televisione e quotidiani con una tiratura inferiore al 16% del totale, o due televisioni e quotidiani con una tiratura inferiore all'8% del totale.
9 Un particolare curioso è che al danno si aggiunge la beffa. E, con il Comma 4 dell'emendamento del governo all'Articolo 15, infatti, si ridimensiona al 10% del totale dei ricavi del settore della comunicazione il peso delle partecipazioni editoriali che può acquisire chi detenesse più del 40% del mercato del settore delle telecomunicazioni (cioè la sola Telecom).