numero  40  giugno 2003 Sommario

Agricoltura e globalizzazione

L'ALTERNATIVA DI VIA CAMPESINA
Gianni Fabbris  

Sorpresa: una delle componenti più autorevoli, per articolazione territoriale, proposta programmatica e politica, capacità di mobilitare forze e costruire alleanze, di quel grande movimento internazionale contro la guerra e il neoliberismo che sta attraversando il nostro tempo è, senza dubbio, il movimento contadino.
Di più: ragioni storiche, sociali e politiche assegnano a cinquanta milioni di uomini e donne nel mondo organizzati nel movimento internazionale di Via Campesina, responsabilità nuove non solo nella rappresentanza dei loro diretti interessi ma, sempre più spesso, nel sostenere, in un ruolo di leadership, le ragioni del dispiegarsi di una grande forza critica mondiale per l'alternativa al neoliberismo fatta da culture e soggettività sociali tanto diverse.
Fra le tante diverse ragioni che concorrono a ridisegnare la nuova centralità dei movimenti contadini - tutte iscrivibili nel grande processo di trasformazione del capitalismo dei nuovi scenari della globalizzazione neoliberista - e allo sviluppo di movimenti di resistenza che pongono esplicitamente la questione dell'alternativa, due assumono carattere decisivo per comprendere questo nuovo protagonismo: l'importanza strategica della nuova questione agraria per il modello del capitalismo globalizzato (con il relativo dispiegarsi di una coscienza critica) e la nascita della proposta della Sovranità Alimentare come alternativa (aspetto della soggettività dei movimenti).
La modernità del nostro avversario La nuova centralità che i temi dell'agricoltura e i movimenti contadini hanno assunto nel dibattito politico e nelle cronache quotidiane ha colpito, spiazzandola, buona parte del pensiero progressista e di sinistra del Nord del mondo.
In effetti, la questione agraria era stata da tempo archiviata da gran parte del confronto politico e culturale, relegata nell'armamentario dei vecchi lasciti accademici di un dibattito sul passato. Modernità e progresso, spesso scorciatoie per legittimare l'ansia di governo dell'esistente piuttosto che proposte di un improbabile futuro, diventavano i nuovi paradigmi in cui anche a sinistra si preparava il terreno alla supremazia del mercato e alla selezione competitiva. Del resto: per la scienza economica, una società che esprime un alto tasso di lavoro agricolo non è da considerarsi arretrata, mentre è da considerarsi vincente, nella corsa allo sviluppo, una società che fra i suoi indicatori di modernità ha bassi percentuali di lavoro agricolo? Così, la stessa parola `contadino', brandita con orgoglio da generazioni di lavoratori e senza terra che con le loro lotte avevano permesso all'Italia di uscire da un lungo medioevo, diventava icona di arretratezza.
In realtà, nel tempo della massima disattenzione culturale e politica alle questioni agricole, il nostro avversario di sempre, il capitalismo, costruiva, nella sua forma neoliberista, con l'agroalimentare uno dei suoi terreni più avanzati e moderni di dominio mondiale. Il suo è un modello agroalimentare che produce guasti sociali, economici e ambientali nel Nord come nel Sud del mondo. Un modello che tende a considerare l'agricoltura come reparto all'aperto della produzione industriale, relegando a funzione marginale i modelli contadini del lavoro, della relazione con il territorio, della coltivazione delle risorse piuttosto che del loro massimo sfruttamento. Un modello che individua nello scenario della competizione internazionale la determinazione dei prezzi dei prodotti agricoli inseguendo al ribasso la loro compressione alla produzione per mantenere alti margini di utile nelle mani di chi controlla le filiere produttive. Secondo questo scenario, che afferma il ciclo lungo come modello della competizione - cercando di collocare le merci agroalimentari ovunque convenga venderle per acquistare materie prime alimentari ovunque convenga comprare, - il commercio internazionale dovrebbe essere fattore di modernità, promotore di sviluppo e di benessere sociale. Lo schema dell'agricoltura capitalista sottrae, così, sovranità ai territori, espropriandoli dei contenuti sociali, culturali ed economici legati alla tradizione di produzione degli alimenti, storicamente diversificata e testata nei millenni, per tentare di imporsi come modello del gusto unico dominante, strumento ideologico per rendere il ciclo della produzione e della riproduzione sociale funzionale al modello economico della competitività e della concentrazione dei poteri.
Una grande manipolazione del gusto (sempre più legato al consumo di proteine animali realizzate su scala industriale anche a costo di prezzi drammatici per la salute) contribuisce a trasformare il pianeta in un grande mercato per merci alimentari dominanti garantite da tecnologie sofisticate come quelle transgeniche e dalla proprietà - protetta dalla brevettazione - degli elementi organici e inorganici di base, suscettibili di essere prodotte ovunque sul pianeta si realizzino le migliori condizioni di redditività, ovvero dove maggiore è la concentrazione della proprietà fondiaria o minori sono il costo del lavoro, la resistenza sindacale, le garanzie democratiche. Le merci alimentari così prodotte hanno solo il problema di essere collocate dove la domanda è più remunerativa per chi può consentirsi di controllare il mercato. La logica del prodotto alimentare per il mercato prevede, infatti, la trasformazione del mondo in aree a domanda di beni alimentari (il Nord con tutte le sue nuove differenze di censo fra i consumatori) e aree a offerta di beni alimentari (un Sud che impegna sempre di più aree fertili per produrre cibo e materie prime per il Nord piuttosto che per soddisfare i propri bisogni alimentari).
Concentrazione del mercato, dominio delle filiere e dei sistemi produttivi sempre più subordinati a funzioni esterne attraverso la finanziarizzazione e la supremazia delle strategie commerciali, modello del ciclo lungo, brevettazione del vivente, Ogm, privatizzazione delle risorse, delocalizzazione e specializzazione delle aree produttive per l'esportazione, consegnano al capitale transnazionale strumenti inediti e straordinari tanto da fare dell'agroalimentare una nuova modernissima frontiera dell'accumulazione primaria.
Questo scenario si è potuto realizzare lungo profondissime trasformazioni che hanno inciso in maniera diversificata nel Nord come nel Sud ma conservando, oltre quelli già indicati, diversi tratti caratteristici unitari. Fra gli altri, uno spicca macroscopico: l'idea di un'agricoltura senza contadini che ci consegna la progressiva scomparsa di lavoro contadino nel Nord e un profondo attacco alle condizioni del lavoro e della produzione contadina nel Sud. In Occidente, dove i contadini e i lavoratori della terra sono ormai minoranza e tendono a diminuire e perdere peso, l'agricoltura fa spesso i conti con la ricostituzione della rendita improduttiva, un uso estensivo del territorio spesso legato alla competizione per assicurarsi le risorse pubbliche che ne finanziano il modello, un progressivo ritorno a forme di latifondo, una modalità industrialista dell'allevamento e della produzione agricola (per il solo effetto delle politiche Ue in agricoltura, ogni giorno chiudono 600 aziende agricole in Europa considerate `fuori mercato'; entro il 2005, a partire dal 2001, saranno circa 700.000 gli espulsi dal lavoro agricolo in Italia).
Nel resto del mondo (specialmente nel Sud) la popolazione rurale è ancora maggioranza; un miliardo e trecento milioni di persone - pari alla metà delle forze lavorative mondiali - conducono l'attività agricola, e l'agricoltura è ancora per tanta parte un punto assolutamente discriminante fra la povertà e la garanzia di sopravvivenza. A questi lavoratori è spesso negato l'accesso alle risorse, prima fra tutte al possesso della terra. In vaste aree del pianeta il latifondo è la struttura fondiaria dominante. Quei paesi conoscono, allora, forme di governo repressive funzionali al mantenimento e alla riproduzione della concentrazione della ricchezza garantita dalla proprietà latifondista. Le lotte per la riforma agraria e per la distribuzione della terra si intrecciano sempre di più alle lotte per la democrazia, l'indipendenza e la sovranità dei popoli.
Ma le grandi trasformazioni di questo tempo imposte dalla riorganizzazione neoliberista producono, anche, nuove consapevolezze e nuovi terreni di resistenza; in questo caso, favoriti dalla coscienza di una nuova relazione fra l'agricoltura e la società, indotta dai continui fallimenti del modello agroalimentare dominante in quanto interesse sociale collettivo.
Si va sedimentando nella coscienza collettiva un giudizio negativo per l'agricoltura del massimo sfruttamento delle risorse, con modelli produttivi non rispettosi del territorio e della salute, tanto da aprire la strada al riconoscimento di una nuova funzione sociale dell'agricoltura. L'irrompere dei contadini nella scena mediatica e comunicativa internazionale, come indica l'esperienza francese di Bové, incide in un contesto in cui nell'Occidente ricco la questione contadina, lungamente rimossa, riscopre improvvisamente una centralità per molto tempo perduta. Questo recupero è reso possibile con il crescere della consapevolezza che le crisi legate alla qualità e alla sicurezza del cibo sono strutturali e meno che mai eccezioni: vino al metanolo, carne agli ormoni, mucca pazza, ecc. diventano le chiavi semantiche con cui l'opinione pubblica è costretta a riaprire una porta che aveva chiuso nei decenni scorsi e a fare i conti con la domanda di quale modello agricolo possa produrre tanti guasti. Del pari, gli effetti evidenti nell'uso del territorio abbandonato dal lavoro agricolo in tante aree `non competitive' (o spesso devastato in quelle competitive) impongono ai cittadini della ricca Europa di guardare con attenzione ai disastri del sistema produttivista e industrialista. Accade, così, che sempre più i temi del cibo, della sicurezza alimentare e dell'uso del territorio si impongono all'attenzione dell'opinione pubblica dei paesi ricchi in una centralità e un'urgenza inedite.
Fame, povertà e libero commercio Eppure, un altro è il grande fallimento del sistema agroalimentare mondiale: produce fame e povertà. La fame nel mondo, che avrebbe strumenti sociali, tecnici e tecnologici per essere seriamente affrontata e risolta, declina cifre sempre più terribili: secondo la Fao più di 800 milioni di persone non riescono a procurarsi il fabbisogno alimentare minimo e 1 miliardo e 200 milioni di persone vivono al di sotto del livello di povertà (la gran maggioranza sono contadini). Tutto questo mentre le tendenze demografiche ci dicono che la crescita della popolazione mondiale arriverà, entro il 2030 a 8 miliardi e 300.000 di persone a fronte degli attuali 5,7. Un altro dato della Fao annuncia drammaticamente il fallimento del modello neoliberista che coniuga il paradigma del libero commercio con la modernità del sistema agroindustriale competitivo: tutti i paesi che più hanno incrementato l'esportazione di prodotti alimentari negli ultimi cinque anni sono, anche, quelli che conoscono maggiormente l'aumento degli indicatori della fame e della povertà.
L'idea che il libero commercio possa essere la nuova frontiera che assicuri progresso e benessere mondiale viene da lontano e arriva alle soglie della trattativa internazionale per un nuovo accordo Wto previsto a Cancún nel prossimo settembre. Preparato da processi regionali e internazionali cui è assegnato l'obiettivo di privatizzare le risorse e i servizi (finanche la vita), di liberalizzare le tariffe doganali abbattendo la resistenza e la capacità di decisione dei popoli, questo appuntamento trova proprio nell'agricoltura uno dei terreni di scontro più delicati per le sorti dell'intero pianeta.
Già le agenzie internazionali di sviluppo (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) negli anni '80 avevano preparato il terreno incoraggiando, ad esempio, attraverso i Piani di aggiustamento strutturale, la realizzazione di un modello agricolo di tipo nordamericano (caratterizzato da un'abbondanza di terreni, una ridotta manodopera e notevoli capitali disponibili per sostituire il lavoro con input manufatti e tecnologie). Questo modello è stato accettato, o imposto, in paesi in cui le condizioni erano all'opposto: relativamente poca terra, scarsità di acqua e progressiva desertificazione, abbondante manodopera rurale, ridotti capitali disponibili per l'acquisto di materiali agricoli manufatti e pochi lavori alternativi da proporre per assorbire rapidamente una popolazione rurale in spostamento. Il modello di sviluppo neoliberista incoraggia, d'altra parte, la tendenza delle economie verso le esportazioni e la progressiva liberalizzazione degli scambi, come appare chiaro se guardiamo all'esempio delle economie agricole mediterranee del Nord Africa.
La progressiva sostituzione delle coltivazioni cerealicole con produzioni di frutta e verdura per l'esportazione ha determinato, per effetto degli accordi indotti dall'Ue, la perdita dell'autosufficienza alimentare dei paesi mediterranei del Nord Africa e il deterioramento delle risorse ambientali, principalmente per lo sfruttamento eccessivo e poco efficiente di suolo e acqua. Attualmente l'Egitto, il Marocco e la Tunisia devono importare oltre 1/3 del loro fabbisogno di cereali; l'Algeria importa i 2/3 del suo fabbisogno. La Tunisia e il Marocco, che fino agli anni '80 erano esportatori di leguminose, ora devono importarle. Tra il 1981-1983 e il 1991-1993 le importazioni medie di questi quattro paesi dell'Africa del Nord sono aumentate del 15% per i cereali, e del 60% per le leguminose. Le loro importazioni di oli alimentari sono esplose, aumentando del 200% nel corso di questi dieci anni. Tutto questo ha determinato deficit strutturali delle bilance commerciali e delle partite correnti, finanziati per lo più attraverso l'indebitamento. Negli ultimi venti anni questi paesi sono diventati più poveri nei nostri confronti di 8,5 volte (a prezzi costanti, ovvero al netto dell'inflazione) dal punto di vista macroeconomico; sono, se possibile, più drammaticamente poveri per la perdita di Sovranità Alimentare, per la modifica di stili di vita alimentari a favore di modelli estranei alla loro cultura che li rende dipendenti dai nostri prodotti trasformati, per l'abbandono delle campagne da parte di piccoli contadini e allevatori, per l'urbanizzazione forzata e condannati, spesso, all'unica prospettiva dell'emigrazione clandestina. Se, oltre alla dipendenza alimentare, un paese non ha la certezza di riuscire a esportare a prezzi remunerativi la sua produzione agricola, ottenuta con l'irrigazione e altri input costosi, è complessivamente perdente (e io finora non ho conosciuto contadini di questi paesi che si siano arricchiti per le esportazioni che altri gestiscono).
Con questi, e altri, raffinati meccanismi le istituzioni internazionali dell'Occidente ricco producono effetti devastanti sulla Sovranità Alimentare dei popoli del Sud, che non mancano di avere effetti sociali pesanti fin dentro lo stesso territorio metropolitano; la politica europea, vero cardine delle scelte neoliberiste, ha creato povertà e dipendenza nel Nord Africa, spostandovi le produzioni ortofrutticole tendenzialmente espulse dai paesi della sponda dell'Europa meridionale (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Francia meridionale), mettendo in competizione gli agricoltori europei con quelli africani, accelerando i processi di immigrazione, spostando in quell'area di confine il conflitto sociale.
L'agricoltura, è uno dei cardini dello scontro in atto per ridefinire il futuro assetto di un mondo regolato dal libero mercato. Così, alla vigilia della trattativa Wto di Cancún, le opinioni pubbliche di molti paesi scoprono che il prezzo che dovrebbero pagare alla liberalizzazione selvaggia dei mercati, è semplicemente troppo grande per essere compensato dai benefici delle esportazioni. Perché il sistema delle esportazioni garantisce l'accumulazione delle rendite nelle mani di chi governa la catena commerciale e tecnologica ed espropria i produttori di reddito e salario. Soprattutto, stanno diventando troppo alti i costi sociali per le popolazioni, esposte al dumping e a pratiche e modelli ambientali insostenibili. È così che grandi movimenti di resistenza contadina, sempre più capaci di farsi riconoscere come portatori di interessi generali e non di rivendicazioni corporative, si stanno saldando con l'iniziativa complessiva dei movimenti sociali, dando vita a nuovi terreni di resistenza e nuove proposte di alternativa ed è per questo che la battaglia per sottrarre l'agricoltura e l'alimentazione alla gabbia della Wto sarà uno dei terreni più avanzati dello scontro mondiale nei prossimi mesi verso Cancún.
Via Campesina e la Sovranità Alimentare La presenza delle organizzazioni contadine nel percorso di costruzione dei movimenti mondiali contro la globalizzazione neoliberista non è casuale né improvvisata. Via Campesina è stata fra i soggetti costituenti del processo del Forum sociale mondiale di Porto Alegre, come di quelli territoriali, e motore di molte delle mobilitazioni internazionali.
Il percorso viene da lontano e muove dalla caratteristica specifica della nuova questione contadina. Quando le lotte contro il neoliberismo non erano di moda (quindi ben prima di Seattle), e quelle per l'agricoltura nemmeno, il Mst (Movimento dei Sem Terra del Brasile), il filippino Kmp e Via Campesina organizzarono diversi vertici antiliberisti. Il movimento dei contadini indiani è stato il primo a organizzare proteste di massa contro la Wto. Già nel 1996, 500.000 agricoltori protestarono a Calcutta contro la firma della Wto da parte dell'India. Queste esperienze, come molte altre - se pur tanto diverse fra di loro fino ad essere, a volte, difficilmente comparabili per storia, contesto sociale e, persino, approccio politico - hanno in comune lo scenario in cui si esprime la lotta dei contadini contro il modello agroindustriale neoliberista che, pur incidendo in maniera diversa nelle diverse realtà, tende a ridurre il modello agricolo alla semplice competizione sul mercato.
Dentro questo quadro nasce Via Campesina, come movimento mondiale che riunisce circa 70 organizzazioni contadine (50 milioni di aderenti), che ha relazioni con molte altre e che, per sua stessa natura e caratteristica, è organizzazione politicamente complessa dal profilo multiculturale (funzione delle grandi differenze espresse dalle diverse esperienze che vi si riconoscono). Via Campesina si propone come un'organizzazione della più ampia rappresentatività dei piccoli e medi produttori agricoli a livello mondiale e, in questa fase, sta conoscendo un generale processo di ampliamento e di rafforzamento, mentre si consolida nel mondo la necessità di opporre un movimento forte e generale alle devastazioni prodotte dal modello neoliberista della globalizzazione agricola. Ne fanno parte alcune delle più significative realtà organizzate di diversi continenti come il Mst del Brasile, la National family Farm Coalition degli Usa, la Confédération paysanne francese, il Krrs indiano, il Kmp filippino, e altre. Questa complessità del movimento richiede un grande sforzo per realizzare un'articolazione adeguata, comunicazioni e contatti fra i diversi soggetti, e organizzare campagne e obiettivi comuni. Per farlo Via Campesina si è dotata di istanze democratiche (la Conferenza, ovvero la massima istanza decisionale che si riunisce ogni tre anni; le organizzazioni regionali, reti di 8 regioni mondiali sopranazionali; la Commissione di coordinamento internazionale, che coordina il lavoro delle reti organizzate regionali e, in effetti, opera come un esecutivo).
Via Campesina, che ha mosso i primi passi nel 1992 durante il congresso della Unione nazionale degli agricoltori e allevatori a Managua e si è costituita nel maggio dell'anno successivo in Belgio, mette a tema del suo lavoro alcune questioni unificanti per le diverse organizzazioni come la Sovranità Alimentare, la lotta per la riforma agraria, la condizione delle donne contadine, i diritti umani, la sostenibilità dell'agricoltura contadina e, infine, biodiversità, biosicurezza e risorse genetiche. Il taglio generale della proposta è, dunque, fortemente caratterizzato dal contrasto al modello neoliberista e, anzi, tutta l'iniziativa cerca di realizzare, su temi capaci di parlare agli interessi generali dei cittadini, una politica di alleanze con altre forze sociali, economiche e politiche per lottare insieme contro il neoliberismo e avanzare una proposta alternativa.
Tutta l'esperienza dei popoli contadini in lotta per la terra è l'esperienza per l'indipendenza culturale, la democrazia, il diritto a gestire le risorse. Il Movimento Sem Terra (che aggrega oltre mezzo milione di famiglie brasiliane occupanti, vero motore della vittoria di Lula e oggi attento protagonista della lotta sociale latinoamericana) sostiene che la lotta per la terra è lotta per un'altra società, per poi aggiungere che la società dovrà essere socialista. La Sovranità Alimentare e la distribuzione della terra diventano spesso, dunque, facce di una stessa battaglia contro il dominio capitalista mondiale che affama e sottrae sovranità e democrazia tentando di imporsi ovunque sul pianeta si possa produrre vantaggio economico. Ma Via Campesina non è solo Sud del mondo è anche capace di rappresentare le istanze di realtà come il Canada o gli Stati Uniti o l'Europa. Qui l'esperienza della Confédération paysanne di Bové ci dice della possibilità di legare strettamente la critica del modello agricolo dominante agli interessi concreti dei nostri contadini: la Confédération rappresenta circa un terzo dei contadini francesi; e i contadini francesi sono, per peso relativo, i più numerosi dopo gli italiani nell'Europa dei quindici.
In questi mesi di scontro per la riforma della Pac (la Politica agricola comune delle Comunità europee) il processo europeo conosce un nuovo impulso in diversi paesi e un nuovo protagonismo nella relazione con i movimenti (a Firenze nel Fse, nella preparazione di quello di Saint-Denis, del Forum sociale mediterraneo e nelle mobilitazioni contro la guerra e la Wto). Il Cpe (Coordinamento europeo delle organizzazioni di Via Campesina), raggruppa oltre venti organizzazioni di diversi paesi e ora, con Forum contadino altragricoltura, si sta radicando anche in Italia. Suoi terreni principali di iniziativa sono quelli della riforma della Pac nella direzione degli interessi dei contadini e di tutti i cittadini, della battaglia contro gli Ogm e i brevetti, della battaglia per la Sovranità Alimentare. Proprio quest'ultima costituisce l'elemento politico più caratterizzante del nuovo protagonismo contadino. La proposta della Sovranità Alimentare, nata ed elaborata dal dibattito in Via Campesina, è stata presentata nel '96 a Roma nel vertice della Fao, dapprima timidamente, poi cresciuta fino a diventare oggi uno dei terreni più avanzati dell'alternativa alle scelte neoliberiste. La prima proposta della Sovranità Alimentare si è arricchita e articolata nel dibattito e nella discussione e ancora conosce un appassionato confronto.
Di fronte a un indefinito e generico Diritto al cibo di cui ormai tutti parlano (comprese le multinazionali, i governi liberisti e le istituzioni finanziarie internazionali), la proposta di Via Campesina si definisce come politica alternativa nell'uso delle risorse, per la funzione sociale di un'agricoltura sottratta alla semplice competizione sul mercato, per il diritto dei popoli a scegliere cosa e come produrre senza subire imposizioni dagli organismi finanziari internazionali o dalle scelte politiche dei grandi del mondo. Chiari sono i punti della proposta: no alla privatizzazione delle risorse (acqua e semi sono patrimonio di tutta l'umanità, indisponibili alla proprietà privata); no agli organismi geneticamente modificati, perché sono la forma concreta in cui il possesso delle tecnologie e l'uso antidemocratico della scienza realizzano la concentrazione del potere nelle mani di pochi, e producono la dipendenza dei popoli, esponendo la natura e la salute a rischi incontrollabili; sì alla riforma agraria che consenta l'accesso all'uso della terra e un uso del territorio rispettoso dell'ambiente e della biodiversità; no alle politiche di dumping nel Sud del Mondo e no alla politica delle eccedenze nel Nord; impegno per il diritto dei popoli contadini a produrre senza essere repressi e senza conoscere le terribili restrizioni democratiche cui sono costretti in tante parti del mondo. In definitiva, un programma che si propone come modello generale alternativo della produzione del cibo, del suo consumo e del lavoro della terra ma, più in generale, come modello di società, in definitiva, un proposta alternativa al sistema della Wto e ai processi attuali di militarizzazione.
La sua forza e la sua credibilità internazionale sta nell'aver saputo costruire una grande unità fra soggetti apparentemente tanto diversi nel Nord e nel Sud, riuscendo a comporre interessi che il neoliberismo vorrebbe separati e contrapposti e, a partire da questo, a costruire alleanze sempre più solide con settori sociali diversi.
Su questa proposta, sulla sua radicalità e, al tempo stesso, sulla capacità tattica di articolare le iniziative di mobilitazione territoriale, i movimenti contadini stanno esercitando un tratto di leadership nel movimento mondiale, senza pretese egemoniche, nella speranza di spingere gli altri attori sociali verso ricomposizioni unitarie e verso il radicamento sociale. Lo abbiamo costruendo il movimento in Italia: il punto non è costruire l'egemonia di una parte del movimento su un'altra ma di far valere l'egemonia del movimento contro la guerra militare e quella sociale, commerciale ed economica sulla società. Se la guerra globale permanente ha l'obiettivo di imporre un ordine antisociale e di ridefinire gli equilibri di potere mondiale, legittimando nuove istituzioni come Fmi, Bm e Wto, allora la Sovranità Alimentare è una buona trincea da cui ripartire, dopo le grandi manifestazioni contro la guerra, per far fallire la Wto e la presunzione di un mondo ridotto a mercato unico.
Gianni Fabbris è membro del Direttivo del Forum Contadino e portavoce di Altragricoltura.


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