Il libro di Vittorio Agnoletto
AUTOBIOGRAFIA DEL MOVIMENTO
Rossana Rossanda
Prima persone 1: di tutto, prima della nazionalità, dell'etnia, del ruolo, dello status sociale, delle idee che ciascuno porta con sé, siamo `persone', esseri umani, singoli corpi e menti, bisognosi di speranza ed esposti alla sofferenza, alla mancanza, anche alla prevaricazione dell'uno sull'altro. Questa è la convinzione di Vittorio Agnoletto, assieme alla certezza che questa singolarità è indisponibile, va difesa, dev'essere rispettata. Prima della nazione o etnia o ruolo siamo anche donne e uomini, ma questa immediatezza del genere non gli viene in mente, come ai più dei nostri amici, e comunque anche per essa, anzi con ancora maggiore forza, vale la sua affermazione: essere prima di tutto persona significa non poter essere ridotti a cosa, oggetto, merce di scambio. Che è la tendenza corrente, il punto cui sarebbe arrivata la fine della storia.
Di qui il titolo del suo libro e l'identificazione del `movimento dei movimenti' come luogo dove ognuno porta tutto intero se stesso - saperi, speranze, competenze. Il `movimento dei movimenti' non è `una madre di tutti i movimenti', un supermovimento, una idea che fa legge, è una pluralità fra pari, fraterno o sororale più che patriarcale o matriarcale, specificità, più che scelta `organizzativa' o antiburocratica, che lo separa dal fare politica del Novecento. Questo si è realizzato attraverso partiti o gruppi o `consigli' che non solo davano identità ma puntavano a una coesione dei singoli aderenti attorno a questa o quella idea forza, con gli altri al più si `alleavano', inseguivano l'unità più che valorizzare le differenziazioni - in ciò mimetici delle chiese o degli eserciti, qualcuno dice dunque propensi a una militarizzazione di sé, gerarchia e disciplina. La nuova natura del movimento del 2000 sta anzitutto nella cercata pluralità delle `persone' che vi affluiscono senza rinunciare a nulla di sé.
Agnoletto ne scrive dopo avere cessato di essere `portavoce' (qualcosa di meno che leader) del Genoa social forum, nome nato sul campo nelle giornate del controvertice del G8 a Genova, durante il quale qualcuno doveva pur parlare a nome di tutti nel precipitare delle ore e di un feroce tentativo di repressione. Questo ruolo toccò a lui e lo svolse dopo consultazioni le più veloci e collettive possibile, per salvare quella massa che confluiva inorganizzata, per proteggerla dalla paura e dalle botte e dai lacrimogeni e infine dagli arresti, e poi dal possibile ripiegamento. Il Genoa social forum e il suo portavoce vi riuscirono, tenendo a posto i nervi, alta la denuncia e assieme tutte le forze: le pagine che il volume dedica alle giornate del G8, alle provocazioni della polizia, del governo, dei Black Bloc - della cui natura non ingenuamente estremista Agnoletto non dubita - sono non nuove ma di grande interesse. Il Genoa social forum e i Social forum che ne nacquero un poco dovunque ressero anche dopo l'11 settembre, quando si tentò di criminalizzare ogni manifestazione di strada o piazza. È alle soglie del Forum sociale europeo di Firenze che Agnoletto lasciava l'incarico di portavoce, ruolo che da allora nessuno ha preso.
C'è un filo di solitudine nella sua storia. Anche di sé parla come `persona' - esposto come persona, indolenzito come persona. Era un medico di base, s'è scontrato con la cecità della burocrazia fin dalle prime esperienze, è cresciuto negli anni dell'Aids, ne ha conosciuto la devastazione, la paura e la condanna sociale che la accompagnavano, ha fondato la prima associazione diretta autorganizzata di soccorso, la Lila, ha collaborato con i poteri che detengono i mezzi per farvi fronte, ne è stato estromesso appena salito il governo Berlusconi. Insomma ha vissuto sulla sua pelle la divaricazione fra l'insorgenza della malattia e i meccanismi che lasciano solo il malato e limitano la possibilità di aiutarlo di chi aiutare saprebbe e vorrebbe. L'adesione al movimento - se si può chiamare adesione il precipitare a qualcosa di cui sei parte attiva, fondante - è venuta naturalmente da questo toccare con mano la contraddizione tra malato e medico in uno specifico luogo, rapporto eminentemente fra persone, e la rete di poteri, perlopiù senza volto, che li assediano e determinano da tutte le parti.
Nel movimento Agnoletto ha trovato il suo posto, è uno dei sensori della società, che ne conosce un frammento, ne è competente, sa bene che essa è surdeterminata da altri ma non perciò si ferma. “Agire localmente e pensare globalmente” è più che uno slogan, vuol dire agire subito, dove sei, non rimandare a un dopo o un altrove, pur sapendo che quel che ti limita o blocca è una rete omai mondiale di forze e interessi.
Globale, mondiale, diversamente dal Novecento. Le cui lotte, soprattutto di classe e per i diritti civili, si volevano internazionaliste nel senso di solidali, ma si trovavano contro soprattutto un padrone, una legge, uno Stato. Certo, fin dalla metà dell'Ottocento Marx sapeva che non era così, che il capitale traversava i muri delle fabbriche e i confini dei paesi, ma gli assetti con i quali sindacati e partiti e spinte sociali si scontravano erano ancora in grandissima parte nazionali, visibilmente a portata di mano. L'attuale `globalizzazione' è più pervasiva e allargata, governata da poteri e vincoli più astratti e invisibili, meno afferrabili. Ma anche più esposta alla contestazione che può formarsi in un punto qualunque della sua rete. La tecnologia della comunicazione, prodotta dagli interessi globali per agire in tempo reale, è accessibile anche da parte di chi vi si oppone, ed è stata fondamentale per il movimento; è l'ambivalenza delle tecniche, specie quelle informative, che oggi permettono fra disuguali un quasi uguale accesso al conoscersi, al sapere l'uno dell'altro, al lavorare confrontandosi fra continenti.
Questa globalità pone anche il maggior problema sul che fare; ma intanto assicura un modo di essere senza precedenti rispetto al fare novecentesco, nei partiti e nei sindacati e nei gruppi, che esigeva per la sua stessa difficoltà e distanza un metro organizzativo, che diventava anche luogo di comando - e questa provocava una dialettica irrisolta fra basi e vertici, spinte potenti e strategia. Non solo. Analogamente alle chiese, i partiti della sinistra - quelli che raccoglievano la spinta sociale - si pensavano soccorritori di qualcuno, agivano per qualcuno, i poveri o la classe, e questo era il limite intrinseco anche del solidarismo. Nell'attuale movimento si lavora non `per' ma `con' gli altri, il che toglie di mezzo ogni paternalismo caritativo, ogni `sacrificarsi' per gli altri, che immancabilmente reintroduce una gerarchia, che, abolita nella struttura, rientra attraverso una sorta di primazia morale.
Agnoletto non nasconde i problemi che vengono da questo fare tutto orizzontale, tutto coordinato, mai `diretto' da qualcuno. È questione di tempi e modi, ma non solo. La prima questione è come abbattere l'ostacolo posto dai poteri globali, che poneva nel numero scorso della “rivista” Pietro Ingrao conversando con Luciana Castellina: se il meccanismo è globale, come bloccarlo, frenarlo, colpirlo con azioni locali o, sul piano mondiale, soltanto simboliche? Nel caso della guerra in Iraq si sono mobilitati undici milioni di persone dall'Australia verso l'Asia e poi in Europa e poi negli Stati Uniti, seguendo il sole, senza altro che un appuntamento lanciato sul net, non era mai avvenuta una mobilitazione così grande. Ma non ha fermato la guerra, i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna - il secondo in difficoltà per una opposizione dentro allo stesso partito di maggioranza, il Labour - non ne hanno tenuto alcun conto. L'Iraq è stato invaso e tale resta, non esprime altra opposizione che, forse, islamista, mentre, di fronte all'illimitata forza militare d'un solo paese, gli Usa, si leva la sola e imprendibile arma del terrorismo suicida. Che non ha bisogno a sua volta di essere organizzato da un vertice comune, al-Qaeda, ma se ne può ispirare e può attivarsi dovunque qualcuno ne abbia la fatale volontà. Si avvera quel che il movimento contro la guerra aveva previsto: non solo essa è ingiusta ma nulla risolve e tutto aggrava.
Il fatto che quella straordinaria mobilitazione mondiale non sia riuscita a fermare i poteri bellicosi non significa che il movimento è stato sconfitto? Agnoletto non pone in questi termini la domanda. Se rifiuta di considerare il movimento una pura testimonianza culturale, etica, gli affida di rendere pensabile `un altro mondo possibile', non crede che esso sia in misura di occupare più che simbolicamente i luoghi della decisione. Non si illude di modificare i rapporti di forza a breve, anzi teme che se le varie parti del movimento si infilassero in una rete istituzionale, ne sarebbero - proprio perché le situazioni sono complesse - imbrigliate, e forse perderebbero l'anima. Come ad alcuni fra i `nuovi soggetti', è già successo. D'altra parte lo scontro diretto, fisico, con i poteri è precedente, e spesso manca anche l'obiettivo esemplare, pedagogico. Non sempre; ma, certo, quando non è visibilmente imposto dalle polizie, non allarga ma restringe la partecipazione al movimento. Che è il metro sul quale tutto si misura: l'obiettivo è come costruire una soggettività articolata, forte, sempre più vasta, autonoma che si leva contro l'omologazione dell'ideologia del capitale globale, cui la sinistra poco o nulla ha saputo opporre, quando pur non ci si è arresa.
Questo è un obiettivo forte e, certo, in qualche misura tutto aperto. Come essere un altro mondo senza essere un isolotto separato e autoreferenziale? Come e fin dove utilizzare i varchi che nelle istituzioni e nei media si aprono, senza esserne assorbiti e digeriti? Le pagine nelle quali Agnoletto parla di questi dilemmi concreti sono di grande interesse, e in verità riproducono antichi problemi nelle forme nuove di `questa globalizzazione': come reggere la propria identità senza rinunciare a comunicare. Le misure del giusto o sbagliato si verificano nella crescita o perdita di `egemonia'; sola carta, ma decisiva, che il movimento getta sul tappeto per la rivoluzione che Gramsci direbbe molecolare.
Alla parola rivoluzione Agnoletto non arriva, credo per la carica di distruzione che a questo concetto è rimasta attaccata. Ma non lascia ridurre il movimento a generoso slancio d'una società civile che sarebbe adolescente rispetto all'adulta politica, femminilmente emotivo e caloroso rispetto alla fredda cerebralità della sfera dominante. Siamo politica - ha affermato in una discussione con Rosy Bindi e D'Alema, diversamente attenti, - badate che siamo già qui, e di noi non vi libererete. C'è da credergli.
note:
1 Vittorio Agnoletto Prima persone. Le nostre ragioni contro questa globalizzazione, Laterza 2003.