numero  40  giugno 2003 Sommario

Il nodo Palestina

L'INCOGNITA ABU MAZEN
Ali Rashid  

Come sempre alla vigilia o alla fine di una guerra, si ritorna a parlare di questione palestinese. E come sempre, quando la situazione internazionale produce nuovi equilibri, si cerca di mettere mano al mancato equilibrio medio orientale per allinearlo al nuovo equilibrio internazionale. Basta andare a vedere le modifiche introdotte negli ultimi secoli per accorgersi che il Medio Oriente è stato sempre disegnato su misura degli interessi dei nuovi vincitori; che in esso sono stati inventati confini, nazioni, regimi e cancellati altri per rispondere alle esigenze dei nuovi padroni e non alla storia e alle esigenze dei suoi popoli e abitanti. Con il passare del tempo anche il concetto di popolo ha assunto nuovi significati e valori, `centomila abitanti del Qatar vengono considerati un popolo e non lo sono ventitre milioni di Curdi'. Allo stesso modo, gli ebrei dispersi in giro per il mondo sono un popolo ma non vengono riconosciuti tali i palestinesi, uno dei popoli più antichi della regione, anzi a loro viene chiesto di essere ragionevoli e accettare i resti avari di quello che rimane della loro terra sotto forma di `generose e dolorose rinunce', che l'occupante si sente di fare.
In questo contesto nasce il nuovo piano americano per ridisegnare il Medio Oriente, concepito in ambiente e condizioni favorevoli a Israele, e promosso dai settori più filo-israeliani della destra cristiana ed ebraica negli Stati Uniti, nell'ambito di una guerra duratura e globale, che deve consolidare il dominio americano sul mondo partendo dal Medio Oriente.
Questo piano risponde a una visione rovesciata delle nozioni più elementari della legalità e del diritto internazionale - in cui l'unica forma di legge che ha un valore certo è il diritto della forza -, e per di più coincide con la presenza al potere in Israele di uno dei peggiori governi della breve e aggressiva storia di questo paese, e che esprime il livello di degrado culturale, politico e umano che ha raggiunto la società israeliana, nella quale con molta difficoltà si riesce a distinguere tra destra e sinistra, tra forze laiche e confessionali. Mentre, per altro verso, gli Stati Uniti d'America - unica superpotenza del mondo -, alla guida di una coalizione di Stati ridotti a vassalli, promettono di agire a livello globale nell'identico modo con cui ha agito Israele in Palestina negli ultimi cinquant'anni: vale a dire, violando tutte le norme della convivenza civile.
Questo degrado non lascia indenni i popoli che lo subiscono, ma sconvolge e travolge la loro cultura, le loro tradizioni, la loro fede, il loro modo d'essere. Sono effetti devastanti, che hanno colpito tutto il Medio Oriente, a causa di lunghi anni di governo irresponsabile da parte di dittature imposte e a sovranità limitata, che avevano mano libera nella umiliazione dei propri popoli ma non nella gestione delle proprie risorse; ed erano prive di ogni autonomia politica.
Particolarmente devastanti sono risultati questi effetti nel caso palestinese, che ha visto decimati paesi, villaggi, strutture sociali; espulsioni di massa che hanno toccato due terzi della popolazione originaria; in cui il paese e le città addirittura hanno cambiato ufficialmente nome, anche se continuano - nonostante tutto - a essere vivi nell'anima di suoi ex abitanti, sparsi nei campi dei profughi in condizioni drammatiche fino ai giorni nostri. Nei campi dei rifugiati, infatti, i bambini di dieci anni indicano il nome dei loro villaggi distrutti cinquantacinque anni fa come la loro terra e parlano ancora il dialetto di questo paese che non c'è più. Giustamente, niente al mondo farà loro cambiare idea rispetto alla vera e semplice verità: e cioè che la nascita di Israele ha significato la cancellazione della Palestina, che l'affermazione dei diritti degli ebrei ad avere un loro Stato nazionale sulla nostra terra ha prodotto concretamente, e di fatto, la violazione e la negazione di tutti i diritti dei palestinesi.
Siamo confinati dietro barriere di filo spinato in bantustan dove si riduce sempre di più in frammenti di terre isolate tra loro lo spazio vitale dove svolgiamo la nostra misera esistenza, mentre - e sotto i nostri occhi, e da tutto il mondo - arrivano sempre in numero crescente `coloni', e semplicemente perché sono ebrei, vivono nelle nostra case e colonizzano la nostra terra, ci umiliano e discriminano, valendosi del diritto della forza e della complicità e del silenzio della comunità internazionale, che considera loro democratici e noi terroristi.
Non serve a niente e a nessuno semplificare cose che non sono semplici, anche quando il monopolio della forza e della informazione e la possibilità di condizionare fortemente la legalità internazionale sono tutti nelle mani di una sola parte. Non bastano le concessioni `generose' o `dolorose' che Sharon dice di essere disposto a fare per risolvere questo problema aspro e complesso. Non è lecito chiedere a un intero popolo di morire in silenzio, poiché solo morte e schiavitù promette Israele ai palestinesi.
Deve finire l'occupazione per arginare e sconfiggere il terrorismo: il terrorismo è figlio dell'occupazione e non il contrario; bisogna riabilitare la politica nel suo concetto più alto e nobile, per isolare la violenza come strumento per risolvere i conflitti; bisogna ripristinare la credibilità della legalità e il diritto internazionale, per porre fine alla guerra e restituire credibilità e autorevolezza a chi crede ancora nella politica come mezzo per sanare le situazioni difficili ed evitare i conflitti.
Devono essere rassicurati i palestinesi rispetto al loro futuro, al loro diritto di vivere liberi in una piccola parte della loro terra - Cisgiordania e Gaza - e alla restituzione dei territori palestinesi occupati dopo la guerra del 1967 - che rappresentano il 22% del territorio originario che si chiamava Palestina. Infine, devono esserci garanzie sullo smantellamento delle colonie ebraiche, che occupano e controllano circa la metà di questi territori, e che furono create dalla destra - ma anche dai laburisti - per rendere impossibile la nascita di uno Stato palestinese. La maggioranza degli israeliani e tutti i palestinesi sanno che le colonie, per loro natura e `composizione', sono incompatibili con la `soluzione politica', perché, oltretutto, i coloni provengono, in larga maggioranza, dai settori estremisti confessionali e nazionalisti, e propongono solo la guerra come risposta alla questione palestinese.
Tutti questi elementi, indispensabili per una soluzione politica, non emergono con chiarezza dal piano della Road Map, non solo perché il suo contenuto è ambiguo o reticente, ma anche perché esclude di fatto il ruolo della comunità internazionale e delle Nazioni Unite, se non come `cornice', in un contesto dove l'ultima parola spetta agli Usa e a Israele. Non vengono menzionate le Risoluzioni delle Nazioni Unite come base giuridica di un processo, in cui la legittimità internazionale viene sostituita dal peso degli interessi e delle scelte americane e israeliane. Pace in Palestina e stabilità in Medio Oriente richiedono un altro tipo d'attenzione e di procedura: innanzi tutto una rielaborazione del conflitto in cui il processo di pace dovrà essere visto come l'inizio di una nuova pagina nel rapporto tra i due popoli, e non come la continuazione della guerra con altri mezzi, come intende Israele. Questo vale anche per la lotta contro il terrorismo, che deve essere intesa come impegno di soluzione politica dei problemi che lo innescano e non come intimazione di resa a un popolo che rivendica i suoi legittimi e calpestati diritti.
La stessa democrazia, quando diventa giustificazione della guerra e della interferenza negli affari interni dei paesi - secondo la `ideologia' con cui Bush e Sharon stanno motivando la loro azione in Palestina e in Medio Oriente - subisce un colpo grave alla sua autorevolezza e al suo potere di attrazione. Oggi la maggioranza dei palestinesi è diffidente o ostile verso le riforme che essi stessi rivendicavano con crescente determinazione sin dal 1996 - un anno dopo l'insediamento dell'Autorità nazionale palestinese - perché oggi queste vengono viste come imposizione da parte di chi finora ha dimostrato solo discriminazione o aggressività nei loro confronti.
Un processo di riforme era già iniziato; e Arafat stesso aveva riconosciuto i suoi errori. Abu Mazen, il numero due dell'Autorità nazionale, era ed è il candidato naturale per promuoverle, perché dalla vecchia gestione si era tirato fuori in tempi non sospetti. Aveva anche mantenuto una posizione critica e coerente rispetto alla militarizzazione dell'Intifada, che - agli occhi del mondo e nella rappresentazione faziosa dei grandi mezzi di informazione - funzionava come giustificazione della brutalità di Sharon e dei suoi piani, peraltro teorizzati ed elaborati molti anni prima dell'inizio della seconda Intifada.
Molti palestinesi non certamente disposti a una resa senza condizioni sono d'accordo con Abu Mazen sulla necessità di non farsi trascinare sul terreno dello scontro militare, e sul fatto che l'Intifada e la lotta devono essere intese come un continuo processo di ricostruzione permanente sul piano politico, culturale, storico ed economico, che tocca tutti i momenti della vita devastati da lunghi anni di feroce occupazione israeliana e da un processo sistematico di distruzione, che aveva colpito anche i momenti più intimi della vita di ogni palestinese.
In una società democratica - e governata da istituzioni democratiche - non è permesso a piccoli o grandi gruppi politici di sostituirsi al governo nelle scelte fondamentali che riguardano la vita e la morte dei cittadini: e in nome della lotta contro la brutalità dell'occupazione israeliana non possiamo lasciare trascinare la nostra società verso l'imbarbarimento, né contro l'integralismo ebraico possiamo consegnare la nostra guida all'integralismo islamico. La nostra deve essere una risposta di civiltà contro la barbarie, che è stata lungo la storia l'ispirazione fondamentale della lotta dei palestinesi; e non dobbiamo assomigliare a loro come è avvenuto nel caso di molte popolazioni, che hanno subito l'occupazione e l'umiliazione. Loro e i loro sistemi non possono essere i nostri punti di riferimento, i loro miti non sono i nostri, e dobbiamo scommettere di più sulla parte più sana della loro società e dell'opinione pubblica internazionale. Condizione per la scelta determinata di questo indirizzo da parte di Abu Mazen sarebbe stata la conquista di autorevolezza da parte di un governo che godesse del rispetto e della fiducia dei palestinesi, operazione che è stata impedita per i compromessi esterni e interni che ha dovuto compiere, con la conseguenza che l'attuale governo va considerato come fase transitoria.
Certamente, oggi abbiamo una Costituzione più democratica e un governo responsabile di fronte al Parlamento, al quale deve chiedere costantemente la fiducia. Per quanto riguarda la soluzione politica, noi non abbiamo cambiato parere e continuiamo a chiedere il rispetto degli accordi firmati; non si può dire lo stesso di Israele, dove la destra - per bloccare il processo di pace - ha persino assassinato Rabin. Il resto dipende dall'opinione pubblica e dalla comunità internazionale, alla quale si chiede non più che un'assunzione di responsabilità e di rigorosa difesa di un punto di diritto e la scelta di abbandonare l'atteggiamento ipocrita e di parte che invece caratterizza la posizione degli Usa e dei suoi nuovi vassalli. Oggi l'Europa, se c'è, dovrebbe battere un colpo. E l'Onu, se vuole rinascere e riconquistare nuova autorevolezza, dovrebbe farsi sentire con forza.
Ali Rashid è segretario della Delegazione palestinese in Italia

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