numero  40  giugno 2003 Sommario

Medio Oriente

EFFETTO DOMINO
Michele Giorgio  

Su di un punto non ci sono dubbi. L'occupazione anglo-americana dell'Iraq ha stravolto gli assetti del Medio Oriente e posto le basi per la costruzione di quel `nuovo ordine' regionale (ma anche mondiale) di cui Washington parla dai giorni successivi all'11 settembre. L'aggressione all'Iraq e la caduta del regime di Saddam Hussein hanno portato immensi vantaggi - politici ed economici - agli Stati Uniti ora impegnati a favorire, o meglio a imporre, la nascita di un governo iracheno sedicente democratico che in realtà avrà nel suo programma uno scopo fondamentale: assecondare gli interessi dell'unica superpotenza. Se l'America non avesse pagato il tremendo prezzo di migliaia di vittime innocenti a New York e Washington, George W. Bush avrebbe probabilmente più di un motivo per ringraziare Osama bin Laden per aver facilitato, con la terrorizzante scenografia dei suoi attentati, la realizzazione degli interessi planetari di Washington. Dall'11 settembre a oggi, gli Stati Uniti, impegnati nella loro crociata contro il `terrorismo', hanno occupato l'Afghanistan e l'Iraq, hanno inviato migliaia di consiglieri militari e soldati nel Caucaso e nelle Filippine, hanno stabilito basi permanenti in Asia Centrale trasformando di fatto l'Uzbekistan in un enorme aeroporto che tiene sotto tiro Cina e Russia e, soprattutto, presidia le enormi riserve energetiche della regione. Hanno trovato alleati fedeli e pronti a ogni compromesso nei paesi dell'Est europeo sottraendoli all'influenza di Francia e Germania, quella che gli strateghi neoconservatori che dominano il Pentagono e la Casa Bianca definiscono la `vecchia Europa'.
Se negli anni '80 gli Stati Uniti avevano dovuto affidarsi all'alleato Saddam Hussein per `contenere' l'Iran della rivoluzione islamica, ora, da soli, possono tenere sotto pressione non solo Teheran ma anche la Siria. Soprattutto sono riusciti a vanificare le residue speranze di unità, almeno diplomatica, dei paesi arabi, chiarendo peraltro a vecchi e nuovi alleati, Arabia Saudita e Qatar ad esempio, che in futuro dovranno dimostrarsi alleati fedeli che non possono sollevare obiezioni, poiché la macchina bellica statunitense è pronta a colpire ovunque, senza bisogno di autorizzazioni dell'Onu e persino contro il parere di storici partner occidentali, per rovesciare regimi e governi `ostili'.
Al suo fianco Bush si ritrova il premier israeliano Ariel Sharon. Entrambi sono fautori di un sistema mondiale e regionale fondato non sulla legalità, sulle risoluzioni dell'Onu e sui principi di uguaglianza di tutti i popoli, bensì sul concetto di interessi vitali per le società occidentali e `democratiche', minacciate da popoli del Terzo Mondo, in gran parte di fede islamica, che rifiutano di piegarsi al `nuovo ordine'. Quella che si è stretta tra Bush e Sharon è una partnership strategica, militare, politica e anche economica. Ma è anche un'alleanza tra la destra americana che si nutre di fondamentalismo evangelico e la destra ultranazionalista al potere in Israele.
Non solo l'Onu ma anche la Lega araba è fra le vittime principali della guerra in Iraq. Sorta allo scopo di promuovere l'unità dei paesi arabi e risolvere crisi regionali attraverso la diplomazia, questo organismo ha evidenziato in modo drammatico negli ultimi mesi la sua debolezza e, anche in Medio Oriente, non pochi analisti hanno posto in discussione la sua utilità. Poco più di sei mesi fa i rappresentanti dei paesi membri della Lega araba si dichiararono, e nel modo più netto, contro l'aggressione all'Iraq. Il segretario generale Amr Musa affermò, con tono compiaciuto, che gli arabi avevano fatto sentire ben alta la loro voce. Nei mesi successivi invece c'è stato un progressivo allineamento dei paesi del Golfo alle direttive di Washington. Il Qatar ha prontamente messo a disposizione il suo territorio per il Centcom, il comando centrale americano, dopo il rifiuto dell'Arabia Saudita di aprire le sue basi alle forze Usa destinate ad attaccare l'Iraq. La disponibilità del governo di Doha - che di recente si è anche detto pronto a discutere l'avvio di relazioni con Israele - a un certo punto ha persino oscurato il ruolo del Kuwait, l'unico dei paesi arabi ad avere sempre sostenuto, nelle dichiarazioni e nei fatti, l'attacco contro Baghdad. La Lega araba ha assistito impotente a questi sviluppi riaffermando tuttavia, durante le riunioni mensili, la sua contrarietà alla guerra. Un paradosso che ha aperto una falla, forse irreparabile, nella sua credibilità, ponendo le basi per la sua lenta fine o, più probabilmente, per una sua radicale trasformazione.
La fine della guerra in Iraq, almeno di quella combattuta dagli eserciti, ha segnato anche la conclusione delle relazioni speciali tra Washington e Riyadh. L'Arabia Saudita, dopo aver giocato per decenni un ruolo decisivo per gli interessi Usa nella regione e nell'Opec (contenendo l'aumento del prezzo del petrolio, vitale per l'economia dell'Occidente), si è vista improvvisamente messa da parte. Non è avvenuto tutto così in fretta, naturalmente. L'occupazione americana dell'Iraq ha raffreddato ulteriormente legami che si erano già allentati dopo l'11 settembre. Gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono compiuto da diciannove arabi quasi tutti entrati negli Usa con un passaporto saudita, la crescita dell'opposizione islamica alla presenza dei soldati americani nel paese, unita alla opposizione della monarchia all'uso delle basi nazionali per l'attacco all'Iraq, hanno creato le condizioni per un cambiamento di rotta nei rapporti tra Washington e Riyadh. Nei mesi in cui Washington ha costruito i pretesti per l'invasione dell'Iraq, Riyadh ha seguito con crescente preoccupazione ciò che si diceva negli ambienti conservatori prossimi al vice presidente Dick Cheney e al ministro della Difesa Donald Rumsfeld, che vedono l'Arabia Saudita come una `incubatrice del terrorismo islamico' e una minaccia per i `valori americani'. L'attentato devastante del mese scorso a Riyadh - e le pubbliche polemiche fra i rispettivi servizi di intelligence e di sicurezza - hanno offerto nuovi argomenti a coloro che nell'Amministrazione Bush denunciano il `disimpegno' della monarchia dei Saud nella lotta ad al-Qaeda. Negli ultimi mesi giornalisti e parlamentari Usa hanno condannato la scarsa cooperazione saudita nella preparazione della guerra all'Iraq; le famiglie di 600 vittime degli attentati dell'11 settembre hanno avviato azioni legali contro banche, istituti di beneficenza sauditi e membri della famiglia reale, accusandoli di sostenere al-Qaeda. Alcuni commentatori sono arrivati ad auspicare un rovesciamento dello stesso regime saudita. A dare fiato al risentimento dei neoconservatori americani sono state anche le analisi pubblicate la scorsa estate da alcuni giornali sulle cause del crollo di Wall Street e del dollaro nei confronti dell'euro. Secondo il «Financial Times» gli investitori sauditi avrebbero svuotato buona parte dei loro conti (100-200 miliardi di dollari) nelle banche Usa per trasferirli altrove, in Europa prima di tutto. Gli Usa inoltre non hanno dimenticato che quando, nel 1996, il governo sudanese decise l'espulsione di bin Laden, l'Arabia Saudita non richiese la sua estradizione, consentendo così al leader di al-Qaeda di raggiungere l'Afghanistan. Solo dopo gli attentati simultanei contro le ambasciate americane in Kenya e in Tanzania, nell'agosto del 1998, Riyadh e Washington tentarono insieme di premere sui Taliban per ottenere la consegna di bin Laden. A scuotere le relazioni tra Usa e Arabia saudita ha contribuito inoltre l'esplosione della seconda Intifada nei Territori occupati e la repressione durissima dei palestinesi da parte di Israele. I sauditi, soprattutto quelli più giovani, hanno cominciato a covare un risentimento sempre più acuto contro l'America sostenitrice di Israele e verso i legami con Washington dei loro governanti. La recente partenza dall'Arabia Saudita di una parte delle truppe e dell'aviazione degli Stati Uniti ha segnato con ogni probabilità la fine di un'era e di un'alleanza strategica.
Il presidente egiziano Hosni Mubarak non ha molti motivi per rallegrarsi della sorte subita dei rivali sauditi. Il Cairo si è sempre considerata la capitale politica e culturale del mondo arabo, e l'aver svolto per anni un ruolo di mediazione nel conflitto israelo-palestinese le aveva assegnato, quasi di diritto, una posizione privilegiata nella strategia americana per il Medio Oriente. Mubarak ora deve fare i conti con un equilibrio strategico che dal Mediterraneo si è spostato nel Golfo Persico lasciando ai margini il suo paese. Inoltre, l'abbandono da parte dell'Amministrazione Bush del ruolo diplomatico che, tra ambiguità e sostegni aperti a Israele, gli Stati Uniti avevano svolto, specie negli anni di Bill Clinton, nel confronto tra israeliani e palestinesi, ha ulteriormente ridimensionato la funzione dell'Egitto. Bush, proprio come Ariel Sharon, preferisce le soluzioni militari alla via diplomatica e soprattutto si fida pochissimo dei regimi arabi alleati, che considera troppo esposti alle pressioni di opinioni pubbliche apertamente schierate contro gli Stati Uniti e la loro politica.
Più rassicurante è invece la posizione di re Abdallah di Giordania che, avendo aperto (pur negandolo in pubblico) le porte del suo paese ai reparti speciali Usa incaricati di entrare nel deserto occidentale iracheno, si è guadagnato la fiducia di Washington, ottenendo inoltre significativi aiuti economici e militari e la garanzia di forniture di greggio in sostituzione di quello iracheno. Le critiche interne hanno turbato solo in parte il sovrano hashemita che, sentendosi più forte, ha deciso di consentire il 17 giugno lo svolgimento delle elezioni politiche che `per ragioni di sicurezza' ha tenuto congelate per quasi due anni. La rapida sconfitta irachena, pensa re Abdallah, ha tolto argomenti e ragioni alle proteste dell'opposizione, in particolare quella islamica, contro la politica filo-americana del regime. I consiglieri di Abdallah sono convinti che l'opinione pubblica oggi è meno influenzata di qualche mese fa dall'opposizione e ciò fa ben sperare per l'esito del voto (il sistema elettorale in ogni caso mette al sicuro il regime da un successo degli islamisti).
A correre i rischi maggiori generati dall'occupazione anglo-americana dell'Iraq, è la Siria. Con la sola eccezione del Libano, Damasco è circondata da paesi nemici (Israele), ostili (Turchia), ambigui (Giordania) e dal futuro Iraq filo-americano. Un isolamento molto pericoloso, simile a quello nel quale si ritrova l'Iran, che si è liberato dello scomodo vicino Saddam Hussein ma ritrovandosi alle porte di casa i soldati americani mentre alle spalle deve guardarsi dai regimi filo-Usa dell'Azerbaijan e dell'Afghanistan. Sottoposta a pressioni fortissime da parte di Washington già nei giorni della guerra, la Siria può contare solo sull'alleanza con l'Iran e su un suo possibile intervento sotterraneo in Iraq, volto a destabilizzare i disegni di Washington e a rendere problematico il consolidamento di un regime satellite. Ma si tratta di una possibilità remota di fronte a quella, ben più incombente, che preveda, grazie a un pretesto o a causa delle pressioni israeliane, lo scatenamento di un attacco dell'Amministrazione Bush contro Damasco. Il presidente Bashar Assad oggi non può far altro che adottare una posizione di basso profilo evitando di sfidare gli Usa. Ma potrebbe non riuscire a impedire un'aggressione militare americana, che, anzi, alcuni ritengono di non escludere si verifichi già tra qualche mese.


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