numero  4  marzo 2000 Sommario

Polemiche

MA NOI NON SIAMO "INDIETRO"
Roberto Musacchio  

La lettera sull'ambiente di Enrico Fontana sul terzo numero della rivista è utile ad aprire una discussione che mi pare importante per una nuova politica di sinistra. Seattle, ha ragione Fontana, ha mostrato la possibilità di una contestazione del "pensiero unico" liberista capace di collegare questione sociale e questione ambientale. Non era scontato che il movimento di Seattle ci fosse. In fasi precedenti, e penso all'Uruguay round e al Nafta, non vi era stata una convergenza tra movimenti del Nord e del Sud. Anzi, le contraddizioni erano state palesi in termini di contrapposizione di interessi e di subordinazione all'agire della globalizzazione. Stavolta invece si sono ritrovati fisicamente insieme lavoratori e sindacati americani (quasi un evento la loro ricomparsa politica) e lavoratori e sindacati del Sud. Ma anche associazioni del mondo contadino come "Via campesina" (con dentro il Sud del mondo e insieme i paysans francesi di Bovè). E poi il mondo delle ONG, delle associazioni ambientaliste e dei consumatori. Un incontro fisico e insieme politico e, almeno in parte, progettuale.
Un incontro che nasce da un lavoro, che è andato crescendo in questi mesi, di ricostruzione di una critica al processo di globalizzazione liberista e che è sfociato in un evento politico che può rappresentare uno spartiacque. Certo, Seattle è stato reso possibile da un'occasione specifica - il vertice del WTO - che permetteva il convergere di vari movimenti di contestazione. E, certo, non si può non vedere la sproporzione delle forze in campo e la fragilità di quelle di opposizione.
Eppure il fatto c'è stato ed è pieno di possibilità. Che vengono proprio amplificate da quell'incrocio tra questione ambientale e questione sociale che si è materializzato.
Ad esempio, "Via campesina" unifica le lotte dei contadini e dei popoli del Sud del mondo con quelle ambientali contro la brevettazione e la manipolazione delle colture.
A partire da qui vorrei discutere la parte del ragionamento di Fontana che meno mi convince. E cioè la riproposizione di una teoria dell'ambientalismo che è "avanti" e di una sinistra che è "indietro". In realtà per me siamo di fronte ad una fase diversa, in cui il discrimine passa nella contestazione o meno del processo neoliberista della globalizzazione e dei mercati. A Seattle - ma la considerazione vale anche per le marce europee contro Maastricht e e per la collocazione delle varie sinistre in Italia - si è manifestata una potenzialità di antagonismo che ripropone in modo nuovo il rapporto tra questione ambientale e questione sociale. Io ritengo tale connessione indispensabile. Assistiamo invece all'affermarsi di una equazione perversa per cui si determina uno sviluppo rallentato che non produce più benessere economico e sociale ma crescenti diseguaglianze e d'altro canto alimenta fenomeni strutturali di degrado ambientale, in primis l'effetto serra. Cioè uno sviluppo disaccoppiato dalla crescita sociale e accoppiato al degrado ambientale.
Anche da qui nascono opzioni estreme di dominio, come la guerra, che diviene strumento di gestione "ordinaria", o la brevettazione e la manipolazione dei prodotti agricoli: il mercato che si fa legge fuori da ogni contesto democratico.
Io credo che proprio perciò sia necessaria un'alternativa complessiva al modello della globalizzazione, e che su di essa si avvii una discussione la più larga possibile. Solo così può riprendere quota una sinistra che dopo l'89 è in buona parte rifluita nell'accettazione delle politiche liberiste. Un riflusso che non ha salvato i moderni movimenti verdi e ambientalisti, ma che ha tagliato trasversalmente rossi e verdi tra moderati e antagonisti (anche se lo schema è nella realtà meno semplificato). A mio parere è obbligatorio muoversi sulla strada di una nuova idea di trasformazione che, nel contestare la globalizzazione in atto, intreccia insieme le tematiche sociali e quelle ambientali.
Questo significa ricercare un modello non identificato con la crescita o col mercato; porre al centro la riproduttività ambientale e la qualificazione sociale; ridisegnare il rapporto tra Nord e Sud e tra globale e locale.
Per Rifondazione Comunista questa è la strada maestra: l'ambientalismo di Rifondazione non è quindi giustapposto alla sua linea generale. Lo testimonia la radicalità la radicalità con cui affrontiamo alcune questioni che ci vedono a volte anche un po' incompresi da alcune parti ambientaliste (quella di una politica dei rifiuti non fatta di inceneritori, della contestazione all'alta velocità, dell'opposizione ai brevetti e alle coltivazioni transgeniche, della lotta all'elettrosmog, ecc). Siamo insomma convinti che sia necessaria anche una nuova fase dell'ambientalismo che ha bisogno di riscoprire una radicalità e un'alternatività, e di riconsegnare alla politica una funzione forte. Ma naturalmente tutto ciò richiede uno schieramento di forze ampio e adeguato e quindi è bene discuterne.


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