numero  4  marzo 2000 Sommario

La Russia da Eltsin a Putin

CONTINUITÀ O SVOLTA?
Giampaolo Caselli Gabriele Pastrello  

Cosa è accaduto e può accadere in Russia? La fine di Eltsin fisicamente logorato e screditato dalla corruzione, lascia comunque intatto un indirizzo politico e conferma al potere la stessa "famiglia"? Putin rappresenta solo un nuovo precario equilibrio contrattato tra gli oligarchi e imposto dalla manipolazione mediatica con l'uso cinico della guerra cecena, senza alcun rapporto con una società che si avvita nell'immobilità e nel caos, e senza alcuna ipotesi politica che pretenda di governarla? Noi crediamo che questa non sia la verità, o almeno tutta la verità.
Formuliamo solo un'ipotesi attraverso una lettura di questo confuso e drammatico decennio postcomunista in Russia.
Partiamo con un po' di genealogia politica: Eltsin si affaccia alla ribalta del grande potere in URSS come membro candidato del Politburo del PCUS, e come protetto di Ligaciov, che lo vuole segretario del partito a Mosca. Ligaciov, l'ostinato, indomabile oppositore della perestrojka di Gorbaciov, che voleva mantenere il processo riformatore entro il quadro politico-istituzionale esistente, e finirà quindi per personificare la Conservazione Sovietica, il cui ultimo esemplare era stato Cernienko, emblema della paralisi del partito e dell'URSS. L'elezione di Gorbaciov era il segnale che l'alta dirigenza sovietica aveva avvertito finalmente - ma comunque troppo tardi - l'estremo pericolo; ma quello che accadrà durante la perestrojka, e dopo, indicherà che restava drammaticamente divisa su diagnosi e terapia.
Per alcuni anni Gorbaciov e Eltsin sembrano marciare di conserva, con il secondo che pare interpretare la parte della punta di lancia del processo riformatore. Invece accade la drammatica rottura, con Eltsin che indossa i panni per lui del tutto insoliti del Pugaciov antinomenklatura.
Non vi è dubbio che Eltsin fosse un animale politico di grande istinto, di grande durezza (si era presentato come segretario del partito di Mosca fucilando alcuni contrabbandieri), gran conoscitore degli umori profondi dei russi (dirà Boffa di lui che "era profondamente russo, prima di tutto russo"), gran cavalcatore della slavità grande-russa (un riccio quindi, nella celebre dicotomia di Isaiah Berlin, mentre Gorbaciov era invece una volpe occidentalizzante - simile in questo a Pietro il grande - e come tale verrà infatti rifiutato dal popolo russo). E paradossalmente questa è la ragione per cui Eltsin potrà in seguito fare una politica di apertura all'Occidente più subalterna di quella di Gorbaciov. Importerà l'anarchia di mercato, probabilmente più congeniale ai russi della legalità della burocrazia.
Gorbaciov riteneva che l'Occidente avrebbe preferito una transizione 'ordinata' dell'URSS alla democrazia, rispetto ad una transizione 'disordinata' in seguito alla dissoluzione dei vecchi ordinamenti, con il conseguente caos di un paese umiliato e affamato. Ma il suo tentativo era in ritardo quantomeno di venti anni (cioè dalla caduta di Krusciov), per non dire trenta (a datare dalla morte di Stalin). Al tempo della perestrojka le politiche keynesiane erano già state messe in soffitta in Occidente, di circolo virtuoso della crescita tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo - su cui egli faceva conto, offrendo i mercati russi in cambio di un sostegno finanziario - non se ne parlava più (la parola d'ordine era già: risanamento finanziario; cioè prima di tutto e a qualsiasi prezzo: pagare i debiti), e ancor meno si parlava di economia mista, essendo ormai vincente la linea del mercato über alles. Al momento opportuno quindi gli USA - ma anche i russi - sceglieranno Barabba.
Nel frattempo, la strategia di Gorbaciov perdeva sempre più consensi all'interno, la nomenklatura stava riuscendo a paralizzarla, per di più il tentativo di portare l'insieme del partito, e del paese, sulla linea della riforma del sistema stava scontentando tutti. Nel partito i riformatori più accesi criticavano l'eccessiva lentezza delle riforme, mentre i conservatori più accaniti paventavano qualsiasi prospettiva riformatrice. Lo stesso accadeva nel paese.
Nel contesto di questa impasse, esterno ed interno, si consuma la rottura con Eltsin, apparentemente bestia nera della nomenklatura, che ne ottiene all'inizio l'espulsione. Ma a questo punto stranamente si opera una convergenza tra l'uno e l'altra: marciare divisi e colpire uniti la perestrojka. Pur con due retoriche completamente diverse, gli uni per l'URSS così com'era, l'altro contro, hanno lo stesso nemico: Gorbaciov. Eltsin viene eletto a furor di popolo alla prima Duma come deputato di Mosca, poi Presidente della Repubblica Russa. Quindi, a conclusione dell'annus horribilis di Gorbaciov, viene l'accordo di Eltsin con gli altri grandi boiari: i presidenti della Bielorussia e dell'Ucraina (Nazarbajev, presidente del Kazachstan sta a guardare) che di fatto scioglie l'URSS. Si realizza così una federalizzazione feudale, opposta alla de-centralizzazione regolata di Gorbaciov. Eltsin aprirà così un'Epoca dei Torbidi, sollecitando a tutte le spinte centrifughe e di dissoluzione del tessuto socio-economico dell'ormai ex-URSS.


Lo Stato-minimo
Il nocciolo politico-istituzionale della strategia di Gorbaciov consisteva nel sopprimere la sovranità incontrollata del partito in tutte le sfere della vita, e nell'introdurre regole valevoli per tutti, puntando così una coincidenza tra statualità e legalità ignota fino ad allora nella storia russa. Questo era anche il frutto della lunga riflessione degli economisti polacchi e ungheresi sui problemi della riforma dell'economia pianificata. La loro tesi (vedi per esempio Laski e Brus in From Marx to Market) era stata che il sistema politico aveva, in passato, ed avrebbe in futuro, bloccato inesorabilmente qualsiasi tentativo di limitare il monopolio decisionale delle autorità di piano (e così anche Kornaj). Gorbaciov, apparentemente in linea con quella conclusione, dava un'assoluta priorità alla riforma del sistema politico-istituzionale. I dirigenti comunisti cinesi sceglieranno la strada esattamente opposta.
Eltsin imboccò una strategia ancora diversa, che potremmo chiamare della statualità minima. I centri di potere locale (capi politico-istituzionali locali, capi di grandi imprese) vengono liberati dalla tutela del partito. C'è chi riesce attraverso tecniche note a diventare proprietario delle imprese, e chi costruisce una cintura protettiva che ottiene lo stesso risultato. Tutti comunque accolgono l'invito fatto da Eltsin alle 'autonomie' russe: "Prendetevi tanta sovranità quanta siete capaci di gestire". Di conseguenza il potere dei capi politici locali si accentua, il controllo sul territorio si allenta, e la corruzione dilaga. Si tratta di una gigantesca redistribuzione di poteri, precedentemente legati alla struttura formale del partito e dello stato, ma la cui struttura materiale non coincideva più con quella formale. La posta di tutto è decidere Komu Charasho w Rossji ("Chi prospera in Russia"), riproponendo la domanda fatta un secolo prima da Saltykov-Scedrin. E si apre anche la questione dell'integrità territoriale dell'ex-URSS. Le tensioni all'autonomia, anzi all'indipendenza politica, si moltiplicano, e si sommano ai conflitti interni alle stesse regioni, un tempo unificate nella struttura dell'URSS. Al centro resta un nucleo, probabilmente molto diviso, di alta dirigenza intrecciata: politica, economica e informativo-militare, che governa lo stato, via Eltsin, con poteri quasi dittatoriali. Il che corrisponde alla sostanziale impotenza del Parlamento, che diventa solamente strumento delle varie fazioni nel mettere ostacoli alle linee di governo del paese, e che viene poi brutalmente liquidato come potere autonomo quando tenta di alzare il livello della sfida (come accade nel '93, con il famoso bombardamento). Per l'appunto: lo stato minimo.
A questo punto interessa relativamente poco seguire le varie scomposizioni e ricomposizioni dei gruppi di potere, con l'alternanza a volte improvvisa, altre volte annunciata alla guida del governo. La scelta di fondo, della statualità minima, tende a disinibire gli animal spirits latenti della vecchia Russia, nonché a offrire la minore resistenza (e quindi il massimo di appetibilità) agli investitori occidentali, con la speranza di connettere esterno ed interno per un take-off nel capitalismo. Dopo alcuni anni di avvio stentato, questa strategia sembra prendere quota tra il '96 e il '98.
Il crack dell'estate '98 - e connesse malversazioni - provoca anzitutto una reazione 'nazionale' nei confronti di una apertura incondizionata verso l'Occidente. Primakov è uomo della vecchia squadra della perestrojka (lo si ricorda emissario di Gorbaciov in Irak durante la crisi del Golfo, e poi presidente del KGB), e il suo ritorno sulla scena può significare forse una cauta riconsiderazione del rapporto con l'Occidente, come poi si coglie all'inizio della crisi del Kosovo. Ma con Primakov ci sono stati segni di novità anche nelle istituzioni economiche.
Dopo la nomina dell'ultimo Presidente della Commissione di Piano, Maslukov, a Ministro dell'Economia, nonché dopo il recupero da parte di Primakov dell'ex-Governatore della Banca Centrale, Gerashenko, i giornali occidentali - con in testa l'Economist - strillarono al ritorno del fantasma del piano. La novità era più modesta, ma reale: bisognava ricostituire una rete comunicativa tra le imprese, affinché i segnali di mercato potessero cominciare o ri-cominciare, a funzionare, dopo il collasso economico dell'agosto '98.
Una rete comunicativa non è costituita dalla rete telefonica o da Internet (il suo hardware, per così dire): è costituita anzitutto dalla volontà di comunicare (gli ingegneri troppo spesso, e ormai anche gli economisti, si occupano solo dell'hardware "presupponendo" quella volontà). E per la volontà ci vogliono buoni motivi, e intenzioni. Ma quando la strategia delle singole unità è la sopravvivenza 'locale', ogni contatto esterno è un'intrusione: pone domande a cui non si può rispondere, minaccia appropriazioni esterne. Per ricostituire la rete bisogna riallacciarne manualmente, per così dire, i capi. E chi meglio dell'ex-Presidente della Commissione di Piano può farlo (la Commissione di Piano era il luogo dove si conoscevano le imprese, e più ancora i loro dirigenti, uno per uno)?
Ogni tanto emerge una KGB-connection, che non è quella dei rotocalchi: spioni e complesso industrial-militare. Bisogna anzitutto ricordare che a capo del KGB non è mai stato un 'interno', bensì sempre un politico. A questo va aggiunto che il primo tentativo di riforma dell'URSS è impostato proprio da Andropov, ex-capo del KGB, quando diventa Segretario Generale (posizione dalla quale si dice che sia stato pure sponsor di Gorbaciov); poi abbiamo avuto Primakov nei vari ruoli chiave da Gorbaciov a Eltsin e ora Putin è il terzo che dalla prezidentura passa a capo del Governo, e probabilmente anche dello Stato. Sembrerebbe proprio, viste anche la prime dichiarazioni di Putin, più in linea con il governo Primakov che con il precedente governo, che il KGB abbia costituito, negli ultimi decenni, una vera e propria riserva di stato, un freno alla sua disgregazione.
Ma è sul terreno socio-economico che, a partire dal 1991, erano avvenuti dei veri terremoti.


De-modernizzazione della Russia?

Dal 1991 era prevalsa la convinzione che l'economia sovietica fosse irriformabile. La conclusione era ormai che un sistema capitalistico potesse essere costruito solo sulle ceneri dell'economia sovietica, utilizzando quelle parti del sistema economico precedente che fossero state capaci di adattarsi in modo molto rapido al nuovo sistema di produzione e circolazione di beni e servizi.
Il piano di transizione allora adottato era composto di tre parti: 1) stabilizzazione macroeconomica; 2) liberalizzazione dei prezzi, eliminazione di controlli burocratici sulla attività economica, liberalizzazione del commercio estero; 3) ristrutturazione istituzionale fondamentale (privatizzazione delle imprese, istituzione della borsa valori, ristrutturazione del settore bancario, riforma del sistema tributario).
Ciò che i riformatori radicali russi hanno totalmente trascurato è che il processo di distruzione dell'apparato di pianificazione, la privatizzazione delle aziende statali e della terra (che fra l'altro non è ancora avvenuta) e la liberalizzazione dei prezzi non creano automaticamente le istituzioni proprie di una economia capitalista né fanno nascere in una notte cittadini e imprenditori pronti ad operare in una economia di mercato.
In questi dieci anni quello che di fatto è avvenuto in Russia non è stato solo lo smantellamento delle vecchie bardature della pianificazione, bensì un processo che si può chiamare di de-modernizzazione che non ha precedenti storici: una economia industriale, seppure meno efficiente di quelle occidentali, è stata letteralmente distrutta, causando un arretramento del livello di civilizzazione della popolazione che non si è mai verificato in tempi di pace. Abbiamo assistito al più grande processo di deindustrializzazione del ventesimo secolo; il reddito russo è caduto di più in questi dieci anni che durante la seconda guerra mondiale. Ciò vale a maggior ragione per l'Ucraina in cui il processo di implosione è stato ancora maggiore ed in generale per tutti gli stati nati dall'abolizione della Unione Sovietica, nonché in misura minore per la Romania e la Bulgaria. Tutti i dati statistici e gli studi sulle condizioni di vita della popolazione mostrano che la Russia è entrata in una situazione (che difficilmente si può definire puramente transitoria) in cui coesistono modernizzazioni estreme di alcuni punti del sistema (mercati finanziari, alcune modalità di formazione culturale, connessione alla rete comunicativa mondiale che attira parti della società russa nel processo di globalizzazione) insieme a cadute premoderne di altri settori, testimoniate dal crollo di gran parte delle strutture statuali (soprattutto in periferia), quelle della sanità e quelle della istruzione, quelle della ricerca e quelle di tutela della legge e dell'ordine pubblico e delle forze armate.
Bastano alcuni esempi per dare la misura della caduta: il reddito è calato di circa il cinquanta per cento rispetto al 1990, la produzione industriale è crollata di circa la stessa percentuale e gli investimenti sono stati negativi a partire dalla stessa data, il che significa che i cittadini russi hanno continuato a servirsi, logorandolo, del patrimonio fisico creato in epoca sovietica. La grande inflazione del 1992/93 ha distrutto una prima volta i risparmi dei cittadini russi, risparmi minacciati una seconda volta nella crisi dell'agosto 1998, come conseguenza del fallimento di fatto di parte del sistema bancario, che ha colpito gran parte del nuovo ceto medio che si era concentrato soprattutto nelle due città, centri della modernizzazione: S.Pietroburgo e Mosca (in cui si concentra il 40% del reddito nazionale).
La distribuzione del reddito in pochi anni è diventata una delle meno egualitarie fra i paesi che hanno lo stesso livello di reddito: nel 1997 il 10% più ricco della popolazione guadagnava circa il 32% del reddito prodotto, mentre il 10% più povero soltanto il 2,4%.
Contemporaneamente al crollo della produzione e del reddito avveniva la distruzione del sistema di welfare socialista che aveva moltissimi difetti e inefficienze, ma che forniva ai cittadini russi e sovietici una sistema di cura e prevenzione di base che è oggi largamente venuto meno con i continui tagli del bilancio statale dovuti alle politiche di aggiustamento; ad esempio, la spesa pubblica sanitaria è caduta del 30% in termini reali dall'inizio della transizione. Questo è stato certamente uno dei fattori principali che hanno causato un declino delle aspettative di vita dei cittadini russi, un aumento della mortalità infantile, un aumento della incidenza di quasi tutte le malattie.
Ciò che è avvenuto in Russia non è stata solamente la distruzione di capitale fisico, ma anche una distruzione di capitale umano dovuta al drastico taglio del bilancio dell'istruzione e della ricerca, insieme alla diminuita capacità materiale di vita. Il risultato è stato una forte emigrazione intellettuale: si stima che negli anni '90 circa 250.000 cittadini ad alta qualificazione sono emigrati, in tal modo sottraendo al paese un notevole patrimonio di conoscenze costruito con decenni di investimenti.


Il peggio è passato?

La crisi dell'agosto '98, con la conseguente svalutazione del rublo e con il default russo sul pagamento del debito estero, ha chiaramente mostrato a tutti il fallimento del piano di stabilizzazione e di riforma ispirato dal Fondo Monetario Internazionale e dalla World Bank, piano che era stato costruito nelle più prestigiose facoltà di economia anglosassoni e che numerosi economisti provenienti dalle stesse facoltà avevano contribuito ad applicare.
Contrariamente alle aspettative, la struttura 'sommersa' di intermediazione che era fiorita sotto la pianificazione è cresciuta, e durante tutto il periodo delle riforme eltsiniane ha svolto una funzione di supplenza rispetto alle transazioni monetarie. Il 50% delle transazioni avviene attraverso varie e ingegnose forme di baratto, mentre l'offerta di moneta è circa il 20% del PNL (cioè un terzo della proporzione usuale nei paesi sviluppati), anche se i cittadini russi detengono una notevole quantità di dollari come "riserva di valore".
Circa il 40% del PNL appartiene alla sfera sommersa e criminale, i cui legami con l'economia legale sono spesso oscuri, tanto che ed è difficile operare una chiara distinzione fra le due. Durante la crisi del 1998 il sistema bancario 'privato' russo è stato investito da una gigantesca crisi di fiducia: ci fu una fuga di depositi verso la Banca di Risparmio Russa - che è l'unica del genere - che di conseguenza oggi detiene il 90% dei depositi delle famiglie. L'economia è ormai dominata da gruppi finanziario-industriali che ne controllano circa il 50% e che si sono formati durante il tumultuoso processo di privatizzazione, con perversi rapporti con la finanza statale.
L'economia russa dell'anno duemila dopo quasi dieci anni di transizione è dunque una economia dualistica basata su un settore esportatore abbastanza dinamico che esporta petrolio, gas, materie prime ed alcune materie prime lavorate, mentre le industrie che producono per il mercato interno sono attualmente protette dalla concorrenza internazionale con la svalutazione del cambio e con i bassi salari reali. Parrebbe che dopo la crisi del '98 (ed in concomitanza con il cambio di direzione politica di cui si è detto sopra) in qualche modo sia stata scelta una politica di crescita trainata dalle esportazioni, e di sostituzione delle importazioni (soprattutto beni di consumo, che erano stati spiazzati considerevolmente nelle prime fasi dell'apertura dell'economia). Non è possibile dire se questa strada potrà essere seguita per molto tempo; dipenderà dal prezzo del petrolio, dalla capacità produttiva interna o meglio dal tempo che passerà prima che l'accrescimento della domanda incontri una barriera produttiva (si tratta peraltro di una variabile quasi incalcolabile: nessuno oggi è in grado di dire con una ragionevole sicurezza cosa è rimasto utilizzabile del vecchio apparato, quanto è stato ammodernato, quanto competitivi siano i suoi prodotti) e dalla capacità di utilizzare il surplus di divise estere nell'ammodernamento produttivo (il che implicherà una nuova capacità di controllo dei flussi di capitale).
Ma per ora la svalutazione del cambio, congiuntamente al successivo innalzamento del prezzo del petrolio hanno fatto sì che nel 1999 il reddito sia cresciuto dell'1,5% - o forse del 3%, stando a diverse fonti - (una prima volta era cresciuto nel 1997, dello 0,8%); la produzione industriale è aumentata di circa dieci punti percentuali; gli investimenti, per la prima volta dal 1990, sono cresciuti, per quanto di poco; la bilancia commerciale è in attivo ed il potere d'acquisto delle famiglie è leggermente migliorato (nonostante che la disoccupazione resti elevata: il 18%), mentre il tasso di inflazione non è esploso come invece molti si aspettavano. Concludendo, la Russia ha respirato e non è affondata, anche se la situazione economica rimane estremamente difficile.


Putin: una ri-statualizzazione?

Il professor Stiglitz, chief economist della World Bank in un recente articolo dal titolo "Whither reforms? Ten years of Transition" dichiarava fallimentare l'approccio alle riforme fin qui seguito: "Io sostengo che almeno parte del problema è stato costituito dalla eccessiva fiducia in modelli presi da libri di testo di economia. I libri di testo... possono essere utili per insegnare agli studenti, ma non per consigliare governi che tentano di costruire dalle fondamenta una economia di mercato...".
Primakov non aveva aspettato Stiglitz per mettere in pratica questa diagnosi, come si è già accennato sopra. Ed è significativo che secondo Putin la ricerca di un via di crescita economica adatta alla Russia sia incominciata solo con il governo Primakov (cfr. Bank of Finland Institute of Economic in Transition, 7/1/2000). Ed infatti, nel discorso di insediamento alla Duma, Putin, pur nell'adesione all'economia di mercato, ha sottolineato che la diversità di condizioni tra Russia e altri paesi suggeriscono un nuovo intervento dello Stato, il cui ruolo in Russia oggi deve essere qualcosa di più che "fissare delle regole e controllarne il rispetto". È con una certa diffidenza che alcuni economisti occidentali riportano l'opinione di Putin sulla necessità di una regolazione statale dell'economia attraverso il "coordinamento" di forze economiche e sociali e la determinazione di obiettivi di sviluppo (qualcosa di simile alla pianificazione indicativa francese). Le stesse dichiarazioni di Putin sul fatto che bisogna smettere di affidare all'Occidente le sorti della Russia hanno un suono che ancora una volta non è quello dell'incondizionata apertura eltsiniana. Qualcuno ha messo in contrasto le sue dichiarazioni sul fatto che lo stock di capitale ereditato dall'URSS sia praticamente senza valore, con le idee 'keynesiane' di Primakov di riutilizzarlo. In realtà le due posizioni sono complementari: se è comunque necessario nel breve far riprendere la produzione, per il lungo è una politica di investimenti di vasta portata che è necessaria (per mezzo di politiche industriali e di riforme strutturali: termini aborriti nei paesi post-socialisti).
Tutto ciò mette in dubbio che Putin sia stato all'epoca della sua nomina semplicemente "uomo" di Eltsin. Probabilmente è stato piuttosto l'uomo di forze che hanno agito sotto l'ombrello politico di Eltsin, e che adesso hanno trovato il braccio e il momento per una svolta. La crisi del Kosovo, quella della Cecenia e le elezioni di dicembre, sono state quindi ambigui e cinici strumenti di un ricompattamento interno per tentare una ri-costruzione della statualità russa (se prima ci fosse stata un'incertezza su chi, tra Putin e Primakov, fosse più adatto a guidare questa nuova fase, è stata sciolta dalle elezioni di dicembre, a cui è seguita la rinuncia di Primakov a presentarsi alle elezioni presidenziali di marzo). Ci saranno ovviamente differenze tra i due, alcune pure illeggibili dall'esterno, come le costellazioni di potere trasversali che li appoggiano. Ma la somiglianza delle strategie per il futuro, e la distanza da quella eltsiniana sono evidenti. Le misure prese subito nei confronti di certi personaggi dell'era precedente confermano quest'impressione, così come le dichiarazioni di Khodourovsky, presidente della Yukos, la seconda compagnia petrolifera russa, contro Berezovsky. E le lodi nei confronti di Putin fanno ritenere imminente una resa dei conti all'interno del gruppo degli oligarchi, fra chi vuole una politica di sviluppo e chi vuole solo continuare nelle vecchie pratiche affaristiche proprie dell'era eltsiniana.
Se e quando tale tentativo possa avere successo è tutt'altro discorso, perché le forze legali e illegali che vi si oppongono sono enormi. Ma non è indifferente quali interlocutori troverà fuori dalla Russia, in particolare in Europa (quale Europa?).
Da un punto di vista storico la Russia ha sempre avuto una importanza decisiva nel destino dell'Europa negli ultimi 180 anni: provocò il crollo dell'"Europa Napoleonica", con la Rivoluzione d'Ottobre cambiò il corso della prima guerra mondiale e incise sullo sviluppo politico dell'Europa fra le due guerre, decise con la battaglia di Stalingrado del futuro della guerra, concordò con l'Occidente gli assetti mondiali, e con il 1985 i suoi cambiamenti hanno influenzato ancora i destini dell'Europa, e non solo. Diceva il marchese de Custine: "Nous vivons sous l'œil des russes". Anche adesso ci guardano, e sta anche a noi "europei" decidere se questa eventuale svolta deve accadere con noi o senza, o se ancora una volta preferiremo invece la Russia dei Torbidi.





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