numero  39  maggio 2003 Sommario

Berlusconi disfa l'Italia

LE PROMESSE MANTENUTE
Giancarlo Aresta  

1. Il governo Berlusconi due anni dopo Colpiscono - e assai profondamente - l'incertezza e la labilità dei giudizi che dall'area del centro-sinistra vengono dati sul governo Berlusconi, due anni dopo.
Non persuade, in alcun modo, l'idea di Rutelli di un governo «che non mantiene le promesse elettorali», che nella sua persistente e vacua ripetitività sembra valorizzare ex post - in modo sicuramente inconsapevole, ma nello stesso tempo sintomatico della dipendenza culturale del centro-sinistra dalle `ideologie' liberiste dominanti - il programma elettorale di Berlusconi.
Ma sembra del tutto inadeguato anche lo schema di lettura - che ha origine nei `girotondi' - che parla di `regime', avendo d'occhio, in modo particolare, il `peccato originale', che presiede alle fortune elettorali di Berlusconi: il conflitto di interessi, la forzatura di una ragione assai seria di ineleggibilità, la concentrazione in una persona dei poteri del capo del governo e di quelli derivanti dalla proprietà della più grande impresa italiana nel settore dell'informazione. Questa lettura ha, indubbiamente, un fondamento di verità, e ha trovato conferme nell'iniziativa del governo al suo abbrivio, che si è occupato - con accelerazioni assai violente e una richiesta `padronale' di sottomissione agli alleati - di risolvere, prima di tutto, i problemi personali e giudiziari, della famiglia e dell'azienda di Berlusconi: con le leggi sulle rogatorie, sul mandato di arresto internazionale e sul falso in bilancio, con l'azzeramento dell'imposta di successione anche per i grandi patrimoni e - dulcis in fundo - con la nuova legge sull'informazione televisiva, la Gasparri. Eppure, questa chiave di interpretazione finisce con il risultare limitativa e fuorviante, perché mette in secondo piano la complessità e l'ampiezza dell'azione del governo: e ne sottovaluta la capacità di incidere in profondità nella vita italiana - e costruire, sì, un `regime' -, a partire da un intervento sui rapporti tra le classi, sul modello sociale e sul profilo istituzionale del paese, che restano completamente ai margini di un'analisi che muova da quei presupposti.
Ha preso poi corpo nel centro-sinistra, in una fase più recente, un'altra ipotesi interpretativa, avanzata da Fassino nella Relazione alla Convenzione programmatica dei Ds di Milano del 4-6 aprile 2003, che fa proprio il giudizio sulla congiuntura italiana, che è stato alla base dello sciopero generale proclamato dalla Cgil il 21 febbraio 2003, per rovesciarne il senso politico. «Il centro-destra rischia - sostiene Fassino - di assecondare il declino dell'Italia, anziché guidare una difficile transizione.» (1) Fassino ne fa conseguire che:
Insomma, torna in campo la sfida per la modernizzazione del paese. Naturalmente, in una direzione contraria a quella confusamente proclamata dal governo. La modernizzazione promessa dal governo all'atto del suo insediamento non si è vista. E quando è stata tentata ha rivelato - dal conflitto di interessi alla Legge Moratti, dai tagli alla ricerca alle politiche sociali - il suo carattere regressivo e neo-conservatore (2).
In modo assai singolare, un elemento di analisi essenziale della battaglia della Cgil - il giudizio sul rischio di `declino industriale' del paese - viene usato per fondare un attacco esplicito e pesante alla stessa Cgil, accusata nella Convenzione - da Fassino come da D'Alema - di essere impegnata in una iniziativa pregiudiziale e inconcludente; ma, soprattutto, di produrre lacerazioni nei sindacati, mentre «l'unità sindacale è per noi un principio irrinunciabile» (3).
La chiave di volta di questa disinvolta operazione è in una scelta. Se a fondamento di uno sciopero generale contro il `declino industriale' c'è - da parte della Cgil - un'attribuzione di responsabilità che chiama in causa insieme le forze di punta del padronato e la Confindustria, oltre che il governo, Fassino `assolve gli imprenditori' e li chiama ad un'alleanza contro il governo, che resterebbe così il solo a dover rispondere di una fase di stagnazione e di crisi. Non casualmente, a questa Convenzione è stato invitato a partecipare e a intervenire D'Amato, mentre Epifani è risultato forse il principale bersaglio polemico. Riprende, insomma, corpo la vecchia ipotesi di tessere una nuova alleanza con i `poteri forti', presentando il centro-sinistra come un soggetto più `responsabile' del centro-destra per fare una politica di risanamento, che non risulterebbe poi molto diversa.
Non sorprende, allora, che da queste valutazioni abbia preso corpo una profonda svolta politica, in senso moderato. Immediatamente dopo la Convenzione programmatica di Milano, viene votato in Parlamento dal centro-sinistra un ordine del giorno che autorizza l'invio di truppe italiane - 3.000 soldati e carabinieri - al seguito e a sostegno degli anglo-americani, per `proteggere' le `missioni di aiuto umanitario': e ci si astiene sull'analogo ordine del giorno del governo, determinando una frattura profonda con l'opinione democratica e pacifista e con i movimenti. Si avanzano `offerte' di gestione unitaria del semestre italiano di presidenza del Consiglio di Europa. Si arriva, con Bersani, a proporre «un accordo bipartisan per arrivare al prossimo Dpef con una proposta di politica industriale, che consenta al nostro paese di saltare l'asticella» (4). E poco importa che la stessa proposta fosse stata formulata da Bersani sul «Sole-24 Ore» due mesi prima - il 23 febbraio 2003 (5) -, in risposta a un'intervista del «Sole» a D'Amato (6) del 20 febbraio: È finito il capitalismo protetto. «Il nostro non è un paese in declino imprenditoriale. Il nostro è un paese in declino competitivo, un declino iniziato 30 anni fa», aveva affermato con un singolare paradosso in quell'articolo il presidente di Confindustria: e questo sofisma - fondato sulla separazione tra «declino competitivo» e «declino imprenditoriale», insostenibile nel caso italiano - sembra essere diventato una convinzione comune alle teste d'uovo dei Ds.
Insomma, sembra di assistere alla `crisi del secondo anno'. Due anni di astinenza dal governo determinano - nei Ds - una crisi di rigetto e una sollecitazione invincibile a una pratica consociativa. E, se non è possibile motivarla, come era nelle attese, con i dissesti emersi con la `trimestrale di cassa' - perché Tremonti è stato abile a concentrare nei primi mesi del 2003 le entrate una tantum, a partire dal condono, e a congelare le spese, bloccando i trasferimenti agli enti locali e persino i rimborsi Irpef; e ha spostato così nel tempo le difficoltà -, allora si può far leva sugli imperativi umanitari del `dopo-guerra' in Iraq e sui rischi del declino per motivare le stesse scelte.
Questa è la strada indicata da D'Alema.
Insomma, se mai viene individuata una qualche rilevanza e pericolosità dell'azione del governo, queste considerazioni sono impiegate per motivare l'esigenza di una convergenza e di una intesa, anche al rischio di esporsi - come è avvenuto - al diniego e allo sberleffo del capo del governo.
2. Una ipotesi di democrazia autoritaria C'è poi un'altra linea di ricerca, che muove dal presupposto che l'azione del governo risulti - al contrario - preoccupante, ma incisiva, capace di intervenire in profondità nella vita nazionale, modellandone e corrompendone i legami sociali, mettendo in causa la consistenza e la tenuta della sua qualità democratica. È quella sostenuta in questa «rivista» da Luigi Ferrajoli nel suo articolo La destra cambia lo Stato. La democrazia è senza capi. Qui l'allarme democratico è rivolto agli effetti dell'azione di governo - non ai suoi presupposti -, tocca l'insieme dell'ispirazione del suo programma - non soltanto gli aspetti legati più direttamente al nodo del conflitto di interessi -, legge `l'ideologia' a cui Berlusconi si ispira.
Il pericolo, che in parte stiamo già sperimentando, è dunque quello di una regressione neo-assolutistica così dei poteri politici della maggioranza di governo come dei poteri economici delle imprese. Della congiunzione, insomma, di due assolutismi - quello della maggioranza e quello del mercato -, avallata dalle due ideologie oggi imperanti, a destra e purtroppo anche a sinistra: l'ideologia maggioritaria e il suo corollario presidenzialista da un lato e l'ideologia liberista dall'altro, l'una e l'altra fautrici, in nome della liberal-democrazia, dell'assenza di regole e limiti così all'onnipotenza della maggioranza come alla libertà d'impresa, così ai poteri politici come ai poteri economici (7).
Ci pare che in questa lettura ci sia una chiave più feconda per interpretare l'azione del governo Berlusconi, per misurarne l'efficacia e la capacità di incidere nel profondo della società italiana e, anche, per motivare le ragioni e le priorità di un impegno di opposizione, che voglia porsi l'obiettivo di rovesciare questa politica e questo governo.
Infatti, Berlusconi ci sembra stia intervenendo - attraverso la sua iniziativa legislativa - in modo contestuale sul modello sociale e sul modello istituzionale del paese, insomma sulle forme e sulle regole di convivenza democratica, per cui, per rendere minoritario questo governo occorrerebbe combinare in modo inedito battaglia sociale e battaglia istituzionale, definire un'alternativa di programma e assumere esplicitamente l'obiettivo di cancellare grande parte della legislazione di questi due anni, come condizioni essenziali per una ripresa democratica del paese.
Il contrario, cioè, delle proposte a cui sembrano alludere i leader della sinistra moderata, a partire da Rutelli e D'Alema, e di quanto è stato teorizzato nella recente Convenzione programmatica dei Ds.
3. Cambia la collocazione internazionale Un primo terreno di rottura nell'azione del governo è quello relativo alla collocazione internazionale dell'Italia.
Rispetto a una tradizione, quella dei governi a guida democristiana, che - come documenta l'articolo di Chiarante su questo stesso numero della «rivista» - aveva in qualche modo contemperato il suo atlantismo con un'attenzione forte ai nuovi processi di unificazione europea e con un'apertura al mondo arabo, Berlusconi ha introdotto una cesura profonda.
Dopo le oscillazioni iniziali, a partire dalle dimissioni dal governo di Ruggiero, l'Italia si è andata schierando in modo sempre più univoco a fianco all'America di Bush, anche a costo di una lacerazione assai seria con gli orientamenti prevalenti nella Ue. Insomma - e questo è risultato del tutto evidente in occasione della guerra all'Iraq - è come se il governo italiano volesse sottolineare non solo il ruolo guida degli Usa nel definire il quadro di riferimento dell'evoluzione del proprio progetto sociale, ma una scelta netta a sostegno degli Stati Uniti, anche quando le loro scelte unilaterali travolgono il diritto internazionale ed entrano in conflitto con gli interessi europei.
4. Una società gerarchizzata Un secondo terreno di iniziativa politica e legislativa, sul quale il governo si è mosso come un bulldozer, radendo al suolo sia le pratiche politiche che la legislazione preesistente è quello dei rapporti tra lavoro e impresa. È come se si volesse cancellare nella pratica il riconoscimento costituzionale del valore del lavoro e quelle norme di diritto diseguale, che sono state introdotte nel tempo per garantirne l'effettività.
Si è così messa in discussione la pratica della concertazione per lasciare il posto alla ricerca sistematica degli accordi separati a danno e con esclusione del sindacato più rappresentativo, la Cgil.
Con la Legge Maroni - 848-B del 5 febbraio 2003 -, poi, si è attuata una vera e propria controriforma del mercato del lavoro: a. trasferendo la gestione del mercato del lavoro completamente in mani private: non solo il lavoro in affitto, ma tutto il lavoro; b. rendendo possibile affittare il lavoro non soltanto per mansioni particolari, specializzate, ma per ogni tipo di prestazione e non solo il lavoro a tempo parziale, ma anche quello a tempo indeterminato, con lo staff leasing; c. introducendo il `lavoro a chiamata' (job on call), la forma più umiliante - e più assoluta - di dominio dell'impresa sul lavoro, affermata per legge, per cui si crea un nuovo tipo di lavoratore, il lavoratore disponibile, che resta in attesa che un'azienda lo chiami per un certo periodo di attività; d. facendo diventare più elastico il lavoro part-time, rendendolo compatibile con gli straordinari. Si tratta di un insieme di norme che agiscono in profondità nel determinare uno squilibrio tra le parti nel rapporto di lavoro, nell'indebolire i diritti sindacali e generalizzare un orizzonte di `precarietà'.
Successivamente è stata presentata in Parlamento la Legge delega 848, che interviene sulla contesissima questione della riduzione dei diritti tutelati nell'Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, individuando alcuni casi di esclusione del diritto alla reintegra.
Questi interventi travolgono gli argini che la legge aveva eretto per mitigare il predominio dell'impresa nel rapporto di lavoro. E tendono a recidere un nodo nevralgico della trama democratica di una società che vuole lo Stato - `la Repubblica' - fondato sul lavoro.
Non è casuale che D'Amato abbia indicato in questa legislazione un momento di svolta di portata strategica, dello stesso valore generale dell'attacco alla scala mobile, dell'accordo sulla politica dei redditi del luglio 1993 e dell'ingresso nell'euro (8). E risulta, alla luce di queste valutazioni, paradossale, oltre che grave, il giudizio di sufficienza e di sottovalutazione di queste misure di D'Alema, che ha attaccato la Cgil, nella Convenzione programmatica dei Ds, sostenendo che non ha «alcun senso mantenere aperta la polemica sul Patto per l'Italia», dal momento che «quel Patto per l'Italia non aveva consistenza e non c'è più» (9).
Con la Delega sulla previdenza - approvata alla Camera dei deputati e ora all'ordine del giorno del Senato - si manomette poi in modo profondo il sistema previdenziale, colpendo sia i diritti che garantisce che la sua stessa tenuta, il suo finanziamento, nel momento in cui: a. si prevede una consistente riduzione - entro il limite di 5 punti percentuali - del costo aziendale delle ritenute previdenziali, che produrrebbe grandi vantaggi alle imprese minacciando seriamente la possibilità di mantenere nel futuro le attuali prestazioni; b. si incoraggia la continuazione dell'attività di lavoro oltre i limiti dei 65 anni per gli uomini e dei 60 per le donne; c. si vorrebbe rendere obbligatorio il trasferimento del Tfr alla previdenza integrativa, cancellando una forma di salario differito assai preziosa all'interruzione del rapporto di lavoro o alla sua conclusione per anzianità.
Dall'altra parte, al contrario, in favore della proprietà e dell'impresa sono state varate in questi due anni - in rapida successione - numerose leggi, con l'abolizione della tassa di successione anche per i grandi patrimoni (che attacca da un primo versante il principio di progressività dell'imposizione fiscale), con le agevolazioni fiscali a pioggia per le imprese della Tremonti bis, con la depenalizzazione del falso in bilancio e i numerosi condoni. Ma soprattutto con la Delega fiscale - per fortuna, per ora, di attuazione assai incerta, perché richiederebbe risorse oggi assolutamente indisponibili -, che, riducendo a due sole aliquote (del 22% e del 33%) la struttura del nostro sistema fiscale, farebbe un regalo colossale ai redditi più alti, minando alla base il nostro sistema di Welfare.
Berlusconi disegna, insomma, una società profondamente gerarchizzata. E non sorprende che comincino a farsi sentire nella struttura sociale italiana i segni della crescita dei fenomeni di impoverimento e di emarginazione: tanto che l'Indagine Eurispes sui redditi relativa al 2002 evidenzia l'esistenza in Italia di 8 milioni di poveri, e insieme il fatto che il 30% delle famiglie è collocato di poco sopra la soglia di povertà.
5. Scuola e informazione Un altro blocco rilevante di interventi legislativi del governo Berlusconi muove attorno alla formazione e all'informazione.
Per quanto riguarda la scuola, con la Legge delega approvata dal Parlamento, si cancella il concetto di `obbligo scolastico', sostituendolo con un labile `diritto all'istruzione'; ma, soprattutto, si scindono dopo la scuola media due percorsi: quello dei licei e quello della formazione professionale. Si produce nuovamente così una scomposizione di ceto del percorso formativo delle nuove generazioni, proprio quando il valore che ha acquistato la risorsa della formazione culturale e critica spingerebbe ad arricchirne il percorso unitario, come risulterebbe essenziale per garantire una condizione fondamentale della democrazia: la «rimozione degli ostacoli alla piena espressione della personalità di ognuno», tutelata dall'Articolo 3 della Costituzione. Con questa canalizzazione precoce, si dà inoltre vita a una riedizione delle vecchie e famigerate scuole di avviamento, cancellate dalla riforma della scuola media del 1963.
A questo poi si somma quella disarticolazione del sistema formativo, che passa per la costante crescita dei finanziamenti - soprattutto regionali, fino ad oggi - alle scuole private, che sta andando avanti per iniziativa dei governi di centro-destra, ma facendo riferimento alla sciagurata legge di parità varata dal centro-sinistra.
Per quanto riguarda la ricerca, sono stati ulteriormente tagliati gli stanziamenti, che scendono all'1% del Pil, mentre nel 1992 avevano raggiunto il massimo storico dell'1,32%, a fronte di una media del 2,5% dei paesi avanzati. Nello stesso tempo sono stati commissariati gli enti di ricerca (Cnr), ed è in discussione una proposta di legge che attribuisce al governo una sorta di `diritto di ingerenza', non limitando le sue prerogative alla nomina degli organi di governo (presidente e in alcuni casi consigli di amministrazione) ma estendendo il potere di nomina alle funzioni propriamente scientifiche, fino all'area di organizzazione dei laboratori. Un quadro deprimente e allarmante, nel quale si rispecchia - aggravandolo - la fragilità della ricerca privata, anch'essa assolutamente al di sotto di ogni accettabile standard, con un investimento pari allo 0,53% del Pil, rispetto all'1,21% dell'Inghilterra, all'1,36% della Francia, all'1,80% della Germania, al 2,04% degli Usa (fonte «Sole-24 ore» (10)).
Infine, è stata approvata alla Camera una proposta di legge sull'informazione. Il contesto di questa discussione è segnato dai rischi per il pluralismo segnalati dal Messaggio alle Camere del presidente Ciampi del luglio 2002 - e, in particolare, dal fatto che all'assetto monopolistico del sistema televisivo si è andato sommando un processo di concentrazione dell'editoria a stampa, che ha fatto sì che oggi nei 5 maggiori gruppi editoriali si concentrino il 10% delle testate, il 59% delle copie totali vendute e il 64% delle risorse pubblicitarie globali. Bene, in questo quadro la legge Gasparri si preoccupa di cancellare le uniche barriere anti-trust presenti nella vecchia legislazione, superando il divieto alle proprietà incrociate tra quotidiani e Tv, aprendo così la strada a Berlusconi per una irruzione vincente nel mondo dei giornali, cercando di mettere in discussione l'indicazione della Mammì, che poneva il vincolo - mai attuato, anche dopo ripetute sentenze della Corte costituzionale - al possesso di non più di due canali televisivi per i privati, abbattendo ogni garanzia per le minoranze parlamentari nella nomina del Consiglio di amministrazione della Rai. Lo sfacciato servilismo di questo progetto di legge è stato alla base di evidenti riserve nella stessa maggioranza, che hanno reso possibile l'approvazione di un emendamento - presentato da Giulietti -, che ripropone il vincolo al possesso di due canali per gli editori televisivi privati.
Insomma, sul terreno della scuola si punta ad intervenire - e lo stesso schema di gerarchizzazione degli studi e dei livelli di laurea sembra essere riproposto anche da un progetto per l'Università ora allo studio - scomponendo e disarticolando il sistema, spezzandone il profilo unitario, introducendo percorsi separati precoci. Mentre nell'informazione va avanti un processo di umiliazione del pluralismo e di ulteriore concentrazione monopolistica di una funzione democratica essenziale.
6. Ancora sul `declino' Non mette conto qui di accennare alle leggi approvate o in discussione sulla giustizia, sullo spoil sistem nella pubblica amministrazione fino alla legge costituzionale sulla devolution, che scardina l'assetto unitario della Repubblica delegando per intero alle Regioni l'intervento nella gestione della scuola e della sanità e le funzioni di polizia locale. O a leggi assai rilevanti, come la Bossi Fini, che interviene in modo pesante sul modello di convivenza.
L'impressione complessiva è quella di una iniziativa rilevante di modificazione dell'assetto democratico del paese, destinata a lasciare tracce profonde nella vita e nella società italiana, se il governo non verrà messo esplicitamente in discussione e sconfitto nella società, prima che nelle istituzioni e nel confronto elettorale. Ma della profondità delle modificazioni prodotte nella struttura sociale e nelle regole di convivenza, occorre che si prenda fino in fondo atto. E sarebbe necessario - per una opposizione degna di questo nome, che voglia promuovere un'alternativa di governo - che si dichiarasse esplicitamente quali di queste leggi promosse da Berlusconi si pensa di cancellare se si conquistasse la maggioranza del paese.
C'è poi un nodo, che non può essere eluso. Qual è lo stato di salute del governo? È vero, o no, che conosce un momento di difficoltà? Ora, indubbiamente, in questi anni il paese è stato attraversato da movimenti di un'ampiezza, un'articolazione e una capacità di resistenza straordinari. Il fatto che siano sopravvissuti a un chiaro deficit di rappresentanza, alle divisioni della sinistra politica e alla tendenza della sinistra moderata a riproporre costantemente una variante soft della cultura liberista del governo e ad avanzare ipotesi consociative, testimonia della loro forza anche politica. Allo stesso tempo, il persistere di una congiuntura critica dell'economia italiana fa sicuramente da ostacolo alla realizzazione del programma economico del governo - e, in particolare, alla riforma fiscale, irrealistica in sé, ma insostenibile, in particolare in una fase di congiuntura negativa. E, con le scelte effettuate da Tremonti, si accentuano - senza alcun dubbio - i fenomeni di decadenza e i rischi di un collasso.
Questo è documentato con chiarezza dallo scarto tra previsioni e realtà dell'economia italiana, così nell'anno che si è chiuso, il 2002 - che ha registrato una crescita del Pil limitata allo 0,4%, rispetto ad una previsione del 2,3% formulata l'anno precedente nel Dpef, e del disavanzo del 2,5%, a fronte di una previsione dello 0,5% -, così come nell'anno in corso, in cui l'andamento tendenziale prospetta una crescita del Pil limitata all'1,1% e un disavanzo del 2,3%, mentre solo sei mesi fa Tremonti aveva previsto una crescita del 2,3% e un disavanzo dell'1,5%. Viene in evidenza con l'ulteriore riduzione nel 2002 della quota italiana del commercio mondiale - che scende dell'1%, mentre in generale si segnala una crescita del 2%. E con un segno meno nei valori indicativi di tutti gli indici più rilevanti della `competitività', dall'energia alle telecomunicazioni ai trasporti alle infrastrutture, segnalati dalla stessa Confindustria in una recente ricerca (11).
7. Valutazioni conclusive Insomma, ci sono indubbiamente una congiuntura assai aspra e l'accentuazione degli elementi di `declassamento' del sistema economico italiano: un rischio di declino è assai forte. Ma per opporvisi bisogna rovesciare una tendenza, disegnare un'altra strada rispetto alle ricette liberiste, che hanno prevalso senza soluzione di continuità nel decennio, delle quali le scelte del governo Berlusconi rappresentano una `variante' radicale.
Qui è il punto. Una piattaforma, come quella che Fassino e D'Alema hanno presentato nella Convenzione programmatica dei Ds, è destinata ad aprire una cesura profonda tra il centro-sinistra e i movimenti perché le sue proposte - dalla pace al lavoro - muovono più nel contesto di una competizione per la guida del processo di modernizzazione neoliberista che di un'alternativa politica e programmatica chiara. E, in modo non casuale, a questo incontro ha fatto immediatamente seguito un'iniziativa politica confusa e consociativa, che ha provocato forti lacerazioni a sinistra. Le differenze di giudizio sul governo sono così la metafora di divergenze assai profonde. Partire da una consapevolezza adeguata di quanto l'azione del governo Berlusconi stia incidendo nella tenuta democratica del paese, è condizione essenziale per costruire un'opposizione, capace di dare forza e riferimenti ai movimenti e aprire la strada a un'alternativa.


note:
1  Piero Fassino, Relazione alla Convenzione programmatica dei Ds, p. 11, Milano, 4 aprile 2003, in www.dsonline.it.
2  Ibidem.
3  Ivi, p. 17.
4  Pierluigi Bersani, Un'intesa bipartisan contro il declino, «Repubblica», 19 aprile 2003.
5  Pierluigi Bersani, Un patto sociale per la competitività, «Sole-24 Ore», 23 febbraio 2003.
6  Antonio D'Amato, È finito il capitalismo protetto, «Sole-24 Ore», 20 febbraio 2003.
7  Luigi Ferrajoli, La destra cambia lo Stato. La democrazia è senza capi, p. 36, «La rivista del manifesto», n. 37, marzo 2003.
8  Antonio D'Amato, cit.
9  Massimo D'Alema, Intervento alla Convenzione programmatica dei Ds, p. 6, www.dsonline.it.
10 Martino Cavalli, Ricerca. Italia sempre più fragile, «Sole-24 Ore», 14 marzo 2003.
11 Confindustria, Italia più moderna per un'Europa più forte. Benchmarking competitivo, studio presentato al Convegno di Parma del 12-13 aprile 2003, in www.confindustria.it.


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