numero  39  maggio 2003 Sommario

Sulla guerra

NO BIPARTISAN
Giuseppe Chiarante  

1. Negli anni della deprecata Prima Repubblica, e particolarmente dopo il 1960, si era via via venuta affermando e consolidando negli orientamenti della politica estera italiana - pur nel quadro dei pesanti condizionamenti degli accordi Nato - una posizione che, sulle questioni del Vicino e del Medio Oriente, era molto attenta a costruire dei rapporti amichevoli con i paesi arabi e alla ricerca di una soluzione concordata, che riconoscesse i diritti di entrambi i popoli, per il dramma israelo-palestinese; e che, sui temi più generali della situazione internazionale, era sensibile all'esigenza di una prospettiva di stabilizzazione dei rapporti mondiali, di progressiva riduzione dell'impegno e delle spese per gli armamenti, di distensione tra i due grandi blocchi politico-militari in cui in quell'epoca era diviso il mondo. Alla costruzione di questa posizione di politica estera (che indusse più di un osservatore a parlare di una «linea italiana», soprattutto per il Medio Oriente) avevano contribuito, sia pure partendo da sponde assai diverse, tanto una larga parte della maggioranza di governo, capeggiata dalla Dc, quanto l'opposizione che si riconosceva nel Partito comunista.
Ma quali erano i connotati essenziali di questa posizione? Al primo posto non si può non porre il fatto che in tutto quel periodo a nessuno che avesse una responsabilità politica di un qualche rilievo era mai neppure passato per la mente che si potesse porre in discussione il principio, sancito dalla Carta Costituzionale del 1948, che impegnava l'Italia ad escludere la possibilità del ricorso alla guerra «come mezzo di soluzione delle controversie internazionali», e che di conseguenza portava a considerare legittima solo una guerra che avesse un carattere esplicitamente difensivo. Inoltre era generalmente accettato, al di là dei contrasti che si erano aspramente manifestati al momento dell'adesione dell'Italia all'Alleanza atlantica, anche il principio che gli impegni militari derivanti dalla partecipazione alla Nato erano rigorosamente limitati, per l'Italia come per gli altri paesi, all'area geografica e agli obiettivi per i quali l'Alleanza era stata costituita.
Naturalmente il fatto che queste fossero le posizioni ufficialmente dichiarate non escludeva possibili `retropensieri' in questo o quel settore degli opposti schieramenti politici; e non impediva, soprattutto, che in un campo d'azione più `riservato' si coltivassero, da parte di circoli politico-militari legati ai servizi di informazione delle due superpotenze (e prima di tutti a quelli americani) disegni di natura assai diversa. Il ruolo che ebbero, nell'Italia di quegli anni, le trame eversive o la cosiddetta `strategia della tensione' è argomento di cui si è tanto discusso che davvero non v'è bisogno di tornare a parlarne in questa sede. Semmai, il richiamo a quelle trame induce a ricordare che uno dei motivi che spinsero i gruppi dirigenti politici più responsabili così della maggioranza come dell'opposizione ad operare, in quella fase, sia per la ricerca di punti di convergenza in politica interna sia per una prospettiva di distensione tra Est e Ovest nei rapporti internazionali, fu senza dubbio anche quello di consolidare la democrazia italiana, liberandola dalla minaccia di occulte macchinazioni.
Tre punti, in particolare vanno richiamati a proposito della politica estera italiana in quel periodo. Il primo è che, pur nel quadro della costantemente ribadita ortodossia atlantica, non mancarono i tentativi di ritagliare un ruolo per l'Italia e anche di acquisire una personale notorietà con iniziative volte a favorire il disgelo tra Est e Ovest e a promuovere una linea di dialogo. In questo quadro si collocano episodi che allora fecero molto discutere, come il viaggio a Mosca di Gronchi (uno dei primissimi capi di Stato occidentali a recarsi nella capitale sovietica ancora in piena guerra fredda) agli inizi del febbraio 1960; e di lì a poco quello di Fanfani, allora presidente del Consiglio, sempre a Mosca, nell'agosto 1961. Furono viaggi che ebbero assai scarsi risultati pratici e che si prestarono alla critica di aver agito nella presunzione di un peso internazionale che l'Italia, invece, non aveva; e che tuttavia ebbero un effetto psicologico sia nell'opinione interna sia nell'immagine dell'Italia su scala internazionale, attenuando il suo ruolo di mera subordinazione.
Di maggior rilievo fu senza dubbio l'iniziativa della visita di La Pira ad Hanoi nel novembre 1965, in uno dei momenti culminanti della guerra del Vietnam, con l'obiettivo dichiarato di contribuire a ricercare strade per la pace. Le polemiche suscitate da quel viaggio coinvolsero - come è noto - anche Fanfani, in quel momento ministro degli Esteri; e se i risultati immediati furono anche in questo caso pressoché nulli, l'eco dell'iniziativa fu invece assai ampio, mettendo in luce sia un orientamento di vasti settori del mondo cattolico assai critici verso la guerra americana, sia perplessità presenti anche nella Dc e nel governo italiano.
Del resto persino un dirigente più che moderato come Mariano Rumor, in un viaggio a Washington compiuto nel 1967 - quando era segretario della Democrazia cristiana -, espresse chiaramente al Presidente Johnson il `disagio' suscitato nel suo partito dalle ripercussioni in Europa e in Italia delle tragiche vicende della guerra in Indocina. E più autorevolmente Aldo Moro, con una delle sue sottili distinzioni, ebbe a dire che il governo italiano comprendeva le ragioni che avevano spinto gli Stati Uniti a intervenire in Vietnam, ma non condivideva quell'intervento. Anche prese di posizione di questo tipo segnavano una sia pur parziale autonomia della politica estera italiana rispetto alla potenza guida dell'Alleanza atlantica.
Il campo in cui, però, si manifestò più concretamente la specificità della politica estera italiana in quel periodo fu - come ho già accennato, ed è questo il secondo punto che voglio sottolineare - quello delle questioni mediorientali. Al riguardo, già negli anni `50 le iniziative sviluppate da Enrico Mattei e dall'Eni, con l'appoggio sia pure indiretto del governo italiano, in concorrenza con le `sette sorelle' del cartello petrolifero, avevano suscitato sospetto e ostilità nel governo americano. Ma nei decenni successivi - al di là della politica dell'Eni, che perse mordente dopo la morte di Mattei, non a caso ormai generalmente attribuita a un attentato - prese sempre più consistenza una politica estera italiana particolarmente sensibile, anche per la collocazione del nostro paese al centro del Mediterraneo, ai problemi del Medio Oriente e propensa a ricercare rapporti di collaborazione e di amicizia, politica ed economica, con i paesi arabi. Fu però soprattutto la questione palestinese a dare un accento più marcato alla posizione italiana. L'Italia fu, infatti, fra i primi Stati a schierarsi esplicitamente per una soluzione di pace fondata sul riconoscimento del diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato; e a considerare come valido interlocutore, per pervenire a questo risultato, l'Autorità palestinese presieduta da Arafat. Per molti anni è stata questa la posizione ufficiale del governo italiano: il che non si può dire, certamente, della situazione di oggi.
Non si può, infine, non rilevare - è questo il terzo punto che va messo in evidenza - che se questi sviluppi della politica estera italiana consentivano in quegli anni su molti temi una convergenza fra la maggioranza a guida Dc e l'opposizione comunista - convergenza che superava l'aspra lacerazione che proprio sulle questioni internazionali si era prodotta nel 1947 -, ciò non dipese per nulla dalla considerazione che (come molto spesso, più o meno a vanvera, da molte parti oggi si ripete) in politica estera sarebbe quasi doverosa una politica bipartisan. In realtà proprio le difficoltà di politica estera sono - al contrario - le più difficilmente superabili: e lo sono anzi del tutto quando vengono in discussione grandi questioni di principio, come le scelte sulla pace e sulla guerra, o i fondamentali interessi nazionali. E, infatti, se negli anni sessanta o settanta si determinò un progressivo avvicinamento, su questioni internazionali di rilievo, tra maggioranza e opposizione, ciò fu perché da ambedue le parti si venne sviluppando una politica caratterizzata da una crescente autonomia rispetto alla logica dei blocchi contrapposti (si pensi, per quel che riguarda il Pci, alla linea nettamente indipendente sviluppata da Berlinguer, sino alla condanna dell'intervento militare sovietico nel corno d'Africa e in Afghanistan, nonché della repressione in Cecoslovacchia e in Polonia): e ciò permise un incontro su iniziative politiche di distensione e di pace.
Anche l'insegnamento di quegli anni ci fornisce un'indicazione di attualità: solo su una scelta in favore della pace è davvero possibile una linea condivisa: mentre su una politica di guerra è doveroso respingere, senza se e senza ma, qualsiasi appello a un'intesa bipartisan.
2. Ma che cosa è rimasto, oggi, di quello che sembrò, negli anni della Prima Repubblica, lo sviluppo di una `specificità italiana' in materia di politica estera? Se si considera quel che è accaduto negli ultimi mesi, dalla preparazione alla messa in atto della guerra d'invasione dell'Iraq, non si può che concludere che è rimasto assai poco. Certo, vi sono state prese di posizione limpide e assolutamente coerenti, come quelle che hanno visto unite personalità di primissimo piano quali Oscar Luigi Scalfaro e Pietro Ingrao sia nel denunciare la violazione dell'Articolo della Costituzione che esclude il ricorso alla guerra sia nelle manifestazioni volte a scongiurare l'intervento militare Usa. E senza dubbio sono stati altamente significativi tanto il fatto che nel voto in Parlamento si sono espressi contro la guerra, con dichiarazioni che richiamavano con coerenza l'aspirazione alla pace che ispira la nostra Costituzione, tutti e quattro i senatori a vita provenienti dalla vecchia Democrazia cristiana (non solo Scalfaro, ma Andreotti, Cossiga e Colombo); quanto - almeno inizialmente, e con non poche incertezze - la scelta di una parte non indifferente della sinistra contro ogni forma di intervento preventivo, comunque motivato, e anche nel caso della copertura con un voto più o meno favorevole del Consiglio di sicurezza dell'Onu.
Ma se si vuole trovare una presa di posizione su scala di massa corrispondente a quello sforzo di costruzione di una politica di pace, che aveva animato per qualche decennio la crescita della democrazia italiana, è soprattutto all'estesa e multiforme mobilitazione contro la guerra che vi è stata nel paese che occorre guardare; mentre è innegabile che il sistema politico ha pesato, nelle sue componenti maggioritarie, nella direzione di un allineamento alla politica americana o ha saputo opporre una resistenza assai fragile e comunque condizionata.
Grave, innanzitutto, è la responsabilità che ricade sul governo e sulla maggioranza di cui è espressione. E non vale cercare attenuanti nell'argomento che, in ogni caso, il peso politico che l'Italia poteva esercitare era comunque assai limitato. Ciò, infatti, non è per nulla vero. Al contrario, la sola possibilità, nell'attuale equilibrio mondiale, di frenare gli Stati Uniti nella loro spinta aggressiva era legata all'eventualità che - a parte la Russia e la Cina - vi fosse una sostanziale unità dell'Europa nell'opposizione all'ipotesi di Bush e Blair della guerra preventiva. La scelta di Berlusconi e del suo governo è stata determinante nell'annullare tale possibilità: schierandosi assieme ad Aznar a favore della linea anglosassone, l'attuale presidente del Consiglio ha controbilanciato in senso negativo l'iniziativa della Francia e della Germania, facendo così cadere la sola speranza concreta di evitare il devastante intervento militare in Iraq.
Ma è doveroso dire che anche la parte maggioritaria dei Ds e della Margherita - in sostanza il gruppo dirigente moderato dell'Ulivo: e, anzi, alla fine pressoché la totalità dei due gruppi parlamentari - è del tutto venuta meno alla prova di una scelta coerente contro la guerra. Infatti, subordinando l'assunzione di una posizione chiara e risoluta al voto che sarebbe stato espresso in sede Onu (e ammettendo in tal modo, almeno in via ipotetica, la legittimità di una guerra preventiva) e soprattutto schierandosi sui problemi del dopoguerra, anche con il voto estremamente negativo a favore dell'invio delle truppe italiane, per un'immediata ricucitura con gli Stati Uniti sul tema di chi dovrà gestire, politicamente ed economicamente, la ricostruzione in Iraq, la sinistra moderata non solo ha rilegittimato l'invasione americana, ma ha dimostrato di non cogliere che il problema fondamentale posto da Washington con l'intervento militare è quello del governo dell'ordine mondiale dopo la fine della guerra fredda: un problema che gli Usa intendono risolvere nel senso del riconoscimento della supremazia dell'unica superpotenza, anche in rappresentanza del complesso dei popoli ricchi, nel confronto del resto del mondo.
Una sinistra che accetti questa ipotesi, illudendosi di poter in qualche modo condizionare la potenza americana e collocandosi, in definitiva, sulla scia di Blair, non è più un'autentica sinistra: se non altro perché, nella linea di demarcazione che oggi divide il Nord dal Sud del mondo, si schiera dalla parte dei più ricchi contro i più poveri. Altro è l'obiettivo in vista del quale occorre invece lavorare: quello di ricostruire un assetto mondiale multipolare (decisivo può e deve anzi essere, al riguardo, il ruolo di un'Europa capace di esercitare tutto il suo ruolo politico) e di opporre a una prospettiva di sviluppo basata su un rapporto di sfruttamento e di oppressione una diversa ipotesi fondata su relazioni di pacifica convivenza e di cooperazione fra i popoli. Non si tratta di un sogno o di un'utopia: al contrario è (o sarebbe) la strada obbligata per evitare un futuro catastrofico di cui la «guerra infinita» predicata da Bush appare, sempre di più, come il preannuncio.


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