numero  39  maggio 2003 Sommario

Il `piano di pace' per la Palestina

UNA MAPPA VERSO IL NULLA
Uri Avnery  

La Road Map (1) potrebbe anche essere una buona idea, se: Se tutte le parti volessero davvero raggiungere un giusto compromesso.
Se Sharon e soci fossero pronti a restituire i territori occupati e a smantellare gli insediamenti.
Se gli americani fossero disposti a esercitare una seria pressione su Israele.
Se a Washington ci fosse un presidente come Dwight Eisenhower, che se ne fregava dei voti e delle donazioni degli ebrei.
Se George Bush fosse davvero convinto che la Road Map è nel suo interesse, e non un osso da lanciare al barboncino britannico.
Se Tony Blair pensasse che la Road Map è nel suo interesse, e non un contentino da offrire agli obiettori interni.
Se l'Onu avesse un qualche potere reale.
Se l'Europa avesse un qualche potere reale.
Se la Russia avesse un qualche potere reale.
Se mia nonna avesse le ruote.
Tutti questi se appartengono a un mondo irreale. Perciò parlare di questo documento non porterà a nulla. Il feto è morto nel grembo della madre.
Ma, nonostante tutto, vediamo di affrontare la questione seriamente. Si tratta di un documento valido? Anche ammesso che tutti i se fossero realistici, potrebbe essere di qualche utilità? Per rispondere seriamente, bisogna distinguere tra gli obiettivi dichiarati e la strada che dovrebbe portare alla loro realizzazione.
Gli obiettivi sono molto positivi. Sono identici a quelli del movimento pacifista israeliano: fine dell'occupazione, instaurazione di uno Stato palestinese indipendente accanto allo Stato israeliano, pace tra Israele e Palestina e tra Israele e Siria, integrazione di Israele nella regione. Da questo punto di vista, la Road Map va oltre gli accordi di Oslo. Nella Dichiarazione dei Princìpi di Oslo c'era una lacuna gigantesca: l'accordo non delineava lo scenario successivo al lungo periodo di transizione. Senza un chiaro obiettivo finale il periodo di transizione mancava di uno scopo preciso. Per questo il processo di Oslo morì insieme a Yitzhak Rabin.
La Road Map conferma che oggi c'è un accordo universale su questi obiettivi, e questo è un fatto che rimarrà anche se non ne verrà fuori nulla. Chi di noi ricorda che soltanto 35 anni fa era già tanto se una manciata di persone in tutto il mondo credeva in questa prospettiva, può trarre grande soddisfazione dalla Road Map. Questo dimostra che abbiamo conquistato l'opinione pubblica mondiale.
Ma non esageriamo: anche in questo documento c'è una grossa falla nella definizione degli obiettivi. Il documento non dice quali debbano essere i confini del futuro Stato palestinese, né esplicitamente né implicitamente. La `Linea Verde' non viene neppure menzionata. Già questo sarebbe sufficiente a inficiarne l'intera struttura. Ariel Sharon parla di uno Stato palestinese sul 40% dei `territori', pari a meno del 9% della Palestina del Mandato Britannico. C'è qualcuno che crede che tutto questo possa portare la pace?
Mettendo i piedi per terra dalle vette degli obiettivi alla strada che ci dovrebbe consentire di raggiungerli, i segnali di pericolo si fanno via via più fitti. È una strada rischiosa, piena di curve e di ostacoli. Anche un atleta molto coraggioso tremerebbe al pensiero di doverla percorrere.
Il percorso è diviso in fasi. In ciascuna di esse vengono assegnati alle parti determinati compiti. Al termine di ogni fase il Quartetto deve stabilire se gli impegni sono stati rispettati completamente prima di dare il via alla fase successiva. Alla fine, l'agognata pace arriverà, se Dio lo vorrà.
Tutto questo sarebbe estremamente difficile anche ammesso che tutte le parti fossero animate dalle migliori intenzioni. Al momento di porre fine all'occupazione britannica dell'Irlanda, l'allora primo ministro David Lloyd-George osservò che non si può attraversare un abisso con due salti. I promotori della Road Map propongono, in realtà, di attraversare l'abisso israelo-palestinese con tanti piccoli saltelli.
Prima domanda: da chi è composto questo `Quartetto' che deve decidere ad ogni passo se le due parti hanno rispettato i loro impegni e se si può accedere alla fase successiva? A prima vista, c'è un equilibrio tra quattro attori: l'Onu, gli Stati Uniti, l'Europa e la Russia. Somiglia un po' a un arbitrato commerciale: ciascuna parte nomina un arbitro, e i due arbitri insieme ne scelgono un terzo. Le decisioni vengono prese a maggioranza e sono vincolanti per entrambe le parti.
La cosa potrebbe funzionare. Gli Stati Uniti sono vicini a Israele, l'Europa e la Russia sono accettabili per i palestinesi, e il rappresentante delle Nazioni Unite avrebbe il voto decisivo. E invece no. Secondo il documento, il Quartetto deve prendere tutte le decisioni all'unanimità. Gli americani hanno diritto di veto, il che significa che Sharon ha diritto di veto. Senza il suo accordo non è possibile decidere alcunché. C'è bisogno di aggiungere altro?
Seconda domanda: quando finirà il processo? Il fatto è che non c'è alcuna tabella di marcia chiaramente definita per passare da una fase a quella successiva. Il documento menziona vagamente delle scadenze incerte, ma risulta difficile prenderle sul serio. La prima fase sarebbe dovuta partire a ottobre del 2002, e concludersi a maggio del 2003. Nella realtà dei fatti, la Road Map verrà illustrata per la prima volta agli israeliani e ai palestinesi a maggio, e solo allora comincerà veramente la trattativa. Nessuno può prevedere quando l'attuazione della prima fase avrà effettivamente inizio. E nel frattempo… Bisogna ricordare che negli Accordi di Oslo erano fissate molte scadenze precise, e quasi nessuna fu rispettata (in genere da parte israeliana). «Non ci sono date intoccabili», dichiarò il buon Rabin.
Terza domanda: c'è qualche tipo di equilibrio tra gli impegni delle due parti? La risposta non può che essere negativa. Nella prima fase i palestinesi devono fermare l'Intifada armata, instaurare con gli israeliani una stretta collaborazione per la sicurezza e riconoscere il diritto di Israele a esistere in pace e sicurezza. Devono inoltre nominare un Primo Ministro «con poteri reali» (il che vuol dire, in realtà, mettere da parte il presidente eletto Yasser Arafat) e iniziare la stesura di una Costituzione che riceva l'approvazione del Quartetto.
Cosa deve fare Israele nel frattempo? Deve dare la possibilità ai funzionari palestinesi (nota bene: ai funzionari, dunque questa possibilità non vale per il resto della popolazione) di spostarsi da un luogo all'altro, deve migliorare la situazione umanitaria, far cessare gli attacchi contro i civili, fermare le demolizioni di case e pagare ai palestinesi quanto loro dovuto. Inoltre, Israele dovrà smantellare gli `avamposti' insediati dopo l'elezione di Sharon in violazione delle direttive governative. Chi deciderà in quali casi applicare quest'ultimo obbligo? Non si parla, inoltre, di congelare gli insediamenti durante questa prima fase.
C'è qualcuno che crede che il primo ministro Abu Mazen potrà porre fine agli attacchi di Hamas e della Jihad senza alcuna contropartita politica, e mentre gli insediamenti continuano ad espandersi?
Dopo questa prima fase, i palestinesi dovranno riformare le proprie istituzioni, creare una costituzione «basata su una forte democrazia parlamentare» (non potranno avere un sistema presidenziale all'americana, per timore che Arafat possa mantenere il suo potere). Soltanto allora, «con l'entrata in funzione di un sistema di sicurezza integrato», l'esercito israeliano «si ritirerà progressivamente dalle aree occupate dal 28 settembre 2000 in poi». Non immediatamente, non in un'unica ritirata, ma poco a poco, «progressivamente». Non dalle Aree B e C, ma solo dall'area A. Torneranno insomma dove si trovavano prima dell'inizio dell'ultima Intifada.
(Una vecchia storiella ebraica racconta di una famiglia che si lamenta del sovraffollamento dell'unica stanza in cui vive. Il rabbino consiglia allora di portare in casa anche una capra. Più tardi, quando la famiglia torna a lamentarsi, il rabbino consiglia loro di liberarsi della capra, ed essi hanno improvvisamente la sensazione di avere un sacco di spazio. Qui si chiede all'esercito israeliano di far uscire la capra, ma ai palestinesi di liberarsi di padre e madre.) Alla fine di questo processo, comincerà la fase successiva; i palestinesi adotteranno la propria Costituzione e terranno libere elezioni, Egitto e Giordania invieranno di nuovo i propri ambasciatori in Israele e il governo israeliano, alla fine, congelerà gli insediamenti.
La fase successiva sarà dedicata alla «possibile» creazione di uno Stato palestinese indipendente con «confini provvisori». Così, molto tempo dopo la fine degli attentati, ci sarà una `opzione' per la creazione di uno Stato palestinese nell'Area A, una minuscola parte di quella che era la Palestina. Stando alla Road Map, a questo si dovrebbe arrivare per la fine del 2003, ma è chiaro che, se mai ci si arriverà, sarà certamente molto tempo dopo. Si stabilisce anche che «ulteriori interventi sugli insediamenti» faranno parte del processo. Che cosa vuol dire? Non lo smantellamento di un solo insediamento, neanche del più remoto e isolato.
Quando tutto questo sarà realizzato, il Quartetto deciderà (ancora una volta all'unanimità - soltanto se gli americani saranno d'accordo) che è arrivato il momento, si spera nel 2005, di avviare i negoziati per una «sistemazione definitiva», di questioni quali: i confini, Gerusalemme, i profughi e gli insediamenti. Se Sharon o il suo successore lo vorranno, ci sarà un accordo. Se no, no.
La verità è che in tutto questo documento non c'è una singola parola che Sharon potrebbe non accettare. Dopo tutto, con l'aiuto di Bush, può mandare all'aria qualunque tappa dell'accordo in qualunque momento.
Riassumendo: molto rumore per nulla, come testimonia il fatto che né Sharon né i coloni sono rimasti sconvolti.


note:
1  La Road Map for Peace è il `percorso di pace' definito dal `Quartetto' (la conferenza permanente sulla pace nel Medio Oriente composta dagli Usa, dalla Russia, dall'Unione Europea e dalle Nazioni Unite) per risolvere il conflitto israelo-palestinese, rilanciato recentemente, il 19 marzo 2003, nel Summit delle Azzorre fra George W. Bush, Tony Blair e José María Aznar, nell'immediata vigilia dell'intervento militare in Iraq. Giornalista, fondatore, nel 1993, di Gush Shalom (Blocco della Pace) Independent Peace Movement, è fra i leader più autorevoli dello schieramento israeliano che si batte per una soluzione del conflitto israelo-palestinese rispettosa dei diritti dei palestinesi. L'articolo è apparso, con il titolo Road Map to Nowhere or: much Ado about Nothing nel sito web di Gush Shalom (www.gush-shalom.org/) il 5 marzo 2003. (Traduzione di Gabriele Masini)


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