numero  39  maggio 2003 Sommario

Il fronte interno

PER LA PATRIA E LA BANDIERA
Joseph A. Buttigieg  

In un articolo brillante e intenso, assai critico verso George Bush e Tony Blair per la devastazione e i massacri provocati in Iraq dalla loro illegittima e immorale guerra di aggressione, la celebre scrittrice indiana Arundhati Roy introduce una nota prudente di speranza e incoraggiamento. Vi è una differenza, ella osserva, tra i governi dei paesi della coalizione anglo-americana e i loro popoli. Le folle che hanno manifestato nelle strade in tutto il mondo, opponendosi con forza alla guerra, rappresentano «la più spettacolare dimostrazione di moralità pubblica che si sia mai vista». Roy elogia particolarmente il movimento no-war statunitense. «I più coraggiosi di tutti, sono stati gli americani scesi in piazza a centinaia di migliaia nelle grandi città… Il fatto è che oggi la sola istituzione al mondo più potente dell'amministrazione Usa è la società civile americana. I cittadini statunitensi hanno sulle spalle una responsabilità enorme. Come possiamo non rendere omaggio e non offrire appoggio a coloro che non solo prendono in carico quella responsabilità, ma agiscono di conseguenza? Essi sono i nostri alleati, i nostri amici» (1).
Vi è chi ritiene imponente l'opposizione che i pacifisti sono riusciti a mobilitare nella società civile Usa. Oltre alle folle enormi accorse nei mesi scorsi ai cortei per la pace nelle grandi metropoli, migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni e veglie organizzate in molte città più piccole e nei campus universitari in tutto il paese. Dopo l'inizio della guerra, le manifestazioni sono andate rarefacendosi per numero e dimensioni, e tuttavia i 30.000 dimostranti che hanno sfilato nelle strade di Washington il 19 aprile erano una moltitudine molto più consistente della `folla festante' che abbiamo visto in televisione esultare per la demolizione della statua di Saddam Hussein da parte dei marines statunitensi, nel cuore di Baghdad. «Il clima ultra-patriottico dilagante negli Usa», come viene giustamente descritto da Roy, rende il dissenso interno ancora più rilevante, per forza e intensità. Il movimento pacifista negli Stati Uniti rappresenta una istanza popolare che ha dovuto superare ostacoli enormi, non ultimo la passività della maggioranza dei leader del Partito democratico e la generale indifferenza dei principali mezzi di informazione. I giornali, la radio e la televisione hanno dato solo notizie brevi e marginali sulle manifestazioni di protesta, quando non le hanno completamente ignorate.
È importante, comunque, non amplificare la consistenza dell'opposizione interna alla guerra in Iraq, né i suoi potenziali effetti futuri sulla politica estera statunitense. Pochi si aspettavano che al movimento contro la guerra aderisse una fascia così ampia di popolazione, e il fatto che innumerevoli persone - che mai prima di allora avevano preso parte a una manifestazione politica - siano scese in piazza con figli al seguito ha sorpreso tutti e ha determinato una certa tendenza all'euforia tra le forze che si oppongono a Bush. Ma per quanto importanti, i risultati del movimento no-war sono poca cosa in confronto a quel che sta avvenendo all'estero. A Londra, il 15 febbraio scorso, la manifestazione contro la guerra ha visto la partecipazione di oltre un milione di cittadini; negli Usa, nel corso dello stesso fine settimana, i dimostranti sono stati meno della metà. Gli Stati Uniti hanno una popolazione pari a cinque volte quella del Regno Unito. Se cinque milioni di persone avessero manifestato nelle città americane contro la guerra, l'Amministrazione Bush sarebbe stata costretta ad accorgersene. Il Partito democratico avrebbe potuto sentirsi spinto, dalla vergogna, ad assumersi le proprie responsabilità politiche come opposizione ufficiale. Invece Bush ha potuto liquidare sprezzantemente tutte le opposizioni interne. Secondo sondaggi recenti, la sua politica è appoggiata da oltre i due terzi della popolazione.
Purtroppo - contrariamente a quanto ritiene Arundhati Roy - la società civile Usa non è assolutamente più forte del governo, almeno non in questo momento. A onor del vero, l'opposizione interna alla politica aggressiva e unilateralista dell'Amministrazione Bush potrebbe ancora irrobustirsi, soprattutto se la resistenza irachena all'occupazione straniera diventasse incontrollabile e/o l'attuale dottrina ufficiale di prevenzione e dominio dovesse innescare altre guerre, in particolare se troppo costose e prolungate. Sulla scia del rapido successo militare in Iraq, conseguito con relativamente poche vittime, l'amministrazione Bush potrebbe essere tentata di risolvere altri `problemi' internazionali dando ulteriori dimostrazioni della sua ineguagliabile forza militare. La retorica belligerante che attualmente la Casa Bianca, il Pentagono e il Dipartimento di Stato stanno riservando alla Siria è estremamente minacciosa. Si tratta del tentativo di intimidire Assad per indurlo ad assecondare i piani statunitensi nella regione, o si sta preparando il terreno per provocare un `cambio di regime' a Damasco? Anche l'Iran e la Corea del Nord sono considerati Stati-canaglia, e dobbiamo chiederci se Bush, Rumsfeld & company non stiano preparando azioni militari anche contro di loro. In ogni caso, è evidente che finora il livello di resistenza e di dissenso della società civile non sembra aver preoccupato, e meno ancora frenato, l'Amministrazione americana.
C'è una tendenza a considerare la società civile una sorta di limbo, inaccessibile al controllo del governo, dove le idee vengono liberamente scambiate, promosse e contestate, e in cui sorgono organizzazioni non governative di ogni tipo per promuovere la giustizia, la pace, i diritti umani, la tutela ambientale, ecc. e per mettere il governo di fronte alle proprie responsabilità. Questa visione della società civile è stata rafforzata dagli intellettuali, i politici, e i propagandisti di destra, mai stanchi di puntare il dito sulla `lunga marcia nelle istituzioni' intrapresa dalla sinistra - una sorta di battaglia culturale di ispirazione gramsciana, diretta a minare i valori tradizionali, le convinzioni religiose, e l'insieme dei valori della loro `America' (2). In realtà, è stata invece la destra che fin dall'epoca della presidenza Reagan ha lavorato assiduamente e metodicamente per entrare nelle istituzioni. Centri di ricerca come l'Heritage Foundation e l'American Enterprise Institute - nati con un programma dichiaratamente di destra, e che ora svolgono un ruolo importante nella elaborazione della strategia politica, sociale ed economica del Partito repubblicano - non hanno equivalenti progressisti, e ancor meno di sinistra. Hanno proliferato società di beneficenza con il solo obiettivo di finanziare iniziative di stampo conservatore, quali la formazione di organizzazioni studentesche (con propri giornali di campus) in alcune fra le più prestigiose e influenti università del paese. I leader religiosi delle grandi congregazioni fondamentaliste cristiane hanno stretto alleanze strategiche con politici conservatori. Le stazioni radio di tutto il paese trasmettono talk-show di estrema destra, condotti da personaggi che hanno conquistato rilevanza nazionale. Il network televisivo Fox, fondato da Rupert Murdoch, è così scopertamente conservatore da essere diventato, a tutti gli effetti, il portavoce del Partito repubblicano. I periodici di destra abbondano, e non solo esercitano una forte influenza su aree sempre più vaste della leadership, ma concorrono anche all'elaborazione della politica governativa. E si potrebbe continuare a lungo. Il fatto è che la presenza forte e attiva dei conservatori in molte sfere della società civile Usa ha contribuito a spostare il paese verso destra e a mettere sulla difensiva le forze progressiste, impoverendo sensibilmente - fra l'altro - la forte tradizione americana di dissenso e non-conformismo. Inoltre, la veemente retorica populista utilizzata da molti esponenti della destra rende sempre più difficile, per le voci riflessive e critiche, riuscire a farsi ascoltare.
La società civile si è rivelata la principale fonte di forza per Bush, il quale - insieme al Partito repubblicano - ha sfruttato sapientemente le caratteristiche meno nobili della società civile americana. In generale, la popolazione Usa non è molto interessata, né particolarmente bene informata di questioni internazionali. Persino l'intervento militare diretto in territorio straniero suscita nell'opinione pubblica solo una preoccupazione effimera. L'Afghanistan è stato relegato alle pagine interne dei quotidiani molto prima dell'inizio della guerra in Iraq. Sul «New York Times» del 14 aprile, un servizio sugli attentati all'esplosivo e sugli scontri a fuoco di Kabul e Kandahar il giorno precedente occupava lo stesso spazio di un articolo sui risultati elettorali nella minuscola Isola di Malta. Così, sebbene dell'impegno militare Usa in Afghanistan non si veda ancora la fine, Bush non ha avuto la minima esitazione nel lanciare il paese in un'altro conflitto. Tuttavia, i maggiori consensi in patria alla sua guerra contro l'Iraq li ha ottenuti approfittando dell'ignoranza della gente, appellandosi al patriottismo del `popolo americano' e ricorrendo alla retorica moralista del bene e del male.
Se non fosse stato per l'ignoranza generalizzata (e la creduloneria che sempre si accompagna all'ignoranza), come avrebbe potuto Bush persuadere la stragrande maggioranza della popolazione che l'Iraq rappresentasse una minaccia incombente per la sicurezza degli Stati Uniti. Avrebbe tentato con successo di convincere i cittadini che - nonostante tutte le prove del contrario - Saddam Hussein stesse tramando per rifornire i terroristi di armi di distruzione di massa se non avesse potuto contare sull'ignoranza? Solo l'ignoranza può spiegare come mai l'opinione pubblica abbia accettato acriticamente la demonizzazione del tiranno Saddam Hussein, nonostante la lunga storia di relazioni amichevoli tra gli Usa e i regimi tirannici.
Questa ignoranza diventa particolarmente pericolosa se rafforzata dal particolare nazionalismo Usa, che agita la bandiera del patriottismo. In tempo di crisi - all'indomani dei fatti dell'11 settembre, nell'imminenza della guerra o durante la guerra stessa - il patriottismo diventa una formidabile arma nelle mani di quei politici che vogliano ridurre al silenzio il dissenso. Durante gli scorsi diciotto mesi l'uso di questa arma politica è stato così indiscriminato e brutale, che alcuni elementi fondamentali di democrazia e liberalismo sono ormai in pericolo. La legge nota come Patriot Act, concepita per rafforzare la sicurezza nazionale e diminuire il pericolo terrorista, ha in realtà aumentato sensibilmente il potere dell'apparato poliziesco di invadere la vita e le attività private di ognuno. I cittadini statunitensi nati nei paesi musulmani sono state sottoposti a sorveglianza e interrogati dalle forze dell'ordine. Tutti devono pensarci due volte prima di esprimere il proprio dissenso o manifestare contro il governo, per paura di essere indagati. In apparenza, il Patriot Act è una legge di emergenza che resterà in vigore fino al 2005. Ma i Repubblicani del Congresso hanno in programma la presentazione di nuove misure per rendere permanente il Patriot Act.
La febbre patriottica ha spinto al delirio alcuni leader politici, che hanno assunto iniziative puerili. L'animosità contro la Francia, ad esempio, ha indotto alcuni parlamentari a mettere al bando le French fries (patate fritte) dai menu serviti in Campidoglio, sostituendole con le Freedom fries [le patate della libertà (NdT)]. Il fatto è stato oggetto di molte barzellette, ma ha anche indotto numerose persone a imitare i propri rappresentanti politici e a boicottare qualsiasi cosa ricordasse la Francia: vini, formaggi, ristoranti. Nelle riviste e nei quotidiani locali conservatori sono apparsi molti articoli puerilmente antifrancesi. Al canale televisivo di informazione Fox, il conduttore Brit Hume ha definito il ministro degli esteri De Villepin un «Vichyite» [un collaborazionista di Vichy, un petainista (NdT)]. (Naturalmente la maggior parte degli spettatori televisivi non sa assolutamente niente di Vichy, ed è proprio questa la ragione per cui l'indecifrabile riferimento comunica un'impressione di profondità.) Una simile stupidità non è affatto divertente; è anzi piuttosto inquietante che il ceto politico dell'unica superpotenza mondiale scenda a livelli così scadenti, zelantemente amplificati dai mezzi di informazione.
Risultano ancora più preoccupanti i tentativi, che si stanno verificando in tutti i settori della società civile e politica, di tacitare il dissenso in nome del patriottismo. In risposta al movimento pacifista, gli attivisti conservatori organizzano e promuovono incontri e manifestazioni a favore della guerra. La demagogia degli oratori di queste iniziative accusa l'opposizione di non sostenere le `nostre truppe' e dipingono costantemente i fautori della pace come antiamericani. La retorica di queste occasioni è completamente irrazionale, ma intimidisce i potenziali dissenzienti. Nella mia università, la University of Nôtre Dame, i College Republicans (l'organizzazione degli studenti universitari del Partito repubblicano) hanno organizzato il 10 aprile una manifestazione propagandata come pro-americana, asserendo (probabilmente con ragione) che «intendevano rappresentare la maggioranza silenziosa». Hanno ottenuto i fondi per invitare un paio di oratori conservatori, uno dei quali (Don Feder, un giornalista) ha fatto dichiarazioni che possono soltanto essere definite incendiarie. «Oggi negli Stati Uniti è in corso una guerra civile. È una guerra per l'anima della nostra repubblica», ha detto Feder. E ha aggiunto: «Lo slogan `No Blood for Oil' è classicamente marxista». Poiché è assai improbabile che gli studenti della Nôtre Dame - come la maggioranza degli studenti delle università Usa - abbiamo mai letto una parola di Marx, non si poteva pretendere che contestassero Feder su questo punto.
Quel che impressiona, comunque, è che la maggior parte degli studenti della Nôtre Dame (specie i più conservatori) sono orgogliosi delle tradizioni cattoliche dell'università, e tuttavia - evidentemente - coloro che hanno partecipato all'iniziativa hanno ritenuto che sulla guerra in Iraq il relativamente sconosciuto, ma rumorosamente patriottico, Feder risultasse una autorità più credibile del Papa. Quando una retorica di questo tipo riscuote consensi in un campus universitario cattolico, si può solo concludere che nel resto della società civile il fervore patriottico prevalga sulla ragione.
Il fatto più preoccupante è stato il tentativo, in gran parte riuscito, di mettere a tacere i politici contrari a George W. Bush. Alcuni giorni prima dello scoppio della guerra in Iraq, Tom Daschle, il leader dei Democratici al Senato, ha criticato Bush per l'«avvilente» insuccesso dell'iniziativa diplomatica intrapresa per ottenere consensi all'Onu sui suoi piani di guerra. È stato attaccato immediatamente, in maniera virulenta, dai parlamentari repubblicani che per poco non lo hanno chiamato traditore. Il presidente repubblicano della Camera dei deputati ha affermato che le osservazioni di Daschle «se non hanno rafforzato i nostri avversari, certo poco ci è mancato». Inutile dire che, dopo l'inizio della guerra, Daschle, con grande coerenza, ha invitato la nazione a stringersi intorno alle `nostre' forze armate e al suo comandante supremo, il presidente Bush.
Un attacco ancora più brutale è stato scatenato contro il senatore John Kerry (Democratico del Massachusetts), che in un discorso alla nazione, pronunciato il 17 marzo, ha dichiarato: «Sono veramente in collera, amareggiato e costernato per la situazione in cui versa stasera questo paese. In quanto unica superpotenza, in un mondo sempre più ostile e pericoloso, il nostro governo ha l'obbligo chiarissimo di difendere la sicurezza degli Stati Uniti e dei paesi rispettosi della legalità, soprattutto dopo l'11 settembre. Tuttavia, il modo in cui l'amministrazione ha gestito la fase precedente alla guerra non avrebbe potuto essere più incauto e controproducente. Il presidente Bush ha dissipato, in modo maldestro e arrogante, l'appoggio e l'amicizia che tutto il mondo civile gli aveva dimostrato dopo l'11 settembre [...] L'indifferenza dell'Amministrazione verso la diplomazia, e il modo in cui ha trattato alleati e avversari nei mesi passati hanno ridotto enormemente l'influenza di questo paese in tutto il mondo, hanno reso impossibile la costruzione di una iniziativa ampia, multilaterale contro Saddam Hussein, e hanno moltiplicato drasticamente il costo dell'adempimento dei nostri legittimi obblighi verso la sicurezza, in patria e nel resto del mondo». Nello stesso discorso, Kerry ha espresso pieno appoggio alle forze armate impegnate ad abbattere il regime di Baghdad. Un paio di settimane dopo, a guerra iniziata, durante una visita in una cittadina del New Hampshire in preparazione della campagna presidenziale, Kerry ha affermato che «ciò di cui abbiamo bisogno adesso non è un cambio di regime in Iraq, ma un cambio di regime negli Stati Uniti». Muovendosi come vigilantes, i repubblicani, sono passati immediatamente all'attacco avanzando dubbi sul patriottismo di Kerry. Il presidente del Republican National Committee, Marc Raciot, lo ha quasi accusato di alto tradimento: «Il senatore Kerry ha passato il segno, osando proporre la sostituzione del comandante in capo, in un momento in cui l'America è in guerra». I leader del Partito repubblicano, sia al Senato che alla Camera, si sono associati a queste critiche, alle quali Kerry ha risposto giudicando tutta la discussione «una falsa questione di patriottismo». La polemica si è sgonfiata per il fatto che il patriottismo del senatore Kerry non può essere messo in dubbio; il servizio militare in Vietnam gli ha fatto guadagnare uno degli onori militari più ambiti, mentre i suoi detrattori non hanno mai servito nell'esercito.
Sarebbe avventato prevedere dove potrebbe condurre la dottrina della `prevenzione' dell'amministrazione Bush. Molto dipende dalla possibilità che il movimento pacifista, in America come all'estero, riesca a spingere all'azione il Partito democratico. Allo stesso tempo, comunque, è bene non dimenticare che l'amministrazione Bush è unilaterale e arrogante negli affari interni non meno che in politica estera. E questa potrebbe essere la sua rovina. La società civile statunitense non è molto capace di comprendere le complessità delle relazioni internazionali, ma il deterioramento dell'American way of life potrebbero portarla a bocciare Bush alle prossime elezioni presidenziali.
1 Mesopotamia. Babylon. The Tigris and Euphrates, «The Guardian», 2 aprile 2003.
2 Cfr., ad esempio, i libri degli ultraconservatori Rush Limbaugh, See I Told You So, 1993; e Patrick J. Buchanan, The Death of the West, 2002.
Jospeh A. Buttigieg insegna alla Nôtre Dame University, Indiana (Traduzione di Tiziana Antonelli)

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