Il fronte interno
UN AMERICANO DISSIDENTE
Norman Birnbaum
Vi sono momenti nella storia che, per quanto terribili, hanno qualità rivelatrici: ci fanno vedere cose che preferiremmo ignorare. Questo è uno di quei momenti. Lo dico non tanto per l'esibizione disgustosa dei mass media, soprattutto la televisione, e per il loro abietto servilismo nei confronti della Casa Bianca. Un'ora dopo l'altra, sui programmi della Cnn, abbiamo le prove di quello che già sappiamo: non c'è nulla che possa sostituire quello che manca al nostro giornalismo, l'integrità. È davvero rattristante, comunque, la testimonianza delle famiglie, degli uomini e delle donne militari che vivono una vita d'inferno in Iraq, che sono già morti lì o che moriranno entro qualche giorno. Chi può dubitare che noi continuiamo a essere una società classista, non soltanto nella divisione delle opportunità della vita, ma anche nella divisione del rischio? Non sono le famiglie degli esperti accademici, dei burocrati, dei parlamentari, dei paladini di ogni risma che hanno suonato ogni giorno la grancassa della guerra. I loro figli sono, di solito, troppo occupati dalle loro carriere di tutto comodo (il nostro impero ne offre parecchie) per perdere tempo con il servizio militare. Se volete i nomi, ve ne citerò qualcuno: Fred Barnes, Elliot Cohen, David Frum, Charles Krauthammer, William Bristol, George Will (1).
Il «New York Times» ci informa che la `passeggiata' prevista da un altro di questi parassiti dell'impero, Adelman, adesso è diventato «una guerra di colletti blu». E tanto basta. È possibile che una nazione che manda a rischiare la vita i suoi figli meno istruiti e più poveri, mentre i privilegiati infliggono al mondo le loro irreprensibili ipocrisie morali e menzogne spudorate meriti il consenso del mondo? È chiaro che il mondo non è d'accordo.
Che cosa ha provocato la guerra? Eliminiamo in partenza la ridicola affermazione che si tratta di una lotta per portare la democrazia in Iraq e, in una fase successiva, nel resto del Medioriente e in tutto il mondo musulmano. Numerosi governi degli Usa non si sono preoccupati più di tanto della democrazia in Algeria, Marocco, Tunisia, Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Pakistan e Indonesia. Le amministrazioni Usa hanno dato il loro sostegno a regimi autoritari in gran parte del mondo - ivi compresi i fascisti portoghesi, finché una rivoluzione non li ha spazzati via nel 1974 (rivoluzione che Kissinger all'epoca pensò seriamente di rovesciare con un intervento militare), i governi dei colonnelli greci e dei generali turchi e il cadavere in putrefazione del sistema politico instaurato dal vecchio camerata di Hitler e Mussolini, Francisco Franco. Gli Usa hanno organizzato complotti per rovesciare i governi legittimi dell'Iran (1952), Guatemala (1954), Brasile (1964), Indonesia (1965), Cile (1973) e Australia (1974). Vi sono stati innumerevoli altri interventi, espliciti e in sordina, grandi e piccoli. La guerra continua con Cuba è soltanto un esempio, anche se particolarmente vistoso. Basti pensare all'appoggio che abbiamo dato al regime criminale del Katanga e all'apartheid in Sudafrica. La Cia ha elargito ingenti somme ad accademici, giornalisti, funzionari, politici di gran parte del mondo, ivi compresa l'Europa occidentale. Saddam e i baathisti un tempo erano essi stessi `patrimoni' della Cia (un eufemismo per indicare la gente sul nostro libro paga), finanziati per combattere i comunisti iracheni. E, naturalmente, abbiamo fornito aiuto militare a Saddam nella sua guerra di sterminio in Iran: per ulteriori informazioni, rivolgersi a Donald Rumsfeld, all'epoca responsabile delle trattative.
Esiste un'ulteriore difficoltà. Come è possibile che la democrazia sia esportata in un altro paese da un paese la cui democrazia è così evidentemente imperfetta - e da un governo e da un partito, per giunta, che non sono certo impegnati a conservarla, e ancor meno ad ampliarla, nelle proprie istituzioni? La Florida non è soltanto famosa per i suoi coccodrilli e le sue spiagge: vanta anche una lunga tradizione di razzismo, di brogli elettorali diffusi, di intimidazioni di stampo mafioso dei comitati elettorali. Certo, mettiamo in pratica la massima «un uomo un voto» - particolarmente valida se quell'uomo è il giudice della Corte Suprema Rehnquist (2). Il fatto stesso che solo metà dell'elettorato americano si prenda la briga di andare a votare non è la migliore garanzia di fiducia nelle pubbliche autorità, in un sistema politico in cui la compravendita dei funzionari avviene, spudoratamente, sul libero mercato. Ricordatevi che nella ideologia imperante della democrazia a stelle e strisce, dall'assurda profezia di Fukuyama alle imbarazzanti volgarità di quel funzionario pubblicitario chiamato da Colin Powell a dirigere la propaganda Usa all'estero (3), c'è soltanto un elemento costante: il riferimento incessante ai `liberi mercati'.
E questa non è una esclusiva dei repubblicani: la figura più potente nell'amministrazione Clinton era Robert Rubin, della Goldman Sachs. Nella misura in cui Clinton aveva una posizione intellettuale coerente, distinta rispetto alle manovre opportunistiche, essa consisteva in una rinuncia al New Deal keynesiano e all'ampliamento della democrazia dalla sfera politica a quella economica, in breve nell'abbandono della tradizione stessa del New Deal. I nuovi democratici mi fanno venire in mente alcune parole della Rivoluzione puritana del XVII secolo: «Un nuovo presbitero è soltanto un vecchio prete scritto in grande». Comunque, i repubblicani assegnano al mercato una funzione particolarmente e spudoratamente perversa. Forse questo si riallaccia alle loro radici, che affondano in un protestantesimo punitivo. Marx lo aveva visto con grande chiarezza, allorché scrisse nel Capitale che il mercato nel capitalismo puro era come il dio di Calvino, che dispensava condanna e salvezza secondo la sua volontà. Secondo la sua volontà, forse - ma non a caso: i repubblicani non cercano le pari opportunità della vita, bensì il consolidamento del loro possesso esclusivo di tali opportunità.
Vi è un collegamento fra la politica interna e la politica estera repubblicana, nella loro forma presente. In primo luogo è necessaria una mobilitazione permanente contro nemici esterni (e anche interni), onde impedire che i conflitti sociali interni sfuggano di mano e diventino incontrollabili. A dire la verità, dato che i repubblicani pensano che qualsiasi riferimento al fatto che esistono differenze di reddito e di patrimonio nel nostro paese prova la volontà di scatenare una `guerra di classe', la mobilitazione militare serve appunto a prevenire che si faccia il minimo cenno a tali sperequazioni. La storia offre innumerevoli esempi di conflitti etnici, nazionali e religiosi. Dopo tutto, non siamo certo la prima potenza impegnata in una guerra di conquista in Iraq: basta leggere la Bibbia. La storia degli ultimi due secoli, comunque, è piena di guerre condotte da paesi che trovavano l'unità soltanto nel conflitto. Questo è vero per le democrazie quanto per i regimi autoritari. Forse è ancora più vero per le democrazie, dato che - soprattutto all'inizio dei conflitti - esse sono prive di quel complesso di risorse ideologiche e istituzionali interne, che permette di ottenere con relativa facilità il consenso interno. Ma, certamente, ci stiamo spostando rapidamente verso un livello più elevato di sviluppo anche a questo proposito: basta considerare l'alternanza fra le storie puerili di Bush sui rapporti dell'Iraq con il terrorismo e la repressione attuata nel paese del segretario alla Giustizia Ashcroft.
Nel marzo 1933, poco prima che i partiti della destra tedesca (gli antenati di quelli che in Germania adesso sbandierano la «comunanza dei valori atlantici») votassero la loro scomparsa dalla scena politica, il leader dei socialdemocratici tedeschi prese la parola nel Reichstag per congratularsi con l'allora cancelliere Adolf Hitler. Tra la sorpresa generale dichiarò: «Lei è un genio politico». Dopo una breve pausa proseguì: «Chi altri avrebbe potuto concentrare tutta la stupidità tedesca?». È certamente opportuno congratularsi con George W. Bush con parole simili. Facendo leva sullo sgomento generale per la fine della invulnerabilità americana colpita dagli attentati dell'11 settembre, manipolando le ricche riserve di ignoranza e di autocommiserazione strappalacrime del paese, ripetendo incessantemente una serie di menzogne e qualche briciola di verità, ha costruito un consenso sulla necessità di fare una guerra, definita in termini infinitamente vaghi.
È vero, il materiale su cui lavorare certo non gli manca. La sua versione personale del protestantesimo (che potrebbe venire tanto più utile nella sua versione repressiva verso l'interno) crea un legame con quel trenta per cento del paese che sarebbe pronto a bombardare New York o San Francisco, non solo Baghdad, e che è ancor più propenso a fare la guerra ai fondamentalisti islamici, proprio perché effettivamente si rende conto che sono i suoi fratelli spirituali. La sua interpretazione apocalittica del mondo ignora felicemente sia il senso di complessità che la conoscenza della storia: non si fa fatica a capire perché il presidente si trovi a suo agio in loro compagnia.
I fondamentalisti, poi, hanno importanti alleati nella lobby ebraica. Uno dei meccanismi di difesa più efficaci della lobby ebraica consiste nel negare la sua stessa esistenza. (Non c'è nessuno, qui, se non un piccolo numero di cittadini americani di origine ebraica che, al pari di chiunque altro, esercitano il loro diritto di espressione politica: la tesi è ben nota.) Le organizzazioni ebraiche più importanti, il Comitato affari pubblici America-Israele, la Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche, il Comitato ebraico americano, la Lega contro la diffamazione, possono rappresentare meno della metà dei cittadini americani di origine ebraica. Tali organizzazioni, comunque, non sono né modeste né reticenti. Forti di una grande quantità di denaro e di persone capaci, di non poco potere di intimidazione e della loro arma spirituale di distruzione di massa, l'accusa che chiunque si oppone loro sia antisemita, hanno bloccato quel minimo di dibattito nazionale che c'era sul nostro appoggio ad Israele - e non conta nulla che le politiche d'Israele siano quanto mai sciagurate, inumane e controproducenti.
I fondamentalisti sostengono lo Stato d'Israele dato che, a loro modo di vedere, esso costituisce la prova dell'imminenza del Seconda Avvento - che sarà preceduto (un punto su cui la lobby ebraica preferisce glissare) o dalla conversione o dalla distruzione degli ebrei. Dal punto di vista del Partito repubblicano, l'alleanza offre una felice occasione per aggravare le tensioni esistenti all'interno del Partito democratico. Un gran numero di ebrei americani ha da lungo tempo abbandonato l'impegno per la giustizia sociale, la versione laica del millenarismo per cui gli ebrei sono stati così importanti in un secolo di lotta sociale negli Stati Uniti. Ossessionati dalle memorie dell'Olocausto, inoltre, molti ebrei americani si fanno un'immagine di Israele (uno Stato dotato di armi nucleari, che pratica un'oppressione coloniale estrema nei confronti di un popolo ad esso soggetto), come se fosse popolato da ebrei inermi nei ghetti dell'Europa orientale, costretti a piegare la schiena di fronte alle angherie dei cosacchi o delle Ss. Dagli ebrei viene circa il quaranta per cento dei finanziamenti del Partito democratico, e i voti della California e di New York sono di solito sicuro appannaggio dei democratici nelle elezioni presidenziali. Allorché Al Gore si oppose alla guerra in Iraq, non tardò ad appurare che i finanziamenti per una campagna presidenziale nel 2004 non erano più sicuri. Dopo di che, ha dovuto ritirarsi in buon ordine. Il silenzio di Clinton e di Hillary sull'Iraq (e la loro incapacità di prendere le distanze da Israele) la dice lunga: il Partito democratico è in cattività babilonese nelle mani della lobby ebraica. Le persone che utilizzava per trattare i problemi mediorientali (Martin Indyk, Tennis Ross, Richard Schifter) facevano parte anch'essi della lobby ebraica. Per farla breve, la Casa Bianca di Bush ha deciso di infrangere un monopolio del Partito democratico.
Nel frattempo, la lobby ebraica (e lo stesso Stato di Israele) sono riusciti a piazzare i propri agenti al centro dell'amministrazione Bush. Richard Perle inizialmente era un democratico, consigliere dell'ex senatore Henry Jackson - con alle spalle una campagna a favore dell'emigrazione degli ebrei dall'ex Unione sovietica, che era servita a bloccare gran parte dei tentativi di Nixon e di Kissinger di stipulare accordi di lungo termine per il controllo degli armamenti con l'Urss. Nel Dipartimento della difesa, sotto la presidenza di Reagan, Perle si adoperò per portare in Europa le armi di `primo colpo', i missili Pershing - altro elemento che ha acuito la tensione e ritardato la cessazione della guerra fredda. In tempi più recenti, è stato un Consigliere strategico del governo israeliano e del Likud, in particolare con un rapporto che sollecitava l'invasione Usa in Iraq come fase iniziale di una campagna mirata a costringere l'Iran e la Siria a ritirare il loro appoggio ai palestinesi. Perle è stato presidente del Comitato di consulenza politica del Dipartimento della difesa, fino a che non è stato costretto a dare le dimissioni, la settimana scorsa, quando è stato messo in piazza il sordido mercato che egli faceva della sua influenza politica. Il numero tre del Dipartimento della difesa, Douglas Feith, è un degno collega di Perle. Sostenitore del Likud, probabilmente dotato della doppia cittadinanza, Feith ha esercitato come avvocato a Gerusalemme, e il suo studio non faceva mistero degli stretti rapporti che lo legavano all'apparato politico militare israeliano. Al suo ex-partner, Michael Mobbs, è stato assegnato un ruolo importante nella prevista occupazione dell'Iraq. Si comprende come mai decine di milioni di arabi e musulmani vedano in questa guerra la continuazione del conflitto israelo-palestinese.
L'influenza della lobby ebraica, comunque, si basa sulla sua consonanza politica con alcune tendenze molto più estese e più centrali della politica estera americana. Allorché il senatore Henry Cabot Lodge si oppose con successo al progetto di Wilson di far entrare gli Stati Uniti nella nuova Società delle Nazioni, lo fece non in quanto isolazionista, bensì spinto dal desiderio di non porre limiti alla potenza nazionale. Il disprezzo del presidente e dei suoi consulenti per le Nazioni Unite, anzi per tutto il sistema di istituzioni multilaterali, è sotto gli occhi di tutti. L'amministrazione Bush non ha firmato il Trattato di Kyoto sull'ambiente; non solo non ha aderito, ma ha addirittura tentato di sabotare la Corte penale internazionale, ha abrogato i trattati sul controllo delle armi, e in settori economici e sociali chiave (problemi dello sviluppo, della salute, dei diritti delle donne) si è adoperata attivamente per minare alle basi quel poco consenso internazionale che c'era. La nuova dottrina sulla Sicurezza nazionale non soltanto sollecita gli attacchi preventivi contro paesi, che - secondo criteri non specificati - minacciano gli Stati Uniti, ma proclama come obiettivo cardine della nostra politica estera il fatto che nessun altro paese dovrà avere la possibilità di eguagliare la nostra potenza. L'amministrazione Bush conduce la politica estera in base a coalizioni ad hoc, mentre nei confronti della Nato, del Wto e dell'Onu pratica la formula del divide et impera.
Al momento, la principale minaccia per tale dottrina ci viene non da una Cina in paziente attesa, bensì da quei paesi europei che hanno dichiarato la loro indipendenza, guidati dalla Francia e dalla Germania. Per il prossimo decennio gli Usa non temono nulla quanto un ulteriore progresso dell'integrazione dell'Unione europea, il consolidamento di un modello sociale fondato su un ampio settore pubblico e uno Stato sociale solidaristico e una politica europea estera e della difesa indipendente dagli Usa. Per questa ragione hanno tentato, con notevole successo, di dividere l'Unione europea, o piuttosto i suoi governi, sul problema dell'Iraq. L'opinione pubblica europea è schierata compatta a fianco della Francia e della Germania.
Che vi sia una opposizione alla politica di Bush fra numerosi ex funzionari, e in particolare fra gli esperti del Medioriente non vi è dubbio: basti pensare alla posizione dell'ex presidente Carter e del suo ex consigliere, il professor Brzezinski. In particolare, una contraddizione fondamentale nella politica estera americana minaccia di compromettere l'intero progetto: è diventato impossibile appoggiare allo stesso tempo Israele e le dittature musulmane. Quello su cui ha potuto fare affidamento finora Bush, comunque, è l'arrivismo della massima parte di membri dell'apparato di politica estera - o di coloro che, essendovi stati in passato, cercano di ritornarvi sotto un'altra amministrazione. Tutti costoro non oseranno mai criticare la crassa incompetenza del governo. Un gran numero di funzionari dell'amministrazione Clinton si è notevolmente umiliato pochi giorni fa, unendosi ai sostenitori del presidente e approvando l'attacco all'Iraq. Richard Hass, che fra breve lascerà il Dipartimento di Stato per assumere la presidenza dell'importante Consiglio delle relazioni estere, ha dichiarato pubblicamente un'assurdità, a cui è tassativamente escluso che egli stesso possa credere, cioè che la Germania «si è isolata».
Guardando ai notiziari, per quanto ridotti al minimo, della Tv americana sulle manifestazioni contro la guerra in tutto il mondo, forse viene fatto di dare una risposta diversa alla domanda di chi o che cosa sia isolato. L'apparato di politica estera e il più ampio spettro di istituzioni del settore pubblico e privato, che si interessano dei rapporti culturali, economici e politici del paese con il resto del mondo, possono essere considerati come la burocrazia permanente dell'impero. Oppure possono essere considerati comme una sorta di gigantesco progetto di lavori pubblici.
Il progetto di lavori pubblici, comunque, deve agire nel rispetto dei vincoli del mercato. La ricerca di materie prime da parte degli Usa, la delocalizzazione della produzione per ottenere mano d'opera a basso costo, l'apertura dei mercati, l'interconnessione del capitale americano ed estero sui mercati finanziari, danno a gran parte di quella che noi consideriamo la globalizzazione una connotazione a stelle e strisce. Strada facendo, gli Usa hanno trovato alleati dappertutto, dall'Arabia saudita all'America Latina, nelle élites locali, vale a dire nei manager e nei capitalisti di quei paesi. Mentre scrivo non è chiaro se le élites di Egitto, Giordania e Arabia saudita potranno continuare a proclamare la loro solidarietà con il popolo iracheno, offrendo nel contempo l'uso dei loro territori alle forze Usa. Vi sono correnti antagonistiche, che si riallacciano alle tradizioni culturali che non sono ancora omogeneizzate o estirpate alla radice: l'islam e il cattolicesimo con forte connotazione sociale, incarnato da Giovanni Paolo II, il giacobinismo radicale, che motiva gran parte delle élites francese e tedesca, gli elementi superstiti di liberalismo in Gran Bretagna (così sistematicamente traditi da Tony Blair).
Un'élite che ha un modello di società, ma che tenta di imporlo al mondo con la forza piuttosto che con l'esempio, tradisce una sua profonda incertezza interna. Per questo motivo Daniel Cohn-Bendit, il leader dei Verdi franco-tedeschi, giorni fa ha descritto la banda di Bush come «bolscevichi». Sono in realtà `volontaristi' storici, che tentano un colpo di Stato su scala planetaria. L'elemento centrale della campagna irachena non è soltanto conquistare il petrolio dell'Iraq o dare carta bianca a Israele: si vuole impartire al mondo una lezione: contrastare la potenza Usa è un atto futile e al tempo stesso pericoloso.
Vi sono molti elementi che tornano a perseguitarci: l'istupidimento di gran parte dell'opinione pubblica, incoraggiata dalle carenze del nostro sistema scolastico, e la mercificazione della nostra cultura, il parassitismo della nostra élite imperiale e della nostra classe dirigente in generale, l'emarginazione (a volte auto-imposta) di una opposizione americana. Resta da vedere quanto possiamo attingere dalle nostre tradizioni di democrazia radicale, dalla teologia sociale di solidarietà del cattolicesimo, dal profetismo ebraico e dalla coscienza protestante, da quel poco di intelligenza critica che ancora alberga nelle nostre università e dal senso di responsabilità morale di quanti nella vita pubblica riescono ancora a ricordarsi che gli esseri umani sono animali, ma non invertebrati. Le chiese americane protestanti, i vescovi cattolici romani, molti cittadini laici di origine ebraica prendono decisamente posizione, opponendosi alla guerra e mettendo in guardia dalla criminalizzazione dell'Islam, che è implicita nell'attacco contro l'Iraq. I periodi più bui della storia degli Stati Uniti sono stati seguiti da intervalli di rinnovamento. È doveroso dire che il presente è più che buio.
Washington, 30 marzo 2003
note:
1 Sono tutti (compreso J. Adelman citato più avanti) importanti giornalisti, commentatori, pubblicisti delle più grandi catene di informazione americane (NdRM).
2 William Hubb Rehnquist, il giudice nominato alla Suprema Corte da George Bush Sr, al cui voto si deve l'elezione alla presidenza di George Bush Jr (NdRM).
3 Birnbaum si riferisce a Charlotte Beers, la pubblicitaria ingaggiata nell'ottobre del 2001 dal Dipartimento di Stato per dirigere la `guerra di propaganda' verso i popoli islamici, e licenziata nel marzo di quest'anno in seguito al clamoroso flop di un filmato di propaganda (NdRM).
Norman Birnbaum è professore emerito presso la Facoltà di giurisprudenza_della Georgetown University e consigliere del Congressional Progressive Caucus
(Traduzione di Rita Imbellone)