numero  38  aprile 2003 Sommario

I conti pubblici di Tremonti

DUE PIÙ DUE FA CINQUE
Roberto Tesi  

Venerdì 28 febbraio alle nove in punto l'Istat ha comunicato i dati sui Conti economici nazionali 1999-2002. Nel 2002 - informa l'Istituto di statistica - la crescita del Pil è stata di appena lo 0,4%, la peggiore performance degli ultimi dieci anni, cioè dal 1993, quando, dopo la manovra da 100.000 miliardi di lire varata da Amato, il prodotto lordo segnò addirittura una caduta. Il dato della modesta crescita, naturalmente, non è giunto inatteso. Da mesi tutti i maggiori istituti di previsione (compreso il Centro studi Confindustria) l'avevano anticipato. Solo il governo aveva tenuto duro sulle sue cifre improbabili. L'ottimismo del governo si esprimeva con queste previsioni. Nel luglio del 2001, presentando il suo primo Documento di programmazione economico-finanziaria (Dpef), Tremonti sostiene che nel 2002 il Pil sarebbe cresciuto del 3,1%, mentre il deficit (cioè l'indebitamento rispetto al Pil) sarebbe sceso allo 0,5%. Quando quelle cifre vengono presentate, l'economia internazionale è già in stagnazione (gli Usa addirittura in recessione) ma il ministro dell'Economia non ha dubbi, anche se Ocse, Fmi, Bce e altri parlano di una crescita al massimo del 2%. Ma Tremonti non `molla': ha ricevuto dal precedente governo una crescita del 2,9% e deve dimostrare che il governo Berlusconi avrebbe fatto molto di più di Prodi-D'Alema e Amato.
Passano appena tre mesi e il governo si fa un po' più prudente: nella Relazione previsionale e programmatica consegnata al Parlamento a fine settembre (insieme alla legge finanziaria) il tiro viene un po' abbassato: la crescita nel 2002 sarà del 2,3%, garantisce Tremonti. La colpa? Naturalmente delle Twin Towers. Il rapporto deficit/Pil, invece, viene confermato allo 0,5%. Ancora una volta ottimismo sfrenato, visto che nel frattempo Ocse, Fmi e Ue avevano ridotto la previsione del tasso di crescita all'1,3-1,4%. Passano un altro po' di mesi, ma Tremonti persiste: nella Relazione trimestrale di cassa del marzo 2002 non viene apportata alcuna variazione, nonostante tutti gli indicatori macroeconomici (ordinativi, produzione industriale, import-export, occupazione nelle grandi imprese, vendite al dettaglio) mostrino una secca caduta.
Con il Dpef del luglio 2002 Tremonti è costretto a operare una piccola correzione, adeguandosi alle previsioni degli organismi internazionali, ma non a quelle più aggiornate, bensì ai dati di almeno sei mesi prima. Questo significa che il governo sostiene che la crescita del Pil nell'anno sarà dell'1,3, mentre il deficit salirà all'1,1% del prodotto. Nel frattempo, visto l'andamento degli indicatori macro, tutti i centri di previsione hanno ridotto abbondantemente le stime sotto lo 0,8. Ma Tremonti seguita a battere la strada dell'ottimismo, come spiegherà nella conferenza stampa di presentazione della Finanziaria 2003, a fine settembre.
Con quella Finanziaria, anzi con la Relazione previsionale che l'accompagna, il ministro dell'Economia è tuttavia costretto a prendere atto di quello che era sotto gli occhi di tutti da mesi: l'economia proprio non tira. Risultato: nel 2002 il Pil crescerà, ci viene detto, dello 0,6%, mentre il rapporto deficit/Pil salta al 2,1%. Poche settimane più tardi, tuttavia, c'è un colpo di coda di Berlusconi che, sull'onda delle contestazioni rivolte all'Istat per l'andamento dell'inflazione, annuncia che i suoi esperti gli hanno assicurato che la crescita del Pil sarà maggiore del previsto, soprattutto perché l'indicatore dei consumi elettrici registra una crescita rispetto al 2001 e nel frattempo l'occupazione seguita a crescere.
Il 28 febbraio, finalmente, grazie ai dati Istat (confermati il 10 marzo) il balletto delle cifre finisce. O meglio, ricomincia, perché il governo cambia il tiro e comincia a vantarsi degli straordinari successi ottenuti sul fronte del deficit e del debito rispetto al Pil. In particolare, dati Istat alla mano, Berlusconi e i suoi sostengono che il rapporto deficit/Pil è sceso dal 2,6% del 2001 al 2,3%. Ma è proprio vero che il deficit è sceso? Naturalmente no: si tratta dell'ennesimo gioco di prestigio del governo. Per capirne di più, occorre fare un passo indietro: al primo marzo 2002. Puntualmente quel giorno, visti gli obblighi con la Ue, l'Istat diffonde i dati sui conti nazionali del 2001. Titola «Il Sole-24 ore»: «Per l'Italia il deficit 2001 sale all'1,4%». Il verbo `salire' viene utilizzato in una doppia accezione: sale perché l'obiettivo (ultimo) proclamato dal governo era un deficit dell'1,1%, ma anche perché nel 2000 il deficit, grazie anche agli introiti delle licenze Umts, era stato dello 0,5%. Come mai quell'1,4% di poco più di un anno fa è stato rivisto al 2,6? Colpa dell'Istat che non sa fare i conti? Ancora una volta la risposta è no: i dati sui conti pubblici, infatti, non li elabora l'Istat, ma vengono forniti dal ministero dell'Economia, cioè dallo stesso Tremonti che dovrebbe tenere conto delle normative Ue. Ma non è così. E tutti fanno finta di crederci. A cominciare dalla Banca d'Italia.
A metà marzo 2001, nel semestrale «Bollettino economico», gli uomini di Via Nazionale (a pagina 57) scrivono: «In Italia l'indebitamento netto è sceso all'1,4% del Pil, dall'1,7% del 2000». Poi spiegano (tra parentesi) che in effetti il rapporto del 2000 è stato dello 0,5% se vengono contabilizzati anche «i proventi delle licenze Umts», così come hanno fatto tutti i paesi europei con l'avallo di Eurostat. Ma il messaggio di Bankitalia è chiaro: senza proventi Umts Berlusconi-Tremonti sono stati più bravi del precedente governo. Salvo poi aggiungere che: «Sul risultato del 2001 ha influito la vendita, con una operazione di cartolarizzazione, del diritto di riscossione delle entrate del lotto e dell'Enalotto fino a dicembre del 2006. [...] L'indebitamento netto del 2001 è stato inoltre ridotto dai proventi relativi alla cartolarizzazione degli immobili pubblici (oltre 0,3 punti percentuali), per circa la metà non ancora incassati». Insomma, quell'1,4% era un trucco contabile che, anticipava gettiti di anni futuri, e iscriveva `in competenza' entrate ancora non incassate. Tant'è che la Ue quei conti li ha rimandati al mittente. E a luglio, in occasione della presentazione del Dpef, Tremonti è costretto ad ammettere che nel 2001 il deficit è stato pari al 2,2% del Pil.
Il perché viene ben spiegato a p. 109 dal Rapporto (Previsioni macroeconomiche) presentato a inizio settembre dalla Confindustria. «Nel 2001, l'indebitamento netto della Pubblica amministrazione è risultato pari al 2,2% del Pil. Lo scostamento rispetto al consuntivo che era stato presentato dall'Istat (1,4%) è dovuto per 0,2 punti percentuali a una revisione della spesa sanitaria e per 0,6 punti alla esclusione dal calcolo dell'indebitamento delle operazioni di cartolarizzazione. Successivamente ai dati diffusi dall'Istat, Eurostat ha infatti comunicato la decisione sui criteri di classificazione dei proventi realizzati attraverso lo strumento della cartolarizzazione [...] Se si escludono le entrate relative alle altre misure straordinarie [...] l'indebitamento risulta del 2,7%.» Poi viene spiegato: «La decisione di Eurostat avrà effetti positivi per i conti del 2002 e del 2003».
Ma c'è di più. Eurostat seguita a fare le pulci ai conti pubblici italiani, contestando altre operazioni di cartolarizzazione, alcune delle quali iniziate ai tempi dei governi di centro-sinistra. Risultato: il 28 febbraio l'Istat prende atto dei nuovi numeri e scrive che nel 2001 il rapporto indebitamento/Pil è stato del 2,6%, quasi il doppio (l'1,2% in più) rispetto ai dati del governo del febbraio 2002. Questo 2,6 è superiore al 2,3% del 2002, ma solo formalmente. Sul 2002, come anticipato dalla Confindustria, sono stati spostati dalla Ue tutti gli incassi di competenza non giudicati `buoni' per il 2001. Come spiega l'Istat, «l'incasso delle operazioni effettuate nel 2001 è stato pertanto classificato in tale anno come prestito e gli introiti sono registrati negli esercizi successivi, in base all'andamento delle cessioni effettuate dalle società veicolo». In altre parole, se non fosse avvenuta questa `traslazione' e se il deficit 2001 fosse rimasto all'1,4%, nel 2002 l'indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche rispetto al Pil sarebbe risultato abbondantemente sopra la soglia del 3% prevista dal Patto di stabilità. Paradossalmente, Tremonti dovrebbe ringraziare Eurostat: senza le contestazioni dei tecnici dell'Ufficio statistico della Ue, anche nei confronti dell'Italia sarebbe stata aperta una procedura per infrazione, così come è accaduto al Portogallo nel 2001 e alla Germania nel 2002.
C'è poi da aggiungere che al contenimento del deficit 2002 hanno contribuito nuove cartolarizzzazioni. Come spiega l'Istat, «determinante è stato l'impatto delle operazioni di cartolarizzazioni degli immobili di proprietà degli Enti di Previdenza» che hanno fruttato 6,6 miliardi di euro. E questo fa dire, a ragione, all'ex ministro Vincenzo Visco, che senza la finanza creativa e le operazioni una tantum, il rapporto deficit/Pil nel 2002 avrebbe raggiunto il 4%.
D'altra parte che i conti pubblici non vadano bene, anzi sono una `fogna', emerge anche da altri indicatori. Il primo è l'avanzo primario: la differenza tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi (nonostante la caduta dei rendimenti sui titoli del debito pubblico che ha portato la spesa per interessi dal 6,4% del 2001 al 5,7% del Pil nel 2002) è diminuita al 3,4% rispetto al 5,8%% del 2000. Anche in discesa il Risparmio delle amministrazioni pubbliche (entrate correnti meno uscite correnti) passato dallo 0,9% del 2001 allo 0,7%.
In discesa (e Berlusconi ne ha fatto motivo di orgoglio) anche il rapporto debito pubblico-Pil, sceso al 106,7% dal 109,5% del 2001. Sulla discesa (che non è discesa in assoluto, visto che il debito pubblico è salito a quasi 1.342.642 milioni di euro) ha contribuito l'ennesima operazione di finanza creativa: lo swap, cioè la conversione di un vecchio debito con Bankitalia (quasi 100.000 miliardi di lire sui quali il Tesoro pagava interessi dell'1%) che è stato quasi dimezzato in termini capitali, ma sui quali dovrà essere pagato un tasso di interesse molto più alto. Con la speranza che poi Bankitalia giri utili in abbondanza allo Stato. Che la riduzione del rapporto debito/Pil sia stata assolutamente casuale è convinta anche la Banca centrale europea, che nel «Bollettino mensile» di marzo (p. 55) ha così commentato: «è principalmente riconducibile a un'operazione finanziaria con un significativo effetto una tantum sul debito».
Nel 2002 è anche diminuita la pressione fiscale: dal 42,1% del 2001 al 41,6%. Tecnicamente, una diminuzione difficile da capire. Lo scorso anno, infatti, salvo l'abolizione delle imposte di successione e la Tremonti-bis, il governo non ha adottato provvedimenti di riduzione. Anzi ha eliminato alcune agevolazioni, tipo la fiscalizzazione per i nuovi assunti e la Dit (Dual Income Tax) (1). Quindi la pressione fiscale non avrebbe dovuto diminuire. Considerato, anzi, che il Pil in termini monetari è aumentato del 3,1%, la pressione fiscale sarebbe dovuta aumentare. Perché allora la diminuzione? Semplice: l'aspettativa di condoni (puntualmente arrivati) ha alimentato l'evasione fiscale.
L'andamento dei conti pubblici va correlato con l'andamento dell'economia: secondo la revisione effettuata dall'Istat nel 2002 (ultimo anno di gestione del governo di centro-sinistra) il Pil era cresciuto del 3,1%; nel 2001 la crescita è stata dell'1,8 e nel 2002 dello 0,4%. Di più: l'analisi dell'interscambio con l'estero mostra che è proseguita (drammaticamente) la perdita di competitività tecnologica del made in Italy, come segnala anche il governatore di Bankitalia. Insomma, l'immagine dell'Italia, come sostiene la Cgil, è quella di un paese in declino industriale, come conferma l'andamento (e il valore aggiunto) negativo della produzione nel biennio 2001-2002, ma come dimostra anche la crisi Fiat (ma anche la fine del polo dell'elettronica a L'Aquila) e la quasi totale assenza di imprese italiane nel settore dell'informatica di consumo.
Certo, a Tremonti-Berlusconi può essere concessa `l'attenuante generica' della crisi internazionale. Ma all'attenuante generica viene annullata dalle `aggravanti' nella conduzione della politica economica: il varo di provvedimenti mirati, senza copertura economica o di scarsa efficacia come la Tremonti-bis, l'abolizione dell'imposta di successione o il decreto sull'emersione del sommerso. E più in generale tutti i provvedimenti sul lavoro che mirano unicamente a una flessibilità antieconomica che favorisce le aziende del terziario, a basso valore aggiunto, e incoraggia le imprese industriali a proseguire unicamente sulla strada del contenimento del costo del lavoro, anziché intraprendere la strada della ricerca e dell'innovazione.
La sopravvalutazione delle previsione è una costante del governo Berlusconi, che `montando' le cifre della crescita (e quindi delle entrate fiscali) cerca di convincere l'Ue che i conti dell'Italia sono in regola con il Patto di stabilità. Anche per il 2003 è stata praticata la stessa operazione di maquillage statistico, ma la Banca centrale europea non ha abboccato. Nel «Bollettino mensile» di marzo (p. 55) i banchieri di Francoforte mettono in dubbio la bontà delle cifre scrivendo: «non ci si attende che Grecia, Francia e Italia riescano a soddisfare i requisiti di risanamento per il 2003. In Italia e Portogallo, inoltre, l'effetto di misure temporanee è in qualche caso incerto. Infine, ulteriori elementi di rischio per il conseguimento degli obiettivi di bilancio nel 2003 sono rappresentati in diversi paesi da ipotesi macroeconomiche ottimistiche e dall'incertezza sulla definizione delle misure di intervento, sulla loro attuazione e sul loro impatto sui conti pubblici». Insomma il `grande affabulatore' e il `principe della finanza creativa' non raccolgono consensi in chi sa leggere le cifre. Ma il vero dramma è che il governo rischia di rendere vano un risanamento costato enormi sacrifici ai produttori di ricchezza.


note: La tassazione speciale sul reddito delle imprese in cui erano previste due aliquote: una più bassa su quella parte di reddito che l'imprenditore otterrebbe investendo il suo capitale in un titolo obbligazionario a lunga, e una più alta sul reddito eccedente. Introdotta dai governi di centro-sinistra, è stata abolita dal governo Berlusconi (NdRM).


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