Nuovi simboli globali
L'ANTIBANDIERA
Mario Agostinelli
Per dire no alla guerra senza se e senza ma, ed evitarla, era cresciuta negli ultimi mesi una straordinaria mobilitazione di massa, in tutti i continenti: il 15 febbraio abbiamo potuto misurarne l'effetto sull'insieme dell'opinione pubblica, in particolare in Europa, e il legame reciproco che essa ha stabilito anche con le grandi istituzioni nazionali e mondiali.
Non era affatto scontato che tutto ciò reggesse anche dopo che la guerra fosse iniziata, il rapporto di forze risultasse evidente, la macchina della propaganda diventasse soverchiante.
È avvenuto e sta avvenendo invece il contrario. Il movimento, con l'inizio della guerra, ha avuto un immediato sovrassalto. In alcuni paesi, tra cui l'Italia, è diventato più largo, più diffuso, capace di inventare ogni giorno nuove forme e assumere il ritmo della visibilità quotidiana, ha coinvolto nuove forze politiche, culturali e sociali. Non meno importante è il fatto che la protesta sia stata rapida e imponente anche nei paesi protagonisti dell'aggressione: Stati Uniti, Inghilterra, Australia. Né che si manifestasse, per la prima volta ovunque, in tutti i paesi arabi e del Medio Oriente, non solo per iniziativa e con il segno univoco, della solidarietà islamica. Né che, invece di una lotta tra religioni, emerga sempre di più un impegno solidale per la pace tra chiese e fedi diverse. Né che al Consiglio di sicurezza gli Stati Uniti abbiano incontrato non solo un veto eventuale, ma il mancato sostegno anche di governi che hanno resistito a una indecente compravendita spinti dal sentimento prevalente dei loro popoli.
Non tutto è uguale ovunque, e tutto è in evoluzione. Occorrerà quindi un'analisi differenziata e continuamente aggiornata rispetto a ciò che siamo già oggi in grado di capire. Ma ciò che abbiamo sotto gli occhi già permette di dire che Bush può vincere uno scontro militare, ma ha già pagato un prezzo politico altissimo. Può vincere una campagna, ma la sua `guerra duratura' è tuttora contrastabile e il suo esito aperto. Tuttora si può.
1. La semina è più forte della tempesta
Sospendere l'angosciosa attesa di eventi tremendi e l'impegno ostinato per fermarli, e concedersi una riflessione che abbia l'ambizione di definire, sistematizzare le novità che emergono in un movimento per la pace maggioritario in tutti i paesi (tranne, per ora, negli Usa dove tuttavia combatte da tempo una sua fondamentale battaglia di presenza e di opinione), che ha superato quel tratto profetico ed elitario che lo confinava in un ruolo testimoniale non appena la partita passava al livello statuale o intergovernativo, è un azzardo che si può prendere soltanto per definire sin d'ora, sulla soglia di una guerra, ciò che resisterà oltre il fragore dei bombardamenti e della propaganda che occuperà gli spazi pubblici. Un modo di guardare nella guerra, contro e oltre la guerra con un senso esattamente opposto a quello - ormai dominante nei media - che si prepara compiaciuto o attonito allo spettacolo della guerra e ne affida l'esito soltanto alla punta della spada.
Ho maturato da tempo la convinzione che il `movimento dei movimenti' sia in grado di darsi un'autonarrazione degli eventi in corso e delle prospettive entro cui spendere la propria mobilitazione: questa raggiunta autonomia lo porta, da una parte, a mettere in relazione il ricorso preventivo alla guerra con il fondamentalismo del mercato e quindi a tagliarne ogni radice di legittimazione, e, dall'altra, a tracciare un contesto unificante un continuum che fa da filo conduttore tanto all'azione locale per la pace, non meramente propagandistica e territorialmente riconoscibile, quanto all'iniziativa incessante, che impatta con le agende dei governi, delle istituzioni, delle diplomazie. Questa pressione locale-globale ha impedito che la politica e l'etica stessero su un piano distinto dal sociale, in una sorta di sfera separata, fornendo un terreno di efficacia diretta all'intervento delle chiese e un punto di tenuta all'autonomia di alcuni Stati nazionali rispetto agli Stati Uniti. Il ritardo e l'isolamento con cui Bush ha sferrato l'attacco è in gran parte l'effetto di questa formidabile iniziativa. Grazie alla pratica, alla maturità e alle istituzioni del movimento ha preso forma e cittadinanza stabile, a livello di massa, una nozione di pace come diritto sociale primario, che è rafforzata dal diritto individuale di matrice liberale di rifiutare la guerra. Movimenti e persone `non si perdono di vista'. Questi pacifisti non sono anime belle o sognatori; non si rimpiccioliscono in granelli di sabbia nell'ingranaggio del sistema: fanno cultura, senso comune, sono un seme che ha già dato frutti.
Si sta sedimentando un tale distacco dall'ideologia della guerra preventiva e permanente e dalla convinzione aberrante che l'identità dell'Occidente sia di volta in volta formulata specularmente all'identità di un imprecisabile nemico, da far credere che l'avvio dell'invasione dell'Iraq in sé non chiuda affatto la partita, ma che l'isolamento dei signori della guerra crescerà indipendentemente dal `successo' militare ed economico della loro avventura.
Sono i caratteri di questa `durata' (nel lessico delle emozioni si potrebbe chiamare `ottimismo') che provo di seguito ad analizzare nel movimento della pace, costitutivo del cosiddetto `movimento dei movimenti' di Porto Alegre, sottolineandone gli aspetti permanenti, creativi, inclusivi, che rimarranno vivi e operanti nonostante le distruzioni e le morti che conteremo in Iraq e presenteranno i conti ai governanti che si sono mossi in solitudine ignorando valori diffusi e infrangendo patti costituzionali irrinunciabili per un governo e uno sviluppo unitari del pianeta.
L'asse locale-globale è quello che il movimento pratica con crescente successo e uniformità. Una metodologia di dislocazione anche organizzativa delle proprie forze che ha fatto le sue prove prima sui temi ambientali e dello sviluppo e che ha tratto in seguito impulsi da contenuti sempre più vasti, con le esperienze dei Forum regionali (Belem, Firenze, Dakar, Buenos Aires), che hanno preceduto Porto Alegre 2003. La modalità a rete con cui viene costruita l'azione diffusa e coordinata per campagne e temi, non cancella identità e diversità, ma le fa confluire come nodi interdipendenti dentro una pratica unitaria in continua circolazione dalla periferia al centro. Per questa via si realizza un'efficacia nell'orientare sul piano generale sia l'opposizione alle pratiche liberiste che le proposte alternative, mentre non si perde la presa e la lotta nei territori dove il problema delle risorse, della giustizia sociale, dei diritti si presenta in modo articolato, ma pur sempre riconducibile alle scelte obbligate nel confronto con la globalizzazione. Secondo lo schema locale-globale, strutturato da forme di comunicazione e di relazione sociale a rete, il movimento adegua in velocità la propria azione alla simultaneità dei contesti spazio-temporali imposti dall'economia liberista e alla rapidità delle decisioni assunte dalle istituzioni autoritarie che hanno fatto dell'esclusione di ogni forma di partecipazione la condizione dogmatica della loro efficacia.
Le caratteristiche formali-esistenziali che si riflettono sull'organizzazione del movimento provengono da fattori più complessi di quanto si possa approfondire in queste note: si può tuttavia affermare che l'irrompere della tematica pace-guerra ha potenziato, anche se in circostanze straordinariamente drammatiche, il ricorso a schemi innovativi, fino a dar vita alla più grande manifestazione planetaria della storia - quella del 15 Febbraio -, che ha raggiunto la sua straordinaria dimensione nonostante la debolezza delle sedi formali di decisione, la poca visibilità dei leader, il ricorso pressoché esclusivo all'autofinanziamento, la diffidenza e l'avaro impegno della comunicazione tradizionale. Locale-globale come canale sempre aperto, come flusso circolare: una prospettiva oggi decisiva nella lotta senza se e senza ma contro la guerra. Ed è la coscienza di essere parte di una società aperta che sta alla base dei processi in seguito considerati, che metteranno al fine in crisi Bush e i suoi alleati.
La cultura neoliberista invece sembra incapace di tenere aperto quel flusso a due direzioni: essa ormai comunica solo dall'alto, dal centro, e quando deve calarsi nel territorio, lo tiene separato dal resto del mondo secondo un approccio localista, xenofobo - che isola geograficamente e culturalmente i suoi abitanti - oppure lo trasforma in un `non luogo' dove si incontrano i `capitribù' senza popolo, come nelle Azzorre o a Davos o nelle Montagne Rocciose o sulla nave ormeggiata nel porto di Genova. Le piazze sono perdenti per i leader della globalizzazione e un luogo di crescita per i loro oppositori. Nonostante l'enormità dei mezzi a disposizione lo stesso difetto di `egemonia comunicativa' si riflette nell'uso dei media, che non riesce ad andare oltre l'esclusione o la manipolazione: i `no global' si invitano al più negli studi di Porta a Porta o si contano (al ribasso) a spanne nelle manifestazioni che sono però presentate di sfuggita e sempre oscurate dai faccioni degli `esperti' di Berlusconi, di Bossi, di Fini, che ne fanno un commento esorcizzante.
L'appropriazione del territorio da parte di un movimento antagonista, radicale, unitario è un fatto politicamente rilevantissimo, tanto più se lo si considera dopo i fasti della Lega e del localismo xenofobo fattosi partito in tutta Europa.
Credo che la modalità locale-globale di presentarsi come soggetto sociale unitario dischiuda importanti prospettive anche alla rappresentanza politica. Pur non essendo in discussione l'autonomia reciproca delle sfere sociale e politica, non c'è dubbio che il superamento della delega una tantum prevista in modo ancora più riduttivo dal sistema elettorale maggioritario e l'opportunità di creare, a partire dal territorio, strumenti di democrazia diretta, dove si esercita il diritto di proposta e non solo di ratifica, siano presupposti indispensabili per rimettere in comunicazione politica, istituzioni, movimenti sociali.
Tutto ciò è già venuto alla luce nella grande mobilitazione per la pace, i cui tratti, ancorché oscurati dallo scatenamento dell'attacco all'Iraq, rimarranno a lungo presenti nella ricostruzione di un legame sociale che la fase attuale ha consentito ben oltre i confini dell'affinità tra i soggetti politici tradizionali. Per fare due esempi degli sconvolgimenti in corso, si pensi all'unità dei lavoratori europei nello sciopero generale proclamato il 14 marzo a fronte della divisione dei governi nazionali; o alla crisi non si sa quanto e quando rimediabile del G8 - L'Arca del patto economico-politico liberista fondato sulla `non negoziabilità' dell'american way of life' e sul sequestro del futuro del pianeta nei caveaux delle banche metropolitane.
Questo percorso locale-gobale non solo ha già alle spalle le sue stazioni che hanno prodotto effetti ancora da decifrare fino in fondo, ma parla già con i suoi simboli universalmente eloquenti.
2. L'`antibandiera' della pace.
Da sempre la bandiera rappresenta un simbolo territoriale: la si espone, la si innalza, talvolta si pianta, per riconoscere uno spazio di terra in cui si identificano valori comuni, patti sociali, assetti di potere, in nome del quale ci si arma e si esercita l'uso della forza. Il `viaggio' di una bandiera corrisponde all'estensione del suo spazio originario di riferimento: perciò ai drappi colorati indicanti territori e nazioni si sono spesso associati i concetti di conquista o di battaglia militare.
I grandi moti di solidarietà dell'Ottocento e del Novecento avevano esposto altre bandiere, legate a un programma sociale e politico e polemicamente slegate dalle identità territoriali: in certo senso, la loro simbologia richiamava più la croce e un'appartenenza per elezione, non per nascita. Il movimento in Italia ha attuato al riguardo un rivoluzionamento spettacolare: ha scelto di radicare nelle differenze territoriali la forza evocativa di un simbolo unitario, l'ha spogliato di appartenenze politiche in senso tradizionale, l'ha imposto ai balconi, agli uffici, nei quartieri, nei Comuni e nelle chiese proprio in chiave comunitario-territoriale. L'intuizione è stata quella che, esponendo il drappo arcobaleno, si contrassegnava il proprio territorio con un simbolo antagonistico rispetto a quelli di identità escludenti, espressivo di unificazioni anziché di distinzioni, di abbattimento dei confini fisici per ricongiungere le case, le vie, il luogo di lavoro al destino comune di pace delle altre case, vie, luoghi di lavoro illegittimamente arruolati sotto le bandiere nazionali sventolate in guerra.
È stato elaborato un mezzo di comunicazione potentissimo: è come se si svolgessero assemblee permanenti di caseggiato o di quartiere dove si comunica che per nascita, al di là delle decisioni di un governo, si è membri ormai di un mondo unito, interdipendente, la cui sicurezza non è fornita dalle armi. Se questi drappi arcobaleno, esplosi nel nostro paese, si diffondessero in tutto il mondo - anche nei paesi di Bush, Blair, Aznar, - saremmo paradossalmente all'`ultima bandiera', quella in cui ci si può riconoscere anche quando i governi nazionali disconoscono la Carta dell'Onu e le Costituzioni, quella che sola dà legittimità a tutte le altre. Occorre riflettere su come il processo delle bandiere si sia diffuso e sia andato in profondo fino ad un livello di coscienza difficilmente reversibile. Alcuni Comuni, addirittura i centri di ricerca dell'Unione europea, alcune stazioni ferroviarie hanno preteso un riconoscimento pubblico della loro `dichiarazione di appartenenza' con risvolti giuridici tutt'altro che irrilevanti. Perfino Camp Darby è stata resa straniera in Toscana dal lancio della bandiera della pace oltre il recinto. I `flag conservatives' americani citati da Norman Mailer sono invasati dall'idea che lo Stato con l'esercito più potente possa fare qualunque cosa, travolgendo gli ostacoli con la tecnologia e la pura potenza. Ma non si erano imbattuti in queste disarmate e resistentissime `antiflags'…
3. I luoghi di lavoro
I diritti sociali e la loro `universalizzazione' sono diventati, ormai da oltre un anno, patrimonio del movimento di Porto Alegre. È un merito in gran parte degli italiani che vi si sono impegnati e del risalto internazionale della battaglia condotta in particolare dalla Cgil.
C'è continuità tra modelli sociali e scelte planetarie e i lavoratori lo stanno sperimentando. Questa, al fine, è la loro esperienza sui luoghi di lavoro dove hanno compagna quotidiana e spietata la competizione globale. La lotta contro la precarizzazione e per l'estensione dei diritti oltre i ridotti sempre più assediati delle antiche sudate conquiste ha chiarito che, se andasse a compimento l'attacco all'Iraq in una prospettiva di dominio mondiale delle armi, la crescente ingiustizia dell'ordine mondiale sarebbe inevitabilmente aggravata. Da tempo ormai c'è coscienza che la pace è il fondamento che rende possibili i diritti e che una guerra permanente li ridurrebbe e li subordinerebbe per un tempo indefinito all'obiettivo principale della sconfitta del nemico: li eliminerebbe cioè dalla dialettica sociale e dalla pratica politica. Se l'umanità investe il meglio delle sue risorse intellettuali, scientifiche, economiche nella distruzione di vite e di risorse in campo `avverso', allora l'universalità dei diritti è impensabile e impraticabile, e così l'unità del mondo, la solidarietà di tutto il mondo del lavoro. Siamo sulla strada della elaborazione di una percezione nuova dei lavoratori a livello planetario: una maturazione faticosa, ma importante, che rimargina sul piano internazionale la rottura tra i movimenti operai arruolati sotto opposte bandiere nazionali alla soglia della Prima Guerra mondiale, divisi lungo i confini e le ideologie dei blocchi contrapposti lungo tutta la guerra fredda e che, purtroppo non era ancora giunta al compimento durante la vicenda della guerra del Kosovo.
La rivalutazione della propria autonomia come produttori e del valore sociale del lavoro si è fatta strada nel dibattito di questi mesi. La soggettività dei lavoratori ha preso corpo di nuovo come `classe', anche se con modalità diverse dal passato. Anche per questa ragione e della dinamica dei processi in corso sarebbe bene che la sinistra intera e la Cgil si spendessero per il sì al referendum sull'Articolo 18, muovendosi a considerazioni che stabiliscono una gerarchia indiscutibile fra la persona e le compatibilità macro e microeconomiche.
Ma anche nel mondo del lavoro ci troviamo di fronte alla riscoperta di una dimensione locale, oltre che di quella più generale. Qui in Italia, ma non solo, si è ricominciato a valutare la funzione sociale della propria prestazione, andando anche oltre la questione dello scambio salariale attraverso cui è stata pattuita. Si è così ricominciato a discutere la finalizzazione del lavoro per uno sviluppo alternativo e pacifico, a cominciare dalla riconversione di settori e dalla crisi di fabbriche. L'accordo sul futuro dell'Alfa Romeo firmato il mese scorso dai sindacati metalmeccanici merita molta attenzione in quanto cerca di andare realisticamente oltre l'auto e il petrolio come priorità del modo di vita che stiamo subendo.
Più in particolare, in queste ultime settimane è ricomparso a livello diffuso quel diritto all'obiezione di coscienza - che i più coraggiosi avevano professato con grandi drammi personali nelle fabbriche d'armi in tempo di pace - e che non è stato mai ammesso nei recinti della produzione e riservato solo ai casi che riguardano la sfera etica (i medici contrari all'aborto, ad esempio).
Lo sciopero dei portuali di Livorno, il rifiuto dei macchinisti dei treni che trasportavano armi, la riapparizione degli `scienziati contro la guerra', il documento dei 100 sindacalisti Usa, sono tutti segnali che si va diffondendo la consapevolezza che la posta in palio è cruciale e che la centralità dei diritti del lavoro è pensabile, è esigibile solo nel pieno contesto di una Costituzione che ripudia la guerra. La continuità tra le azioni di lotta del mondo del lavoro e le iniziative di disobbedienza mostrano la trama di una legalità più ricca e più attiva: quella che nella scelta dei metodi non violenti fonda il diritto di sciopero e il diritto di impedire infrazioni del patto costituzionale, e unisce la Repubblica «fondata sul lavoro» alla Repubblica che «ripudia la guerra» in uno `spirito repubblicano' che ha imposto rispetto e moderazione a quegli stessi apparati repressivi che avevano dato a Genova prova di una vocazione violenta ed eversiva.
4. L'ambiente in cui vivremo
Il carico di distruzione ambientale della guerra contemporanea è stato considerato appieno solo nel caso delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Eppure le guerre del Kosovo e nell'Afghanistan hanno comportato effetti ambientali di lunghissimo periodo, proporzionali all'intensità energetica concentrata nelle azioni di bombardamento attuate con proiettili a uranio impoverito, se non, forse, addirittura con piccole bombe nucleari tattiche. Se, come non è stato escluso, in Iraq, verranno usati ordigni nucleari, i territori saranno resi inagibili alla vita per un lungo periodo e l'equilibrio ambientale non sarà recuperato nel tempo in cui si pretende di confinare l'eliminazione di Saddam e del suo regime. Per una semplice considerazione legata all'entropia dei processi energetici connessi con le armi moderne, gli effetti mortali e distruttivi ricadranno proprio su quei soggetti che si dice di voler liberare: quindi i diritti delle future generazioni sono travolti dai progetti di potenza militare e predati dagli interessi che vogliono stringere il loro controllo sulle risorse di quel territorio. Il bilancio territoriale delle guerre dal 1991 in poi si continua a calcolare senza considerare quel livello e i potenti preferiscono (come hanno fatto i grandi bancarottieri delle corporations) confonderlo e farlo svanire nel ridisegno della geopolitica a livello mondiale e nelle previsioni legate alla ridefinizione dei prezzi delle risorse per cui tali guerre sono combattute. C'è invece una crescente sensibilità delle popolazioni attaccate a non considerare la ricostruzione un risarcimento accettabile e a tornare ostinatamente a vivere nei territori violati dalle armi.
Sul territorio è la biosfera il metro di giudizio, non la geopolitica. Spacciare la `missione' della `democratizzazione' dell'Iraq per una restituzione del paese al popolo che ne è il legittimo sovrano è il trasparente velo propagandistico di un progetto di interdizione di un eventuale processo di autonomia sociale e politica che - in Iraq come in tutto il Medio Oriente - potrebbe risultare il laboratorio incontrollabile di una realtà alternativa tanto alla dittatura che a un'élite fantoccia o compradora.
Purtroppo, allo scoccare dell'ora delle armi, locale e globale, nel cuore dell'impero, ancora non hanno dato luogo a quella fusione che si è espansa in tutto il mondo fino a lambire le soglie del potere degli Stati, e il fondamentalismo moralistico di cui si ammanta la retorica di Bush è anche volto a impedire la formazione a livello territoriale di quella autonomia sociale che può essere il laboratorio di una visione alternativa e di una pratica vincente per la pace. Eppure, proprio nel momento più difficile, si guardi con attenzione a quello che nel vecchio lessico dei conflitti chiamavamo il `fronte interno': qualcosa è in movimento anche negli Stati Uniti, oltre che da tempo nella stessa Inghilterra. Ci sono più segnali che un nuovo immaginario, nuove pratiche, nuovi linguaggi comunichino in spazi non più separati, eliminando gli steccati e i confini di una divisione permanente del mondo segnata dalle armi.
Un'ultima considerazione. Si vuole che il `fatto' della guerra faccia giustizia definitivamente della `ragionevolezza' di chi considera la `guerra permanente' una incongruenza spaventosa in un mondo interdipendente, in un pianeta che è la biosfera unitaria la cui salvezza è l'unica condizione della comune prosperità. Ma forse l'agire locale e il pensare globale ha già segnato lo stretto sentiero che può mettere capo all'`inattualità' della guerra, non solo sulla base dei diritti tanto formalmente proclamati quanto frequentemente violati, ma anche con la forza tenace e reticolare dei comportamenti individuali e collettivi che riporteranno i conflitti alla dimensione del diritto e della democrazia.