I tempi lunghi della Cina
NO, MA
Angela Pascucci
È sotto il segno della guerra che a Pechino la nuova leadership cinese ha preso in mano le redini del governo. Il passaggio dei poteri più concordato e pacifico della storia cinese si è consumato tra il precipitare della crisi irachena e la sospensione minacciosa di quella nord coreana. Un quadro internazionale carico di minacce, dunque, che fa da sfondo a una situazione interna gravida di tensioni, descritta con franchezza senza precedenti da Zhu Rongji. Il premier uscente nella relazione, con cui ha aperto la sessione plenaria annuale dell'Assemblea del popolo, non ha nascosto i molti nodi venuti al pettine dopo quasi 25 anni di riforme: pesanti ineguaglianze, disoccupazione, esasperazione dei contadini, squilibri nello sviluppo. Tutti nodi consegnati ai `giovani' della Quarta generazione insieme a un'economia che cresce a rotta di collo ed è affamata di capitali stranieri e pacifiche relazioni internazionali, che le consentano di mantenere il ritmo, indispensabile a non far esplodere le sue contraddizioni.
È questa la tenaglia che stringe oggi la Cina e spiega il `basso profilo' del ruolo che, secondo molti, Pechino ha svolto nel dipanarsi di quest'ultima crisi internazionale dai risvolti epocali. Anche se, quando le bombe hanno cominciato a cadere su Baghdad, Pechino ha deciso di alzare la voce e insieme a Mosca ha chiesto l'interruzione immediata dell'attacco contro l'Iraq. Nessun dubbio tuttavia che nelle fasi cruciali precedenti la guerra il profilo diplomatico cinese sia stato `basso', se paragonato all'alta esposizione francese, russa e tedesca, e alla posta complessiva in gioco. Di basso profilo è stata anche le gestione della parallela crisi nord coreana, nella quale è parso che persino la tradizionale influenza cinese sull'alleato di Pyongyang fosse venuta meno.
Certo la posizione cinese non ha mai dato adito a dubbi, sin dall'inizio, riguardo alla guerra contro l'Iraq. Le prime ore in carica di Hu Jintao come nuovo capo dello Stato, succeduto il 15 marzo scorso a Jiang Zemin, sono state impegnate da intense conversazioni telefoniche con Vladimir Putin e Jacques Chirac, per ribadire che «la porta della pace non deve essere chiusa». E nella sua prima telefonata a George Bush, poche ore dopo che questi aveva lanciato il suo ultimatum a Saddam Hussein, il neo presidente ha ripetuto, sia pure a una porta chiusa, che la Cina «spera nella pace e non nella guerra» e «sostiene una soluzione politica nel quadro delle Nazioni Unite».
La stampa e i media cinesi non ripetono altro, da mesi. È vero però che la Cina ha solo fiancheggiato, senza mai buttare sul tavolo, neppure velata, la minaccia di veto in Consiglio di sicurezza. «Quando il cielo cadrà, gli uomini più alti lo sosterranno», afferma un detto cinese. Pechino non si è alzata, stavolta, consapevole che qualcun altro lo avrebbe fatto. Nessuno può tuttavia dire cosa sarebbe accaduto se lo scontro all'Onu fosse stato portato alle sue estreme conseguenze.
Quanto alla Corea del Nord, la Cina si è sottratta fin dal primo momento alla richiesta di Washington di esercitare la propria influenza per convincere Pyongyang ad accettare le richieste americane, e ha ribattuto con la posizione presa sin dal primo momento: i due antagonisti devono sedersi a un tavolo e trattare fra loro. Ancora una volta una posizione defilata, ma ferma.
Solo dalla prima metà degli anni `90, dopo aver rotto l'isolamento seguito al massacro di Tienanmen, la Cina si è posta il problema di riacquistare un ruolo internazionale all'altezza delle sue ambizioni economiche e ispirato dal suo interesse nazionale all'inserimento nel circuito economico globale. Un capovolgimento netto degli antichi allineamenti con i paesi del Terzo Mondo contro l'ordine capitalistico mondiale. Il punto più alto di questo nuovo protagonismo fu toccato dopo l'esplosione della crisi asiatica del 1997, quando Pechino evitò di svalutare lo yuan, fatto che avrebbe aggravato la catastrofe in corso nel resto dell'Asia. Ma la crescente complessità degli scenari geopolitici determinatisi dopo gli eventi dell'89 e la prima guerra del Golfo ha finito per scontrarsi con la necessità cinese di cavalcare l'onda alta della globalizzazione mondiale, della quale la Cina è protagonista di primo piano. Il fatto che il rapporto di incontro-scontro, amore-odio con gli Stati Uniti sia un fattore centrale, anzi `il fattore cardine' attorno al quale ruota tutto il resto, rende il percorso della politica estera cinese ancora più accidentato. Tanto più dopo la svolta unilateralista che i neo-conservatori dell'amministrazione hanno impresso alla politica estera Usa sull'onda emotiva dell'11 settembre. Una svolta arrivata oggi alle sue estreme conseguenze e foriera di ulteriori tempeste per l'Asia orientale.
La Cina è consapevole che, se in prima fila nella linea di fuoco è la Corea del Nord, è verso di lei che convergono i piani dei falchi americani.
Prendere tempo, evitare il confronto diretto con la superpotenza americana, stabilire forti legami, in primis economici, nella propria area di influenza, e intanto acquistare forza sembra essere oggi la strategia cinese di breve - medio termine, dettata dalla corrente dei cosiddetti «realisti difensivi», attualmente maggioritari all'interno dei ranghi del potere nel dibattito sulla sicurezza strategica della Cina (1). Ma, alla luce di quanto sta accadendo nel Golfo, è una corsa contro il tempo.
Oggi, come nota lo Us Energy Information Administration (Eia), due terzi del petrolio del Golfo va alle nazioni occidentali. Entro il 2015, secondo uno studio del National Intelligence Council della Cia, tre quarti di quel petrolio prenderanno la strada dell'Asia, diretti soprattutto in Cina, così fragile quanto a dipendenza petrolifera da non disporre oggi neppure di risorse strategiche. Come scrive il Center for Strategic and International Studies (Csis) un think tank di Washington, che include tra i suoi consiglieri Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, la dipendenza di Pechino dal Golfo potrebbe spingerla a sviluppare legami politici e militari più stretti con paesi come l'Iran e l'Iraq. «Loro hanno interessi diversi dai nostri nell'area. Che vantaggio ricaviamo dall'avere un altro concorrente nel Golfo Persico?» (2). Una domanda che deve aver riecheggiato più volte negli ultimi mesi fra Pentagono e Casa Bianca.
La relativa debolezza della Cina in Asia davanti alla supremazia globale americana e alla sua accelerazione strategica verso Oriente sarebbe stata riconosciuta dallo stesso segretario del partito, Hu Jintao, nel corso di una riunione riservata e ristretta dei vertici, tenutasi di recente (3). Hu argomentava in quella occasione che il potere Usa e l'importanza che gli Stati Uniti rivestono per lo sviluppo cinese richiedono da parte della Cina un atteggiamento flessibile e accomodante per mantenere in equilibrio i rapporti. Considerazione tanto più amara, in quanto si doveva riconoscere che da qualche tempo gli Usa «hanno aumentato la loro presenza militare nella regione dell'Asia Pacifico, rafforzato l'alleanza militare con il Giappone, accresciuto la cooperazione strategica con l'India, migliorato le relazioni con il Vietnam, ripreso il controllo del Pakistan, stabilito un governo amico in Afganistan, aumentata la vendita di armi a Taiwan. Hanno dunque esteso avamposti e collocato punti di pressione su di noi a Est, Sud e Ovest. Tutto ciò costituisce un grande cambiamento nel nostro scenario geopolitico».
Elenco inquietante, e comunque incompleto. Manca, infatti, il ritiro dal Trattato Abm contro i missili balistici, annunciato da George Bush nel dicembre del 2001, quando le macerie del World Trade Center erano ancora calde e la grande coalizione anti-terrorismo riunitasi intorno agli Stati Uniti dopo l'11 settembre non si era ancora sfaldata. È dopo questo strappo che si intensificano i test americani per sperimentare il sistema di difesa antimissilistica Nmd, il cosiddetto `scudo spaziale', che nelle intenzioni di Washington dovrebbe essere esteso anche al Giappone e probabilmente a Taiwan, nel momento in cui le relazioni con la Repubblica popolare cinese dovessero prendere una brutta piega. Dalla lista della leadership cinese manca anche il discorso sull'«asse del male», pronunciato da Bush nel gennaio del 2002, che indicava Iraq, Iran, Corea del Nord e i loro alleati come nemici primari da combattere. Come pure non si trova nell'elenco la Nuclear Posture Review, consegnata dal pentagono al Congresso nel marzo 2002, nella quale Cina e Russia vengono identificate come potenziali obiettivi di attacchi nucleari limitati. E ugualmente assente è il National Defense Report diffuso nell'agosto del 2002, che indica la Cina come il prossimo nemico.
Un vecchio ritornello, per la verità. La data fatidica indicata da più di un documento dell'amministrazione Usa è il 2015, anno in cui il nuovo, vero antagonista della potenza americana avrà preso compiutamente forma. Qualcuno si è spinto persino oltre. Nel documento Asia 2025 stilato da un gruppo di accademici e funzionari della difesa, attivi e in pensione, si danno una serie di scenari in cui la Cina viene ipotizzata forte e stabile o debole e instabile (4). Non c'è scampo: in tutti i casi sarà sempre una minaccia.
Tuttavia è soprattutto al Pentagono che un nutrito gruppo lavora oggi alacremente per tracciare un identikit del prossimo military competitor che somiglia sempre più alla Cina. Il gruppo si concentra intorno a Donald Rumsfeld e al suo vice Paul Wolfowitz, ma ha nel sottosegretario per il Controllo degli armamenti, John Bolton, un'appendice forte al dipartimento di Stato. A questa cricca di falchi fa riferimento il Blue Team, una rete informale di duri fortemente anti-Cina e pro Taiwan, sparsi tra il Congresso, i think tank di destra e i media. Un certo numero di questi fa parte dell'Us Security Review Commission, organismo incaricato ufficialmente di monitorare le relazioni tra i due paesi, che nel 2002 ha presentato il suo primo rapporto al Congresso. A mo' di introduzione vi si legge che «I due paesi hanno una visione del mondo nettamente contrastante, interessi geo-strategici in competizione, sistemi politici opposti». E più oltre: «Molti credono che una Cina più prosperosa sarà una nazione più pacifica, soprattutto se sarà pienamente integrata nelle economie del Pacifico e del mondo. Ma queste sono ipotesi, e molti autorevoli esperti sono convinti che certi aspetti della nostra politica di impegno sono stati un errore. Argomentano che la Rpc deve fronteggiare enormi problemi sociali ed economici, che i suoi leader sono intrattabilmente antidemocratici, che essi sono ostili agli Usa e a un loro ruolo di preminenza in Asia, e che noi stiamo rafforzando un paese che potrebbe costituire per noi una sfida, economicamente, politicamente e militarmente» (5).
Quale sia il punto di vista che gli autori del Rapporto abbracciano, diventa chiaro nelle raccomandazioni suggerite al Congresso, tutte in direzione del «congagement», orribile neologismo che mescola containement ed engagement, coniato da chi propende per il primo e tuttavia non lo vuole dare a intendere.
La Strategia della sicurezza nazionale, annunciata da Bush al mondo nel settembre 2002, fornisce infine l'ordito adatto a dar forma alle trame enunciate sopra. La teorizzazione della guerra preventiva per impedire il concretizzarsi di ogni minaccia potenziale e la nascita di una potenza più forte di quella americana è l'anello mancante alla catena che si va stringendo intorno alla Cina.
A questo quadro, l'articolo pubblicato dal «Quotidiano del popolo» il 20 marzo scorso dal titolo La scelta della diplomazia strategica della Cina, dà una risposta che rivela il filo di rasoio su cui la leadership cinese ha deciso di muoversi. Partendo dalla constatazione che gli Stati Uniti «dicono di percorrere un sentiero, ma in realtà si muovono segretamente lungo un altro», e cioè stanno usando la lotta al terrorismo per attuare una strategia che ha come fine la loro supremazia, «è importante esercitare l'arte di mantenere la giusta distanza e correttezza» nei rapporti con loro. La partita si gioca nei 17 anni che mancano da qui al 2020, data stabilita dal Partito comunista come orizzonte entro il quale raggiungere uno sviluppo economico che porti a una società del benessere diffusa. Nel frattempo gli Stati Uniti faranno di tutto per non far avverare la `profezia' del 2015. Per la Cina sarà fondamentale difendere e proteggere tutte le opportunità strategiche che si apriranno in questo periodo. A tal proposito, meglio essere realisti sui rapporti di forza, scrive l'anonimo articolista: «l'interdipendenza economica tra Cina e Stati Uniti non è reciproca». La Cina ha molto più bisogno «del mercato, dei capitali, della tecnologia americana». La Cina «è un grande paese debole», «non è un grande potere diplomatico e politico, ma solo un paese in via di sviluppo. Questa è la nostra posizione chiaramente definita».
Alla quale può aggiungersi quanto scritto nella premessa al Documento sulla Difesa nazionale della Cina (pubblicato in inglese dal settimanale «Beijing Review» del 2 gennaio 2003): «Una Cina in sviluppo ha bisogno di una situazione internazionale pacifica e di un clima favorevole ai suoi confini; e il suo sviluppo darà un contributo ancor più grande alla pace mondiale e al progresso umano. La Cina segue incessantemente la strada dello sviluppo pacifico, persegue una politica estera indipendente di pace e attua una difesa di politica nazionale per sua natura difensiva».
Ma qualcuno potrebbe ricordare oggi alla Cina il suo `strappo' originario. Quell'invasione del Vietnam nel 1978, motivata, tra l'altro, anche con il desiderio di stabilire nuovi rapporti con gli Stati Uniti. Come ha scritto il politologo Wang Hui su questa «Rivista del manifesto» (marzo 2001) «L'invasione fu offerta come regalo politico a Washington, e divenne il biglietto d'ingresso per la Cina nel sistema mondiale. Qui la violenza fu la precondizione di un nuovo ordine economico». E la violenza sembra essere oggi la condizione del suo mantenimento.
note:
1 Tang Shiping, Cao Xiaoyang, The False Triangle, in «Heartland», 2/2002 dedicato a The Chinese way.
2 Robert Dreyfuss, The Thirty Year Itch, «Mother Jones», 1 marzo 2003.
3 Robert Sutter, China's Rise in Asia: Us concerns, sito www.atimes.com.
4 John Gersham, We have seen the Enemy and it's China, Foreign Policy in «Focus», giugno 2001.
Il testo completo del rapporto si trova all'indirizzo www.uscc.gov.