numero  38  aprile 2003 Sommario

La Francia contro la guerra

L'UNION SACRÉE
Alexandre Bilous  

Il 21 marzo, allo scoppio della guerra in Iraq, un sondaggio accreditava al presidente della Repubblica Jacques Chirac un `indice di gradimento' mai raggiunto da nessuno dei suoi predecessori: l'87% dei francesi si dichiarava d'accordo con la politica da lui condotta rispetto all'Iraq e agli Stati Uniti. Una percentuale stupefacente, che mostra come per la prima volta in Francia si sia prodotto un consenso così largo, se non una quasi unanimità, su un tema fondamentale (la pace o la guerra, il diritto o la forza) e complesso (le importanti trasformazioni delle relazioni e delle istituzioni internazionali attualmente in corso).
Prima di tentare di capire le ragioni di questo fenomeno, rivolgiamo l'attenzione ai pochi partigiani della guerra e alle ragioni da loro sostenute.
I guerrafondai Sono palesemente poco numerosi, solo alcuni individui. Tra i più conosciuti, tre intellettuali (già a favore della guerra durante i conflitti che hanno recentemente colpito il pianeta - Golfo 1991, Kosovo, Afghanistan) hanno di nuovo attirato l'attenzione pubblica. André Glucksmann (`nuovo filosofo'), Pascal Bruckner (scrittore) e Romain Goupil (cineasta) hanno pubblicato su «Le Monde» del 10 marzo scorso, un articolo intitolato Saddam se ne deve andare con le buone o con le cattive, in cui si schieravano a fianco degli Stati Uniti in nome della guerra umanitaria («Saddam è peggio di Milosevic»). Questa posizione viene ripresa a sinistra da gente come Bernard Kouchner (primo French Doctor (1), ex ministro di Lionel Jospin e amministratore dell'Onu in Kosovo), che così sostiene fino in fondo la politica di cui si dice inventore, «il diritto di ingerenza umanitaria». Essa si presenta per quello che è: il diritto, se non l'esigenza, di fare la guerra in nome dei principi `umanitari' (va' a sapere che vuol dire!) a dispetto del diritto internazionale. Come dice un altro militante umanitario, Jacky Mamou (ex presidente di Médecins du monde), «i programmi delle grandi potenze o dell'Onu non sono gli stessi degli umanitari. Per motivi pessimi [il petrolio, la super potenza, ecc. (NdA)] possono esserci interventi che rispondano alle richieste di aiuto delle popolazioni martirizzate» (2).
Qualcuno, a destra, si è dissociato dalla politica di Chirac. Innanzitutto Alain Madelin ex presidente di Démocratie Libérale, che oggi ha aderito all'Union pour un Mouvement populaire (Ump), la coalizione creata da Alain Juppé. È uno dei francesi più filo-americani e condivide l'analisi dell'amministrazione Bush. Altre voci, intorno a Pierre Lellouche (Ump, ex Rpr), si dichiarano «solidali con il presidente della Repubblica», pur essendosi opposte alla «intransigenza» della Francia e in particolare al diritto di veto.
Tutte queste posizioni sono però marginali, anche se altri, all'interno della destra o della sinistra, temono senza gridarlo troppo forte un raffreddamento delle relazioni con gli Stati Uniti e un indebolimento dell'asse atlantico. Ma, nel complesso, gli uomini e le forze politiche condividono quella che è ormai diventata la posizione della Francia.
Perché questa unanimità?
Vi concorrono diversi fattori.
1. Prima di tutto il ruolo del presidente Chirac, il suo comportamento e la sua politica. Liberato dalla coabitazione con i socialisti, intraprende la strada del gaullismo senza timore di contestazioni, una strada che si credeva scomparsa, sparita dietro le spinte liberali di questi ultimi decenni. Come quando il gaullismo trionfava, la Francia si sente in dovere di svolgere un ruolo di primo piano nelle relazioni internazionali. Il capo dello Stato ne è tanto più convinto, perché la caduta del muro di Berlino ha lasciato un'unica forza dominante a cui bisogna opporre una visione multilaterale del mondo. A cominciare dall'Europa. Quest'ultima, indebolita dalle proprie divisioni, ha ugualmente ritrovato il suo vecchio asse strutturante, la coppia franco-tedesca a cui Chirac, come Schröder, vuole far svolgere un ruolo determinante dopo il conflitto iracheno. Anche a costo di costruire un'Europa a più velocità, come il presidente francese aveva fatto poco diplomaticamente sapere ai paesi candidati all'ingresso nell'Unione europea. Durante la riunione di Bruxelles il 21 marzo, la Francia, la Germania, il Belgio e il Lussemburgo hanno deciso di organizzare un vertice sulla difesa per il 20 aprile. Il progetto è quello di «costituire l'embrione di un forte nucleo europeo di difesa», secondo le parole di Louis Michel, il ministro degli Affari esteri belga.
2. Il mondo multipolare che Chirac colloca nell'ambito di una rinnovata globalizzazione, se non di un'altra globalizzazione, come aveva sottolineato a Johannesburg. Di qui l'importanza di quel che è successo all'Onu e in particolare all'interno del Consiglio di sicurezza. Seppure temporaneamente, la Francia ha ritrovato un rapporto importante con le forze, su cui lo stesso De Gaulle sperava di appoggiarsi: la Russia e la Cina. Inoltre ha reiterato la propria politica di sostegno ai paesi arabi (anche al di là delle ragioni legate al petrolio). Ed è tornata a essere il portabandiera di una serie di popoli del Terzo mondo che si rendono conto che è possibile opporsi all'onnipotenza statunitense.
3. L'opinione pubblica francese condivide gli stessi sentimenti di tutte le opinioni pubbliche del mondo, o quasi. Si oppone alla guerra. Ha trovato il proprio ambasciatore in Chirac, che è stato capace di farsi portavoce di questa opposizione al conflitto. Ha intrapreso una battaglia diplomatica contro gli Usa, che tutto il mondo riteneva persa in partenza perché considerata come una sorta di pantomima, fatta di bravate e millanterie, semplice preludio a una capitolazione davanti ai dirigenti statunitensi. E in un certo senso l'ha vinta. Il governo americano e i suoi pochi alleati non sono mai stati tanto isolati come in questa operazione bellica ad alto rischio. E Jacques Chirac non si ferma a metà strada. Per il dopoguerra si è già pronunciato, concorde con la Russia, contro una risoluzione dell'Onu che accordi la gestione dell'Iraq, anche provvisoria, alle forze di invasione.
4. I tanti movimenti di pensiero, le comunità, le culture che formano la Francia, si ritrovano in sintonia per la prima volta dopo tanto tempo.
Alcuni temono le conseguenze del conflitto iracheno in Francia e soprattutto una contrapposizione o degli scontri tra religioni. Curiosamente, il Crif (Comitato rappresentativo delle istituzioni ebraiche) non si è questa volta allineato sulle posizioni di Sharon e non si è pronunciato in favore della guerra. Ha preso una posizione di totale neutralità («su tale questione il Crif non prende posizione. Essa riguarda ogni cittadino francese, qualsiasi siano le sue origini: ognuno reagisce secondo la propria coscienza»).
Per prevenire i conflitti `interreligiosi' il gran rabbino di Francia, il cardinale arcivescovo di Parigi e il rettore della Moschea di Parigi hanno firmato il 21 marzo un comune appello «alla calma e al rispetto di ognuno nel difficile quadro internazionale».
5. Il padronato.
Durante una conferenza stampa indetta lo scorso 18 marzo, il presidente del Medef, Ernest Antoine Seillière, ha dato il «sostegno delle imprese» al presidente della Repubblica:
Gli imprenditori sono d'accordo con l'opinione pubblica francese. Si collocano nel movimento generale e piuttosto unanime che sostiene il comportamento del governo. La diplomazia e gli aspetti geopolitici hanno prevalso. […] Le conseguenze di una tensione tra gli Stati Uniti e la Francia sull'economia francese non rientrano tra le preoccupazioni degli imprenditori. In linea generale, gli imprenditori ritengono che la profondità delle relazioni tra le due comunità di affari e la divisione dell'opinione pubblica negli Stati Uniti siano tali che oggi nessuno è in grado di individuare pericoli o minacce americane nella relazione dei nostri due paesi.
Il partito socialista è cambiato?
Anche la sinistra ha dimostrato grande unità di posizioni, prima sulle minacce di guerra e poi sull'inizio del conflitto; e, dalla sinistra moderata all'estrema sinistra, si è trovata d'accordo con l'opinione pubblica. Ha semmai insistito, all'inizio delle manovre diplomatiche, perché Chirac usasse il proprio diritto di veto.
I socialisti si sono ritrovati alle manifestazioni. Il 15 febbraio, prima della manifestazione, un'assemblea del Ps si è riunita per preparare il congresso del partito, che si terrà nel maggio prossimo a Dijon. I delegati hanno scelto 5 mozioni da sottoporre al voto dei congressisti (e ai loro emendamenti). Ma, leggendo attentamente queste 5 mozioni, non vi si trova nessun riferimento alla preparazione della guerra, all'Iraq e alla politica bellicista degli Stati Uniti (la corrente di sinistra `Nuovo mondo' parla del rischio di guerra come di un semplice elemento nel contesto generale).
Allo stesso modo nessuna mozione affronta la questione israelo-palestinese (il Ps è diviso su questo argomento, ma i dirigenti principali sono più che altro pro-israeliani).
Di fatto, i promotori di queste mozioni sono in un certo senso indietro di una guerra. L'argomento principale di preoccupazione internazionale è il problema della globalizzazione, tale quale era stato posto a Porto Alegre o a Firenze. E il grande dibattito in preparazione si sarebbe svolto tra quelli a favore di un miglioramento delle regole attuali del Wto e quelli che si schierano dalla parte dei new global.
Ci sarà dibattito su questi temi al prossimo congresso?


note:
1  L'espressione French Doctor è comunemente usata in Francia, come in Inghilterra, per indicare i medici militanti, impegnati nelle missioni umanitarie. Bernard Kouchner, giovane comunista, nel 1968 partecipò a una iniziativa di soccorso in Biafra, dando vita ad un'esperienza, da cui nacque Médecins du monde.
2  Citato in «Le Monde», del 20 marzo 2003. (traduzione di Paolina Baruchello)


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