L'ultima carta dell'Onu
ASSEMBLEA GENERALE
Isidoro D. Mortellaro
Eora? Ora, che ogni velo è stato strappato, è già tutto compiuto? Per molti non resterebbe ormai che lasciar campo e parola alle armi. Per chi, per definizione e scelta, decide di lottare disarmato, non resterebbe altro spazio, sul piano internazionale, se non per una generale, e generica, azione di protesta o per le iniziative via via suggerite, e inevitabilmente circoscritte, nei vari paesi, dalle particolari scelte nazionali o dai rapporti intessuti da Stati e governi nei confronti degli Usa. Converrebbe magari rassegnarsi, provando ad augurare, per paradosso e beffa estremi, il più eclatante e rapido successo ai nuovi, non più solo celesti Blitzkrieg. Le `stelle e strisce' accese nei cieli di Baghdad farebbero così pochi morti e feriti: intanto, tra i civili e i militari condannati o inviati al macello. C'è chi invece si aspetta o si augura una guerra lunga e tortuosa. Magari per salvare in extremis altri, anch'essi colpiti a morte dall'iniziativa di Bush. Qualcosa o qualcuno - l'Onu? la Nato? l'Europa? - potrebbe forse esser recuperato a nuova vita, per quanto debilitata e virtuale. Si rientrerebbe più o meno velocemente nella normalità, magari affidando a istituzioni sovranazionali sempre più esauste peace-keeping ancor più arrischiati e delegittimanti. Chissà? Si potrebbe magari far posto anche al figliol prodigo di Terra di Francia. Non si dichiara forse già aperto e disponibile a partecipare alle future operazioni di riassetto e ricostruzione di Iraq e Medio Oriente?
Illusioni pericolose. Calcoli e disegni di retroguardia, di chi non ha ancora pesato appieno tutto l'urto devastante dell'iniziativa americana e si ostina a guardare il mondo con le lenti di ieri. Di chi pensa che - in forza di armi e potenza - l'iniziativa in questo mondo appartenga ancora solo e soltanto all'unica super- o iper-potenza. E vi si acconcia. Dimentico, però, di quello che il 15 febbraio si è rivelato, innanzitutto a chi, come il «New York Times», inquieto e turbato, scrutava nelle macerie già allora accumulate dai bombardamenti preventivi di Bush II e dei suoi Vulcans. Vi è un'altra superpotenza con cui fare i conti, quella del movimento pacifista, di opposizione alla guerra. E questa può oggi allargare la sua azione, se riesce a irrobustire il no al massacro di uomini e regole con un'iniziativa mirata, capace di riguadagnare il terreno delle istituzioni, nazionali e sovranazionali, e di conquistare all'azione globale unità e obiettivi concreti.
In questo senso va la riflessione avviata proprio oltre Atlantico, intanto dal Center for Constitutional Rights diretto da Michael Ratner e Jules Lobel, ma poi già divenuta, nel tam tam globale di Internet e in diretta evoluzione rispetto al precipitare degli eventi, iniziativa politica, piattaforma, già tradotta in primi appelli e petizioni 1. Il punto di partenza è una risoluzione dell'Assemblea generale Onu - n. 377 del 1950, non a caso battezzata Uniting for Peace, Unità per la Pace 2 - utilizzata finora solo in dieci occasioni e generalmente trascurata e poco studiata. La sua storia affonda le radici ai primordi della guerra fredda, a quella Corea che già allora rischiò di avviare il mondo per fatali declinazioni. Allora, grazie anche alle circostanze eccezionali di una Unione Sovietica ritirata per protesta sull'Aventino a causa del seggio cinese in Consiglio di sicurezza affidato ancora a Chang Kai-shek, l'immaginifica fantasia del segretario di Stato americano, Dean Acheson, partorì una via d'uscita al possibile ricorso al veto da parte dell'Urss in seno al Consiglio di sicurezza. Approfittando di una assemblea compatta e coesa, circa 60 membri ben disposti all'influenza anglo-americana (attualmente l'Assemblea conta 191 membri), con la risoluzione 377 il 3 novembre 1950 si stabilì che, laddove il Consiglio di sicurezza, a causa della mancanza di unità dei suoi membri permanenti, avesse mancato al suo compito primario di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, si sarebbe fatto ricorso, in caso di crisi o di atti di aggressione, all'Assemblea generale. Su richiesta di almeno sette membri (oggi nove) del Consiglio di sicurezza o della maggioranza dei membri dell'Assemblea, questa si sarebbe riunita, in sessione anche straordinaria, nel giro di ventiquattro ore, per rivolgere ai membri dell'Onu e ai suoi organi le raccomandazioni più appropriate per l'assunzione di ogni misura utile - compreso l'uso della forza - a mantenere o ripristinare condizioni di pace o sicurezza internazionale. Successivamente, la risoluzione fu impugnata vittoriosamente, in Medio Oriente, nella crisi di Suez, proprio su iniziativa degli Usa. Piegò il possibile veto da parte di Francia e Inghilterra e ne determinò il ritiro dal Canale. La stessa Urss, che l'avrebbe subita più volte, dall'Ungheria all'Afghanistan, l'ha utilizzata nel 1967 rispetto alla crisi mediorientale. Altri ricorsi alle sue procedure (Libano,1958, Congo, 1960, Bangladesh, 1971, Namibia,1981, più volte per la Palestina) hanno avuto esiti più incerti e dubbi. In realtà, man mano che l'Assemblea generale è divenuta più fitta e complessa, le raccomandazioni via via partorite, nell'intento di conquistare la maggioranza dei voti in una platea sempre più frastagliata, si sono fatte più evanescenti, perdendo di incisività.
Oggi, a fronte della messa in mora del Consiglio di sicurezza e del ricorso unilaterale alla forza da parte di Bush, Blair e Aznar, il modello consegnato in quella risoluzione e le sue risorse, politiche e istituzionali, tornano straordinariamente utili per armare, a tutti i livelli, iniziative capaci di restituire all'Onu un potere che erroneamente si ritiene bloccato una volta e per tutte dal veto dei grandi e soprattutto degli Usa. In questo senso vanno le petizioni - fin qui proposte a fronte della devastante iniziativa anglo-americana -, che possono ora essere elaborate soprattutto per bloccare l'attacco all'Iraq e indirizzare l'azione e le decisioni del Consiglio di sicurezza in altre direzioni. Innanzitutto nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite.
Oggi, occorre averlo chiaro, c'è un fatto nuovo che consegna a quella risoluzione una valenza e un raggio d'azione inusitati, assolutamente straordinari. Mai, nel mezzo secolo che è alle nostre spalle, quella risoluzione ha potuto divenire espressione di una soggettività così spiccata, ampia e globale quale quella venuta alla luce negli ultimi anni, da Seattle, passando per Genova e Firenze, fino al 15 febbraio e oltre. Oggi la «seconda superpotenza» può impugnare la `377' e farne l'`arma' - pacifica per eccellenza - di una battaglia che circolarmente mette in comunicazione, stringe e unifica piazze, Parlamenti e agorà sovranazionali - istituzionali o virtuali - divenendo volta a volta, nelle mani di movimenti, partiti o Stati, petizione, mozione parlamentare, risoluzione, a livello nazionale e internazionale. Un ponte nuovo potrebbe mettere in comunicazione movimenti e Onu. Poggerebbe sui pilastri delle varie Costituzioni democratiche che attorno al ripudio della guerra hanno caratterizzato, nel secondo dopoguerra del Novecento, l'apertura di tanti paesi al mondo. Contribuirebbe a difendere meglio quelle Carte, a restituirle a nuova vita e valore, proiettandole ben oltre i confini nazionali entro cui sono state - tante, troppe volte: già nel Golfo o per il Kosovo - compresse e financo negate.
In barba a ogni proclama, Bush in realtà non ha inventato nulla per fronteggiare sfide e tempi nuovi. Sta aprendo, è vero, una pagina inedita della storia e del mondo. Attiva i mezzi terribili oggi offerti dalla scienza piegata alla guerra. Soprattutto attinge a una vecchia storia forzandola a nuovi confini. Thinking the unthinkable: pensa l'impensabile. Sceglie una forma di guerra - la guerra preventiva - già altre volta offerta ai suoi predecessori.
All'indomani di Hiroshima e Nagasaki, Truman oppose un secco rifiuto a chi lo tentava all'uso preventivo dell'atomica contro l'Urss, in procinto anch'essa di conquistare l'arma finale. Primo, di molti presidenti americani tentati al passo fatale, obiettò che ci si sarebbe avventurati per una strada rovinosa per l'intero sistema internazionale, ma soprattutto per la democrazia americana. Per quel sentiero comunque nefasto si è avviato Bush, circondato da uomini finora sempre trattenuti o sconfitti nelle prospezioni delle loro apocalittiche utopie. Per contrastarlo, bisogna saper reinterrogare le risorse profonde di una lunga battaglia democratica. Ma sapendo volgerle a una utilizzazione e per orizzonti nuovi, adeguati ai soggetti e agli scenari partoriti da questo passaggio di millennio. Anche da questo versante bisogna osare quel che finora appariva impensabile: praticare compiutamente politica e istituzioni globali, per raffrenare, vincere ciò che fin qui sembrava intoccabile, irrefrenabile.
note:
1 Cfr. http:// www.ccr-ny.org. In Italia ne ha già parlato «Liberazione» (16 marzo 2003) traducendo dall'«Independent» un articolo di R. Fisk, Quella vecchia misura Onu utile a fermare la guerra.
Se ne può leggere qui di seguito un estratto.
Della Risoluzione N. 377, votata dall'Assemblea generale il 3 novembre 1950, riproduciamo il dispositivo fondamentale, omettendo le parti più strettamente procedurali.
N. 377 (V). Unirsi per la pace
l'assemblea generale,
riconoscendo che i primi due scopi stabiliti dalle Nazioni Unite sono:
«Mantenere la pace e la sicurezza internazionale e, a tal fine: adottare efficaci misure collettive per prevenire ed eliminare le minacce alla pace e per reprimere atti di aggressione o altre violazioni della pace; e portare a termine mediante mezzi pacifici, e in conformità con i principi della giustizia e della legge internazionale, la regolazione e la risoluzione delle controversie internazionali o delle situazioni che potrebbero portare alla rottura della pace»,
e
«Sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni, basate sul rispetto del principio di parità dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli, e adottare altre misure adeguate per il rafforzamento della pace universale»,
ribadendo che è dovere fondamentale di tutti i Membri delle Nazioni Unite, se coinvolti in una controversia internazionale, perseguire la risoluzione di tale controversia con mezzi pacifici mediante le procedure indicate nel Capitolo VI della Carta, e ricordando i successi ottenuti dalle Nazioni Unite a tale riguardo in alcune precedenti occasioni,
[…]
richiamando la propria Risoluzione 290 (IV) intitolata Punti essenziali per la pace, in cui si afferma che l'inosservanza dei principi della Carta delle Nazioni Unite è la prima causa della persistenza della tensione internazionale, e volendo dare ulteriori contributi agli obiettivi di quella risoluzione,
[…]
consapevole che il fallimento del Consiglio di sicurezza nell'adempiere le proprie responsabilità nell'aiuto a tutti gli Stati membri, in particolare le responsabilità richiamate nei precedenti paragrafi [il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali (NdRM)], non esonera gli Stati membri dai loro obblighi né le Nazioni Unite dalla loro responsabilità nel mantenere la pace e la sicurezza internazionali,
[…]
riconoscendo in particolare che tali fallimenti non esonerano l'Assemblea generale dalle sue responsabilità di fronte al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali,
A.
1 . Stabilisce che, se il Consiglio di sicurezza, in mancanza di unanimità dei membri permanenti, non dovesse adempiere al suo compito primario di mantenere la pace e la sicurezza internazionali, qualora si profilasse una qualsiasi minaccia per la pace, violazione della pace o atto di aggressione, l'Assemblea generale dovrà occuparsi immediatamente della questione e indirizzare le opportune raccomandazioni ai Membri per deliberare misure collettive da adottare, incluso, se necessario, nel caso di una violazione della pace o di atti di aggressione, l'uso di forze armate, per mantenere o ripristinare la pace e la sicurezza internazionali. Se in quel momento non fosse riunita in sessione ordinaria, l'Assemblea generale può essere convocata in sessione straordinaria di emergenza entro ventiquattro ore dalla presentazione della richiesta. Tale sessione straordinaria di emergenza potrà essere convocata su richiesta del Consiglio di sicurezza con il voto di ciascuno dei sette membri, o dalla maggioranza dei membri delle Nazioni Unite;
[…]