numero  37  marzo 2003 Sommario

Problemi teorici della sinistra

IL CAPITALE NON È UN MOLOCH
Luigi Cavallaro, Giovanni Mazzetti  

1.Chi si è formato culturalmente negli anni cinquanta e sessanta ricorda bene che la continua crescita della middle class americana era la bandiera che i conservatori di tutto il mondo sventolavano contro il marxismo ortodosso e la sua ‘profezia’ sulla miseria crescente delle classi lavoratrici. La rappresentazione ideologica che si ricollegava all’immagine canonica della famiglia Usa (quella che abitava in un alloggio decoroso, era proprietaria di un’auto, disponeva di frigorifero, lavatrice e Tv, faceva studiare i propri figli al college, ecc.) suggeriva, infatti, che il capitalismo aveva definitivamente risolto il problema della riunificazione della forza-lavoro con le condizioni della sua ‘normale’ esistenza, senza che ciò intaccasse l’egemonia proprietaria del capitale stesso.
Quarant’anni dopo, almeno a giudicare dall’interrogativo – o meglio, dalla constatazione – con cui si apre For Richer, un lungo articolo di Paul Krugman apparso sul magazine domenicale del «New York Times» del 20 ottobre scorso, quella bandiera deve essere diventata piuttosto logora: Krugman, infatti, ha detto né più e né meno che la classe media del suo paese sta scomparendo. E lo ha fatto con una perentorietà e con un supporto di dati talmente imponente da suscitare un vivace dibattito negli Stati Uniti, alle prese, peraltro, con una stagnazione che ha fatto precipitare rapidamente le aspettative di quanti avevano creduto che l’avvento della new economy annunciasse un’era di progresso senza limiti.
La prima parte della tesi di Krugman è abbastanza semplice. L’America degli anni cinquanta e sessanta – egli scrive – era una middle class society, sia nella realtà che nella comune percezione. Le grandi ineguaglianze di reddito e ricchezza della Gilded Age, l’‘età dorata’ degli anni venti, erano scomparse. C’era certamente la povertà, ma l’opinione comune del tempo la considerava come un problema sociale piuttosto che un problema economico. C’erano certamente alcuni ricchi uomini d’affari e taluni ereditieri che vivevano di gran lunga meglio dell’americano medio, ma non erano diventati ricchi alla maniera dei robber barons che avevano costruito le grandi dimore di North Shore, il quartiere newyorchese dove l’adolescente Krugman amava recarsi nelle sue escursioni giovanili: «I giorni in cui i plutocrati erano, economicamente o politicamente, una forza se paragonati al resto della società americana sembravano appartenere ad un lontano passato».
Oggi invece, prosegue Krugman, sembriamo ritornati indietro alla folle e squilibrata Gilded Age. Fra il 1979 e il 1997 il reddito al netto delle tasse dell’1% più ricco della popolazione è aumentato del 157%, contro il 10% della classe media. I salari medi reali (su base 1998) sono passati dai 32.522 dollari annui del 1970 ai 35.864 del 1999, con un incremento complessivo del 10%, pari ad appena lo 0,5% annuo. Un miglioramento ridicolo se paragonato all’avanzamento del reddito dei primi cento manager Usa: questi, nel 1970, guadagnavano in media 1,3 milioni di dollari l’anno, circa 39 volte lo stipendio medio, mentre nel 1999 hanno guadagnato 37,5 milioni di dollari, oltre mille volte lo stipendio medio, godendo di un incremento del 1.400% l’anno. I dati del censimento americano mostrano, inoltre, che una quota crescente del reddito va nelle tasche del 20% più ricco della popolazione e, all’interno di quel 20%, al 5% dei super-ricchi, l’1% dei quali intasca il 16% del reddito totale al lordo delle tasse (il 14% al netto). Detto altrimenti, le 13.000 famiglie Usa più ricche percepiscono lo stesso reddito dei 20 milioni di nuclei familiari più poveri, un reddito che è circa 300 volte superiore a quello delle famiglie medie, e ben 1.550 volte superiore di quello del 20% più povero. Facendo il confronto con un’altra epoca di ‘greed’, ossia di avidità, e di edonismo, vale a dire il periodo reaganiano, Krugman sottolinea che oggi la situazione è di gran lunga peggiore.
Ci sarebbe da dire, in verità, che – come testimoniato dalle ricerche svolte in quegli anni da M. Harrington e G. Kolko – nemmeno negli anni sessanta la situazione della middle class americana era così rosea come Krugman ce la racconta. Ma indubbiamente è vero che, a quel tempo, il vento del cambiamento aveva cominciato a spirare forte anche negli Usa, modificando profondamente i rapporti sociali: ne è conferma proprio il fatto che, nonostante il proclama johnsoniano della ‘guerra alla povertà’ si dovesse di lì a poco risolvere in un colossale aborto e il reaganismo dovesse intraprendere, a partire dagli anni ottanta, un’opera di sistematica demolizione dei cambiamenti che avevano avuto luogo, ci sono voluti più di vent’anni per portare il frutto del regresso a piena maturazione.
Il punto che ci interessa, però, è un altro. Se si pone mente al fatto che, pur se in forme meno vistose, questa tendenza alla redistribuzione regressiva del reddito emerge anche dalle statistiche europee (che la fascia media della popolazione italiana sia a rischio povertà è stato sottolineato, per esempio, dall’ultimo rapporto Eurispes, presentato il 31 gennaio scorso), ci rendiamo subito conto di come la vicenda che Krugman racconta ci tocchi assai da vicino. A quale problema generale ci rimanda, allora, la ‘scomparsa della classe media’, di cui egli ci invita a prendere drammaticamente atto?
2. Rispondere a questa domanda è tanto più necessario ove si consideri che, nell’articolo di Krugman, si parla indiscutibilmente dei cambiamenti intervenuti negli Stati Uniti a partire dal New Deal rooseveltiano, ma in un’ottica che non si interroga su quello spazio alternativo che rinvia alla libertà umana e ai suoi eventuali svolgimenti contraddittori. Nonostante egli ricordi che, negli anni trenta, i sindacati americani riuscirono a modificare le dinamiche economiche e gli equilibri politici fino ad allora vigenti (ottenendo le libertà sindacali, i contratti collettivi di lavoro, alcune politiche attive di sostegno dell’occupazione, sussidi e aiuti alimentari ai nuclei familiari privi di reddito, contributi per le abitazioni e, nel 1935, financo il Social Security Act, vale a dire un embrionale impianto di assicurazione obbligatoria contro i rischi di invalidità, vecchiaia e morte, rimasto fino ai nostri giorni uno degli assi portanti della politica sociale a stelle e strisce), si tace poi nell’articolo del motivo per cui l’antagonismo dei lavoratori non è stato in grado di interagire con gli ulteriori cambiamenti indotti da una prassi sociale che poggiava su quelle stesse conquiste. Detto altrimenti, nell’articolo di Krugman, non diversamente da quanto si legge in molte analisi prodotte in casa nostra, la storia sembra dominata da un soggetto – il capitale, di cui i ‘richers’ non sono che la personificazione – che dà e toglie la libertà a suo piacimento, così dimenticandosi che (non ‘la’, ma) le libertà, nelle diverse forme in cui storicamente compaiono, prendono corpo sempre all’interno di una prassi collettiva, che esprime il livello raggiunto dalla società tutta nel controllo delle proprie condizioni riproduttive o, se si vuole, il grado di emancipazione degli individui dal ‘bisogno’ inteso come pura necessità esteriore.
Un chiaro indizio di questo limite analitico si ha allorché si ponga mente al ‘soggetto’ della narrazione di Krugman, vale a dire la ‘classe media’. Da dove essa sia venuta fuori, davvero, non si capisce. Se si definisce l’appartenenza di classe in relazione al possesso dei mezzi di produzione, non ci vorrà molto a constatare che, sulla base del modo di produzione capitalistico, v’è spazio logico solo per due classi – borghesia e proletariato. E benché Marx avesse suggerito, nei manoscritti del 1861-63, che l’aumento del sovrappiù indotto dalla crescita della produttività del lavoro sociale avrebbe provocato «il continuo accrescimento delle classi medie che si trovano nel mezzo fra workmen da una parte, capitalista e landlord dall’altra», è evidente che, nel suo modello teorico, l’espansione delle classi medie trova un limite nell’assoggettamento del processo produttivo al fine della valorizzazione del capitale: le classi medie sono capitalisticamente improduttive e pensare che il loro aumento possa ritenersi coerente con l’accumulazione del capitale equivale, per Marx, a cadere nell’errore compiuto a suo tempo da Malthus. Tant’è che, nella più matura versione del primo libro del Capitale (1867), più che all’espansione delle classi medie Marx fece riferimento all’aumento della «classe dei servitori», con ciò chiarendo che, sulla base del modo di produzione capitalistico, la possibilità di impiegare improduttivamente parte della popolazione lavoratrice è limitata dalla parte di sovrappiù che la classe borghese può destinare a fini di consumo.
Per poter parlare di ‘classe media’, cioè di una ‘classe’ che, diversamente dai menial servants, riesce a sottrarsi alle alterne vicende dell’accumulazione del capitale e a garantire a sé e ai propri discendenti un livello crescente di consumi (laddove i ‘servitori’ erano stati periodicamente trascinati nel baratro delle depressioni, ultima quella che, per la sua drammaticità, aveva meritato l’appellativo di ‘grande’), è dunque necessario ipotizzare che la società abbia ‘mediamente’ conquistato la capacità di sottrarsi alle crisi, acquisendo una forma di libertà dal bisogno superiore a quella esprimibile all’interno del modo di produzione capitalistico. Fuor di metafora, è necessario postulare un qualche mutamento della struttura del capitalismo, mutamento che non può non essersi riflettuto in nuovi rapporti di produzione e, in ultima analisi, di proprietà. Ma di tutto ciò non v’è traccia nella riflessione di Krugman: egli prende letteralmente per vera la rappresentazione ideologica che la società degli anni cinquanta e sessanta dava di se stessa, senza darsi pena di scavare più a fondo sulle condizioni che avevano reso possibile un aumento dei consumi medi così pronunciato da segnare di sé un’epoca – quella, appunto, della ‘società dei consumi’. L’unica possibilità di sciogliere il dilemma, allora, sta nel rendere esplicito ciò che, al suo ragionamento, è necessariamente presupposto.
3. Proviamo, dunque, a spiegarci. La riproduzione allargata del capitale è al centro della costruzione teorica keynesiana, anche se non del modo in cui la sinistra radicale ha a suo tempo recepito il keynesismo. Fin dal 1919, infatti, Keynes sottolinea che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico nel secolo XIX – quello sviluppo in virtù del quale l’iniziativa imprenditoriale era stata capace di assicurarsi un successo dopo l’altro sotto la spinta di abbondanti occasioni d’investimento, incessantemente ricreate da perfezionamenti tecnologici e dalla conquista di nuove sorgenti di sussistenze e di materie prime – dipendeva da una specialissima conformazione della «psicologia della società». Da un lato, le classi lavoratrici erano costrette, per impotenza o ignoranza, ad accettare una situazione per la quale potevano appropriarsi di una ben piccola parte della ‘torta’ che esse stesse, la natura e i capitalisti avevano cooperato a produrre; dall’altro, i capitalisti potevano trattare come propria la maggior parte di quella ‘torta’ alla condizione, però, che ne consumassero in consumi immediati una porzione assai piccola, dedicando la restante e maggior parte a quell’immensa accumulazione di capitale fisso che ebbe luogo durante il cinquantennio che precedette la Grande Guerra.
Negli inconsci recessi del suo essere, prosegue Keynes, la società sapeva ciò che faceva: la virtù del risparmio e la religione dell’accrescimento della ‘torta’ non erano che la conseguenza del fatto che, a quel tempo, la ricchezza prodotta era realmente piccola in proporzione agli appetiti del consumo e, se essa fosse stata ripartita equamente fra tutti, si sarebbero spartite solo delle briciole. La situazione cambia, tuttavia, allorché l’accumulazione del capitale fisso e lo sviluppo impressionante della produttività del lavoro che ne consegue, mettono per la prima volta la società di fronte alla possibilità che – come annota lo stesso Keynes dieci anni più tardi – il problema economico, vale a dire il problema della fame e della miseria, possa non essere più il problema permanente della razza umana. Nell’immediato, è bene sottolinearlo, questo mutamento genera solo un problema, anzi – come si esprime Keynes – una «nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica». Ma in prospettiva, l’emergere di questa malattia – che testimonia della sopravvenuta incapacità del capitale di esprimere in modo ‘socialmente produttivo’ quel potere di inibire il consumo esercitato per l’innanzi sui lavoratori – indica che l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico. «Il ‘problema economico’ – egli scrive nel 1931 –, il problema del bisogno e della miseria, non è che un terribile pasticcio, un pasticcio contingente e non necessario»: il mondo occidentale «dispone già delle risorse, ove sapesse creare l’organizzazione per utilizzarle», capaci di relegarlo «in una posizione di secondaria importanza».
Queste riflessioni di Keynes, oltre a ricordarci che oggi non è certo la prima volta che la società si trova innanzi a un problema strutturale relativo alla propria capacità di riprodursi, consentono, soprattutto, di comprendere la reale portata della ‘grande trasformazione’ vissuta dalle società avanzate negli anni cinquanta e sessanta, vale a dire in quegli anni che hanno visto l’organizzazione dello Stato dedicarsi attivamente a programmare e controllare il processo produttivo mediante politiche fiscali, monetarie, assistenziali, educative, ecc., oltre che essere titolare in prima persona, e talora in regime di monopolio, di imprese produttrici di beni e servizi (specie nei settori dell’energia e dei trasporti), mentre la disoccupazione scendeva quasi ovunque a tassi prossimi al 2,5% e le Costituzioni del dopoguerra sancivano solennemente il ‘diritto al lavoro’. Benché l’usuale rappresentazione dell’accaduto venga posta nei termini politicisti di un ‘patto sociale’ i cui termini di scambio sarebbero stati maggiormente favorevoli ai lavoratori, riteniamo radicalmente sbagliato risolvere il tutto in un mero travaso di potere, dalle forme già date, dal capitale ai salariati: al contrario, si è trattato di un vero e proprio rivoluzionamento nel modo di produrre e della creazione di nuove ‘forze produttive’.
È precisamente tra queste ultime che, debitamente sfrondata della sua parvenza ideologica, va inclusa la ‘classe media’ nostalgicamente evocata da Krugman; e per un motivo che, a questo punto, dovrebbe cominciare a chiarirsi. Marx ci insegna che il capitale è ossessionato dal bisogno di espandere continuamente la ricchezza umana, onde potersi riprodurre come valore che si valorizza. Questa ossessione della valorizzazione (che è l’altra faccia della forma astratta della ricchezza che in esso si esprime) svolge un ruolo positivo in quei contesti nei quali domina la penuria, appunto perché è coerente con la condizione di miseria dalla quale gli esseri umani non si sono ancora emancipati. Ma quando la miseria comincia a recedere, quando cioè gli esseri umani cominciano a mangiare con regolarità, non soffrono il freddo, non muoiono precocemente, ecc., l’‘astrattezza’ con cui il capitale si rapporta alla soddisfazione dei bisogni sociali gioca un brutto scherzo, perché impedisce di cogliere la complessità del processo in virtù del quale nuovi bisogni possono eventualmente generare nuovo lavoro.
Gli economisti, in genere, non hanno neppure una vaga idea di questa dimensione del problema, perché per loro l’offerta, qualsiasi offerta, incontra sempre la propria domanda. Il loro universo dei bisogni non è mai problematico: ritengono, in altre parole, che ‘di più’ equivalga sempre a ‘meglio’, immaginando così gli esseri umani come degli animali famelici, sempre pronti ad ingurgitare tutto, a prescindere dagli oggetti specifici nei quali si realizza la crescita quantitativa della loro ricchezza e dalle forme entro cui essa è prodotta. Viceversa, con un piglio e una determinazione che sconvolgono, Keynes richiama continuamente i suoi interlocutori a un fatto fondamentale, cioè alla possibilità che esistano bisogni sociali non esprimibili in forma di domanda monetaria, e al conseguente paradosso di lasciare inutilizzata una grande quantità di mezzi di produzione e di forza-lavoro, disponibile invece per soddisfarli, solo perché dal loro impiego non potrebbe scaturire alcun profitto. L’esortazione a socializzare in «una certa ampiezza» la produzione tramite l’intervento dello Stato si spiega, infatti, con il suo convincimento che solo così avrebbero potuto rendersi possibili quelle innovazioni nelle relazioni sociali che, accrescendo la capacità di consumo della società, avrebbero permesso l’emergere di quei nuovi bisogni – istruzione, sanità, sicurezza sociale, trasporti collettivi, tutela dell’ambiente – che il capitale, cresciuto al contrario sulla limitazione dei consumi in favore dell’accumulazione, non sapeva (perché non poteva) soddisfare.
È comune a molti apologeti dell’esistente (e, in verità, anche a molti ‘antagonisti’) sostenere che lo Stato sociale keynesiano non sarebbe stato che una ‘parentesi’, frutto di una particolarissima congiuntura in cui un certo assetto della tecnologia, una certa conformazione della classe lavoratrice e un certo equilibrio geopolitico si sarebbero combinati in un unicum storicamente irripetibile. Ma se si pone mente al nesso strettissimo che Marx ci ha spiegato sussistere fra bisogni, forme dell’attività produttiva e forme della proprietà, si comprende come sia impossibile sostenere che il ‘keynesismo’ abbia rappresentato una parentesi accidentale e, dunque, che non abbia ‘fatto epoca’. Al contrario, se il neoliberismo, che ha finito col prevalere negli ultimi venti anni, ha avuto come parola d’ordine centrale quella della privatizzazione, un qualche distacco da una situazione nella quale l’egemonia della proprietà privata era assoluta deve pur essere prima intervenuto. La crescente spesa pubblica deve essersi intrecciata con lo sviluppo di una forma di proprietà che, in qualche modo, andava al di là della pura e semplice riproduzione del rapporto privatistico proprio della produzione capitalistica: gli acquedotti comunali, le aziende elettriche municipali, gli ambulatori di quartiere, le scuole, i piccoli ospedali dei centri minori, le case popolari per le famiglie a basso reddito, le fabbriche salvate dagli interventi pubblici, i parchi e le spiagge di proprietà del demanio, ecc., erano, infatti, risorse appropriate alla collettività attraverso la mediazione di un’azione riproduttiva – quella statuale – che, proprio per la sua capacità di sottrarsi ai vincoli dell’accumulazione, si spingeva al di là dell’ambito nel quale il capitale aveva mostrato di sapersi muovere.
Le implicazioni di un simile rivolgimento strutturale furono colte ante litteram da T.H. Marshall, allorché, nelle sue celebri lezioni del 1949, paragonò l’espansione allora in corso dei diritti di cittadinanza a un movimento che non si limitava più a sollevare il livello più basso dell’edificio sociale, lasciando per il resto intatti i piani superiori, ma tendeva a rimodellare l’intera costruzione, in modo da «trasformare un grattacielo in una casa a un solo piano». Rispetto alla fruizione dei diritti sociali, infatti, tutta la popolazione veniva ad essere trattata «come una classe sola» e le disuguaglianze di reddito proprie del modo di produzione capitalistico venivano progressivamente neutralizzate «dalle crescenti pretese ad una maggiore uguaglianza rispetto a quelle forme di godimento reale» che non erano «pagate con i salari».
Sotto questo profilo, l’uso statunitense di includere nella middle class anche quello strato della popolazione che in Europa viene classificato come ‘proletariato’ (o classe operaia) si rivela, benché largamente inconsapevole, quanto mai fecondo, giacché è stata proprio la possibilità di disporre di reddito reale al di là dei vincoli del salario a innalzare complessivamente il livello di vita, istruzione e consumi dei salariati, favorendone l’omogeneizzazione non solo e non tanto agli stili di vita della ‘piccola borghesia’ commerciale e dei professionisti, ma soprattutto a quella ‘classe’ assolutamente nuova costituita dagli impiegati pubblici – i quali, specie in Europa, hanno rappresentato, per più di un trentennio dopo la fine del secondo conflitto mondiale, gli unici produttori aggiuntivi rispetto alla struttura occupazionale del dopoguerra. E se si considera che su di loro, specie nei settori dell’istruzione e della sanità, è caduto l’immane compito di sperimentare qualcosa che solo adesso, a seguito dell’enorme espansione del ‘terziario dei servizi’, si comincia realmente a capire, e cioè quanto sia diverso il lavoro quando cessa di essere dominato dalle cose e diventa elemento di consapevole mediazione fra persone, si comprende come sia lecito sostenere che la ‘classe media’, specie a partire dalla generazione dei baby-boomers, costituisca una forza produttiva nuova, essendo stata ‘prodotta’ da un sistema di Welfare che ne ha accresciuto enormemente le capacità produttive sociali rispetto a quelle disponibili sulla base del rapporto di proprietà privata.
4. Non intendiamo certo negare che talune manifestazioni di questa ‘classe media’ abbiano concorso a meritarle i giudizi non proprio lusinghieri che sociologi ed economisti, specie da sinistra, le hanno nel tempo riservato (recentemente, Carlo Donolo ne ha descritto, ben più causticamente di quanto avesse fatto trent’anni fa Paolo Sylos Labini, gli interessi e i sentimenti essenziali in termini di «difesa di quanto acquisito nella forma di società dei due terzi» ed «edonismo di massa»). Ma sarebbe miope, d’altra parte, non vedere quanto da tempo suggerisce Paul Ginsborg, quando annota che, ovunque, è emersa un’altra ‘classe media’, che alcuni sociologi hanno chiamato ‘riflessiva’ in ragione della sua embrionale capacità di volgersi criticamente a esaminare i conflitti della modernità e di non lasciarsi travolgere dalla frenesia consumistica, dimostrando piuttosto attenzione sempre maggiore ai problemi sociali globali e ai danni arrecati all’ambiente dalla crescente antropizzazione, in vista di una riqualificazione della composizione e della qualità dei processi produttivi pubblici e privati.
Ma c’è anche un altro punto. Se quanto abbiamo accennato è vero, se cioè la ‘classe media’, concepita non ideologicamente, è stata prodotta dall’antagonismo del proletariato allorché quest’ultimo – inverando la lezione marxiana – ha spostato il conflitto con il capitale dal piano distributivo a quello dei rapporti di produzione, la questione ineludibile alla quale ci rimanda la sua (tendenziale) scomparsa diventa quella di capire perché mai, negli ultimi venti anni, non si è stati in grado di difendere quella proprietà alternativa, mediata dai rapporti di produzione statuali, che pure aveva preso corpo nelle formazioni sociali più avanzate. O, se si vuole, perché mai i problemi emersi sulla sua base non abbiano sollecitato la ricerca collettiva di una soluzione che trascendesse i limiti di quella prima rozza forma di ‘comunismo’ che, per suo tramite, abbiamo sperimentato, e si siano, invece, tradotti in un consenso di massa verso quelle famigerate ‘politiche dei tagli’ che, riducendo progressivamente i servizi reali appropriabili sulla base dei ‘diritti di cittadinanza’, hanno creato un ciclo di ridimensionamento del settore pubblico capace, nel tempo, di autorafforzarsi, rendendo così l’esistenza individuale nuovamente dipendente dai cicli dell’accumulazione.
Fra tutte le risposte possibili, invitiamo a diffidare di una che, oltre a fare capolino dall’articolo di Krugman, viene talvolta avanzata anche su queste pagine: e cioè che tutto sia dovuto al potere che il capitale avrebbe (ri)conquistato all’indomani del definitivo crollo del cosiddetto ‘blocco socialista’. A parte che una simile spiegazione non regge per una banale questione cronologica (Reagan e la Thatcher vincono all’inizio degli anni Ottanta e non possono essere ‘spiegati’ da un evento – il crollo del Muro di Berlino – verificatosi quasi dieci anni dopo), riteniamo che un simile argomentare sia foriero solo di danni. Se quanto abbiamo sostenuto è plausibile, il declino della classe media ci chiama a dar conto di un regresso che sta seguendo a un precedente progresso. In quest’ottica, il problema principale non concerne il motivo per cui il capitale è tornato ad essere egemone, quanto la comprensione del perché quell’embrione di potere antagonistico creato dal movimento dei lavoratori e dai movimenti che lo hanno criticamente affiancato (studenti, donne, ecologisti) abbia finito col dissolversi.
Non è certo la prima volta che l’umanità affronta un problema del genere: la storia ci insegna che gli individui, via via che producono forme diverse della loro libertà, debbono poi imparare a riprodurle e a svilupparle, pena il loro regresso collettivo. Ma proprio per ciò è decisivo cogliere la portata della questione. Difficoltà come quelle che attraversiamo, infatti, possono essere essenziali per lo sviluppo, giacché possono creare in chi le patisce le condizioni per comprendere le cause della propria impotenza, cioè della propria inadeguatezza nei confronti della situazione che si è instaurata. Se, però, la causa della nostra impotenza viene sempre ravvisata nel puro e semplice sussistere di un potere esteriore – nel caso di specie, il capitale che fa il mondo, mentre noi possiamo solo subirlo – finiremo col banalizzare la storia. Come ha sottolineato con grande acume Giovanni Franzoni, in uno scritto significativamente intitolato Il diavolo, mio fratello, bisogna invece esplorare la possibilità che la sofferenza della quale ci lamentiamo abbia una radice «tanto lunga e sotterranea da annidarsi laddove noi non sospettiamo, nei nostri comportamenti, nei nostri interessi indisturbati, nella nostra cerchia di affinità e di alleanze». Al contrario, fino a quando la sinistra cercherà di trovare non in se stessa, ma fuori di sé, le cause della propria impotenza e della propria crisi, si limiterà a proiettare la negazione che subisce solo nel comportamento di figure esteriori, senza mai giungere a conoscere come essa stessa ha contribuito a bloccare la situazione. Anche di questo ci parla la guerra che viene.


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