numero  37  marzo 2003 Sommario

Porto Alegre 2003

I MOVIMENTI METTONO RADICI
Luciana Castellina  

«Prima eravamo anti-Davos, ora Davos è anti-Porto Alegre»: la frase l’ha pronunciata, concludendo il terzo Forum sociale mondiale, Candido Grzybowsky, direttore del prestigioso Istituto Brasileiro de análises Sociais e Economicas di Rio de Janeiro (fondata dal mitico Herbert José de Souza Betinho, pioniere di molte delle idee e delle pratiche politiche che oggi nutrono la cultura dei movimenti) e grande organizzatore degli eventi che da tre anni hanno portato la capitale di Rio Grande do Sul alla ribalta. Ma le sue parole, accolte da decine di migliaia di delegati giustamente fieri di aver partecipato, e anzi costruito, un grandissimo evento, sono rimbalzate su fogli inconsueti. E senza ironia. «Porto Alegre – scrive il «Financial Times», commentando la frase di Candido – era il luogo dei perdenti. Ma poi c’è stato un mutamento. L’anno scorso non è stato per il capitalismo un anno così buono come per gli antiglobalisti. E improvvisamente il Forum brasiliano non ha più potuto essere ridicolizzato come ‘controvertice’. Fra i partecipanti all’evento svizzero gli umori erano neri – continua il quotidiano britannico – e persino sulla guerra erano simili, sebbene senza la retorica pacifista, a quelli di Porto Alegre se si sta al modo come i convenuti hanno reagito al discorso di Colin Powell. Persino la Francia del governo di destra di Raffarin ha mandato più ministri (tre) a Porto Alegre che a Davos (due), senza contare la presenza del segretario del partito socialista francese. E, in definitiva, la richiesta di nuove istituzioni internazionali guadagna simpatia ovunque grazie all’esistenza di una sorta di ‘globalizzazione della politica civica’». Quelle stesse istituzioni che, secondo un’inchiesta condotta su un campione di cittadini di 47 Stati, raccolgono il più basso grado di fiducia; le più amate: le famose Onu (i risultati del sondaggio, citati, sebbene con opposti sentimenti, in ambedue i Forum, quando sono stati riferiti da Noam Chomsky in uno stadio (il Gigantinho) stipato da 30.000 persone, sono stati accolti al grido: e Lula!, per dire che il suo nome doveva essere aggiunto alla lista dei più popolari. Non a torto: da un altro sondaggio effettuato in Argentina è risultato che, se avesse potuto presentarsi in quel paese, sarebbe stato eletto anche lì a grande maggioranza.
L’«Economist», per parte sua, pubblica una vignetta in cui Lula tiene per mano una militante del Forum e un capitalista, ambedue con il pugno chiuso alzato. Ma insinua che il miracolo è effimero: l’anno prossimo, pronostica, l’idolo dei movimenti si troverà assai più a suo agio a Davos che a Porto Alegre e saranno guai per i new-global. L’allusione è chiara: un altro mondo non è possibile, anche il neo eletto presidente brasiliano, sebbene metalmeccanico e sostenuto dai disperati della sua terra, sarà costretto a piegarsi alle dure leggi del mercato e i suoi ministri stanno già muovendosi in questa direzione. Dietro la porta è già pronta una tremenda delusione.
La domanda Brasile Lo si voglia o no, sebbene il terzo Forum sociale mondiale sia stato anche tantissime altre cose, la novità Lula presidente – e cosa ci sia da aspettarsi dalla sua elezione – è risultata dominante. Vista la portata dell’evento, non solo per il Brasile ma per tutta l’America Latina e oltre, non poteva che essere così, pena, per i movimenti, risultare del tutto insensibili alle vicende istituzionali, chiusi dentro l’ottica di una rivoluzione dal basso che si ferma all’orizzonte del campanile. Così – e soprattutto grazie alla benedetta egemonia del Pt – non è, per fortuna, se si eccettua qualche frangia ossessionata dall’ipotesi che il partito di Lula possa diventare come il Pcus e Brasilia come Mosca, capitale del paese guida. Il sarcasmo dell’«Economist» nasconde proprio questa preoccupazione: finché protestavano e basta non era grave, ma se adesso questi movimenti finiscono per incidere sulle istituzioni, la storia cambia.
Cominciano a incidere e non solo in Brasile, sebbene la vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva sia stata un evento assolutamente eccezionale, tanto clamorosa da lasciare attoniti e rispettosi anche i grigi signori di Davos: 50 milioni di voti (che a tanto corrisponde il 63% dei votanti), conquistati in regime democratico senza possedere il controllo dei media e dell’apparato statale, nella storia non li aveva mai presi nessuno. Nessuno.
Non si tratta solo del Brasile. Quel che i partecipanti al Forum hanno avvertito, in particolare i latino-americani, che questa volta erano la stragrande maggioranza, è proprio che il loro continente in questi due anni è cambiato perché le loro lotte hanno finalmente inciso anche a livello politico, hanno spezzato il monopolio delle vecchie élites di potere, hanno portato alla ribalta nuovi protagonisti sociali, gli indios innanzitutto, da sempre emarginati da tutto, oggi in molti casi nei governi. Ben tre indios nell’Ecuador del colonnello (indio anche lui) Lucio Gutierrez, fra cui una donna – Nina Pakari – ministro degli esteri; Evo Morales, leader dei cocaleros, i poverissimi coltivatori di coca di Cochabamba, che per un soffio non diventa presidente della Bolivia e che comunque, a capo di una forte opposizione parlamentare, tratta da pari a pari – e spesso vince nonostante la ferocia di uno scontro sociale che nella regione ha fatto in poco tempo cinquecento vittime – perché il miliardario presidente eletto, Sanchez de Lozada, comincia ad averne timore.
E poi, naturalmente il Venezuela. Il regolamento del Forum impedisce di invitare capi di Stato, ma non era possibile frustrare il desiderio di Chavez di calarsi nella folla di Porto Alegre, né quello dei delegati del Forum di vederlo, ascoltarlo, toccarlo. E così la straordinaria duttilità e fantasia dei brasiliani si è inventata un comitato ‘bolivariano’ che si è incaricato di riceverlo e offrirgli l’aula del parlamento statale per parlare ai suoi fan. Indio che più non si potrebbe, ha conquistato quelle migliaia di persone che sono riuscite a entrare nella sala (migliaia sono rimaste fuori) con imprevista ironia e autoironia, mentre poco prima aveva ricevuto le personalità presenti al Forum, dalla vedova Mitterrand a José Bové ai molti dirigenti di partiti e intellettuali che sono andati a stringergli la mano. E Porto Alegre è stata invasa da libriccini blu della Costituzione venezuelana, che con orgoglio i ‘bolivariani’ hanno distribuito per riaffermare che il loro Hugo è il solo presidente del paese che sia stato democraticamente eletto per ben cinque volte a cariche di Stato. «L’opposizione – dice Chavez sorridendo – realizza quello che tutti credevamo essere ormai una formula sorpassata: lo sciopero insurrezionale». «Una gran parte dei partecipanti al Forum – dice Walden Bello, l’economista filippino che anima il Focus on the Global South di Bangkok ed è uno dei guru dei new-global – quest’anno sono venuti con una domanda: cosa può insegnare la vittoria di Lula e del Pt su come si va al potere nei nostri paesi? Il Forum sociale mondiale 2003 è per molti versi la celebrazione di un movimento che ha raggiunto un notevole grado di unità politica nella diversità e che così ha cambiato la faccia della politica brasiliana».
E infatti il Pt vince dopo aver faticosamente lavorato a tener assieme tendenze e culture diversissime, e poi a costruire alleanze con ceti non popolari. In Bolivia e in Ecuador lo sforzo è stato altrettanto intenso nella costruzione, attorno alle forti organizzazioni indigene, di coalizioni: il Comando del Pueblo, con il Movimiento autônomo socialista di Morales, la Central Obrera, i Sem-Terra, la Confederazione dei maestri in Bolivia; la Coalizione che ingloba i vecchi partiti di sinistra a tradizione urbana e i nuovi movimenti in Ecuador. E se qualche distanza viene presa nei confronti della vicenda venezolana (Lula non la cita, nel suo discorso, per esempio, e però il nuovo presidente del Pt, Genoino, esprime caloroso la sua solidarietà a Chavez) è perché ci si domanda se, considerati i rapporti di forza mondiali, non si sarebbe potuto evitare un confronto così radicale. Una critica per molti versi ingiusta, perché in Venezuela gli interessi americani in campo erano tali da non consentir mediazioni, ma che indica quale sia oggi il tema di riflessione della sinistra in America Latina. L’invocazione di un ‘Lula mondiale’ – secondo l’espressione usata da Bertinotti in una affollatissima assemblea al Gigantinho dove partiti e movimenti si sono confrontati – ne dovrebbe forse tener conto.
Radicalità e costruzione di coalizioni. Il successo di Lula reggerà alla prova? Anche questa è la domanda che ha percorso il Forum. Sulla sua decisione di andare a Davos molti hanno storto il naso, ma molti, ascoltando il suo discorso nell’immenso prato della Porta do Sol, dove ai delegati del Forum si erano unite intere famiglie della città e dei paesi vicini – era la prima volta che Lula veniva a Porto Alegre da presidente – hanno mutato parere. Non è vero quel che insinua la rivista di Emanuele Macaluso 1, che egli avrebbe detto cose diverse in Brasile e in Svizzera. Senza il tono caudillesco tipico del continente, Lula ha quasi dialogato col suo popolo, spiegando quante sono le difficoltà e quali possano essere nei prossimi quattro anni gli obiettivi realistici: eliminare la fame e fare la riforma agraria. Otto anni! – ha gridato la folla, per dire che sarà rieletto, ma in qualche modo anche che sanno quanto lunga sia la strada.
Anche solo eliminare la fame è arduo. L’obiettivo sono tre pasti al giorno assicurati per il 2006 a 46 milioni di persone. Costerà 1300 milioni di dollari l’anno. E si comincia dallo Stato nordestino di Piauí, a Guaribas, il più povero del Brasile. Ogni famiglia riceverà un buono di 50 reales al mese (12 dollari) con cui potrà comprare alimenti. Ma dovrà poi presentare la ricevuta degli acquisti a garanzia che i soldi siano effettivamente usati per il cibo.
È un costo pesante per un paese che deve far fronte a un debito altissimo contratto con Il Fondo monetario dal precedente presidente Henrique Cardoso e che Lula ha accettato di onorare per non andare subito ad un braccio di ferro, anche se il pagamento non dovrà superare la quota del 3,75 % del Pil per non diventare esplosivo. La modella più celebre del paese, Giselle Bundchen, ha donato tutti i 150.000 dollari guadagnati con la pomposa sfilata di mode che nei giorni del Forum si è svolta a San Paolo. È un gesto simbolico che indica quanto anche ceti non popolari amino Lula.
Potrà durare la luna di miele anche quando, come è inevitabile, il nuovo governo dovrà – sul piano fiscale come su quello previdenziale – colpire gli interessi degli strati intermedi che pure l’hanno votato? Gli impegni con l’Fmi prevedono anche la privatizzazione delle banche, un osso duro da digerire. «La considero una decisione sbagliata – dice Palocci, ministro delle Finanze – ma quel che è fatto è fatto. E comunque tutto verrà deciso dal Consiglio monetario nazionale in cui siederà il nuovo presidente della Banca centrale, il povero Henrique Mireilles che a Davos – dove per la prima volta si recava non come presidente della potente Bank of Boston, ma come uomo di un governo progressista – è scivolato sulla neve, si è rotto tre ossa ed è finito in clinica. La sua nomina ha provocato infatti il primo dramma post elettorale in seno al Pt: Helena Halicia e Luciana Tarso, figlia di Genro (ex sindaco di Porto Alegre, oggi consigliere di Lula e considerato esponente dell’ala più moderata del partito), ambedue appartenenti al gruppo dei 26 deputati della minoranza radicale, hanno pianto quando sono state costrette a votarlo in Parlamento in ossequio alla norma statutaria del partito che impone totale disciplina in caso di decisioni di importanza primaria. E tensioni ci sono state anche sulla nomina del ministro del Commercio estero. Furlan (probabilmente discende dal nostro Nordeste) è infatti il principale esportatore di polli del Brasile, e cioè esponente di quella agricoltura industrializzata che viene ritenuta il peggio dalla cultura di sinistra dell’America Latina. «Il partito è di sinistra, il governo no» – ha ammonito Genoino, presidente del Pt, parlando a un’attentissima assemblea al Forum. Vuole dire che il governo non si identifica, non può identificarsi per via delle mediazioni che sono state necessarie, con il programma pitista.
Interrogato in uno dei seminari organizzati dai sindacati, questa volta molto più presenti dello scorso anno (anche l’americana Afl-Cio era rappresentata al massimo livello), sulla collocazione dell’organizzazione, João Felicio, che nella Cut (Central Única dos Trabalhadores) occupa oggi il posto che fu di Lula, ha risposto: «È chiaro che cambia tutto. Se dicessi un’altra cosa vorrebbe dire che considero Cardoso e Lula la stessa cosa e ovviamente non è così. Ma questo non significa che noi perderemo la nostra autonomia». La sfida è per l’immediato: il ministro del Lavoro, Jaques Wagner, egli stesso ex militante della Cut, ha ipotizzato l’accantonamento di una norma che, per certi versi, somiglia al nostro Articolo 18. Per ora la sua ex-organizzazione è insorta.
Il problema più grosso è comunque quello della riforma agraria, quello che nessun governo, nemmeno quando c’era stata qualche buona intenzione, è mai riuscito a risolvere perché nessun potere centrale ha mai avuto la forza di piegare i proprietari terrieri che soprattutto al Nord sono feudatari onnipotenti. I Sem-Terra – il movimento più forte e innovativo dell’America Latina (durante il Forum hanno promosso uno straordinario raduno di ospiti stranieri in una delle aziende costruite sulla terra occupata non lontano da Porto Alegre) hanno già annunciato che non faranno sconti. «La lotta non si è fermata – ha detto Stedile – ma la faremo non contro Lula, ma per aiutare Lula».
E poi c’è l’Alca (Area de Libre Comercio de las Americas) che Washington sta cercando di imporre e che dovrebbe spalancare i fragili mercati dell’America del Sud a quelli ricchissimi del Nord, praticamente liquidando ogni sovranità dei singoli Stati in materia di politica economica e sociale. È stato uno dei temi centrali del Forum e il no al piano è stato, nelle manifestazioni di apertura e chiusura, altrettanto grande che il no alla guerra. Ma il Brasile non è un paese qualsiasi, è uno dei paesi più grandi e potenzialmente ricchi del mondo, il suo rifiuto, e la parallela opzione in favore del rafforzamento del Mercosur (Mercado Común del Sur), o comunque di un’area comune al solo subcontinente, sarebbe un colpo definitivo al progetto di Bush. Ed è possibile immaginare le pressioni e i ricatti che già si esercitano.
«È il rischio maggiore che minaccia Lula», commenta il vecchio economista Celso Furtado. Del resto, il caso del Messico è lì a provarlo. Amorim, il ministro degli Esteri brasiliano, lo dice in faccia a chi pretende di portare la politica del presidente Fox come l’esempio di un successo: la totale integrazione del paese che immediatamente confina con gli Stati Uniti, la fiducia nel benefico ruolo degli investimenti stranieri, hanno in realtà lasciato il Messico sul lastrico: le tante imprese maquilladoras hanno prima riversato al di là della frontiera tutto il valore aggiunto e ora stanno scomparendo perché chi le aveva create ha scoperto che oramai conviene di più farle in Cina.
A elencare i problemi ci sarebbe da rimanere scoraggiati e scettici. Ma la gente si fida. Perché Lula dice la verità e perché lui è uno dei loro; e così i suoi ministri. Come si fa a non fidarsi di Marina da Silva? Siringuera a sette anni come i suoi otto fratelli, impara l’aritmetica per non farsi fregare dal padrone ma a leggere e scrivere impara solo a diciassette anni grazie a una Ong che incontra perché ricoverata in ospedale a Rio Branco, dove resta come domestica riuscendo tuttavia a studiare di notte fino all’università. Là conosce Clodovis e Leonardo Boff e, tramite i due teologi della liberazione, Chico Mendes, di cui raccoglie l’eredità quando il mitico leader dei lavoratori che estraggono la gomma dagli alberi della Amazzonia viene ucciso. Oggi è diventata ministra dell’ambiente. Si può non aver fiducia in Lula? Operaio da quando era bambino, dal palco di Porto Alegre, alla vigilia della partenza per Davos, ripercorre le tappe della storia che ha portato il Pt a conquistare la presidenza del paese, ricorda quante volte gli è stato detto che sbagliava, quando fondò la Cut e poi il partito. Un giornalista che era stato a Davos mi ha detto che persino i signori di quell’incontro, che sul cuore hanno, mediamente, un metro di pelo sono rimasti scossi a sentirlo parlare della povertà. Certo, la storia non fa sconti, ma per ora prevale la fiducia e forse per una volta non è mal riposta.
I movimenti hanno messo radici C’è qualcuno che, sopratutto all’inizio, ha detto che il terzo Forum era peggiore del secondo: ripetitivo nei discorsi, troppo gigantismo e dunque confusione. C’è qualcosa di vero in queste critiche: 100.000 partecipanti (20.763 delegati in rappresentanza di 5.717 organizzazioni di 156 paesi, più osservatori e rappresentanti di enti locali, Parlamenti e associazioni – insegnanti, magistrati, ecc. – che hanno deciso di tenere a Porto Alegre le loro assemblee internazionali); 1420 fra conferenze, tavole rotonde, seminari e gruppi di lavoro sono troppi; ma è anche difficile opporre barriere e stabilire selezioni quando la domanda diventa così alta. Ed è comunque ammirevole che i brasiliani, impegnati fino a due mesi prima nella campagna elettorale, avendo perduto l’appoggio speciale che veniva da un governo dello Stato di Rio Grande do Sul (passato dal Pt a un uomo di destra per contrapposizioni su cui tutti ora si fanno l’autocritica) siano comunque riusciti a organizzare una cosa simile: le aule, le traduzioni, i microfoni, le cuffie, le sale stampa munite di computer per 4094 giornalisti (il doppio degli stessi partecipanti al primo Forum), gli alloggi, compreso un immenso camping al parco dell’Armonia, lungo il Lago Guaíba, dove 25.000 giovanissimi hanno dato vita a un forum nel Forum, con proprie assemblee e manifestazioni e musica e teatro specialmente notturni. Persino una loro sala stampa dotata di cinquanta computer, allestita in un capannone solitamente adibito a stalla, per quei giornalisti speciali che sono i reporter delle radio comunitarie, una rete poverissima e ricchissima, che naturalmente abitava al camping.
E tuttavia io credo che questo terzo Forum sia stato di gran lunga il più interessante: perché il più corposo, il più vero. I delegati arrivati all’estremo Sud del Brasile non erano solo più numerosi, erano anche socialmente e geograficamente più diversificati, c’erano più africani, più asiatici, una quantità di statunitensi delle tantissime organizzazioni che in questo ultimo periodo si sono sviluppate nella capitale dell’impero. La stessa Europa era meglio rappresentata: c’erano per esempio molti tedeschi (da quelli inviati dalla Fondazione Rosa Luxemburg a quelli delle chiese evangeliche) che l’altra volta erano scarsi. Ma c’erano soprattutto tantissimi latino-americani e tutti esponenti di movimenti non inventati, ma forze cresciute, radicate sul terreno. In particolare quelli che fanno capo a Via campesina, forte oltre che in Brasile in Cile (qui è diretta soprattutto dalle donne), in Colombia, in Messico, in Honduras, in Nicaragua, in Argentina (ma anche in Austria, in Spagna, in Florida, in Canada). Al Forum si sono riuniti per tre giorni in assemblea, presenti trecento delegati. Assente, o almeno non presente in modo rilevante, invece, e non è facile capirne le ragioni, il movimento zapatista.
Le novità dell’Argentina Certo, «essere attore globale non significa necessariamente essere un attore significativo a livello nazionale dove élites e partiti tradizionali continuano a restare al comando» – ha giustamente osservato Walden Bello. Ma passi in avanti sono stati fatti. Persino l’Argentina, da dove l’anno scorso era venuta una quantità di gente frammentata in mille micro-organizzazioni fra loro litigiose, quest’anno ha mandato al Forum delegazioni consistenti (arrivate qui con pullman che le hanno portate e riportate a casa per 34 dollari a testa). Il panorama politico del paese resta buio, al punto che nessuno sa dire quale dei candidati alle presidenziali che si terranno fra tre mesi sia peggiore dell’altro. E però si sono sviluppati nel paese dove le conseguenze delle politiche liberiste sono state più drammatiche, movimenti inediti e straordinari, che hanno trasformato la umiliante pratica della mendicità cui l’estremo impoverimento ha costretto tanta gente in una sorta di sindacato. I piqueteros, che picchettano le strade, e, attualmente anche le vie d’accesso a un gran numero di fabbriche, hanno conquistato i titoli dei giornali e raccolto, secondo un sondaggio, il 44 % delle simpatie degli argentini. Lo hanno fatto spiegando il valore simbolico della loro azione: l’interruzione del traffico, la loro radicalissima forma di lotta, sta a significare interruzione della circolazione delle merci cui sempre meno gente ha accesso. Si tratta di parecchie organizzazioni che operano insieme – il Movimiento de Trabajadores Desocupados (Mtd) «Aníbal Verón», dal nome del loro leader ucciso a Salta nel ’95; il Movimiento Territorial de Liberación (Mtl); il Polo Obrero; la Corriente clasista y combativa, ecc. Il loro miserrimo sussidio lo contrattano e, soprattutto, lo socializzano, ridistribuendolo a chi non ce l’ha. La stessa cosa fanno quelli dei barrios de pie, letteralmente «quartieri in piedi», cioè non rassegnati, combattivi. Anche qui le scarse risorse vengono usate per soluzioni comunitarie d’emergenza: panifici, mense, piccole imprese artigianali, centri di assistenza per i bambini. Analoga vocazione comunitaria ed etica solidale l’hanno persino i più disperati: il movimento dei cartoneros, quelli che vivono raccogliendo l’immondizia, che hanno costretto i più abbienti delle città a gettar via i rifiuti in modi differenziati (sacchetti con colore diverso) in modo di poter più facilmente prelevare quanto c’è di riciclabile: carta, appunto, ma anche lattine. E quando si è saputo dei bambini morti di fame nella lontana provincia di Tucuman, quelli di Buenos Aires hanno inviato ai colleghi cartoneros della regione più disgraziata un treno di rifiuti perché ne cavassero tutto l’utile possibile.
E poi c’è il movimento delle fabbriche ‘recuperate’, autogestite, ormai circa 200: fallite e abbandonate dai proprietari in fuga dall’Argentina, le hanno occupate e hanno cominciato a farle produrre, operai tecnici e amministratori insieme, riuscendo a camparci, magari col diffuso sistema del troque, lo scambio in natura. Si tratta di aziende non insignificanti: la ceramica Zanon, per esempio, o la tessile Brugman, persino una clinica.
I più famosi caceroleros, che invasero le strade della capitale provocando la caduta del governo De la Rúa, in gran parte piccolo ceto medio derubato dalle banche, sono certo meno visibili, ma a piccoli gruppi continuano a ricorrere ancora alle pentole per condurre il loro disperato negoziato.
Tutto questo confluisce, nei quartieri, nelle ‘assemblee di barrio’ che avanzano rivendicazioni elementari intese almeno alla sopravvivenza. Meno attivi sembrano studenti e intellettuali, o forse più disorientati, molti di questi ultimi ancora in lutto per i drammi della sinistra. Ma fondazioni e università non restano passive: il ‘Plan Phoenix’, un progetto economico alternativo che indica una via per uscire dalla crisi, viene proprio dalla Facoltà di scienze economiche che ha creato una sorta di thinktank cui si collegano anche imprenditori illuminati. E nel giorno per giorno – mi racconta un docente, Hector Maldonado – organizziamo nelle università l’invio di pacchi di cibo e altri generi di necessità nei Barrios de pie.
La società argentina, insomma, ha almeno perso la paura (e la fiducia nel sistema), ha recuperato vitalità e politicizzazione sociale, sta attivando veri e propri laboratori politici. Espressione partitica, invece, nessuna. Anche se pure su questo fronte qualcosa si muove. È il Congreso de Trabajadores Argentinos (Ct), nuovo sindacato, finalmente non derivato dal peronismo (quello ufficiale è caduto da 555.000 a 79.000 iscritti). Esisteva come piccola organizzazione dei soli dipendenti pubblici da circa dieci anni, ma oggi è diventato qualcosa di più grosso e diverso: una centrale sindacale-politica che sembra voler ripercorrere l’esperienza del Pt brasiliano. Lo hanno deciso nell’autunno scorso in uno speciale congresso tenuto a Mar de la Plata, cui hanno partecipato 9800 delegati che per tre giorni hanno lavorato riuniti in diverse commissioni. Era la prima volta che gli iscritti a un sindacato pagavano di tasca propria per partecipare a un raduno.
Il leader, Victor De Gennaro, 45 anni, è amico di Lula che, alla cerimonia del suo insediamento, il primo gennaio, di fronte a 150.000 convenuti, gli si è rivolto dichiarando che «nelle sue speranze» lui era «il futuro presidente dell’Argentina». Di Gennaro è timido e schivo e quando qualcuno racconta l’episodio si schermisce quasi provasse timore del paragone. Come Lula, è uno che – dicono di lui – «cammina con la gente», cioè che è in sintonia col suo popolo, ma anche, letteralmente, che si fa tutte le marce di protesta che si organizzano in ogni provincia dell’immensa Argentina, a ogni tappa parla con vecchi e donne e lavoratori. Parla di questo paese che pure era «fatto di pane» – uno dei maggiori granai del mondo – e ora è affamato (venti milioni – il 57,5% della popolazione – al di sotto della linea della povertà, dieci alla fame); con le immense praterie delle Pampas popolate di vacche e che non ha più latte perché di tutte una sola azienda lattiera non è stata comprata dal capitale straniero e usata per l’esportazione: una sola, una cooperativa. Tutto il resto è Danone, Parmalat e così via. E così è per i formaggi, i biscotti, la carne, i servizi pubblici, il petrolio (nonostante la legge dica che è proibito venderlo all’estero).
Nella strategia della Cta c’è la creazione del Partito dei lavoratori. Ma è un obiettivo di lungo termine. Saggiamente, Di Gennaro ha deciso che sarebbe prematuro presentare candidati nelle prossime tornate elettorali, ma qualche assemblea in comune con quanto resta della sinistra è in programma, anche se di scalfire la coltre delle mille correnti peroniste e delle altrettanti correnti radicali non c’è per ora modo. Purtroppo in Argentina – osserva Adolfo Perez Esquivel – non c’è un ruolo della Chiesa, come in Brasile. C’è invece il virus, ancora non debellato, del peronismo. «E la sinistra è nel labirinto».
Il movimento fuori dell’America Latina Inevitabile, dopo aver partecipato al terzo Forum, parlare a lungo dell’America Latina. Ma sarebbe ingiusto dire che tutto si sia ridotto a questo continente. Al contrario. L’Europa stessa, con il Forum europeo di Firenze, ha fatto un salto qualitativo. Non solo perché sono cresciuti i movimenti nei suoi diversi paesi – anche se ancora con differenze notevolissime – ma anche perché essi sono riusciti a portare al centro della mobilitazione mondiale un tema che negli altri continenti era restato più marginale: quello della pace e, quasi di conseguenza, quello della Palestina. Che ha tenuto il proscenio nella seduta finale al Gigantinho, con pacifisti israeliani e palestinesi che si abbracciavano, le lacrime agli occhi, e 30.000 in delirio ad applaudirli.
E poi a Porto Alegre si sono visti i frutti di un lavoro in profondità e in estensione che ha consentito di dar vita a tantissimi Forum tematici, continentali, regionali, di singoli paesi. Se ne sono tenuti anche nei paesi arabi, ed è una novità. Uno in Africa, a Bamako. E – per citare un altro esempio – se quello Pan-amazzonico aveva visto l’anno scorso a Belém una rappresentanza ancora embrionale, questa volta dal 16 al 19 gennaio sono venuti davvero in tanti, lungo le vie acquatiche della regione che collegano Brasile, Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Perú, Suriname, Guyana (tuttora colonia francese), una rete di 531 associazioni indie e contadine.
Quanto abbia scavato, e camminato, il lavoro dei Forum si può osservare seguendo il percorso del tema dell’acqua. All’inizio era solo un tema astratto, un allarme lanciato da Riccardo Petrella e raccolto dagli ecologisti. Ora è al centro di lotte concrete, non solo di denuncia, ma di veri e propri contrasti e negoziati con le istituzioni. E di vittorie strappate a fatica e con la mobilitazione di molta di gente. Nel Michigan, non solo in Bolivia. Perché anche nella regione dei Grandi Laghi degli Stati uniti c’è un conflitto: la Nestlé sta organizzandosi per trasformare in capitale privato la risorsa idrica pubblica, di superficie e sotterranea. Il panico cresce, perché tutti sanno che un miliardo di esseri umani non ha abbastanza acqua potabile e che le risorse del globo si vanno assottigliando. E il prezzo dell’acqua imbottigliata sta superando quello del petrolio. Ovunque compaiono le sigle delle multinazionali, la Lionnais des Eaux, la Bechtel, la Nestlé, la Perrier, Vivendi, tutte fra loro legate da incroci societari: un’industria dell’acqua che cresce del 30% l’anno. Un intreccio che però consente anche inedite solidarietà, come è stato per la lotta condotta in Bolivia e insieme a San Francisco e ad Amsterdam, di fronte alla prospettiva della la privatizzazione del servizio idrico, un pezzo, forse il più grave, della liberalizzazione dei servizi di interesse pubblico in corso nel quadro dell’attuale round negoziale del Gatt.
Il futuro del Forum Come proseguire ora? È possibile ripetere ogni anno l’evento? E se sì sempre a Porto Alegre? La discussione sul futuro del Forum mondiale ha diviso il Consiglio internazionale, l’organismo in cui siedono 72 persone, gli ‘inventori’ dell’iniziativa cui poi si sono aggiunti i rappresentanti dei Forum regionali più importanti. E il confronto si è riflesso in tutto il Forum. Da una parte i fautori di uno spostamento in India, dall’altra coloro che intendevano conservare l’evento a Porto Alegre. Il dibattito sulla scelta India-Brasile si è subito caricato di una infinità di significati: dove sta oggi il fuoco del conflitto mondiale, lo scontro centrale? In America Latina, hanno detto i latino-americani, e con veemenza sopratutto i cubani. In Asia, hanno risposto quasi tutti gli asiatici e larga parte degli europei, come dimostrano le guerre in corso e l’entità degli interessi in gioco, dal petrolio al commercio mondiale. E se anche fosse vero che l’America Latina è oggi più avanzata, non bisogna, proprio per questo, andare altrove, per stimolare la crescita dei movimenti, per accendere ovunque i fuochi di una ‘guerriglia’ pacifica? Ma quali movimenti ci sono davvero oggi in Asia? I movimenti non sono tutti visibili allo sguardo degli occidentali, geograficamente miopi e incapaci di vedere quel che non passa alla Tv – hanno ribattuto offesi il filippino Walden Bello e l’egiziano Samir Amin. In India ci sono milioni di contadini che si muovono, aderenti a organizzazioni che hanno un numero enorme di iscritti, ma che voi nemmeno registrate su un termometro occidentalocentrico di cui anche il subcontinente americano è in definitiva, per affinità culturale, un’appendice. Certo, risponde più scettico un altro guru asiatico, l’economista malese Martin Khor: in India basta alzare un dito e subito ci sono milioni di persone per la strada. Ci sono ribellioni, proteste, ma un movimento è un’altra cosa. Quel che in India c’è e ha forza e finirà, nel bene e nel male, per egemonizzare il Forum, sono i tre partiti comunisti, quello senza M (marxista), quello con la M (il più forte, in particolare nel proletariato urbano e al governo in giganteschi Stati), quello ML (presente invece nelle campagne). Per l’occasione, anzi, dopo decenni di bisticci, si sono alleati, trovando nella diffidenza per il carattere, a loro parere fanciullesco, dei movimenti unità di pensiero. Non è vero, ha risposto l’altro schieramento, ci sono anche gli ecologisti e i gandhiani socialisti. E però, a parte l’India, cosa c’è mai negli altri paesi del continente? C’è movimento in Corea, pochissimo in Giappone, la Cina è tuttora assente: si può chiamare asiatico un Forum senza la Cina?
Si andrà in India, come è noto. Ma nel 2005 si tornerà a Porto Alegre, come è giusto che sia perché questa città è la patria di una iniziativa che da qui è cresciuta oltre ogni previsione. A favore dell’India ha giocato il buon esito del Forum regionale che, all’inizio di gennaio, si è tenuto a Hyderabad: 14.426 delegati registrati, anche se solo 780 non indiani; nelle aule dell’Università Nizan 8 conferenze, 160 seminari, 164 workshops, molti eventi culturali. È venuto a parlare Miyoto Matsubara, sopravvissuto di Hiroshima, e Deena Farhab, afghana, che ha sofferto sovietici, Taliban, americani, e gli studenti coreani iperimpegnati nella lotta contro le basi Usa (non sono potuti venire i pakistani, osserva con ira Tariq Ali, perché l’India non ha concesso il visto).
In definitiva, nonostante il dibattito abbia avuto toni anche accesi, tutti sono consapevoli che oramai non è poi più così importante il luogo dove si tiene il Forum mondiale. Perché si tratta solo di un appuntamento, sia pure straordinario, dentro un percorso articolato e complesso, che ha mille tappe durante l’anno. Nel ribadire questo carattere processuale dell’iniziativa, che infatti non porta alla formulazione di decisioni né a fissare strategie, ma si limita a offrire luoghi di incontro a tutti coloro che si riconoscono nella Carta dei princìpi, e cioè dentro un quadro etico-politico assai ampio, si è preso anche atto che un settore dei partecipanti, quello più politicamente impegnato e militante, aveva bisogno di qualcosa di più: non contro il Forum (sebbene ci sia anche chi ne critica il carattere troppo ecumenico), ma dentro e a latere del Forum. Ed è così che si è dato vita alla rete dei movimenti sociali, rigorosamente autonomi da partiti e ovviamente da governi, che hanno confrontato i loro obiettivi, fissato scadenze di lotta comuni, designato un gruppo di contatto.
Una sola scadenza comune è stata stabilita dal Forum nel suo insieme: la giornata per la pace e contro il neoliberismo (mentre il Forum sociale mondiale si svincola dal riferimento ormai riduttivo a Davos). Quest’anno la data è stata fissata per il 15 febbraio e il risultato s’è visto, da Roma a New York passando da Londra.


note:
1  Cfr. «Le Ragioni del Socialismo», febbraio 2003.


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