numero  37  marzo 2003 Sommario

Arafat dopo Saddam.

L'EFFETTO COLLATERALE
Michele Giorgio  

«Le forze armate israeliane attendono entusiaste la guerra all’Iraq»: era questo il titolo di una interessante analisi apparsa il 16 febbraio nel sito internet del quotidiano «Haaretz» sulle reazioni dell’establishment politico-militare israeliano al rapporto presentato il 14 febbraio sul disarmo iracheno dagli ispettori dell’Onu e, soprattutto, dopo le manifestazioni oceaniche che hanno visto oltre 100 milioni di persone, in 70 paesi, dire ‘no’ alla guerra cercata a tutti i costi dagli Stati Uniti e dai loro alleati britannici. «L’ufficio del primo ministro (Sharon) considera di scarsa importanza le difficoltà diplomatiche che l’America dovrà affrontare in Consiglio di sicurezza dell’Onu», affermava «Haaretz» in riferimento all’opposizione alla guerra manifestata da Francia, Russia e Cina, tre membri permanenti, con diritto di veto, del Consiglio di sicurezza dell’Onu. «Israele ritiene che la data dell’attacco dipende solo da considerazioni logistiche – aggiungeva il giornale –; quando lo spiegamento delle truppe americane sarà completato allora ci sarà la guerra, probabilmente a fine febbraio, inizio marzo. I comandi militari desiderano la guerra all’Iraq non solo per eliminare Saddam Hussein ma anche perché la considerano una opportunità per sconfiggere definitivamente i palestinesi».
È arduo prevedere se i generali e i dirigenti politici israeliani avranno realizzato il loro desiderio prima che questo numero della «rivista» apparirà in edicola. In ogni caso la strategia complessiva del governo Sharon nei confronti dei palestinesi rimane immutata: eliminare Yasser Arafat dalla scena politica e favorire, grazie anche alle pressioni americane ed europee, la crescita di una leadership palestinese più addomesticabile, più rinunciataria, anche se priva di consenso popolare, in modo da renderla totalmente dipendente dall’appoggio statunitense e israeliano. In sostanza Sharon intende realizzare, e a condizioni ancora più vantaggiose per Israele, ciò che non riuscì ai laburisti attraverso la firma degli accordi di Oslo e la nascita dell’Autorità nazionale palestinese di Yasser Arafat. I comandi militari israeliani, che da due anni vivono in simbiosi con il governo Sharon, sono convinti che la guerra scatenerà un terremoto politico di proporzioni tali da far scomparire anche Arafat, in modo da costringere i palestinesi alla ‘resa’. Abbattere ‘Mr. Palestina’ per piegare un intero popolo. Il generale Amos Gilad, coordinatore delle attività del governo nei Territori occupati, il 15 febbraio ha spiegato con estrema chiarezza il punto di vista israeliano: «L’attacco Usa eliminerà la minaccia irachena e sarà un esempio per la rimozione di altri dittatori vicini a noi, che usano la violenza e il terrorismo», ha detto Gilad. Ma il 9 febbraio era stato lo «Yediot Aharonot» – giornale divenuto il palcoscenico dove si sono esibiti in questi ultimi mesi gli elementi più estremisti non solo del governo ma anche dei comandi militari israeliani – a riferire dell’esistenza di una intesa tra George Bush e Ariel Sharon, in base alla quale Arafat sarà espulso se non nominerà un primo ministro dotato di pieni poteri esecutivi. «Per la Casa Bianca – ha scritto il giornale – Arafat non è diverso da Saddam. Entrambi risultano indigesti allo stesso modo». Difficile valutare la concretezza di questa notizia, eppure non è passato inosservato che, qualche giorno dopo la sua pubblicazione, il presidente palestinese abbia annunciato di voler nominare un primo ministro. Israele, o meglio le autorità politiche e militari, non hanno spiegato in quale modo l’attacco americano all’Iraq avrebbe conseguenze immediate sul conflitto israelo-palestinese, ma è chiaro che lo spettro della deportazione, concordata in anticipo con gli Stati Uniti, grava su Arafat.
Israele è stato negli ultimi mesi il più accanito sostenitore della guerra americana all’Iraq. La scorsa estate il premier Sharon esortò con forza Bush a non avere ‘esitazioni’ e a procedere con i suoi piani fino alla eliminazione da Baghdad di Saddam Hussein e degli uomini del suo regime. Se per Washington la guerra apre la strada al controllo americano delle immense riserve petrolifere irachene, per Tel Aviv il conflitto rappresenta una sorta di ‘giudizio universale’ in cui, a prevalere, non sarà il diritto internazionale con i suoi obblighi (ad esempio il ritiro israeliano dai Territori occupati) e le sue regole, ma la legge dei più forti. Mascherata da ‘lotta al terrorismo’, la guerra sarà l’igiene del Medio Oriente o, per essere più precisi, del mondo arabo che non si piega. Basterà aggiungere qualche appello al bisogno di democrazia tra gli arabi per fare della guerra una catarsi. Efraim Halevy, consigliere per la sicurezza nazionale del premier Sharon, intervenendo il 9 febbraio ad un conferenza a Monaco, ha dipinto un quadro esaltante del dopo-Saddam Hussein. Ci sarà un effetto domino, ha detto, Saddam porterà nel baratro altri nemici di Israele: Arafat, il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, il presidente siriano Bashar Assad, il regime iraniano e forse anche il leader libico Muammar Gheddafi. Nella sua analisi del 16 febbraio il quotidiano «Haaretz» ha riferito anche che il ‘Dipartimento pianificazione’ delle forze armate israeliane guarda con entusiasmo ai problemi sorti in sede Nato tra gli Usa e alcuni dei suoi storici alleati europei contrari all’attacco all’Iraq. «In un documento distribuito agli alti ufficiali dell’esercito si fa riferimento alla rimozione dal Medio Oriente dei filo-palestinesi e alla punizione che gli Stati europei subiranno dagli Stati Uniti», ha spiegato «Haaretz».
Israele è uno degli Stati dove l’opinione pubblica è favorevole alla guerra e dove anche la sinistra guarda con favore all’attacco all’Iraq. Una posizione apparentemente priva di senso, visto che proprio Israele potrebbe subire per primo una ipotetica reazione militare irachena all’attacco Usa, come avvenne nel 1991 quando su Tel Aviv e altre città caddero 39 missili Scud che fecero due morti, centinaia di feriti e ingenti danni. Le possibilità che ciò si ripeta sono minime, quasi vicine allo zero, ma non si può escludere che l’Iraq, sottoposto a una offensiva militare devastante, tenti di lanciare missili Scud (ammesso che ne sia ancora in possesso) verso il più stretto alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente. Gli israeliani perciò dovrebbero tifare per la pace e non per la guerra, allo scopo di azzerare ogni rischio, invece è vero il contrario. Ciò a causa anche della mancanza di una sinistra che possa definirsi realmente pacifista. Ad eccezione del Partito comunista (Hadash, 3 seggi), dei partiti arabi e di altre piccole organizzazioni politiche radicali con scarso seguito, la sinistra israeliana è tutta schierata con Bush. «I laburisti e il Meretz accettano senza discutere tutto ciò che viene dagli Usa, non sollevano obiezioni, nel bene e nel male. I leaders di questi partiti ritengono che solo Washington potrà portare una soluzione ai problemi del Medio Oriente. Per cui, se l’America vuole la guerra, allora sono schierati con la guerra, se l’America propone piani di pace, loro li adottano senza fiatare, anche se appaiono inadeguati. I leaders della sinistra israeliana più tradizionale non hanno idee originali per le questioni aperte del Medio Oriente ma si limitano a rilanciare la politica di Washington», ha commentato Haim Baram, editorialista del settimanale «Kol Hair». Considerazioni che trovano una conferma, ad esempio, nelle posizioni del noto giornalista Sever Plotzker, un tempo direttore di uno dei quotidiani più schierati a sinistra (ora chiuso) – «Al-Hamishmar» – e che oggi abbraccia con calore il neoliberismo. In un suo articolo, sempre su «Yediot», del 3 febbraio, Plotzker non aveva esitato a descrivere gli europei come «completamente pazzi» a causa della loro opposizione alla guerra e del loro ‘antiamericanismo’, e non ha nascosto il suo entusiastico sostegno ai Repubblicani Usa e a George Bush.
In assensa di un dibattito sulla guerra – il 15 febbraio in piazza a Tel Aviv c’erano soltanto 1500 persone a manifestare contro l’attacco all’Iraq – non sorprende che un sondaggio, reso pubblico il 13 febbraio, abbia rivelato che la maggioranza relativa degli israeliani (46,3 per cento) è favorevole a un attacco Usa mentre il 43 per cento della popolazione ha espresso qualche dubbio: in parte è contraria (20,4) oppure ritiene (23,4 per cento) che la guerra debba scattare solo dopo il fallimento di un’altra tornata di ispezioni Onu e di ulteriori tentativi di mediazione. In caso di attacco Usa gli israeliani hanno detto di temere più una ondata di attentati che i missili Scud. Ciò non ha fermato la campagna ‘Muraglia di ferro’ lanciata dal Comando delle retrovie, che ha persino stampato un manuale di 50 pagine per suggerire alla popolazione come comportarsi in una situazione di emergenza causata dall’ipotetico uso di armi non convenzionali da parte dell’Iraq. Lo stesso capo di stato maggiore Moshe Yaalon ha più volte ripetuto che «Israele non sarà coinvolto nel conflitto». Per Sharon in ogni caso è stato approntato un rifugio sotterraneo capace di resistere ad attacchi chimici e batteriologici.
Ma il primo ministro ha altre preoccupazioni, in particolare quella di non perdere l’occasione della guerra, tanto reclamata e desiderata, per spazzare via Arafat. Alla fine di febbraio un team di esperti incaricato da Sharon ha concluso la elaborazione della versione israeliana della ‘mappa stradale’, ovvero il piano Usa adottato dagli altri membri del quartetto (Russia, Onu e Ue), che prevede la nascita di uno Stato palestinese ‘provvisorio’ entro il 2003, da riconoscere internazionalmente nel 2005. Con la sua ‘mappa stradale’, che intende imporre dagli Stati Uniti, Sharon vuole impedire che vengano fissate delle scadenze precise e, di fatto, boicottare la creazione di uno Stato palestinese fondata sulle risoluzioni internazionali. Sharon non esclude più la nascita di uno Stato palestinese su una porzione minima dei Territori occupati, ma vuole che ciò si realizzi solo alle condizioni poste da Israele, in modo da negare all’entità palestinese una piena e reale sovranità sul suo territorio.
Di fronte a questa strategia Arafat e l’Anp appaiono impotenti. Il leader palestinese negli ultimi mesi ha cercato di assecondare Stati Uniti e Israele. Ha annunciato di voler rinunciare a una parte dei suoi poteri, anche se non ha specificato quali verranno trasferiti al primo ministro che si è impegnato a nominare. Ha dato il suo assenso agli incontri che Sharon ha avuto con il n. 2 dell’Anp Abu Mazen, con Abu Ala, presidente del Consiglio legislativo palestinese, e con il ministro delle finanze Salam Fayyad. Tutto nella speranza di poter convincere Washington e le capitali europee che è sempre lui a dirigere i giochi in casa palestinese. Ciò che il leader palestinese non ha ancora compreso appieno è che, sino a quando non si spezzerà il patto di ferro tra Bush e Sharon, e l’Europa continuerà a mantenere una posizione subalterna agli Stati Uniti, per lui non ci sarà alcuna possibilità di ritornare a pieno titolo sulla scena diplomatica internazionale.


note:
1  Cfr. «Le Ragioni del Socialismo», febbraio 2003.


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