Movimenti e media in Usa
IL FRONTE INTERNO
Bruno Cartosio
Le prese di posizione contro la guerra sono diventate più numerose e decise, le manifestazioni si sono succedute e sono ingrossate con il passare dei mesi. Anche negli Stati Uniti il peace movement è forte. L’opposizione alla guerra del Vietnam aveva impiegato anni a diventare movimento di massa, mentre ora un movimento contro l’intenzione statunitense di fare guerra all’Iraq esiste da mesi, nonostante tutto. Quello che è avvenuto il 15 febbraio nel mondo era già successo il 18 gennaio, in piccolo, negli Stati Uniti: tante manifestazioni contemporanee in altrettante città. E il Parlamento delle Hawaii e le amministrazioni locali di novanta città e contee distribuite in trenta Stati, incluse quelle di Chicago, Filadelfia, Detroit, San Francisco e Washington hanno approvato risoluzioni contro la guerra.
Voci dissenzienti si erano fatte sentire anche prima dell’impennata recente, ma nell’estate scorsa sembrava ancora impossibile che si formasse un movimento di massa: nel clima di mobilitazione emotiva e di ricatto patriottico che aveva preceduto l’anniversario dell’11 settembre gli spazi per esprimere un dissenso attivo erano scarsi. In realtà, cresceva il dissenso radicale e ‘reticolare’ ed era diffuso quello passivo. La convinzione, più o meno forte, che non esistessero ragioni per una guerra contro l’Iraq attraversava tutto il paese e tutti gli strati della popolazione. Quanto più ci si allontanava dagli attentati e dalla ‘necessaria’ risposta a bin Laden e ai talebani, tanto più scendeva nei sondaggi l’approvazione nei confronti di Bush e della sua politica: dal 90% di fine 2001 al 61% dello scorso mese di giugno, al 53% di agosto. Poi, la straordinaria escalation propagandistica con cui l’amministrazione ha ‘costruito’ la minaccia Iraq e il battage mediatico, in crescita esponenziale nel mese precedente l’anniversario, restituivano a Bush una parte dell’approvazione perduta.
Nel corso del 2002, per sette o otto mesi Osama bin Laden era sparito letteralmente dai discorsi della Casa Bianca, sostituito da Saddam Hussein. E seguendo la corrente, i media spostavano la mira sul ‘nuovo’ nemico, contribuendo a rimobilitare e a reindirizzare risentimenti, paure, emozioni e sentimenti patriottici degli statunitensi. Infine, evocato dal discorso alle Nazioni Unite del 5 febbraio 2003 – quando il segretario di Stato Powell disse che esistevano legami tra al Qaeda e Iraq – bin Laden si è rifatto vivo. Non importa quello che ha detto, né che parli di Saddam come di un socialista e infedele, né che abbia detto agli iracheni di preparare trincee. Immanuel Wallerstein aveva scritto che bin Laden era stato il miglior alleato di Bush nello spingere gli Stati Uniti verso la guerra. Quella affermazione paradossale è tornata d’attualità a metà febbraio.
Il documento della Casa Bianca sulla strategia imperiale statunitense è stato reso pubblico lo scorso 17 settembre, in coincidenza con l’acme emotivo dell’anniversario, e poco più di un mese e mezzo più tardi il partito del presidente ha vinto le elezioni congressuali, conquistando la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso. I democratici hanno pagato la loro subalternità ideologica ai repubblicani: incapaci di elaborazione politica autonoma e di interpretare il dissenso mugugnato ma diffuso, e così alla rincorsa dei voti dei ceti medio-alti, cui appartiene la maggioranza di quel magro 39% di votanti, da perdere di vista l’allargarsi dell’opposizione alla guerra negli strati bassi della popolazione, nelle organizzazioni della critica e dell’antagonismo sociale, nei ceti intellettuali.
Di fatto, l’opposizione all’unilateralismo aggressivo di George W. Bush prendeva consistenza nel paese nello stesso tempo in cui il voto premiava i repubblicani, procedendo per conto suo, controcorrente rispetto al martellamento patriottico dei media e ai proclami dell’amministrazione. È una dinamica che la dice lunga sulla non monoliticità della società statunitense, sulla consistenza delle aree di estraneità reciproca esistenti al suo interno. Il 15 febbraio ha dato conferma dell’esistenza di correnti di mutamento culturale profondo.
Il rifiuto della guerra, con il paese schiacciato sotto le macerie delle Torri Gemelle, non si era quasi manifestato in occasione dell’intervento in Afghanistan: il 13 ottobre 2001, subito dopo l’inizio dell’attacco, erano diecimila le persone che manifestavano a San Francisco, ma meno di mille a New York. Nei mesi successivi però, man mano che appariva evidente l’uso opportunistico dell’orrore per drenare finanziamenti verso l’industria bellica, limitare i diritti umani e civili e sollevare la presidenza al di sopra del controllo dei cittadini, cominciava a formarsi un nuovo movimento diffuso contro la possibilità stessa di un’altra guerra. Come prima del novembre 1999 a Seattle, si erano costruiti i collegamenti tra i gruppi e le organizzazioni, prima di scendere nelle strade il 18 gennaio 2003 e di andare in massa a Porto Alegre, dove la delegazione statunitense era seconda solo a quella brasiliana. Dopo anni di assenza, un movimento di massa statunitense ragiona e agisce in sintonia con quelli del resto del mondo sul quadro internazionale e la situazione in Medio Oriente, sugli interessi economici e strategici intrinseci ai comportamenti dei governi, sul ruolo delle istituzioni internazionali della politica e dell’economia, sull’unilateralismo e le teorie della guerra preventiva. Dopo anni di degrado del pensare politico non è poca cosa tornare a ragionare in grande e in tanti.
Oggi, come alla fine degli anni Sessanta, negli Stati Uniti e negli altri paesi del mondo gli oppositori sono scesi in piazza insieme, con le stesse parole d’ordine. Con una differenza assai importante: allora eravamo per il Fronte di liberazione nazionale e per Ho Chi Minh, ora non stiamo dalla parte di Saddam Hussein. Fino al 15 febbraio non sono stati pochi gli organi d’informazione che hanno fatto finta di non accorgersene, assimilando l’opposizione alla guerra al ‘partito’ di Saddam Hussein, di Osama bin Laden, del terrorismo.
La formazione del movimento contro la guerra negli Stati Uniti è avvenuta nel contesto di un’eccezionale mobilitazione patriottica delle coscienze e in un clima pubblicistico caratterizzato dalla subalternità al potere politico centrale.
A partire dall’estate scorsa, con un temporaneo alleggerimento intorno a fine anno, è stata messa in atto da parte di Washington una martellante escalation, in cui la ripetizione ossessiva della possibilità di nuovi attentati si intrecciava con l’affannata edificazione delle strutture per la sicurezza interna, l’attribuzione di intenzioni aggressive a Saddam Hussein e l’agitazione dello spettro delle sue Wmd, le armi di distruzione di massa, e infine con la preparazione concreta dell’intervento militare. Solo la pubblicistica radical ha mantenuto un atteggiamento critico. Anche i media che tengono alla loro immagine liberal si sono schierati con l’amministrazione, evitandone soltanto le esasperazioni e il «New York Times», con qualche distinguo e insofferenza per la rozzezza dei concetti e del linguaggio di Bush. I più conservatori, come il «Wall Street Journal» o il «New York Post» di Rupert Murdoch, che possiede anche i canali televisivi Fox, hanno attaccato ogni dissenso, arrivando a superare in rozzezza la stessa amministrazione nelle ingiurie contro i francesi, ingrati «mangiarane», e Chirac, «topo che tenta di ruggire».
I grandi quotidiani metropolitani e le reti televisive ostracizzano chi esprime dissenso esplicito e radicale. Dicono il meno possibile del movimento per la pace e delle manifestazioni contro la guerra sia all’estero, sia in patria; riducono per quanto possono il numero dei partecipanti alle dimostrazioni e chiudono nei confini stretti della cronaca di un giorno le notizie sulle mobilitazioni di massa. Invece i media della sconfinata provincia americana e delle città minori e i tabloids delle metropoli ignorano o dileggiano o insultano come antipatriottico il dissenso. Su una minoranza dei pochi ‘giornali di qualità’ gli editorialisti arrivano a dichiarare non opportuna la guerra se non ha la sanzione Onu; ma le linee editoriali prevalenti – fino alla metà di febbraio – sono state non critiche nei confronti dei principi di fondo che guidano l’azione dell’amministrazione Bush.
Le televisioni sono in genere allineate, dalla ‘unilateralista’ Fox alla Cnn, alle altre grandi reti Nbc, Abc, Cbs. In quella che loro stesse contribuiscono a presentare come un’emergenza nazionale non danno spazio alle ‘altre’ voci, se non, occasionalmente, in tarda serata: quasi mai viene messo in discussione nelle ore di grande ascolto il fatto che Saddam si meriti la guerra, né la legittimità degli Stati Uniti a decidere da soli se, quando, con chi e contro chi fare la guerra stessa. I modi della comunicazione sono in genere garbati e la presentazione dei fatti tende ad apparire ‘oggettiva’. Di fatto, è molto spesso reticente, parziale e superficiale, magari sotto la maschera di lunghi scambi a due o più voci in cui si seziona il fuscello del ‘come’ senza mettere in discussione la trave dei ‘perché’. L’atteggiamento attuale dei media ricorda la subalternità a proposito del Vietnam prima del 1968, non certo l’autonomia di giudizio e la ricchezza dell’informazione del periodo 1968-1972.
Ma questi trent’anni non sono passati invano. Se grazie al lavoro dei media la guerra del Vietnam era stata la più vista e documentata della storia, quella del Golfo, vent’anni dopo, non solo è stata la meno raccontata dai giornali e la meno vista dal pubblico televisivo, ma anche quella in cui il personale militare e politico ha mantenuto il più stretto controllo sull’informazione e sulle fonti. Lo stesso controllo si è ripetuto in Afghanistan. Quando le autorità ritengono inopportuna o pericolosa la conoscenza di certe cose da parte dei cittadini intervengono sul meccanismo stesso della ‘produzione’ delle notizie. Tutto questo mentre, rispetto al passato degli anni Sessanta e del Vietnam, è aumentata anche in tempi normali la dipendenza dei media da fonti definibili come ‘ufficiali’. Il fatto che da questo tipo di fonte provengano oltre i tre quarti delle notizie, mette le autorità in condizioni di potere e i media in soggezione. Si tratta però di una soggezione interiorizzata, non subita.
All’inizio delle operazioni in Afghanistan, il 7 ottobre 2001, dopo aver affermato che la lotta al terrorismo sarebbe stata «lunga e ampia», il presidente Bush dichiarava che gli accessi alle informazioni sarebbero stati controllati e che l’autorità politica e militare avrebbe nascosto informazioni, dato informazioni parziali e, soprattutto, anche false. Nei giorni immediatamente successivi, la consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice invitava i presidenti delle reti televisive ad adottare un codice di autocontrollo. Walter Isacson, presidente della Cnn, rispose all’invito, stilando un memorandum per i suoi corrispondenti e redattori, in cui chiedeva loro di integrare sempre le immagini con il commento e di stare attenti ai possibili effetti delle immagini stesse, di stare attenti a non riportare la prospettiva dei talebani, di non concentrare l’attenzione sulle vittime civili, di «riequilibrare» le notizie e di «contestualizzarle», di sottolineare che l’intervento avveniva in risposta agli attentati dell’11 settembre. Di questo codice di comportamento, diverso dalla fairness prescritta nei canoni della professione, si discusse in molte redazioni. Autorevoli giornalisti televisivi come Dan Rather, della Cbs, si sono messi sull’attenti: «George Bush è il presidente…vuole che mi allinei; mi dica soltanto dove devo mettermi». Altri hanno fatto la stessa cosa, senza dichiararlo.
Un anno più tardi, ai primi di settembre 2002, Rather veniva intervistato da Larry King, della Cnn, in un programma di interviste in seconda serata, Larry King Live. A proposito del bombardamento mediatico in atto, King gli domandò: «Stiamo esagerando?»; «Sì», rispose Rather, giustificandolo con la necessità di contribuire a far passare la visione ‘giusta’ delle cose. In altre parole, dopo l’allineamento, il battage delle settimane precedenti l’anniversario dell’11 settembre era funzionale al nuovo obiettivo: la ulteriore mobilitazione delle coscienze, l’adesione patriottica a una nuova prospettiva di guerra che si avvertiva più ostica della precedente.
La qualità dell’adesione non è la stessa per tutti. Il 6 febbraio, dopo l’intervento all’Onu del segretario di Stato Powell, il «New York Times» pubblicava un editoriale in cui sottolineava la forza e la pertinenza dell’atto d’accusa contro l’Iraq. Rilevava però la «esilità» delle accuse relative ai legami tra Bagdad e al Qaeda, notava che non era stata trovata nessuna «pistola fumante» (perché certamente Saddam aveva fatto il possibile per nasconderla) e, infine, ripeteva che Bush «deve fare ogni sforzo perché sia il Consiglio [di sicurezza dell’Onu] a decidere» e che «gli Stati Uniti non possono permettersi di affrontare l’Iraq senza un ampio sostegno internazionale». È stato il massimo di critica espresso da un giornale liberal fino a quel momento.
Il 15 febbraio, il giorno dopo la relazione degli ispettori dell’Onu al Consiglio di sicurezza e lo stesso giorno in cui milioni di persone avrebbero manifestato in tutto il mondo, l’editoriale del «Washington Post» attaccava in modo livoroso lo «show» del ministro degli Esteri francese all’Onu e, ipotizzando un Saddam soddisfatto, sosteneva che gli Stati Uniti «non possono tirarsi ancora indietro da uno scontro con il dittatore iracheno, come hanno fatto ripetutamente negli anni Novanta, sempre per le pressioni di Francia e Russia». La conclusione: «Anche se altri si tirano indietro, gli Stati Uniti devono fare sì che questa volta il dittatore subisca le «serie conseguenze» che gli spettano». Il 16, mentre gli articoli in cronaca erano costretti a dire di un corteo ‘durato’ tutto il mondo – e lo facevano abbassando il numero dei partecipanti ovunque e sfruttando il fatto di dover riferire di centinaia di eventi per dire il meno possibile di ognuno – né il «Washington Post», né il «New York Times», né il «New York Post» pubblicavano un editoriale in merito. Liberal di destra, liberal di centro e conservatori erano senza opinioni.
Potere politico e potere giornalistico tendono a legittimarsi a vicenda, scrive Fabrizio Tonello ne La nuova macchina dell’informazione. I media non sono antagonistici, se non in quei casi eccezionali in cui la merce-notizia ha un valore di mercato talmente grande da far prevalere la convenienza economica sulle altre considerazioni. In genere, la stampa è connivente: lo fu con McCarthy fino al suo ripudio da parte di Eisenhower; lo fu quando tacque sull’infarto di Eisenhower e sulle malattie di Kennedy; lo fu nei confronti di Reagan, inclusa la vicenda Iran-Contras; lo è stata perfino nel tacere sugli scandalosi privilegi e compensi dei vertici di grandi aziende come la General Electric.
Soprattutto, la stampa non informa sulla politica estera. È quanto sottolinea Chalmers Johnson ne Gli ultimi giorni dell’impero americano: gli statunitensi non sanno che cosa hanno fatto e fanno i loro governi e la Cia, perché non vengono informati né dai media, né tanto meno dai governi stessi. Anche Samuel Huntington arriva a una conclusione analoga in un saggio del 1999 su «la superpotenza solitaria»: i media non informano sugli avvenimenti esteri.
La disinformazione facilita Bush nel far apparire che ‘tutto’ cominci con gli attentati dell’11 settembre. Gli serve in particolare nel costruire sull’offesa subita l’edificio di una risposta che si vuole giustificata dalla gravità degli attentati e della minaccia del terrorismo mondiale, mentre invece va a giustificare le aspirazioni «egemoniche e neoimperiali» degli Stati Uniti, come le ha definite Michael Hirsch su «Foreign Affairs». Il documento sulla politica nucleare è del gennaio 2002; il discorso di West Point, in cui sono stati anticipati i punti cardine della strategia statunitense, è del 1° giugno; il documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale è del 17 settembre. Nello stesso arco di tempo viene combattuta una guerra e un’altra viene preparata. Il nuovo peace movement è nato dal rifiuto della disinformazione e della soggezione dei media al potere politico, dalla rete dei contatti internazionali, dall’opposizione all’egemonismo e alla guerra come strumento della politica di potenza.
Sono due le ragioni strutturali che spingono i grandi media all’allineamento. La prima è di natura socio-economica; la seconda, politico-culturale. «La Fiat non può che essere filo-governativa», diceva Gianni Agnelli: la grande azienda non può che stare dalla parte del governo in carica, con pochi scarti, perché è da lì che provengono le politiche economiche, industriali, fiscali nazionali. I media statunitensi sono nella stessa condizione, perché appartengono a un mondo oligopolistico, fatto di grandi imprese e conglomerate che possono solo beneficiare da amministrazioni benevole, le quali a loro volta possono solo beneficiare dalla non opposizione di grandi media verso le loro scelte politiche. È uno scambio tra poteri.
Alla fine della seconda guerra mondiale, l’80% dei giornali statunitensi era indipendente; nel 1989, essi appartenevano nella stessa percentuale a grandi gruppi economici. Nel 1981, venti società controllavano più della metà degli 11.000 periodici a diffusione nazionale; nel 1988, quelle società erano tre. Alcuni giornali sono indipendenti e ‘grandi potenze’ in sé, come il «New York Times» o il «Washington Post»; altri appartengono a conglomerate con interessi in settori anche molto lontani tra loro; altri ancora sono parti di raggruppamenti editoriali, come la «Tribune» di Chicago, McGraw-Hill, Gannett o Knight-Ridder, che pubblicano giornali in città diverse o anche nella stessa città, diversificando l’offerta a seconda del pubblico.
Nel 1993, nel suo ormai classico Media Monopoly, Ben Bagdikian scriveva che «23 società controllano quasi tutto il giro d’affari di quotidiani, riviste, televisioni, libri e film»; in particolare, sei società «realizzano più della metà di tutte le vendite di libri» (1993, pp. 21-22, e 19). Ma, all’inizio del 2002, erano ormai solo dieci le società che dominano il mondo dei media e in particolare delle televisioni: America On Line-Time-Warner (che possiede la Cnn), Disney (Abc), General Electric (Nbc), News Corporation (Fox), Viacom (Cbs), Vivendi, Bertelsmann, At&t, Sony, Liberty Media. Si tratta di conglomerate multinazionali che si muovono in campi economici diversificati, ma con interessi facilmente intrecciabili. In Who Will Tell the People?, dopo aver ricordato che la General Electric costruisce anche centrali nucleari, William Greider scriveva: «Quando la Nbc trasmette un programma sul successo della politica del nucleare in Francia, sta informando il pubblico o vendendo un prodotto del proprietario della Nbc, la Ge?». Dalla domanda, se non la si considera retorica, discende almeno che «man mano che il controllo dei maggiori media giornalistici si concentra in un numero sempre minore di mani la loro ipotetica neutralità diventerà sempre più sospetta, sia in fatto di commercio, sia in fatto di politica».
Ci sono molte buone ragioni per dubitare della neutralità politica dei media. Non tanto perché esiste quella ‘porta girevole’ attraverso cui è frequente lo scambio di personale sia tra politica e giornalismo, sia tra politica ed economia-finanza, quanto perché la pratica dello scambio avviene a ben altri livelli. Per esempio, il 13 settembre 2001 – due giorni dopo gli attentati – la maggioranza repubblicana nella Commissione federale sulle Comunicazioni decideva di ‘rivedere’ le ultime norme che ponevano freni alla concentrazione oligopolistica nel settore dei media. Tra queste quella che, dal 1975, impediva a un singolo di possedere un quotidiano (di carta) e una stazione televisiva «nello stesso mercato» e l’altra, che imponeva un tetto alla percentuale di case che un singolo poteva raggiungere con le sue stazioni Tv (nel 1996, col Telecommunications Act, quel tetto era già stato innalzato al 35%).
Queste modifiche permetteranno alle conglomerate di diventare ancora più gigantesche e di perfezionare ulteriori alleanze e fusioni tra i giganti della carta stampata e i giganti della comunicazione e dell’intrattenimento, oltre che di settori industriali o del militare-industriale (come Ge o Raytheon).
Eppure, la vicinanza degli interessi materiali, la comune appartenenza a élites sociali e culturali non basta a dare interamente conto della forza che trattiene il mondo dell’informazione nelle vicinanze del potere. L’allineamento ‘consensuale’ deriva non da schieramento di partito o da imposizioni dall’alto, ma dall’adesione a un valore, il patriottismo, che nei momenti di crisi dovrebbe portare la nazione a raccogliersi dietro il capo e la bandiera. Il patriottismo statunitense ha una storia lunga, che tuttavia è meno universale e condivisa di quanto si creda. La questione è cruciale.
Accenno soltanto al filo di un’analisi possibile. Bisognerebbe applicare alla realtà statunitense il modello che George Mosse ha impiegato per ricostruire i percorsi della «nazionalizzazione delle masse» nella società tedesca dal Settecento a Hitler: il nazionalismo come valore calato dall’alto, i prestiti tra politica e religione, la convinzione di essere popolo eletto, la necessità del patriottismo come cemento di un’unità nazionale altrimenti incerta. In Germania, prima e dopo l’unificazione ottocentesca dello Stato, l’obiettivo era l’unione dei tedeschi; negli Stati Uniti, il problema è sempre stato, da una parte, la ‘nazionalizzazione’ di decine di milioni di immigranti e, dall’altra, la conservazione del privilegio sociale, del potere politico e della centralità culturale agli anglosassoni bianchi protestanti.
Dall’intreccio plurisecolare delle componenti laiche e religiose viene in primo luogo l’immagine di sé come «luce del mondo» e «città sulla collina», cioè di popolo eletto ed esemplare, che le élites anglosassoni hanno coltivato a partire dall’adozione puritana del Discorso della montagna. Ma dall’aggressività con cui i ceti dominanti hanno esteso e difeso il proprio privilegio – mentre costruivano una società repubblicana e progressivamente anche democratica, in cui però il colore e l’appartenenza etnica non cessavano di produrre esclusione – proviene anche quella sorta di ‘religione civile’ che è il patriottismo. Nella definizione stessa è presente il fondamento religioso.
Nel caso di George W. Bush, le fondamenta religiose del suo discorso politico sono evidenti. Non solo perché dice che Dio è al suo fianco e per i riferimenti alla Provvidenza, perché parla sempre di Bene e di Male e ripete che chi non è con lui è contro di lui. Anche perché nella sua visione manichea del mondo la complessità (della politica, della diplomazia, del reale) è sostituita dagli schematismi della contrapposizione morale. Prima di un ripensamento indotto da chissà chi, aveva perfino battezzato l’intervento in Afghanistan con il nome di ‘Giustizia infinita’. Non era stato un errore, ma hybris: in quella definizione si autorappresentava l’uomo e si manifestava la matrice più profonda della sua chiave di lettura del mondo. Non è un caso che lo «scontro di civiltà» – e alla radice delle civiltà di Huntington stanno le religioni – sia assurto a chiave interpretativa privilegiata delle dinamiche mondiali attuali.
Nell’analisi che Barbara Ehrenreich ha proposto in Riti di sangue, il patriottismo statunitense è una religione laica «conformata…sull’esperienza della guerra». E la guerra, a sua volta, è l’«espressione suprema dei valori americani», scrive Richard Slotkin in Gunfighter Nation. È difficile che non vengano alla mente le decine di migliaia di libri e film di guerra – da quella d’Indipendenza a quella civile, da quelle con gli indiani e quella del Vietnam – che punteggiano la storia della cultura statunitense. Sono l’ossatura portante della mitologia nazionale. Fino al Vietnam, l’impianto retorico patriottico ruotava intorno alla guerra combattuta e vinta da chi incarnava il Bene, cioè ‘noi’.
Con il Vietnam, il terreno si è fatto insicuro. Dopo la seconda guerra mondiale, le vittorie sul campo sono state monche, come in Corea, o inesistenti, come in Vietnam, appunto. In quelle successive, Golfo e Afghanistan, finora, la guerra non è più stata tale, e non c’è stato nessun adattamento di senso in grado di dare a queste due guerre ‘vinte’ – ma l’Afghanistan non è pacificato e Saddam Hussein è rimasto al potere – una valenza coerente con l’apparato del simbolismo patriottico nazionale. Non c’è nulla di eroico o di virile, nonostante i tentativi di mitizzare i top gun, nel bombardare dall’alto o con i missili le case, le città, gli impianti e le postazioni altrui. Non si attuano così i ‘valori americani’ della mitologia western: il coraggio personale, lo scontro alla pari e a viso aperto col nemico. Non c’è neppure la sicura presa di possesso di territori che aveva caratterizzato la crescita stessa degli Stati Uniti nell’Ottocento e in cui si inverava l’ideologia espansiva (a fondamento religioso) del «destino manifesto». Infine, non ci sono più il rischio e il sacrificio personale, se la preoccupazione maggiore è diventata quella di non perdere vite umane.
L’intensificazione della propaganda sui pericoli che corrono gli Stati Uniti, la mobilitazione emotiva e il richiamo patriottico sono palliativi. Non sappiamo, nel momento in cui scrivo queste righe, se gli Stati Uniti sono riusciti a fare guerra all’Iraq. Non possono perderla, militarmente, se la fanno. Ma se il Vietnam può ancora insegnare qualcosa, questo è che la guerra sarà perduta sia all’interno degli Stati Uniti, perché una parte molto grande della popolazione statunitense è nuovamente disposta a rinunciare a quei ‘valori americani’ incardinati sulla guerra, sia all’esterno, perché un movimento internazionale di massa come quello attuale non si fermerà al rumore delle bombe e le diplomazie dovranno tenerne conto.
«Il pacifismo è patriottico», dicevano alcuni cartelli nella dimostrazione di New York del 15 febbraio. In quella frase si esprime un mutamento antropologico profondo, avvenuto negli ultimi trent’anni. Una parte degli statunitensi non ammetterà alternative all’entrare da pari in una comunità internazionale che ha bisogno di ridistribuire ricchezza, proteggere le persone e l’ambiente, instaurare diritti. L’altra parte, quella imperiale, è – purtroppo – semplicemente incapace di venire a patti con il proprio declino e si affida alla propaganda, al proprio peso politico e allo strapotere militare per conservare senso a ‘valori’ che lo hanno perso. I simboli non sono facilmente adattabili, però, come JohnWayne,muoiono.