numero  36  febbraio 2003 Sommario

«La differenza politica» di M.L. Boccia

OLTRE L'EMANCIPAZIONE
Mario Tronti  

Questo è un libro di filosofia politica. Orientato, posizionato, mirato. Si fanno i conti con il pensiero politico moderno dal punto di vista di un femminile «pensare differentemente». Quest'ultima espressione è la cifra del testo, che ricongiunge ciò che è sparso, riunifica il separato e fa sintesi, provvisoria, non risolutiva, delle mille voci dissonanti che percepiamo dalle prove d'orchestra del femminismo contemporaneo.
Maria Luisa Boccia dice, ad apertura di libro (La differenza politica, Il Saggiatore, Milano 2002, pp. 255), che si tratta di un testo non sistematico. Neppure però si può dire che sia un testo frammentario. Il tentativo, riuscito, è quello di dare ordine concettuale a quella «straordinaria complicazione del discorso», che le donne hanno messo in campo, a partire da sé, in Occidente, nella seconda metà del novecento. Il sottotitolo, in copertina, non ripetuto all'interno, recita: «Donne e cittadinanza». Mi sembra un rimpicciolire il tema. È vero che il libro si compone di due parti. Una parte, «Figure della differenza», teorico-politica e una parte, «Cittadinanza», di pratica del discorso, secondo un modello ormai classico del pensiero delle donne. Il concetto di differenza viene esaltato, il concetto di cittadinanza criticato. La prima parte fonda la seconda. Ma, ecco, a mio parere, la differenza politica fonda qualcosa di più, pone i fondamenti di un discorso che mette in dialogo e in conflitto donne e mondo genericamente umano. Questo è il punto che mi interessa e su cui il libro mi dà l'opportunità di concentrare l'attenzione.
Ma prima un'osservazione di non secondaria importanza. Maria Luisa Boccia adotta un procedimento metodologico molto corretto per quanto riguarda il rapporto tra critica dell'ideologia e ricerca teorica. Qui c'è uno schema che il pensiero della differenza riprende dal marxismo critico e che poi rilancia nella pratica della politica quotidiana. Il paradigma emancipazionista, l'universalismo dei diritti, l'acquisizione dell'identità, l'egualitarismo della rappresentanza, vengono sottoposti a discussione teorica, ma anche ad acquisizione pratica. A discussione teorica, per svelarne la falsa apparenza, in quanto considerati definitivi approdi di valore insormontabili, che si tratterebbe solo di difendere contro i pericoli che li minacciano. Ad acquisizione pratica, perché solo a partire dalla strumentazione di queste conquiste, si può avanzare con la ricerca e la proposta di orizzonti che scavalcano, che aprono, che cambiano l'ordine esistente. Un paragrafo del libro dice «oltre l'emancipazione». Appunto, oltre, non contro. «Le lotte per l'emancipazione – scrive Maria Luisa – hanno assunto i princìpi che la teoria politica ha posto a fondamento dello Stato moderno come se fossero più veri dell'esperienza femminile…È solo al culmine della parabola emancipazionista che le `verità' della teoria risulteranno problematiche» (p. 39). Accade oggi che quando si sottopone a critica il carattere neutro del garantismo giuridico liberale e la funzione omologante delle conquiste politiche democratiche, si incorra nel sospetto di una sorta di posizione reazionaria di sinistra. Non si comprende come proprio l'assunzione in termini critici di queste frontiere, del diritto e delle istituzioni, imponga ora compiti ulteriori al pensiero e alla pratica della politica. L'esempio decisivo ritorna in questo libro: il tema di una universale libertà umana, e il tema specifico della libertà femminile, nell'autentico genuino esistere del singolare, si pone, si può porre, in termini risolutivi solo adesso, nell'esito di compimento delle democrazie contemporanee in Occidente.
«Libertà singolare» si intitola il capitolo quinto. Ed è intrigante questa critica femminile alla libertà dei moderni. Come lo è il rapporto critico che si viene a stabilire, in modo diverso, anzi in modo opposto, rispetto al passato, tra donne e modernità. Per riprendere quell'opposizione polare che circola per tutto il libro tra natura e storia, si potrebbe dire che mentre per lungo tempo c'è stata una resistenza naturale al progetto moderno, ogniqualvolta esso andava a declinare in termini di potere i diritti, in età contemporanea è venuto avanti un giudizio storico sul merito della costruzione formale di un'intera civiltà giuridica. Questo è un grande passo, è quel «balzo di tigre nel passato», che impegna alcuni di noi a fare i duri conti con la modernità prima di andare a cercare deboli avventure sulle sponde del post-moderno. Per cui, la fondazione del moderno, da Hobbes a Kant, e la sua crisi novecentesca, tra Freud e Heidegger e Arendt, impegna a `pensare il pensiero' – «pensare, pensare dobbiamo» (Virginia Woolf) – per decifrare la struttura presente del mondo. La lunga consuetudine senese, e non solo, ha permesso di scambiare su questo con Maria Luisa molte suggestioni.
Il passaggio a Occidente della storia moderna, dopo aver operato questo processo di liberazione dalla naturalità, ce lo consegna come condizione di un possibile atto di conquista della libertà. Qui sta il dato di senso che vede differenza sessuale versus identità femminile. «L'appartenenza al genere femminile ha costituito lo spazio pubblico dell'azione sessuata e delle relazioni tra donne.» Nasce una sfera pubblica femminile, il «mondo comune delle donne» (Adrienne Rich) che, marcando un'estraneità alla polarità società-Stato e ridisegnando i confini tra sfera privata e sfera pubblica, fa sì che l'appartenenza di sesso non sia più destino di naturalità ma condizione di possibilità. «Dal regno della vita, dalla riproduzione della vita, la differenza sessuale entra nel regno della libertà.» Ma, «dal momento in cui l'appartenenza di sesso è divenuta per le donne una situazione di libertà, anche quella al genere umano viene a ridefinirsi». Libertà `in situazione', per dirla con il Luporini degli anni quaranta. Libertà in relazione, dicono il pensiero e la pratica della differenza. «La libertà femminile ha reintrodotto nell'esperienza moderna le dimensioni del `mondo comune' e della pluralità, come coordinate imprescindibili per l'agire libero della singola» (pp. 101 - 103).
Singolarità, come «tratto irrinunciabile e imprescindibile della soggettività» e questa soggettività singolare come «esistenza incarnata», sono poi – secondo Boccia – le mosse vincenti della differenza politica. Del resto, che la narrazione filosofica del `corpo in figure', come metafora dell'ordine politico, ben prima della modernità, sia stata evocata dal novecentesco pensiero della differenza, dirà pure qualcosa. Questo libro assume il risultato, ma direi lo sposta in avanti, con un passo successivo. È vero che «la narrazione dei vissuti femminili è stata la prima forma del pensare differente», ma è su questa materia che si è prodotto «lo scarto tra esperienza e parola». La pratica dell'autocoscienza ha posto così il problema della `trascendenza femminile'. Partire da sé non si può ridurre a racconto del vissuto. Anzi, parlare di sé vuol dire trascendere il vissuto, perché dà «riconoscimento politico alla soggettività femminile». «L'autocoscienza – almeno quella testimoniata dai testi di Carla Lonzi – è la pratica di libertà delle donne che ha consentito loro di trascendere la femminilità, ovvero l'identità di genere storico-sociale e ontologico-naturale. In questo senso è pensiero differente di donna…» (p. 66).
Trovo molto interessante questo accostamento a dialogo e a contrasto tra corpo e trascendenza nella pratica di autocoscienza femminile. Si dovrebbe scegliere questa via per superare teoricamente qualche non marignale tentazione verso `l'impolitico' che circola nell'arcipelago formato dal mondo delle donne. E fondare qui all'opposto questa «forte vocazione politica del pensiero femminista», che il libro di Maria Luisa Boccia rilancia con nettezza. È un punto su cui mi piacerebbe trovare un momento di riflessione più approfondita. C'è una carnale spiritualità del femminile che bisognerebbe far giocare, in qualche modo, nel pensare e nell'agire la politica. Per portare qui disordine dall'alto. Lo so che il trascendere, nel discorso narrato sopra, ha un altro senso. Ma la parola, il concetto, si porta dietro il suo senso proprio. Insomma, e chiudo, non è casuale, che una forma bella, di autocoscienza delle donne si sia incontrata con la tradizione della mistica femminile. Qui c'è qualcosa ancora da capire. E su questo, francamente, mi sembra di trovare buone domande e prime risposte, più nei Cahiers di Simone Weil che negli Archives di Foucault.


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